28 febbraio, 2010

Gli Occhi di B.


Suono il campanello. Mi dice Entra e Attraversa il Giardino, ti Guido dalla Finestra. Che strano, sono qui, nel giardino del Banano Incantato, lo leggo spesso sul suo blog, riconosco il divano, perfino Nina, anche se non l'ho mai vista. E' una casa bellissima, piena di cose che potrebbero essere mie, che ho uguali anche io, abbiamo qualche vestito uguale, anche, io e lei, e da ieri anche un braccialettino ebraico, che mi ha comprato al ghetto, e che porterà fortuna. B. mi ospita in questa due giorni romana, sono qui per il mio progetto e per lei, anche, non la vedevo da un anno. Ha per me attenzioni squisite da grand hotel, le lenzuola lilline, le riviste e i quotidiani, la chiave di casa posata sulla guida di Roma. Attenzioni per me, che occupo abusiva la stanza di quel suo amore andato via e anche ancora fa fatica a scrollarsi di dosso, non c'è amore, lungo o brevissimo, che si possa cancellare senza fatica e soprattutto senza dolore. Parliamo a lungo, camminiamo in una Roma meravigliosa, ha scelto con cura un ristorante speciale, è una dei 3 al mondo che stanno dietro al mio passo veloce e deciso. Parliamo e parliamo, questo quartiere è casa sua, la salutano tutti, per forza, con quella faccia impertinente da ragazza, quell'accento di Forlì,e quella risata, solo a tratti appena velata da una piccola tristezza, così, come un velo delicato. Mi parla di cose che non so, di papi e di monumenti, lo vedi questo? e lo sai che, ma quante cose sai, B.? E' sabato mattina, abbiamo pile di giornali e un tavolino al sole di Piazza Farnese, abbiamo bighellonato come turiste parlando di scemenze e di cose tremende, siamo entrate in negozi impossibili, fatto colazione con un cappuccino che se la gioca con quello di Baratti & Milano. Non Lo Perdono, e Faccio Fatica, mi dice guardando lontano, poi si riprende, lo sai, Castelsantangelo è stata una prigione, ti porto a un ristorante che non è un ristorante, è un'esperienza. Che veloci passano i giorni perfetti, con quanta straordinaria bellezza si ha a che fare ogni volta ci si incontra con le persone che ti piacciono, con le quali ti piace stare. Lei vive con la gatta Nina nella Casa col Banano, ha mille amici, mille libri e mille progetti, un uomo che la adora che le fa trovare da lontano un mazzo di fiori ogni due settimane, fino a che non tornerà. E che torni presto, a far volare via lontano la malinconia leggera che ho letto negli occhi di B.

25 febbraio, 2010

Se mai.



Nessuno ha mai detto che sia un gioco da ragazzi, nessuno ha mai scritto un manuale, un opuscolo da consultare, vedi alla voce, un dizionario qualsiasi, da sfogliare veloce, prima avanti e poi indietro, che modo assurdo ho io di cercare le cose sul dizionario, io non mi converto al DeMauro che c'è online, io sfoglio il Devoto Oli, in due modi differenti prima col basso delle pagine, dove si fanno le pieghine per tenere il segno, che personalmente non sopporto, e poi sfogliando dalla cima e seguendo le parole con l'indice, ta-ta-tab-tab-taba-tabe,e mi ripeto mentalmente l'alfabeto come in prima elementare che l'alfabeto è di quelle cose come le tabelline, che ti capita nella vita di dover ripetere qualche volta, così, quando meno te l'aspetti. Che strana, felice, preziosa mattina è questa qua, che si disquisisce di dizionari e tabelline mentre si aveva in mente tutt'altro, ma la regola di oggi è questa qua, ognuno si faccia passare per la testa le cose che vuole, dalle più semplici alle più complicate e astruse, si metta la musica a palla, quella che vuole, l'iPod per non sentire l'aspirapolvere e far volare i pensieri e il cuore e l'anima e anche il sentimento, qualora, via, via, fuori da questa stanza, volate e volate, tempo non c'è per non fare le lagne, le donne medie, lamentarsi non è cool, far le mammole men che meno, coraggio, è un giovedì come tutti gli altri ma straordinario per la sua quieta bellezza, per i baci del mattino, per tutti i mille progetti che girano e girano per la testa. E se mai venisse voglia di fermarsi e di frignarsi addosso, di dirsi, e adesso? di farsi venire quella faccia da trota che si ha tutte le volte che non si trova una soluzione, le trote hanno strane, stupide facce, non le compro mai, mi sanno di sporco e di pesce finto, soprattutto la trota salmonata, che non è trota e non è salmone e sa soltanto quello che non è, e allora, sfoglio sfoglio il mio dizionario, ma un altro, invece, non quello di carta e nemmeno quello on line, c'ho un dizionario speciale, che è mio e mio soltanto, che nessuno vede, trova e può comprare, è il Dizionario dei Se mai, Se Mai, che belle due parole così vicine, Se mai ti sentissi così, colà, di sù e di giù, Se Mai avessi voglia di andar via o di restare, di giocare o di frignare, Se Mai ti sentissi persa o perduta, Se Mai, trova da sola quel che devi fare, basta seguire con l'indice, lo vedi, e se cerchi il Se Mai di oggi, eccolo qui, Se Mai avessi cantato scendendo le scale, e ti fossi sentita bene, sorridente e frizzante e saltellante fin troppo davanti ai figlioli mezzi addormentati, Se Mai avessi improvvisato in cucina la canzone di Ruggeri, la notte delle faaaaaaaaaaaate, ecco, a questo Se Mai puoi solo trovare un unico significato, sarà un bel giovedì, ogni donna ha un paio d'ali, faccende stamane, il knit del pomeriggio, una banale, quieta, normale tranquillità, da prendere e da mettere via, qualora servisse, come ho detto ieri all'Amica del 12, un giorno speciale da tanto che è normale, dove devo firmare per giorni così, ne compro venti, posso abbonarmi, se mai.
tumblr.la douleur exquise.

24 febbraio, 2010

Balsamo.

Il profumo del bagnoschiuma è rimasto sulle scale, credo che ne usi una quantità invereconda, o forse è la sua pelle di pesca che ne trattiene l'aroma per così tanto. A pensarci bene forse è il balsamo, che grande magia per le ragazzine il balsamo che sa di caramella, anche io ne andavo matta, all'età sua, ti fa i capelli di seta e di ammanta di un'aurea di meraviglia, rendendoti perfetta, o almeno così credi, ed è un bel credere, in fondo, basta un pò di balsamo e sei invincibile. La mattina presto ha un odore di buono, qui dentro, di caffè e di cocco, di zaini stracolmi, e di profumo da maschio. Son giorni che vanno avanti male, un pò spinti, puntellati di qui e di là, si devono prendere decisioni, fare cose, riordinarne altre. Vanno avanti a fatica, si reggono appena in piedi, barcollano come ubriachi nel vicolo e vorrei avere il coraggio di cantare una canzonaccia, una volta tanto, da ubriaca, e di dire vaffanculo a tutto il mondo e con licenza, s'intende, che stamane in realtà non è mica una mattina come le altre ma una mattina mondanissima, la Settimana Della Moda a Milano, mica la Sagra delle Frittelle a Roccaraso. E allora si sceglie un look appropriato e consono, si è accantonato il sandalino di velluto senza calza, anche se si è state così tentate, ma così tentate, si deciderà un abitino semplice e glamour, un trucco leggero e una passata di gloss. Oggi, il vaffanculo al mondo lo dico da Milano, vado a giocare un pò e a fare la scema a parlare di niente, di effimero e di vacuo, di assolutamente inutile e così meravigliosamente attraente, vado a vedere le lucine, a bearmi di un mondo finto e totalmente frivolo e infiocchettato, vado che ne ho bisogno, vado che mi sembra il minimo, vado perchè eccheccavolo, ogni tanto ci vuole, vado e basta, e prima di andare, col trucco, il gloss, la borsa giusta e tutto il resto, esagero col balsamo alla caramella, che ti fa sentire a posto e perfetta, profumata e in ordine, coi capelli di seta e il cuore invincibile.

21 febbraio, 2010

La Leggenda del Calicantus.

A prima vista, è un fiorino totalmente insignificante. Anzi, ieri sera se ne parlava, e io a pensarci dicevo, Calicantus, che bel nome, ma non so nemmeno come è fatto. E' color della vaniglia, giallo pallido, budino al creme caramel, di quelli fatti in casa, però, non come la DanetteDanone. E poi ha i rami secchissimi e pochissimi fiori, ma quei pochissimi spandono un profumo meraviglioso, di pulito, di fresco, di ambra anche un pochino. E allora? Da dove arriva tutta questa scienza, se soltanto ieri sera non sapevo nemmeno come fosse? Ebbene, oggi me lo hanno regalato. La mia Amica del Lago, quella col fidanzato storico, quella coi capelli lunghilunghi, quella con cui ho organizzato la mia primissima incursione nella mia Isola, da ragazza, come si dice, nel millenovecentottanta e qualche cosa. Lei, che in realtà era una mia collega, ma dove, noi in quello studio ci eravamo capitate per purissimo caso, con le scarpe da ginnastica e il cerchietto nei capelli, ma quali colleghe, eravamo piuttosto compagne di collegio, impertinenti e insubordinate alle sciure coi tailleur, noi che facevamo le gare di corsa nel corridoio e fotocopiavamo il mondo per stare lì a chiacchierare, e le altre occhialute e già vecchie a trent'anni non ancora, le calze contenitive e lo sgabellino sotto la scrivania, che ci guardavano acide e ci invidiavano da morire, lo so, adesso lo posso dire. Fu lì che nacque lo stile Segretaria di Notaio, e io e lei ci eravamo fatte un giuramento, Mai Diventeremo Segretarie di Notaio, E infatti. Ma in tutto ciò, il calicantus? Il calicantus ha la sua bella fetta di importanza. E la sua bella metafora. Nel senso che, nonostante tu ti senta arida e senza bussola, secca come i rami di questa pianta e senza niente da dare a nessuno, nonostante ci siano volte in cui è così difficile trovare la strada che porta fuori e sapere bene quale sia il tuo posto, beh, nonostante questo hai ancora del profumo da spandere nell'inverno che non finisce mai, hai ancora un colore tenue che può stare così bene in un vaso di vetro trasparente. Il profumo del calicantus è fatto apposta per quelle come te, ti porterà lontano e se lo seguirai ti indicherà la strada, cammina a naso in sù e fatti accompagnare su e giù per colline immaginarie, per deserti e per ghiacciai e trovalo, trova un posto che sia tuo, trova un posto al tuo cuore ballerino e alla tua testa disobbediente. Lo troverai, bambina, sarà sopra una roccia o dietro a un cespuglio e se lo guardi bene, non è un cespuglio qualunque, ma un albero secco e allampanato, e ghiaccio e neve non lo scuotono, ama l'inverno e la terra dura di gelo, è pieno di rami rigidi e lunghi come dita che vogliano arrivare al cielo e li vedi questi fiori color vaniglia, ma vaniglia di budino, è da lì che arrivava il profumo che ti ha portato fin qui. Adesso hai trovato il tuo posto, ed ora che sei qui, e conosci e sai, hai imparato a conoscere, a riconoscere, che questo è il calicantus.

19 febbraio, 2010

Siamo così, è difficile spiegare.

Dolcemente complicate, com'è che faceva? Mi piace sempre tanto questa canzone e mi sono sempre stupita che a scriverla sia stato proprio un uomo. Sono giorni e serate nazional popolari. Nel senso che ci esalta con cose semplicissime, la sera ci si rimbambisce un pochino, appena appena, più per chiacchiere che altro, più per ciaccolare che altro, di regine e di biscotti al cioccolato, di canzoni, mi piace questo qui, mi piace quello là, il principe, poi, lo affogherei proprio. Faccio outing anche io, guardo il polpettone sanremese, con leggerezza, facendo la maglia e col pc sule ginocchia, perchè siamo una quantità, abbiamo un gruppo su quel diavolo d'un Facebook e commentiamo e facciamo le oche, come andare a vederlo in latteria, alla fine, alla televisione in bianco e nero appeso alla parete. Non facciamo male a nessuno, in fondo. Siam strane. Così come siamo strane quando ci imbesuiamo davanti a un pacco che aspettavamo da tanto e che non stava nella casellina della posta da tanto che era ciccione, e per forza, c'erano 6 gomitoli di ambrosia, 6 pepite di lana Noro, come che cos'è, è il top dei top, è il piano attico, è la marca leone, che dire di più. Noi si va in visibilio, si accarezza con religiosa dedizione, prima con le mani e poi con la guancia, si annusa, e già si immaginano una quantità di pattern da eseguire. Un pò come quando è arrivata questa. Non importa di avere un progetto già pronto, la lana si compra così, random, può anche essere che stia lì per qualche tempo, deve uscir fuori al momento giusto, e lei, il momento giusto lo sa. Così, in questo piovoso venerdì, che ci si accinge a cucinare un bianco riso per tutta la famiglia, e a programmare un'altra serata semplice e canterina, popolare e pettegolissima, si sono sparsi i verdi gomitoli sul divano e si sono ammirati per bene, Progetti ancora nessuno, ma felice di averli qui, tutti insieme. Tra lane e canzonette, tra chiacchiere e distintivo, tra manie e innocue occupazioni di tagli e cuci, voilà, il week end è servito.

18 febbraio, 2010

Ode alla Pastiglia Valda.

Le ho ritrovate da poco. E' un articolo prettamente invernale, del quale non si può proprio fare a meno, come il Vicks e la Citrosodina. Cura un pò tutti i mali, dalla tosse al raffreddore, al mal di gola, che non è vero niente, ma ti basta succhiarla un pò per sentirti già meglio. Esistono due scuole di pensiero: c'è chi la consuma singolarmente, una per volta, e chi invece, a due a due. Già la scatola di latta è un must, ne puoi fare collezione, se vuoi, e tenerci i bottoni, i marcapunti, gli spilli, se ne possiedi. Aprire la scatoletta, ruotandola leggermente e sollevandola con grazia è già puro piacere, anzi, il piacere inizia già da prima, quando si sente dal fondo della borsa uno sbatacchiare discreto, che ti fa ricordare che sono lì, Vuoi Una Caramellina? La pastiglia Valda si estrae dalla sua sede con eleganza, a due a due, appunto, perchè quella è l'unità di misura, uno vuol dire due, da mettere insieme e far combaciare la base con millimetrica precisione, ci hai fatto caso, sono fatte a pino, dimmi che non lo sapevi. Essa, la pastiglia, si lascia sciogliere con pazienza, si toglie via tutto lo zucchero e si attende l'esplosione della menta che non tarderà ad arrivare. Mia nonna mi diceva Disinfetta, e in realtà la sensazione è proprio quella, l'aroma deciso di clorofilla e erbe balsamiche si sprigiona con deliziosa sfacciataggine e rende il nostro respiro corroborato, salubre, balsamico, appunto. Non importa se hai il raffreddore o non ce l'hai, la Valda si presta a una quantità di giochini che conoscono tutti, tipo quello di succhiarla un pò e poi mettersela al dito come uno smeraldo, come faceva la mia compagna di banco delle elementari, oppure tracannarci un bicchierone d'acqua subito dopo, per provare quella sensazione di vuoto glaciale che si ha dopo un esperimento come questo. Son cose. Ma la vera magia è quando le pastiglie sono finite e sul fondo della scatola rimane tutto quello zuccherino mentoso, e allora, col dito, si compie una circonferenza tutt'intorno e poi, a piccolissimi, impercettibili colpetti, si raccoglie con l'indice, che si succhierà con grande contegno. Certo, ci vuole allenamento. Da farsi al chiuso, però, e senza spettatori, che simili esercizi in pubblico, signora mia, non è mica tanto elegante sa?

17 febbraio, 2010

Mirtilli e carote.

Mi hanno suggerito di curarmi, di smetterla e che non se ne può più. Così, cerco di curarmi, come posso e come so, in un bel pomeriggio del genere, se si ha a portata di mano una finestra e si è nella parte dell'Italia che è la mia, Basso Piemonte, vediamo se c'è tanto da divertirsi. E che ieri sera, prima di ieri notte, era stato così divertente, una specie di capannello virtuale, siam state lì a ciaccolare come serpi su quel gran polpettone di Sanremo, sì, la più trash delle trasmissioni al mondo, ma con i ferri in mano, che ridere, alla fine, un pò su Facebook un pò su Ravelry, è stato bello, i miei figli mi guardavano e scuotevano il capo, al mio Sposo non gliene importava una beneamata ma è stato educato e rispettoso, persino il Liceale si è detto, Massì, Lo Guardo Anche Io e poi dopo un pò, Ma Che Boiata E'. Cosa c'è di meglio di un progetto nuovo e coloratissimo, approntato ieri sera per la serata canora e messo a punto subito dopo pranzo, nella beata ora che va dalle 14 alle 15, quando in casa ronza solo la lavastoviglie e tutti o quasi i presenti sono in altre questioni assorbiti. Mi è venuta voglia di cappellini ad arancia, a carota e a mirtillo, sempre da dedicare a questo progetto. Ho una quantità di lana morbidissima arancio e viola, la mia copertina è già avviata e le scarpine arriveranno presto. Per le carote non c'è problema, devo solo perfezionarmi sulla forma del mirtillo. Sempre di vitamine si tratta. E se devo proprio curarmi, meglio non c'è che maglia e vitamine.

Scivoli.

E' successo di nuovo, succede ogni tanto, anche se quasi non mi ricordavo nemmeno come e quanto, non mi succedeva da un pò, nemmeno ci pensavo più. Che cos'è. Non lo so. Ma fa male. E' come se tutta l'energia, tutta la forza venisse risucchiata, bevuta via con la cannuccia, un buco in un pallone e tu ti sgonfi e vai giù, giù, ancora più giù del letto, più del pavimento, più della cantina, della terra, del mondo. Vai giù, respiri che non respiri, il cuore ti va in pezzi da quanto batte forte, lo senti, tump! tump!, batte contro lo stomaco, nelle spalle e dentro agli occhi. Scivoli e galleggi, galleggi e scivoli in qualcosa che non sai, che roba è questa, è panico o che cosa, ci si sente così quando stai per svenire, quando sali troppo in alto e hai le vertigini, quando senti l'aria nelle orecchie e una specie di vento dentro, lo senti, il vento, e questo buio, quanto buio che c'è, forse con la luce non succederebbe, ma del buio non hai mai avuto paura, mai, ti sei inventata delle storie bellissime per fartelo amico, il buio. Rastrelli le forze che non trovi, racimoli un coraggio che non hai, dài che adesso passa, non chiami nessuno, non fare la mammola, non è niente e poi li spaventeresti per niente, perchè non è niente, lo vedi, ma è un niente che squassa, uno stato che chi non prova non sa, è solo paura, ma di che cosa poi, è solo ansia, ma ansia di che, è solo che non sai nemmeno che cosa raccontarti, di storie adesso non te ne viene nessuna e questa cosa non ti è amica, no, ti sfida, ti scrolla, ti mette alla prova, forse, chissà, e allora rimani lì, spenta e sgonfia, inanimata eppure scossa, agitata eppure immobile, un pallone bucato, respiri il niente e aspetti, aspetti che passi, non è niente, passerà, ancora un attimo e passerà.
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16 febbraio, 2010

Sfioritissime rose.

Tema: le rose. Non sono in realtà il mio fiore preferito, l'ur-fiore, per intenderci. A me piacciono gli anemoni, i tulipani e le margherite. Le dalie, anche, con quei loro petali assurdi a punta e nessun profumo. Ma sono fiori fuori moda, nessun giardino ha più le dalie, nemmeno il mio, anche se ci ho provato, ma poi i bulbi sono diventati un gioco saporito per un allora cucciolo di labrador quel che ora è diventata la Signora del Divano. Pur non impazzendoci, le compro. Sempre. I mie pusher di rose sono essenzialmente due, Said e l'Esselunga. Ultimamente mi sa che Said si è lasciato spaventare dal freddo e dalla neve e ne ho perso le tracce. Resta l'Esselunga, ed è una meraviglia osservare che grazia dona al mio carrello stracolmo di ognibendiddio, un mazzo di rose colorate, poggiato lì, con studiata noncuranza. Stamattina le guardavo fisse, a colazione, giusto per non sbattere la testa contro il muro a guardare di fuori, che davvero se uno è un tantino triste gli viene da buttarsi dal balcone, che è tutta la gamma dei grigi, dal perla al topo, persino la mia faccia, che ho visto di sfuggita riflessa sul forno, più perla che topo, almeno quello. Guardavo le rose cercando di convincermi che sarà una bella giornata luminosa, che le cose da fare sono tante e alcune anche piacevoli, gradevolissime nella loro totale inutilità, o frivolezza o cosa diavolo. Oggi non si ha nemmeno il sentimento di inventarsi qualcosa, la gita dei gomitoli è stata rimandata causa maltempo, i fanciulli in età scolare sono a casa per il carnevale e quest'ultima parola basta già a mettermi una tristezza infinita. Restano le rose. Sfioritissime ma ancora bellissime, di un fucsia acceso che abbaglia e che stride col grigio che c'è, sistemate in uno strano vaso dalla forma assurda, le rose sono lì, sul tavolo di cucina, e pilotano i tuoi pensieri dove vogliono loro, cercando di colorarli un pò, sforzandosi di profumarli anche, impresa difficilissima, dato che nemmeno loro in fondo lo sono. Così, inizia una mattina qualunque, che di voglia nessuna e di sentimento nemmeno, che avresti voglia di andare a correre e di scrollarti un pò, e che la vera meraviglia di quest'oggi sarà stirare, forse, parola che rientra anch'essa nell'elenco di quelle che ti fanno tristezza, cercherò di tenermi vicino una rosa colorata, magari funziona, e comunque, be quiet, io il balcone nemmeno ce l'ho.

14 febbraio, 2010

Dimanche, la neige.

Le colazioni della domenica, lassù, nella casa in collina, si fanno un pò quando capita. A multipli di due, sovente, dacchè solo lo Sposo Illustrissimo si sveglia all' alba, e appronta con grazia ingegneristica il desco, lento, tranquillo, senza nessuna fretta. E senza fretta la giornata sarà, se guardi fuori ti vien da dire Ma Dove Vuoi Andare, con questi fiocconi, certo, non si fermerà, ma è tanto bello starla a guardare da qui, facendo colazione in comode rate, ad inventare un nuovo modello di scarpina per la consegna che è ormai prossima, e a capire bene come farlo quel minuscolo fiocco, che coi fiocchi di fuori e i fiocchi di dentro, proprio non ci si capisce. I figlioli dormienti, un'amica della Princi, ospite al pernottamento, ha confermato la sua presenza anche al pranzo domenicale, qualche libro da leggere, un bel niente da fare. Che nevichi pure, ne metta giù tre metri e non se ne parli più, che noi qui, nella casa in collina, c'abbiamo da fare. Coi fiocchi, anche noi.

12 febbraio, 2010

Nè di Venere...

Coraggio, coraggio, nessuna faccia triste, oggi, nessun muso lungo, nessun sbadiglio, nessun strascicamento in cucina grattandosi in testa e strizzando gli occhi, inalberando un cartello immaginario, certo, ma che tutti possono facilmente comprendere Non Ce La Posso Fare. Niente, niente, nientissimo di tutto ciò. Vero è ben che le settimane scivolano via con troppa rapidità, vero è ben che certamente il tempo non aiuta, anzi, le smorfie e i bleah! sono amplificati al solo guardare di fuori, ma insomma, coraggio. L'ombrello lasciamolo a casa che fa tristezza, basterà un cappelluccio self made che ci obnubila la chioma tutta, il piumino che si bagni pure, le scarpe inglesi sono fatte apposta per centrare in pieno le pozzanghere, che vogliamo di più. Si fa un giro discreto, l'Amica Finlandese ci attende per un caffè al volo, la spesa del week end, verdura e verdura che in casa qui tutti han deciso di mettersi a dieta, così, per fare qualcosa, per buttare giù i tre chili di tortillas e paella e junk food peccaminoso e natalizio. Ben perciò, si programma un fine settimana frizzantissimo, e non si farà nulla, anzi, il nulla del nulla, che certamente non si parte e ancor più certamente non si sposa, che in grazia del Signore abbiamo già dato, ed eccome se abbiamo. E poi, pioverà e pioverà, ma checceneimportannoi, week end bagnato, week fortunato, ussignur, m'è presa secca coi proverbi, cosa mai significherà?

11 febbraio, 2010

Per te.

A giocare con le parole come faccio di solito, questa volta non mi riesce mica tanto. O meglio, no, è sbagliato, non mi riusciva ieri, quando sono venuta ad abbracciarti e mi hai aperto la porta e detto Ma Tu Sei Matta. Sì, la sono, un pò, ma ti ho sentito così disperata che alla fine non è stato proprio niente per me. Ho parlato di tutt'altro, infatti, fatto un pò la scema, mi riesce naturale qualche volta, c'è chi dice che scema la sono sul serio, e come dar loro torto, alla fine. Ho girato intorno, sotto e di lato, guardando fisso i tuoi occhi persi e disperati, smarriti in un'ansia che non ci provi nemmeno a nascondere, Sembra Che Non Succeda A Me, mi dici guardando il vuoto e io che ho la mia mano nell'incavo del tuo gomito, seduti al tavolo della tua cucina, mi hai preparato una tisana mentre ancora ero in autostrada e ti ho detto Sono Lì Tra Un Pò. Ti tengo così perchè sei la mia Amica di Sempre, ti conosco da trent'anni e forse di più, ed è una vita a pensarci bene, forse di più. Io posso comprendere e sapere, quel tuo pianto leggero e delicato, sei bella anche così, un pò pallida e scarmigliata, con l'Amore della Tua Vita che ti guarda di là dal tavolo e mi fa sentire così di troppo. Anzi no. Io appartengo a questo posto, e questo è il posto mio, ed è qui che devo stare adesso, vicina a te, a dirti Aspetta a Preoccuparti, e voler fermare quella testa che scuoti e scuoti, a sorridere a tua figlia che è te all'età sua, la stessa che ci ha viste così vicine a festeggiare insieme i compleanni, il mio un pò dopo, il tuo un pò prima. Ti tengo così e vorrei dirti tante cose che non so, darti tante cose che non ho. E frugo e frugo, e non trovo nulla per te, nulla se non un bene soffice su cui puoi stenderti, nulla se non un abbraccio lungo e immobile, nulla se non un messaggio stupido questa mattina, che ti ho pensata tanto e che ti ho lasciato la mia sciarpa ieri perchè così, anche da lontano, sono lì vicina a te.

10 febbraio, 2010

Affittasi.

Nonostante i mille appostamenti dei giorni scorsi, nessuno si è visto volare nelle vicinanze di questo nido, apparso in cinque e tre otto nell'acero del pratino. Non si può dire che sia della famiglia Pettirossi che abita da tempo immemore la zona, e che si nutre dei popcorn, delle briciole e delle Macine sbriciolate la mattina presto. Troppo piccino per le gazze, ho ragione di credere che sia disabitato, i pettirossi passano, svolazzano, spiluccano e se ne vanno, senza degnarlo di uno sguardo, senza nemmeno fermarsi per prendere le misure delle tende, che ne so, o anche solo per vedere quanto è grande. Ufficialmente direi che il nido è sfitto. Sfitto come la mia testa di questa mattina, inconclusa e inconcludente, irrisolta e irrisolvente, ciondolante, cincischiante come i pettirossi, e che gliene frega, a loro, alla fine. L'inverno sarà ancora così lungo, la neve tornerà, i figlioli malaticci, appena appena, svogliatissimi, spassosi la sera e catatonici al mattino. La scrivente, in the frattime, s'arrabatta. Litiga con le fodere dei divani, mette il suo stupido cuore convulso su progetti ciclopici, su scarpe svergognate, sulla Pasqua al mare, pensa e pensa e a pensare troppo le bruciano gli occhi e quel che vorrebbe di più al mondo sarebbe una bicicletta col cestino e una strada in discesa, da scendere velocissima, staccata dai pedali, e raccogliere ciliegie nel sole di maggio, le maniche corte, gli occhiali da sole. I suoi pensieri dorati e virtuali si intrecciano con quelli reali e gelati, s'arrabatta sì, e cuoce un pane per il pranzo, fa le cose di tutti i giorni, lavalava e stirastira, ricompatta i pensieri e si dà una smossa, un caffè forte aiuterà, magari, sorseggiandolo piano, soffiandoci un pò, con lo sguardo fuori la finestra, portinaia insolente, pettegola e curiosa, di questo nido sfitto. E forse le scarpe da viale, pulirò la bici, mi manca il cestino. Già, e le ciliegie?

09 febbraio, 2010

Il diavolo e l'acqua santa.

E' così che sono. Così che sembro. Ma forse a pensarci bene, la sono proprio. Scrivo e scrivo, così come mi viene, come mi va, di quel che mi va. Di niente, perlopiù, di me, quasi sempre, di quel che sento e che vorrei tirare fuori, scrivere sulla lavagna, farci un cartello, non per il gusto che si sappia. Per non impazzire, credo. E' una bella terapia. Me la sono inventata, direi che funziona, la brevetterò e ci farò soldi a palate. Scrivo che non so, scrivo perchè mi piace, è la sola cosa che so fare, la sola cosa che mi piace, quasi come leggere, ma a leggere subisci e qui inventi, inventi cose e situazioni, e pensi poco, in realtà, non sono fatta per pensare tanto, la mia mente non ce la fa, mi nasce vanesia, la ragazza, perciò non conta, non ragiona e le equazioni di primo grado manco sa che cosa sono o forse sì, un vago, vaghissimo ricordo, zuccona, zuccona che non sei altro, te le hanno spiegate in mille, così come il minimo comune multiplo, ma che diamine, perchè deve essere minimo e perchè comune, alla fine. Così, la ragazza mi scrive, mi si impegna, anche, mi ha tirato fuori una creaturina così, e scrive di ogni cosa che le passi per il cervello, sia frivolo o da piangerci ore, scrive di lana, di farine, di bosco e di riviere, di mare e di figlioli, di cose e di cose, si mette lì, e senza un motivo, in cinque secondi voilà, lo fa perchè ci piace, perchè è la sola strada che sa per non sprofondare, scivola e gioca con le parole, le virgole, le maiuscole, tira fuori da un cilindro dei verbi impossibili e si calma, scrivendo, si esalta, scrivendo, si coccola, scrivendo, e forse tra un pò tirerà fuori un coniglio e una bacchetta magica, sono tutto e il contrario di tutto, sono il mare e la spiaggia, la luna a mezzogiorno, sono il gioco e la candela, signori, da questa parte, son diavolo e acqua santa, è così che funziono.

Vanesio Day.

Un regalo improvviso di quelli che non aspetti, non è mica il mio compleanno e non è neppure Natale. Un regalo, così, non deve essere prezioso, scatolino piccolo o monogramma, si comincia così a chiedere Cosa Mi Hai Regalato? Dai Che Indovino. Nulla di questo. Mi faccio un regalo da sola, trovo la carta e me lo avvolgo, nastrino e fiocco, sono bravissima a fare i pacchetti, ho una scorta di nastrini e fiocchetti di precedenti regali e riciclo, riciclo da matti, i pacchi li faccio da me, grazie, mai regalato un libro avvolto nella busta di Feltrinelli, per esempio. Oggi mi faccio un regalo, non so bene cosa ma me lo farò, diciamo che me lo sono meritato e anche se non è vero, che importa, mica nessuno viene a controllare. Un regalo qualunque, foss'anche un bel pensiero, un bel momento di calma, una tenerezza, una frivolitudine improvvisa, voilà. Si ha voglia di leggerezza, di stupidaggini assolute, di effimero, di chiacchiere in un bar del Corso, l'Amica delle Perle è dea incontrastata in questo, si aspetteranno i figlioli che escono da scuola ciondolando un pochino, qualche vetrina nel gelo che c'è, ci sono ancora dei saldi se guardi bene, con pochi euro ti porti a casa un maglioncino, un vestitino, ci si proveranno i rossetti sul dorso della mano, ci si spruzzerà di profumi nuovi che non ti appartengono, così, per vedere di nascosto l'effetto che fa. Si usano questi espedienti per contrastare la giornata che c'è fuori, perchè ieri ci si è fatti un culo quadrato, in grazia di Dio, e oggi invece si rallenta un pochino, non importa come e dove, a domani ci si penserà, e in nome della carica che ricopro, Addetta Cazzate, signori miei, istituisco qui ed ora una bella festività, oggi nove febbraio VanesioDay, la mente sgombra, un bel respiro, cose leggere e di poca importanza, un regalo da niente, purchessia.

07 febbraio, 2010

Lenta domenica.

Si fa così, la domenica. Si mette sù qualcosa, in forno e sui ferri, si fanno dei progetti senza grandi pretese, una coperta liscia dove scriverci un nome, color della neve, azzurrino ghiaccio, un bel colore, mi piace, ed è così morbido che si vede da qui. Si lascia che un pò tutti qui dentro facciano quel che gli garba, si scrive e si legge, si legge e si scrive, e non sai se leggi per scrivere o scrivi per leggere, è un bel mistero in una mattina così, che c'è il sole di fuori e non hai voglia del fuori col sole, ma lo guardi da dentro, lo annusi così un pò da distante, come qualcosa cui non hai diritto, non ancora, non ti ci puoi affezionare, tanto, martedì nevicherà di nuovo e allora, cosa sprechi energie a fare. Lo guardi dal vetro, ne avverti il calore, ne indovini il profumo, ma che scema, il sole non sa di niente, e sì, invece, sa di tutti i profumi che gli vuoi dare, quelli che vuoi, non è come il vento, che quello il profumo ce l'ha per forza, il sole no, e se non ce l'ha allora diamogliene uno, il sole di oggi sa...sa...Sa di freddo, ecco, sa di bianco, sa del pollo che c'è nel forno a scaldare un pochino, sa di bagnato, di neve sciolta, di erba fradicia. La lenta domenica oggi si svolge così, nel nulla di una casa in collina dove c'è chi legge e chi scrive e chi si scervella a inseguire pensieri sconclusionati, a pestare sui tasti per non farli andate via, li sparge come il sale sulle strade un pò qui, un pò là, e un pò rimarranno impigliati in una copertina morbida, che il Magic Loop ormai non ha più alcun segreto, e che si guarda il sole da dentro, che a guardarlo da fuori ci vuole una sciarpa e del coraggio e sciarpe, quante ne vuoi, ma di coraggio, bambina, mi sa che non ce n'è.

05 febbraio, 2010

Un pò di niente.

Si è dormito male, agitati, inseguiti, chi lo sa. E' una strana mattina, una polvere di neve che viene giù, a tratti, e a tratti fiocconi come francobolli. E' bello guardare la neve dalla finestra, più della pioggia, forse, perchè della pioggia ami il rumore, della neve il colore, il silenzio, il niente che fa, non te ne accorgi, non è che puoi dire Senti? Nevica, così come non puoi dire, Guarda, Piove, perchè a volte piove anche se non vedi ed è sempre una specie di sorpresa, Toh, Piove! e non me ne ero nemmeno accorta. Così. La mattina si svolgerà in modo ancora tutto da inventare, a progetto, random, a casa, a muzzo, così come viene, alla viva Gesù. Ho solo voglia di cose belle, di tranquillità, di cose semplici, da tutti i giorni, nessuna scossa, nessun niente. Ci si godono questi minuti deliziosi, un pò prima della 9, prima che tutto inizi a rotolare, volteggiare, frullare e suonare. Ci si ferma a leggere i quotidiani, a guardare cose, tante, e stamattina, nella gara delle cose da guardare, vince sette a zero la finestra coi suoi fiocchi, il pino altissimo che si vede da qui, i rami secchi e il loro bianco restyling di ghiaccio. A volte, il niente è lo spettacolo piu' straordinario, il cielo di seppia una cartolina, il rumore della neve una musica soave, che ognuno ascolta come vuole, cui ognuno dà la sua forma e il suo ritmo, ancora cinque minuti e l'incanto svanirà.
Tumblr.la douleur exquise.

04 febbraio, 2010

Come si dice.

Come si dice quando sei così. E che stai benissimo e malissimo, insieme. E che ti senti leggerissima e pesante. Felice e angosciata. Ieri, Ospedale Infantile Regina Margherita, Torino. Una tappa di quel progetto, quel Cuore di Maglia che sembrava niente e che invece adesso. Quel Cuore di Maglia che sì, era un progetto ambizioso, ma ci siam dette, chissà, in fondo è un'idea, e ci sembra anche buona, quel che sarà lo vedremo poi, se sarà. Sarà. E' stato, infatti. E'. E' un posto strano, così colorato, coi palloncini dipinti sulle porte, e le infermiere sorridenti, rumori pochissimi, e bambini, bambini, bambini. Tanti. Con famiglia e senza, col pigiama e senza, e non perchè se lo sono dimenticato, con lo sguardo attento e perso, vigile e lontano, piccolissimi e già grandini, 4 mesi, 8 mesi, che ci fai ancora qui. Ho provato una sensazione che pensavo di aver dimenticato, una sorta di timidezza, di timore, ho mestiere di parlare e presentare e illustrare, lo faccio da sempre, ma quando mi hanno detto, racconti un pò di questo Cuore, ho balbettato come all'esame di economia, come si fa a parlare ad un papà che tiene in mano un fagotto che non gli occupa neppure l'avambraccio per intero, e che ha appena scelto per lui il cappellino ad anguria che gli sta larghissimo. Come si fa a dire, facciamo questo e facciamo quello. e usiamo questa lana qui e siamo tante e l'idea ci è venuta così, e che e che. Come si fa a dire come ti senti. Come si dice quando esci di lì e ti senti in equilibrio, pesante e leggerissima, angosciata e felice, con tanti progetti che fai fatica a metterli in fila, triste, forse, ma gasata, ecco, soddisfatta di te, col magone, certo, ma contenta, non so dire, ecco, io come si dice non lo so.

02 febbraio, 2010

La Zerda.


Nome comune di cosa, femminile, singolare, astratto, forma dialettale del Basso Monferrato per definire un freddo polare, potente, di quello che ti ghiaccia il naso, ti fa lacrimare gli occhi, ti fa andare in giro tutta tesa, le mani sprofondate nelle tasche, essì che c'hai pure i guanti, ma da quei guantini bucherellati entra l'aria, non è proprio che riparino tanto eppure sono così belli nella loro inutilità assoluta, che sporgono dal piumino con le maniche a tre quarti, inutilissimo esso pure, come ha detto ieri la mia Amica delle Lampadine, ma come, un piumino a maniche corte? questo me l'ero proprio perso, mentre aspettavamo le Screanzate Figliole trasformando l'abitacolo della mia automobilina in un salotto, che ci mancava solo il thè e i Krumiri, per forza, e magari un lavoro a maglia e potevamo stare lì a raccontarcela e raccontarcela, finchè non abbiamo visto sfrecciare nella piazza la nostra Amica Castellana, sposa al nostro Amico dei Mattoni e c'abbiamo così telefonato e c'abbiamo detto, Ma Allora, Fai Il Giro della Piazza e Vieni Qui, ma Lei invece, snobbissima, c'ha detto E No Che Non Posso Che Devo Andare Che C'ho La Spesa, e allora va bene, abbiamo fatto una smorfia e c'abbiamo detto Come Vuoi, che tanto noi si sta qui ancora cinque minuti e raccattiamo le Pupe che tanto Pupe non sono poi mica tanto, e che escono da scuola con tutta la calma del mondo e col cappotto slacciato e la pancia scoperta, ma come, non lo sentite che freddo che fa, Ma Non e' Freddo, Mamma, Questa è Zerda.
Già.
Tumblr.la douleur exquise.

01 febbraio, 2010

Segnata assente.

Ma assente de che. E da dove. Dal mondo, dalle cose, forse assente anche da me. Nulla di grave, nulla di esagerato, solo un ronzio persistente, un giramento, un capogiro, uno? centomila! da non reggersi proprio in piedi, quelle cose che ti fan sentire costantemente in giostra, nella calcinculo, ad esser così precisi. Così, mi son curata. Appurato che non avevo quasi niente, mi son curata da me, e ho deciso di prenderla bassa, almeno questa mattina, che a fare la malata non ci riesco mica tanto, mi scappa la pazienza, devo star stesa? e va bene, ci sto, ma per massimo un'ora, e poi m'organizzo e faccio cose. Il Supradyn è un prezioso alleato in casi come questo, lo hanno detto illustri scienziati. Solo, non sciolto classicamente, esso va spezzettato, sminuzzato, polverizzato con una carta di credito e sniffato dallo specchio, quello piccolo, quadrato con la plastica dietro, che si attacca col cordino. Ma che scema sei, già, che scema sono. Mi riprendo cucinando e cucinando, stasera un menù di tuttissimo rispetto, dacchè in colpa mi sento per aver perso la mattinata a far la malaticcia. Dunque stasera copio una ricetta di mini cake da questo librino comprato a Parì, una torta salata, forse un cous cous per qualcosa di esotico. Il Supradyn mi rende creativa, efficiente, presente a me stessa, organizzata e scattante. Ohi ohi, la mia testa, però. Mi sa che devo aumentare la dose. O cambiare pusher.