29 giugno, 2010

Casa.

Ci sono tanti di quei luoghi dove ci i può sentire a casa. Perchè non è mica una costruzione, che ti ci fa sentire. Non è un indirizzo o un posto, o un tetto. E' una serie di cose, di sensazioni, di vicende che ti fanno dire, con un sorriso appena appena, ecco, sì, sono a casa. Questo è da sempre un posto che cura, non importa da cosa. E attraversando il mare sai già cosa ci troverai, ed è un piacere scoprire le cose che ti aspettavi, sei sorpresa di trovare le cose che conosci, sempre le stesse, uniche e tue. Pensieri complicati a formularsi. Così, trovi fiorita la siepe della miseria viola, in un trionfo di fiorellini rosa, mi avete aspettato, state fioriti così poco. E il prato perfetto, le ortensie piantate solo l'anno scorso e gli oleandri, anche. Tutto è così ogni volta, a ogni ritorno, il comitato di accoglienza a cura dell'Amica del 12, crostata tiepida di forno, sguardi come a dire, Che Faccia C'hai, e sorrisi come a dire, Tempo Una Settimana Sarai un Fiore. Così, me la voglio stampare bene in mente questa faccia qui, questi occhi pestati e questo pallore da città, e questo sguardo che non mi piace nemmeno un pò. Solo a guardare lo sventolio indolente della tenda di questa stanza, questo suo gonfiarsi e gonfiarsi, questo andare e tornare da dentro a fuori, questa leggerezza e questa armonia, questo silenzio e questo profumo di secco e di mare, un pò in pace mi sento già. Una settimana. Forse, anche meno. 

28 giugno, 2010

Gomitoli e sabbia.

Più gomitoli che vestiti. Più schemi che creme solari. Qualcosa i inventerò. Inizia da qui il mio personalissimo percorso per dimenticarmi di quest'ultima settimana, piena zeppa di cose sgradevoli, a dirla elegante. Ho cacciato in valigia cose che non so, che magari non metterò nemmeno e che torneranno a casa intonse e stropicciate così come sono ora. La cura ce l'ho messa nella cura. Nel senso che ho preparato con attenzione chirurgica e inusuale un bagaglio di gomitoli e schemi, solo suoi, ad ogni schema un colore diverso, farò un Mormor verde smeraldo, un altro Azzu di un viola pervinca, finirò finalmente quel diavolo di un Forest che ho disfatto troppe volte. Inizio da qui. Il viaggio verso l'Isola non è una cosa semplice, non è che puoi dire, mannò, oggi non me la sento, andrò domani, dopodomani, fra una settimana. Non è che si prenda la macchina o il treno e ci si rechi, c'è bisogno di un minimo di organizzazione, si prenota con largo anticipo, e se non si va, ciao ciao bambina, non è detto che tu riesca a trovare un altro viaggio per andarci. E' il solo motivo per cui vado. No, non è vero, ce ne sono almeno altri cento, nessuno però che riesca a pensare ora, o pochissimi, forse tre. Nel frattempo, i mie bagagli alla rinfusa, i miei cotoni preziosi, sono lì, nel corridoio, a dirmi che qualcosa sta cambiando nello stagno limaccioso, e che miracolosamente l'acqua diventa da verde putrido a blu scuro, e da blu scuro a turchese, e da turchese a trasparente, e che avrò camicie stropicciate e valigia disordinate e senza senso, ma almeno, una strada c'è, un sentiero fra le dune, fra  piante grasse e aglio selvatico, e quei fiorini tondi di cui non so mai il nome e che raccolgo quasi ogni giorno tornando a casa, una strada bianca che porta al meglio, alla pace, al sereno, finalmente, gomitoli e sabbia, speriamo funzioni.

26 giugno, 2010

Niente.

Lo sai che cos'è il niente? E' il nulla, il forse, il chissà, il chissàcome. Il niente è una follia, ti prende quando non sai, quando non vuoi, e hai forza sì, e hai carattere, sì, ma quanto vorresti non avere nulla e stare lì, a farti passare addosso le cose, i giorni, i guai, le questioni di tutti, perchè i pensieri e le angosce ce li hanno tutti come te, scema, pensavi forse di avere il privilegio di non aver pensieri mai? E' un'estate che non và giù, che  gira e gira nel lavandino come l'acqua dei piatti, e fa rumore, troppo o sta in silenzio, troppo, e non sai come fare a dire è estate, non ne hai voglia nemmeno di lei, nemmeno del vento, nemmeno del mare, che stavolta non mi guarirà come ogni volta, stavolta non sarà come le altre volte, con le valigie da fare sorridendo, con i sandali e i parei a fiori, mi viene il vomito al pensiero eppure vado eppure provo eppure sì, cosa ci farei qui invece, a stare in ginocchio in qualche angolo, a buttare all'aria tutti i programmi e tutte le partenze e i ritorni e il chiasso e l'allegria, e tutti i progetti, non se ne fa nulla di nulla. Stavolta non mi medicherò l'anima con l'acqua salata e le chiacchiere e la sabbia, non mi riempirò gli occhi di quel mare che amo tanto, ho da curare il mio cuore e i miei pensieri, la mia vita e quella di chi con me la vive, la mia vita che non è soltanto mia, giostra o precipizio, in equilibrio, a scivolarci sopra o ad inciamparci, a correre e farsi mettere con le spalle al muro, ti ho fregato, questa volta. Niente, perciò, niente che mi attiri o mi respinga, sposto solo le mie questioni per vedere se da laggiù si vedono meglio o peggio, o non si vedono affatto, qualcuno diceva che i problemi diventano leggeri se visti da un'altra prospettiva, ma io non ne ho voglia e un pò mi dispiace, non ne ho voglia e un pò mi vergogno, così, sto in ginocchio sui sassi che sbucciano, muta e spettinata, il cuore gonfio, la testa confusa e nell'anima, niente.

24 giugno, 2010

La raccolta del ribes.

Durata dell'operazione, cinque minuti scarsi. Di ribes, certo non se ne può fare una scorpacciata. Non è che ce ne siano così tanti, nella siepe in fondo al pratino. E poi, hanno un gusto così aspro, quello che ti fa fare le smorfie, e un pò ti piace, certo, ma qualche acino, non di più, non come le ciliegie. Eppure, hanno un aspetto così prezioso, così regale, così da pietra rara, vine voglia di farsi una corona  Cosa ci farò con voi, grappolini di biglie trasparenti, rubini farlocchi dell'Orto Inesistente. Che arie vi ate, a venir sù in mezzo alle ortiche, siete al di là del cancello e da questa stradina non passa mai nessuno, nessuno che vi rubi, nemmeno i conigli o i leprotti o i ricci,  e tutti gli strani animali che abitano la collina. Aspri e bellissimi, seducenti e quasi inutili, non ne ho abbastanza per farci la marmellata, e poi è troppo uno sbattimento, per così pochi stupidissimi acini rossi. Sembra un piccolo tesoro, però, un segno nel cielo, una lama di luce nel buio di questi giorni, nessuna sindrome e nessuna ansia sciocca, ma pensieri pesanti che forse a guardarli dopo giorni diventeranno più leggeri e scoloriti, ma che adesso invece no, e allora mi concentro, per cinque minuti, nella vendemmia del mio sciocco ribes che non piace a nessuno, non ci farò nulla, lo metterò crudo sulla panna cotta, anche se tutti lo metteranno di lato e nessuno lo mangerà. O magari una corona, rubini farlocchi e foglioline appuntite, regina del nulla e dei pensieri pesanti, regina del prato e dell'erba bagnata, Regina del Ribes.

23 giugno, 2010

Cielo nero.

Cielo nero, e Nuvola lo sa. Ma sa che cosa. A guardarlo fa paura, nessuna stella o luce o costellazione, nemmeno la luna, che c'è, ma è velata e non sorride, si è vestita di stracci e non ha luce, non ha riflessi, non ha nulla. Cielo nero, e Nuvola lo sa che il vento soffierà, per lei. Il vento arriverà, lo so, e spazzerà ogni cosa, porterà via questo sentire, che niente sembra calmare, io lo so che passerà, già ma quando e come e fino a quando si avranno sogni di burrasche e giostre e barche affondate, e fino a quando si apriranno li occhi e si guarderà il soffitto invece che gli alberi di fuori, il soffitto se lo guardi ti si schiaccia contro e si fa pesante e fa pesante te contro il materasso, e ti spinge giù, fin sul pavimento e dal pavimento alla cantina e dalla cantina a dentro la collina, che guardi il soffitto che si allontana e allontana, ma hai terra dappertutto e la mastichi  e la sputi ma la terra fa così. Cielo Nero, senza sonno e senza senso, pensieri e pensieri e storie intrecciate e il mondo che sembra rallentare e accelerare in un secondo e distruggersi e ricrearsi, gonfiarsi e sgonfiarsi. E dove, dove troverò la forza mai, di scrostare tutto questo, di togliere la ruggine, la cenere dal camino, il caramello del pentolino bruciacchiato, nessuna luce e nessuna stella e nessun vento riuscirà, nessun vento spazzerà, nessun vento riuscirà mai.

21 giugno, 2010

Cold June.

Che giorno è esattamente. Solstizio, equinozio o cosa diavolo. E' un giugno con la felpa, il golfino, come, non doveva essere Giugno La Falce in Pugno, è una filastrocca che non so più, o forse è una delle massime di mia nonna, me le ricordo tutte e questa no, ce n'era una per ogni mese. Son giorni che girano e girano, confusi, un pò vacanza e un pò lavoro, non so se giro io o se gira tutto intorno e me e io sto ferma e immobile, una giostra, tipo, e tutto mi sembra cambiare, così velocemente che non ho nemmeno il tempo di stringere la cintura del seggiolino e guardare sorridendo chi sta giù, chi non ha il biglietto, chi non gli piace andare in giostra e chi a girare così forte gli vien da vomitare. 

18 giugno, 2010

Salta giù.


Dài, fai un salto. Non è una roba complicata, devi solo chiudere gli occhi, fare un passo e giù, ti butti e via. Salta, nel vuoto, sentirai che il buco allo stomaco che senti ora sarà ancora più grande, si sentirà di più. Niente trucco e niente inganno, non le funi, non le corde, nessuno che ti tenga, via, non fare quella faccia, sarà un attimo, vedrai. Saltando, potrai vedere le nuvole al contrario, i prati sulla testa, la cascata che va all'indietro, non è mica roba da tutti i giorni. Ma chi l'ha detto che mi piacerà. Chi vi ha detto che sono così coraggiosa. Chi vi assicura che sarà così bello. Dove sta scritto poi, che lo devo proprio fare. Io non sono mica per queste cose qua, io sono una stupida creatura di campagna, persino un pò imbranata, non son tagliata per il rischio, i voli, le cose. Io sono un elemento semplice, il mio libretto di istruzioni ha solo una pagina, sembro solo complicata ma non la sono affatto, sembro sono spavalda, ma sotto sotto sono un coniglio, quelli che scappano appena si muove un filo d'erba, quelli che stanno immobili se sentono un rumore da nulla e si fanno pesanti e invisibili e credono di esserlo e invece li vedi lì, accanto al tronco, credono di essersi mimetizzati e invece no, i vedono tutti e se passa il cacciatore sparerà su quel codino bianco a ciuffo e addio coniglio scemo e i conigli scemi non si fanno uscire nella brughiera col cacciatore nei paraggi, i conigli scemi devono stare ben chiusi nella tana, è lì il loro posto, non ce n'è un altro dove possano andare e si credono così furbi e sfrontati, e hanno quella faccia un pò così e quel naso che muovono e muovono come a dire Io La So Lunghissima, e invece no, i conigli non sanno niente, nulla del mondo, nulla della vita e della brughiera, e far loro del male non c'è soddisfazione, men che meno farli saltare nel vuoto.

17 giugno, 2010

Nessuno oltre me.

Si guarda fuori, le gocce, l'erba e quei fiorini bianchi che mi ha regalato Biancaneve, un vaso per tutte, che bel pensiero. Si guarda fuori, il tutto e il niente, prova tu a concentrarti su una goccia sola, su un filo d'erba, è tutto mischiato, lì fuori, la prospettiva cambia se guardi da eretta o da stesa, in ogni caso non ce la fai. Piove sommesso, piove a chiedere scusa, è giugno eppure piove, dovrebbe essere una fiera di sole e di grano e di papaveri e caldo e pic nic e biciclette e prati, persino il fiume, mi piacerebbe andare a un fiume qualunque, mica a farci il bagno, a camminarci dentro, l'acqua è così gelata che non sai, eppure è bello, i sassi grigi, non la spiaggia, mica come al mare. Nessuno ancora in giro per casa, fra poco porte che si aprono e scalpiccii, adesso no, nessuno a guardare me che guardo fuori, che piove vero e piove falso, piove sugli spruzzi dell'irrigazione del pratino, stolta che sei stata a non spegnere per tempo, quello si attiva alle 8,28 ogni mattina, e il prato è già fradicio di suo, piove da un bel pò, non era necessario. Così come non è necessario questo tuo stare di ora, attraverso i vetri le goccioline sono brillanti, brillanti falsi a manciate sulla finestra della cucina, brillanti da mercato, da uovodipasqua. Sembra e non è, finto e vero, vero e falso, viene dal cielo o dal rubinetto, sarà bene o sarà male, scegli una carta, ti porterà fortuna, pioverà o smetterà, è autentico o è un tarocco, fatti un sorriso nello specchio del bagno, ne hai bisogno davvero, nessuno oltre te, te che non sai che il fiume coi sassi no che non è il mare.

16 giugno, 2010

Sciallàte.

Non si parla d'altro, ultimamente. Di sicuro, buona parte della colpa è sua. E' Lei la fedifraga, Lei che inventa schemi di scialli sempre diversi, Lei che li porta con una disinvolture e un'eleganza da passerella, Lei, che li crea. E noi, che forse non aspettavamo altro, che al Camp ci siamo innamorate un pò tutte dell'Azzu e del Forest della Manu, del Mormor e di tutti quei nomi bellissimi che hanno gli schemi degli scialli che si trovano sul web. E poco importa se qualcuno è davvero complicato, noi ci mettiamo del nostro, applicandovi le nostre personalissime modifiche, per renderlo unico, dice Emma, per nascondere un buco che non doveva essere lì, diciamo noi. Così, c'è presa secca, come dico sempre. Anche qui nel Basso Monferrato, lo scialle mi va, eccome se mi va. Lo fa l'Amica delle Provette, finchè può sui ferri dritti: poi, quando proprio non potrà più, si è già iscritta a una lezione privata di ferri circolari, tenuta dalla Scrivente, lassù, nella casa in collina. Prezzi Modici. Lo fa L'Amica delle Perle,sciallatissima, è proprio il caso di dirlo, in un bordopiscina del Chiantishire, che ci vorrebbe una foto, una che knitta in piscina è troppo da immortalare. Lo fa Afef, nei ritagli di tempo, tra una corsa e un Pilates, Lo fa Biancaneve, con un filato giapponese da perderci la stessa, brilloso e rigoroso, sembra nato per lei. E lo fa la MedesimaStessa, due per volta, come già dissi. Lo scialle incontra, avvolge e sostiene, coccola e accarezza. Sia di seta cangiante che di cotone rustico, sia croccante di lino, che morbidissimo in fibra di latte, lo scialle mi va ad essere uno dei must have dell'estate che viene. Dai colori più classici a quelli più improbabili, pareo di giorno e scialle di notte, differenza non v'è. Non si hanno notizie però dello scialle della Vice. Secondo me, trama qualcosa. Mi aspetto però di girare l'angolo in autostrada e di vedere un viadotto tutto knittato, e di un bel color corallo. La Vice, si sa, non ha mezze misure.

15 giugno, 2010

Impara chi sei.

Non è poi tanto difficile Ci vuole cura e attenzione, e del tempo, anche, non è che si esaurisce tutto in una sola lezione, ne devi fare di corsi, bambina, e studiare e studiare, per impararlo bene. Ti bocceranno pure, qualche volta, se non avrai dei dubbi, e nessuno mai ti rispiegherà la lezione, Dimmi Dove Non Hai Capito. non funziona così, mi duole comunicarlo. Impara e impara, a nascondere, dire e non dire, fare e non fare, non coinvolgersi, mai affrettarsi, mai preoccuparsi, le cose piovono dal cielo così come i fiocchi di neve, piccole astuzie, l'impermeabile per le mezze stagioni, sempre una biro e sempre un quaderno, la cucina scura che non si veda lo sporco, la gonna a pieghe, che orrore, impara, trucco leggero, scarpe basse, mai mezzo tacco, mai, mai rossetti perlati, smalti sbeccati, calze smagliate Mai orli scuciti, mai dire Tra Virgolette, mai fare il gesto con le dita, peggio mi sento. Mai parlare con gli sconosciuti, ma chi l'ha detto, poi, è così bello qualche volta. Impara chi sei, e imparalo bene, non ci vogliono vent'anni e forse nemmeno trenta, e chi dice di saperlo bene, chi è tutto un Io, Io, Io, chi ce l'ha sempre più bello e più lucido e l'ha già fatto mille volte prima di te, qualunque cosa sia, chi sa tutto di tutto, beh, impara a non credergli, impara anche questo, imparalo, è meglio.

14 giugno, 2010

La fine.

Intesa come scuola. Finita non ho capito bene quando, dacchè è da giovedì scorso che assisto a festeggiamenti e sdilinquimenti, a figliole rientrate zuppe e con uova spiaccicate sulle chiome, bene,  l'uovo si sa  rendei capelli  lucidi e setosi, meglio di qualunque balsamo, ad avvertimenti del tipo, Vado a Scuola in Costume, sai com'è, poi Noi Si Va in Piscina. Belli sono belli, niente da dire. Invidio un pò questa loro leggerezza, questo soffice essere così come sono, così puri e trasparenti, così semplici nel loro essere maledettamente complicati e di difficile gestione, qualche volta, allegri da contaminare ogni cosa, e ombrosi e cupi da rendere impossibile ogni tentativo di comprendere, di farsi spiegare, anche solo di aprire la porta della loro stanza. La fine della scuola, lassù nella casa in collina, coincide ogni anno con il profumo del caprifoglio che si mischia a quello delle rose, con la sospensione pressochè totale di regole, orari e norme da rispettare, fatto salve quelle della buona creanza, dell'educazione e della decenza. Figli che vanno e vengono, amici e amiche in visita pastorale, a pranzo, cena, mezza pensione, pensione completa, bed & breakfast. E lo stesso fanno i miei in altre case, in altri letti, in altre famiglie. Si tenta di tenere un piccolo registro, anche soltanto mnemonico, ma capita che qualcosa sfugga. E' già successo che il mio Sposo, vedendo scendere dalle scale un giovane sconosciuto ospite del Liceale, lo abbia apostrofato con la famosa frase E Tu Chi Sei? e che il malcapitato abbia esposto balbettando paternità, trisavoli e antenati e forse abbia anche aggiunto Vengo in Pace, il mio Sposo si sa, ha fama da orco presso i compagni di merende del mio zoppicante Figlio quasi diciassettenne. Oppure, che mi prenda un colpo a vedere un letto intonso la mattina, ah già, dormiva da Tizio, me l'ero scordato. Questo è. Nel frattempo qui si espletano piccole cerimonie, la consegna della pagella al Conservatorio, pizze, feste e concerti, ricchi premi e cotillon. Io osservo quieta. E proteggo questi loro giorni di benessere assoluto, di pensieri morbidi e di feste, di zaini abbandonati e di indolente beatitudine. E osservo compiaciuta la  tavola della colazione che ho preparato per loro, una crostata a metà, cereali e nutella, le rose nel bicchiere. E le tazze. Quante? Già. Quante?

11 giugno, 2010

La leggenda del Prezzemolo Rinato.

Sembrava proprio morto. Secchissimo, una sfilza di steli giallognoli, tristissimo nella sua cassetta di terracotta, bella, vecchia, con tutti i ghirigori e le macchie bianche dell'acqua e del tempo, in certi punti un pò scrostata. Era un vaso trovato nella cantina della Sontuosa Casa, due case in collina fa. Ma al prezzemolo non gliene importava granchè di dove fosse stato piantato, e, data l'incuria della sua sua sgangherata padrona, aveva deciso di lasciarsi morire, così, una mattina qualunque di fine maggio. La Sgangherata, in realtà, si era alla fine messa una mano alla coscienza, Ma Come, si disse, Posso essere sempre e solo definirmi la Serial Killer delle erbe aromatiche e delle piante, io son zingara, non barbara, ho parenti slavi e macedoni, furbi contrabbandieri,  non ho Unni o Visigoti nel mio DNA, lo so per certo. 
Così, ci si applicò.
Lo potò con maestria, rasandolo fin quasi alla terra, applicando lo stesso principio dei capelli, se li tagli a zero, ricresceranno più forti. Se ne prese cura, innaffiandolo ogni mattina, in una specie di rito che si era inventata da sola, appena dopo l'uscita dei figlioli verso le patrie scolaresche, e appena prima della sarabanda. Innaffiava con cura, non una goccia e via per fare prima, ci stava un pò, col suo bell'innaffiatoio tutto specchi e pietre preziose.
Due giorni fa, il miracolo. Tra gli spuntoni degli steli ingialliti ecco far capolino un bottoncino verde, smeraldo in mezzo al nulla, due foglioline tenerissime di prezzemolo appenissima nato, è così che si dice.
La Sgangherata ci si appassionò così tanto, che ogni mattina, nel terrazzo sul pratino, controllava con solerzia e apprensione i nuovi progressi. Lui, il Prezzemolo, cresceva e cresceva, si faceva strada nel deserto del vaso di terracotta, che veniva ripulito con chirurgica precisione dalle foglie secche della precedente vita.
E crebbe e crebbe, accanto alle ortensie e alle viole del pensiero, alle rose bianchissime, alla menta, al timo.
Gli fu messo nome Lazzaro.

Non vissero tutti felici e contenti, non per il momento, almeno.  Nella casa in collina si ha a che fare con un volo cinematografico dallo scooter, da varie vicende di fine anno scolastico, da grane e grane, questioni scassamenti vari, malinconie improvvise, magoni e minchiate in francese.
Ma la storia di Lazzaro ha una morale tutta sua.
E la Sgangherata, lo sa. Oh, se lo sa.

10 giugno, 2010

Suona.

Sono giorni di studio e studio, lassù nella casa in collina, l'esame di pianoforte arriva come il profumo dei tigli nel viale che porta in città, passando dalla strada stretta, quella in campagna, che ci si deve fermare per far passare i trattori. E' una fine di scuola incerto, questo qua, vorrei che arrivasse e che non arrivasse mai, non so, è una strana sensazione di vuoto imminente, di vertigine, come un burrone, come in cima a un grattacielo, come non so. Lei suona. Suona veloce e senza incertezze, le note scivolano fuori dalla sua stanza, dalla finestra con le tende leggere che dànno sulle rose, dalla camera colorata e in disordine, pile di libri, bigliettini, fotografie e mucchi di scarpe, ha la stessa mia mania, le scarpe e il disordine, eppure era così ordinata da piccola. Ma piccola non lo è più da un pezzo, lo si capisce da quei suoi bronci, dai magoni, dai silenzi a tavola, dalle litigate feroci coi suoi fratelli, non sta più zitta, ribatte, tiene testa, un caratterino. Lei suona. Suona la sua vita, suona i giorni di questa età così bella e spietata, suona i suoi capelli che vorrebbe un giorno più lunghi e il giorno dopo più corti, suona i suoi pensieri segreti, le cose che non dice, i suoi spartiti serissimi accanto alle stringhe coi teschi, le mollettine coi fiori, la maglia I <3 NY. Suona e suona, Principessa della Rose, suona e raccontami la donna che diventerai, suona e sorridi, per niente al mondo mai vorrei vedere le lacrime che ti scendono giù, silenziose, gli occhi bassi sull'orlo del piatto, sono di un verde disarmante quando piangi, sono lucidi di pioggia preziosa, brillano smarriti e io non so nemmeno che strada dirti di fare, per uscire dal bosco. Suona, bambina, suona per gli altri abitanti di questa casa, che nemmeno respirano quando ti sentono suonare, sono note profumate di bellezza, sono note rotonde e colorate che rotolano sotto i letti, esplodono contro il soffitto, scendono dalle scale, se guardi bene le vedi rimbalzare in cucina, in giardino, sul prato arruffato con l'erba già troppo alta. Suona per noi, suona per me, mamma smarrita come e più di te, mamma confusa e inafferrabile e incapace, suona e suona, Figlia del Cielo, mio cuore disegnato, mia copia più chiara, suona  per me, bambina, sarete tu e la tua musica a indicare a me la strada sicura per uscire dal bosco.

09 giugno, 2010

Mò mi ripiglio.

In effetti a ripigliarmi ci vuole poco. Diciamo che non è stata una mattina divertente, e dichiariamo conclusa e archiviata l'intera faccenda. Ho fatto un giro in ospedale, và, nulla di grave, fine della questione. Solo, il Medico Eccelso mi aveva consigliato, Mi Raccomando, Signora, Adesso Vada a Casa. Sì, le balle, alla faccia della Signora. L'onnipresente Amica delle Perle, al corrente della brutta situazia, mi attendeva trepidante all'ingresso del nosocomio, manco stessi uscendo da Rebibbia, sezione femminile. Colazione con tutti i crismi, persino il croissant al miele, signora mia, lo so che a metà giugno si deve abiurare il carboidrato, ma insomma, a tutto c'è un limite, avevo due occhi laceri e stanchi e una faccia color nespola, potevo forse pensare alla prova bikini? Mi sono ripigliata, e via, disattendendo le istruzioni del Medico Eccelso, ho iniziato a sfrecciare con grazia per le strade cittadine, un pò rimbambita, in verità, ma chi lo fa se no, a ritirare le camicie immacolate del Divino Sposo, un libro per la PrinciCorista, e mentreCisei, raccatta pure il Liceale e i suoi compagni di merende che escono da scuola proprio tra pochissimo. Ah, e la spesa, ovvio. Ed è lì che mi son fatta un regalo, anzi due. Dentifricio menta e gelsomino, arciduchessa, non è una delizia? in realtà non ricordo tanto che sapore abbia, so soltanto che nel mio bagno, viola e lilla e lilla e viola,  sta un amore. Sono una semplice donna, alla fine. Non rompo le scatole, non  mi lagno quasi mai, non sporco, non disturbo, non latro e non ululo, non chiedo, non dò fastidio. E per farmi felice, mi bastano due tubetti di dentifricio del mio colore adorato. Prezzo dell'operazione, circa 4 euro. E sono anche economica. Ma qui, mi sa che il Divino Sposo scuoterà il capo. Un difetto, signora mia, ma me lo volete lasciare?

Non bello.

Non è sempre Natale, Pasqua e feste comandate. Non è sempre tutto bello, profumato, dolce, morbido e carino, e gradevole. Non è che è sempre domenica, ho un regalo per te, una sorpresa, un pacchetto da scartare, un mazzo di fiori, un vassoio di dolci, non è sempre cioccolata o marmellata, non è sempre Gucci e Prada, non è sempre tutto lucido e perfetto e stirato e in ordine e carino e bello da guardare.

Qualche volta ci sono cose da fare che proprio ne faresti a meno, eppure van fatte, eppure si va. 

07 giugno, 2010

Due a due.

Come faceva? Un Anello per domarliUn Anello per trovarliUn Anello per ghermirli e nel buio incatenarli. Ecco, una roba del genere. Solo che noi qui, si fa con gli scialli. Uno scialle per contare, uno scialle per sciallarsi, uno scialle da rincretinire, uno scialle da fare in tutta scioltezza. Uno viola glamour, l'altro nero peccato, uno di cotone e seta, morbidissimo, l'altro ruvidino, appena appena. Un Forest Canopy e una specie di Azzu, dacchè sono stata così attenta, ma così attenta alla lezione di Emma al Camp. Cito testualmente: " Se si vogliono esasperare i vertici si fa così, se si vuole una forma più a punta si fa colà", mica caramelline, sa? Sono una bravissima allieva, ho studiato, ripassato, provato e riprovato. E disfatto, eccome se ho disfatto. Ma l'esperienza insegna che i lavori complicati non si fanno chiacchierando, che non si può proprio uscir fuori sul muretto con le istruzioni appresso, che non si può guardare il Roland Garros durante, che se ti perdi un yarn over sei bell'e fritta. Così, si approntano due bei progetti, uno semplice e uno complicato, uno da chiacchiera e l'altro da concentrazione maxima, uno con ferri di legno di rosa e l'altro con quelli trasparenti, uno con schema e l'altro senza, da fare a muzzo, come  dicono i miei figlioli maschi grandi, belli e dannati. Così, gli scialli si fanno due per volta, uno semplicissimo, uno da sbattere la testa contro il muro. Entrambi, però, grandissimo trend dell'estate che viene, da avvolgercisi con gesto teatrale nelle sere di stelle e venticello, da avere bianco, nero, viola, turchese, verde smeraldo e grigio perla. E da fare due per volta, ovvio. Aspetta, ma...i colori sono 7. Ohi ohi, a questo non avevo pensato.

Morning.

E' una mattina che non decolla, che non inizia, che non va avanti, che non si sa da che parte prendere, cominciare, ok, inizio da qui, si ha solo voglia di fare niente, di sedersi fuori, di guardare le foglie, i fiori, le cose, strappare distratte le foglie secche, girarsi un rametto in mano, come fosse una biro, mordicchiarlo un pò con lo sguardo lontano, come assorta a pensare a chissà cosa, e Dio solo sa che non stai proprio pensando a niente, perchè non c'hai nemmeno il sentimento di pensare a una qualche cosa, qualunque, purchessia.

E' una mattina di quelle ferme e lente e assorte, di quelle che basta un niente a farti scattare come una molla, come i troll fuori dalle scatole, o come i bottoni, una volta la scatola di latta non si apriva, e a provare e provare, prima da una parte e poi dall'altra e poi ad un certo punto si è aperta, è esplosa e ha rovesciato fuori tutto il suo contenuto sul pavimento e sulle sedie tutt'intorno, e bottoni dappertutto, che a raccoglierli ci è voluto un secolo e ancora dopo giorni, bottoni e bottoni, non è mica semplice, i bottoni si raccolgono uno per volta, non è che che li puoi scopare o aspirare, non è il borotalco, che se lo rovesci, e pazienza, i bottoni invece no.

E' una mattina di quelle che si sente un quadro di casa, di quelli che l'Arch. vuole storti, e tutti a dire Questo Quadro è Storto, ma no, è così che deve stare. Una mattina in cui non si vogliono nemmeno vedere le cose da fare, una raccomandata da ritirare alla posta e già questo sembra  un viaggio lassù fino in paese, non so se ce la potrò fare, ho voglia id un giro in bici, in campagna, però, non sul Corso.

Me ne starei qui, a bighellonare sul web, a leggereleggereleggere, o anche scriverescriverescrivere, già docciata ma ancora in camicia da notte, che non è un bel segno e non ha tanto senso, alla fine, vuol dire mille cose, che sei pronta sì, ma non per il mondo di fuori, che sei sveglia sì, ma che ci vorrebbe un secondo per tornare nel letto, e invece non si può e non si deve, che sei in pista, sì, ma che l'unica cosa al mondo che riusciresti a fare sarebbe sceglierti un posto tranquillo e guardare lontano, o chiudere gli occhi e prendere il sole che nemmeno c'è, o riordinare la scatola dei bottoni, aprirla con grazia però, che se mai li rovesciassi, mi sa che li prenderesti a calci imprecando, e te la prenderesti col mondo e li sparpaglieresti ovunque e ancora, per giorni, bottoni e bottoni.


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04 giugno, 2010

Il mio nome è Canopy.

Forest Canopy. Immortalato stamattina presto, effetto vedo e non vedo, meglio le rose, meglio il cono del cotone violissimo, meglio le ombre dell'acqua del vaso. Il mio Canopy è stato messo sui ferri circolari in purissimo cristallo di Boemia, Alsazia e Lorena proprio domenica 31, infularmatissima dal Camp. Sembrava facilissimo. Che ci vuole, mi sono detta. Mai previsione fu più sbagliata. All'inizio era perfetto, le forme definite, i buchini al posto giusto, insomma, giusto. Poi. Quelle che avrebbero dovuto essere foglie o pigne, ecco che prendono sinistre forme, di melanzana, di supposta, e qui vince la decenza mia l'ingegno, dacchè signora son e non posso certo dire quel che sembravano davvero. Ma non lo disfo, non lo guasto, come dice la Manu. Io lo tengo così com'è. I miei scialli, si sa, sono modelli unici, nel senso che non c'è nessuna al mondo che li fa come faccio io, che seguo lo schema, certo, ma lo stravolgo, ben lo sa Emma che il suo Mormor mitragliato è passato alla storia. Ora, Vediamo cosa ci tiro fuori da questo qua. Il colore è così bello che da da solo fa tutto. E cosa importa se le pigne non sono pigne. Nemmeno lui non è uno scialle, forse è un pareo, forse chissà, e come si dice in questi casi,Sa Soltanto Quello Che Non E'. E a ben pensarci, non è nemmeno Forest Canopy. Chiamatelo Strawberry Canopy. Che mi piace di più.

Gardening.

M'è presa secca anche stavolta. Diciamo che mi sono appassionata, e speriamo che duri, nel senso. L'ispirazione è giunta a me dall'Illustre Sposo, sul viso del quale potevano notarsi smorfie di disappunto nel constatare lo stato di degrado in cui versava il davanzale  della Casa in Collina. Ciuffi giallastri laddove solo due settimane orsono facevano capolino delicatissime corolle violette, di un fiorino che non so dire, una specie di campanula, che ha anche Afef, nel suo Giardino Incantato, soltanto che i suoi sono in siepi, che dico,  una foresta di campanule. E poi, la scrivente si chiedeva perchè le rose del vaso avevano questa faccia triste, e guardavano in giù, non pettorute come quelle dell'aiuola, e già che loro c'hanno i tubicini, sarà per caso che non le bagno a sufficienza, anzi, non le bagno punto? Ieri, poi, l'apoteosi. Le mie Amiche, recatasi nella mia magione in visita pastorale per l'incontro del giovedì, hanno ammirato sì le rose dell'aiuola, che scoperta, ma hanno  osservato con disappunto, ammiccamenti e scuotimenti di testa, le sette foglie del basilico in vaso. Comprane Un Altro, mi hanno suggerito, Che è Ben Meglio. Ma io no, zuccona, voglio far resuscitare quello che ho. Gli parlo, lo accarezzo e, miracolo! lo innaffio. E con lui, tutte le altre piantine che non beneficiano dell'irrigazione ingegneristica, quelle più plebee, diciamo, le viole del pensiero, la miseria viola, le roselline candide del vaso. Non so se riuscirò in tale improba impresa, il davanzale è davvero in uno stato pietoso, aridità conclamata è la diagnosi, ma io non mi dò per vinta e con il mio bell'innaffiatoio tutto specchietti a mosaico, che si sa, ci vuol classe anche a innaffiare, cerco di salvare quel che resta. Il mio primo week end di giugno così inizia, nella casa in collina. Giardinaggio? Rianimazione, meglio.

03 giugno, 2010

Il senso delle rose.

Non so se ne abbiano uno, a me le rose nemmeno piacevano, una volta. Non mi piacciono quelle rosse, lunghe lunghissime, aristocratiche, segaligne nella loro perfezione, un pò antipatiche. Mi piacciono le altre, invece, le mie, per forza, che sembrano sfiorite e sono appena nate, mi piacciono perchè so di ognuna il nome, e ognuna ha un profumo diverso, limone e vaniglia e borotalco e si mescolano col profumo del caprifoglio, che è fiorito, finalmente, in ritardo quest'anno. Inseparabili, li metto sempre nel vaso insieme, anche se non è mica così semplice, il caprifoglio è il condominio dei calabroni e della api, ed è tutto un zzzzzzz certe mattine e bisogna fare attenzione. Il senso delle rose forse non c'è, in realtà. Quel che c'è è che ti fanno la cucina più bella, anche a guardarle ti ci perdi un pochino, nella mattina frescolina dell'inizio di giugno, che in questa casa la mattina inizia così presto, si è fatto tardi a vedere un film da paurissima con la faccia sprofondata nel cuscino, Allora Non Guardarlo Se Hai Paura, sì ma volevo vedere se era meglio il libro o il film e comunque mi han fatto paura tutt'e due e non so cosa ci trovano in questa trilogia che ti fa star male dall'inizio alla fine, a me piacciono i libri che hanno delle cose da raccontare e che magari un pò ti ci ritrovi, che ti fanno piangere, anche, non aver paura a salire le scale, dopo,  i libri che poi quando l'hai finito ti dispiace e  vorresti averlo scritto tu.


 E' freddino stamattina, me ne sono accorta perchè la camicia da notte era troppo leggera per uscire fuori ad innaffiare, ho scoperto che le piante stanno meglio se le bagno, io non sono brava, mi affido ai tubicini del giardino e a un sofisticatissimo impianto, dei vasi piccoli mi dimentico e mi stupisco che non fioriscano e che il basilico, creatura, si rimpicciolisca vieppiù. 
La mattina inizia così, dieci minuti dieci per fare il punto della situazione, per capire che strada imboccare, da dove cominciare, che di programmi non è che se ne possano fare granchè, li fai al millesimo e poi voilà, tutto da rifare, è il bello di questa casa, adesso un caffè lungo per svegliarmi per bene e poi si va, cambio l'acqua alle rose, prima di tutto, un senso prima o poi, lo troverò.

01 giugno, 2010

Pensare al mare.

Ci si pensa già, eccome, non manca nemmeno tanto, alla fine, ne ho voglia, del profumo, del sapore, del vento, delle cose. E' stato un anno strano, confusionario, incerto, come di passaggio, di prova d'esame, vediamo un pò se siete abbastanza bravi da passare anche questa qui, da uscire indenni dal cerchio di fuoco, vediamo un pò se avete studiato, se siete preparati. E' stato un inverno, perchè è stato e non sarà mai più, non solo di stagione, ma inverno davvero, inverno nei pensieri, inverno nei giorni, inverno e gelo, inverno e buio, inverno e tristezza, ansia e paura, qualche volta, anzi più di qualche volta, quante sono le volte comprese nell'unità di misura qualche volta, mille, cinquecento o tre? Ci si sente un pò come naufraghi scampati, come alpinisti in cima a una cima, e certo, alle cime si sta in cima, ovvio che.  Come in alto a guardar giù, che mi vien freddo solo a pensarci, che soffro di vertigini e mi viene voglia di buttarmi di sotto, ogni volta, come a Innsbruck, che il mio Regio Architetto mi diceva, Ma Dai, è Bellissimo, Vieni a Vedere, Non Hanno Paura i Bambini, Vuoi Avercene Tu?  guarda che bello, è da qui che saltano con gli sci, l'ha fatto un' Architetta di mondial fama, e il mio Sposo che sapeva, diceva, lasciamola giù che è meglio, e infatti mi sono attaccata al muro giallo acido, sarà per questo che odio il giallo, anche, e sono scivolata giù come una seppia cruda, e sentivo i calabroni nelle orecchie e la mia Amica delle Parole diceva, lontana lontana, Ma che Stronzi Siete, Non Dovevate Insistere a Portarla Qui, e i bambini tutti intorno a farmi vento, MammaMamma, scene pietose a Bergisel. Son cose. Le vertigini di queste inverno le ho lasciate indietro, non dimenticate, certo, solo allontanate, nascoste, nel ripiano più alto della libreria, come il vaso di ziaMaria che è orrido e non puoi buttare, obnubilate dai libri, dalle fotografie, dalle cose belle della casa, della vita, del cuore. L'inverno è lontano, è passato, se ne è andato col suo fardello di neve e di questioni, di pensieri e di notti a guardar fuori. E' l'inverno del cuore, bambina, tutti ne abbiamo uno, come i segreti, come un grande amore, come un vaso di una  ziaMaria. L'importante è fare un bel respiro, circondarsi di case belle, sorridere, nasconderlo lassù e pensare al mare.