30 gennaio, 2013

Asfalto che scricchiola.

Sono i giorni della merla, bella scoperta che faccio un freddo di quelli tenaci, che ti avvolgi in cose e cose e hai sempre freddo, le mani soprattutto, nonostante i guantini della tua Amica Afef, che tanto non legge, lo so, quella è distrattissima e su una rama, dicono da queste parti, o forse fa finta, non so. Fa un freddo di quelli che ti entra nel cervello, che ti congela anche le idee, le cose belle, le cose da fare che stamattina erano una saccata, la fila alla posta, meno male che Trichomonas non c'era, lo so, non è un bel soprannome per una impiegata della posta, ma insomma è talmente fastidiosa e odiosa e con aria da scienziata, che gliela manderei una Direttrice della Posta, di quelle GRAZiose che piacciono a me, che sono sempre carine e misurate e sono certa che non ti guardano come se avessero appena isolato il bacillo del vaiolo, per dire.
Comunque. 
Stamattina scricchiolava l'asfalto sotto alle ruote nella discesa della collina, e sotto alla scarpe, sul corso. E' il gelo di questi giorni, ci ha provato il sole ad uscire ma il gelo no, non gliel'ha data vinta, così il sole se ne è andato o forse c'è da qualche parte, solo che non si vede, il sole è timido, non è mica prepotente.
L'asfalto scricchiola, ha gelato tanto questa notte, è una cosa che mi affascina, il gelo rende immobile, non come la neve, il gelo non è così divertente.
A camminare, sembra di avere un tappeto di vetri o di diamanti, a seconda.
Vetri, come le cose del mondo, le menate infinite, passi in un cerchio di fuoco come al circo e dici ok, ma poi un altro, un altro e un altro ancora, ma che circo è mai questo se mai una volta volo sul trapezio, solo cerchi di fuoco mi fate saltare?
Diamanti, come i messaggi dei miei figli, come gli sguardi dell'Illustre Sposo che mi spiano, come le cose nuove che farò, le idee, i progetti, gli schemi francesi che ho trovato nella cassetta della posta stamattina, il portacandela che ho fatto con la buccia di mezza arancia, l'ho visto su Pinterest, ho immaginato che il profumo di arancia e chiodi di garofano potesse essere un antidoto, un disinfettante contro le malinconie e le pesantezze, forse aiuta anche ad affrontare un asfalto che scricchiola, se di vetri o diamanti non importa, anche i vetri alla fine luccicano come i diamanti.

28 gennaio, 2013

Piuttosto, la neve.

Nessuno se l'aspettava questa mattina.
Sono stata la prima a vederla, sono la prima a guardar fuori appena apro gli occhi, io non chiudo le persiane, mi fa tristezza, mi sento troppo al buio, non mi piace. E poi, mi piace non perdere di vista cosa succede fuori, il mio pino personale che conosco a memoria, le gazze che lo abitano, i rami che tempo fa gli hanno tagliato lo hanno fatto più bello. Nevica una neve sottilissima, di quelle che se va avanti così, a sera ce ne sarà un metro. Quello che voglio, infatti. Che vorrei. La neve sottile è quella che si ferma di più, non fa clamore, arriva silenziosa e fa finta di niente e poi giù, a tonnellate discrete, incessanti, educate. 
La mia neve di stamattina mi piace.
Come mi piace la neve in genere, e la nebbia e il bianco e le cose pure, non so spiegare, le cose lisce, le cose pure. Ci si organizzerà una giornata di cose da fare, che sono una quantità, con un a specie di pace ritrovata, una serenità spicciola, piccolissime gioie una in fila all'altra, non pretenziose, non strabilianti, ma non per questo meno preziose. Ci si è dati una regola, una sorta di elenco delle priorità, cosa è bello e cosa no, e si è fatto fatica a trovare qualcosa di veramente importante che non andasse bene. Il resto, incasellato al suo posto, sul ripiano dei Chissenefrega. Una libreria virtuale dove infilare le questioni, le invidie sotterranee di cosa poi, le cattiverie aggratis, le parole pesanti. E i pensieri. Quei pensieri corrosivi che si hanno ogni tanto, pensieri acidi che bucano la pietra, figuriamoci l'anima, sottile com'è. Di questi, se ne è fatto un barattolo, si è chiuso ermetico girando più volte il coperchio, è un barattolo grande, quello delle pesche sciroppate che ci hanno regalato a Natale, ho tolto l'etichetta e l'ho conservato, sapevo a cosa sarebbe servito. L'ho riempito di tutte le cose che mi fanno male e l'ho messo in alto, nel ripiano più sù, quello che ci vuole la scaletta per arrivarci o anche la sedia e poi in punta di piedi.  E spinto in fondo, più in fondo, che nemmeno si veda. Operazione completata, Mi sento più tranquilla, ora, e mi accingo così, bella leggera, ad iniziare una settimana semplice, con calma e organizzazione, si farà tutto, si riuscirà in tutto. E non so se questa sottile euforia, questa cosa che sembra allegria, quella che ti fa cantare piano, distratta che nemmeno te ne accorgi, se questo ben sentirsi sia il risultato di un lavoro duro fatto su di sè, di chi sia il merito, se dei baci dei miei figli sulla porta, se sia il pino, il barattolo nascosto,  il cielo bianco o piuttosto, la neve.

22 gennaio, 2013

Martedì a Colori.

Non mi è piaciuta questa neve. Troppo poca. Se deve nevicare deve nevicare secco, o 1 metro o niente. Questa cosa qui è solo disagio e pavimenti sporchi. Vorrei di quella neve che fa silenzio tutt'intorno, che attutisce i rumori, che riempie di bianco ogni cosa. Invece no. Ci sono mattine in cui vorresti che tutto intorno si fermasse per un pò, che smettesse un pò di girare e girare, e che tutto restasse immobile e perfetto, come la neve appena caduta. Le cartoline che offre gennaio non sono granchè, il pratino è squassato da erbacce e buchi della Talpa, che ci si ostina a lasciare lì, agire indisturbata, a costruirsi un resort che alterna buchi e mucchi. Il bianco della neve è quasi sparito, di bianco è rimasto solo il cielo, come rubato, come cancellato da un mago burlone patito di azzurro, Me Lo Porto Via, e a voi lascio solo color albume misto grigio. Se poi  ci si mette anche la nebbia, è come vivere in una bolla opalescente, e al mattino presto potresti essere dovunque, se guardi fuori non riconosci, non vedi, non sai.

Mattine opache come questa non sono rare lassù nella Casa in Collina. 
Perciò, ci si mette d'impegno a colorarle in qualche modo. La mia scatola di pastelli ha ogni genere di sfumatura, ogni genere di viola, ogni tonalità di verde e di rosa, tutta la gamma dei rossi e dei blu.

Si comincerà con calma, ci si darà il tempo necessario per essere lucidi e presenti e poi via, a dare un senso a un martedì qualsiasi, che chi lo sa, potrebbe diventare speciale. 
Il mio martedì di oggi non è nulla di speciale, e proprio per questo cercherò di dargli io una qualche scossa di meraviglia, i miei martedì sono uguali ai martedì del resto del mondo o di buona parte di esso, e forse questo non è un male, così come non è male che fuori sia tutto bianco, dal cielo all'aria, così puoi dargli il colore che vuoi tu, lilla come il MiniTwist per Cuore di Maglia oppure rosso scuro, come il terzo maglione che ti accingi a fare, uno per figliolo e ancora ne manca uno. Il mio martedì è un pò arancione, come le lingue di fuoco del camino e la brace affascinante che rimane la sera, bagliori e ombre sulle pareti che è un peccato andare a dormire ma rimanere lì a guardarle uno spettacolo casalingo che ti incanta. Il mio martedì voglio che sia un pò blu, come il cielo che lo so, da qualche parte si nasconde e il saperlo lì dietro mi dà un senso di sicurezza, Lo So Che Ci Sei. Un martedì che mi aspettavo, che farò come voglio, cui darò la forma che voglio, il colore che più mi piace. Voglio un martedì viola, color glicine della vecchia casa che se chiudo gli occhi sento ancora il profumo e quella festa di calabroni e api e il loro ronzio, per nulla rassicurante ma così bello, per me. E ancora, rosso ciliegia per uno smalto allegro, che sia di buon augurio per un giorno semplice e senza troppe menate, rosso come le mie Amiche che vedrò oggi, rosso rossissimo per dire al cielo bianco che non importa che tu sia lì, ho pastelli e pennelli e colori a manciate, ho fantasia e piccolissimi sogni, colorerò il bianco della neve e sconfiggerò la nebbia e il grigio e alla fine ci saranno così tanti colori che mi faranno male gli occhi. Ma sarà dal ridere. 

17 gennaio, 2013

Quando un caffè.

Ci vuole.
A metà della mattina, nel bel mezzo di una mattina faticosa, immersa in cose non magnifiche, non leggére, non belle in generale, certo che c'è di peggio, eccome se c'è, ma ci sono mattine come questa che preferirei fare tutt'altro che non stare al telefono con quelli di Sky e chiedere ma come mai mi mandate per 3 volte la stessa fattura che ho già pagato, e che ti chiedono ossequiosi stile maggiordomo Riesce a Darmi La Sua Data di Nascita? certo, ancora non ci sono completamente rimbecillita, forse lo diventerò, ma ancora sono lucida e presente a me stessa e ancora ragiono ogni tanto. 
Le mattine come questa qui portano con sè la voglia di scappare lontanissimo, magari al mare, come dico sempre quando sbatto contro il muro come le macchinine telecomandate dei miei figli piccoli, che non trovo via d'uscita se non scrivere un minuto, giusto per mettere in ordine i pensieri, che la casa è in ordine e perfetta, cosa rarissima di questi tempi, che il mio Illustrissimo Sposo, col quale riesco ad avere alterchi anche su Whatsapp, che non è da tutti, ogni tanto si guarda intorno e dice Tanta Roba, ma non nel senso che si intende tutti, proprio che c'è tanta roba in giro, sciarpe dimenticate sulle sedie, il cacciavite accanto alla Nespresso, lo smalto accanto al cestino con le arance, la scopa lasciata lì,  ma è di un bel lilla chiaro, sta un amore con la parete arancio, libri un pò dovunque, gomitoli e da ultimo, il presepino di terracotta che ancora non ho avuto cuore di spostare dalla cima della scala, che sta lì a dire, Nessuno Che Mi Dia Un Passaggio fin di Sotto? e noi tutti siam qui a sperare che alla fine, il bue e l'asinello si mettano una mano alla coscienza e scendano le scale fino al garage. 
Le mattine come questa qui bisogna prenderle a piccolissime dosi, ora mi faccio un caffè di quelli strong che mi dia una sferzata di quelle giuste, che mi scaldi un pochino, che mi faccia passare la paura e questo vuoto qui, che da un pò non mi veniva e passa in fretta, ma è così sgradevole quando viene ma ho imparato che bisogna sedercisi accanto, non cercare di combatterlo ma aggirarlo, un giro di valzer, una passeggiata in collina, un caffè fortissimo e caldissimo che mi stronchi sul nascere ogni genere di lamentela e frignamento, che di tempo non ce n'è per stare lì a lagnarsi, che adesso su Whatsapp, dallo Sposo Illuminato  non arrivano che baci e cuori, eppure, il caffè ancora non l'ho bevuto.

14 gennaio, 2013

Ode al Gambaletto.

Orrore. Abominio. Raccapriccio.
Vergogna. Crimine. Al rogo.

In materia di gambaletti, si sa, esiste una letteratura piuttosto nutrita. Tutti o quasi a dargli contro, A sconfessarlo, a indicarlo come la fine della femminilità, un inno al cattivo gusto, la tomba di ogni appetito, il mezzo infallibile per far fuggire a gambe levate anche il più innamorato degli amanti. 
In effetti è così.
Diciamola tutta, anche una gamba bellissima, affusolata, una caviglia sottilissima e uno stacco di coscia da spavento, non traggono certo lustro e splendore dal gambaletto.
Ma.
Sempre a dirla tutta, alzi la mano chi non ne possiede almeno un paio, magari obnubilati nell'ultimo cassetto del comò, magari nascosti sotto autoreggenti da Raccordo Anulare, calze velatissime da reggicalze, vero sdilinquimento di ogni uomo presente sul globo terracqueo, che ancora me la devono spiegare 'sta mania del reggicalze, la cosa più scomoda al mondo, secondo me. Ma andiamo oltre.
Ognuna di noi possiede, nel segreto del suo armadio, un paio di gambaletti. E va bene che son brutti, e va bene che zero eleganza e zero sex appeal, ma insomma, c'han la loro bella comodità.
Si disquisiva di quest'argomento qualche mattina fa, con qualcuno di cui non farò il nome nemmeno sotto tortura. Il gambaletto ha la sua bella fetta di elettorato, il suo popolo sostenitore, la sua folla seguace.
Il gambaletto è brutto, sì, ma è di una comodità invereconda, non stringe, non tira e non s'arrotola, non si smaglia quasi mai, non ha una taglia e quindi ne puoi comprare a tonnellate ad occhi chiusi, senza temere che ti arrivi a metà coscia o ti sia girocollo.
I gambaletti che ho rinvenuto questa mattina, in un banco anonimo del mercato del lunedì, erano probabilmente stati snobbati con una smorfia di disgusto dalle Vestali dell'Autoreggente, dalle Maghe del Reggicalze, dalle Veneratrici del Collant.
Gambaletti sì, ma non comuni.
Essi infatti avevano un bel giro di pizzo nero, di quelli proprio da bordello, all'altezza del ginocchio.
Come dire, Potrei Ma Non Voglio, o Vorrei Ma Non Posso, che in fondo è la stessa cosa.
Ne ho arraffati una quantità per pochi euro, al mercato del lunedì questo capita abbastanza spesso.
Nero, che è il colore delle situazioni di un certo tipo, e non mi dilungo in dettagli.
Il Ripudiato Gambaletto ha avuto stamattina la sua rivincita, non è male con 'sto giro di pizzo peccatore in cima, gli conferisce un'aria ambigua e malandrina, non so come dire.
Le Genti Strane che amano il comodo gambaletto e che solo con gonne da gara o tubini bon ton utilizzano collant e affini, avranno modo di prendere, come si suole, i classici due piccioni con l'ancor  più classica fava.
Comodità ed eleganza, effetto vedo e non vedo, un pò collegiale e un pò sgualdrina, e vabbè, che sarà mai.
Domani, nessuna si senta goffa o trasandata ad indossare sotto ai leggings o ai pantaloni seri un paio di onestissimi gambaletti. Tutto sta a come si agisce, a come si opera, a come ci si pone, coi propri perchè e i propri quantunque.
Dacchè è la monaca che fa l'abito, giammai il contrario.


11 gennaio, 2013

Imparo da me.

Imparo sempre. 
Sapere le cose mi piace, quelle che voglio io.
Imparo da me, dai miei giorni bellissimi e dai miei giorni orrendi. Forse, più dai gorni bellissimi. Chi ha detto che dagli errori si impara forse non ne ha mia fatto nessuno, perchè non è vero. Dagli errori non si impara niente, perchè spesso si è pronti a rifarli, uguali e maggiori, qualche volta.
Imparo leggendo, imparo scrivendo, imparo il mondo, la vita, parole nuove, canzoni nuove, gusti, modi di dire, una ricetta.
Imparo dalle persone che ho vicino, anche se qualche volta mi sento sola contro tutte, l'incubo di parlare una lingua che non conosce nessuno, o la conoscono in pochi, i pochissimi che hanno i miei riferimenti, cu non devo perdere tempo a spiegare, ecco vedi volevo dire così, eccheppalle.
Imparo dai miei figli, la leggerezza e la profondità, dai temi perfetti di mia figlia, dagli sguardi ombrosi, seducenti, profondi e bellissimi dei miei figli maschi, imparo parolacce e gesti, che ridere fanno i miei ragazzi quando sono tutti in cucina e io li guardo da sopra e mi sento privilegio e fortuna, regalo e delizia, tutta la mia vita, il mio essere, è tutto lì, seduto sulle sedie colorate.
Imparo. Dalle cose che so fare, dalle cose che so, ho imparato a conoscere limiti e possibilità, confini e spazi alternativi, capacità che mai avrei creduto, i conti quelli no, non me li fate fare, posso farvi un saggio breve in una mezz'ora e un tema su Ariosto in un'ora scarsa, ma i conti no, per favore no.
Imparo dai miei libri, quando leggo e leggo fino alle convulsioni, fino alla nausea, libércoli da nulla o tomi da mille e passa pagine, mi ci metto dentro, mi ci infilo come dentro a un armadio, e da lì non esco finchè non succede qualcosa, finchè non mi chiamano, o mi viene sonno o sta per succedere qualcosa nella storia e allora smetto per un pò, 5 minuti, mi ci stacco per prepararmi, per sentire tutto il gusto di quello che leggerò.
Strana, lo so. Ma non conosco un altro modo per leggere un libro, se non diventarne parte.
Imparo cose nuove, con le persone nuove, ultimamente ho imparato a fare i biscotti e forse mi serve un ripasso, ho imparato gli short rows, a fare i detersivi ecologici, a preparare cibo per gli uccellini del ciliegio, a trasformare un barattolo di vetro in un regalo prezioso, a stirare una camicia in 2 minuti scarsi.

Il mio mondo non ammette limiti, vorrei sapere tanto di tutto, sapere di più, non sopporto chi si vanta di non sapere le cose, di non avere interessi, di stare lì a guardarsi passare, non reggo chi mi dice Quando Andrò in Pensione Lo Farò, ma come, e adesso? Non reggo chi dice Non Ho Tempo come scusa per non vivere davvero, come alibi per stare fermo, passivo al mondo che gira e che gira e che cambia e non si ferma, e loro ancora lì, il gettone in mano per telefonare alla cabina pubblica, seduti su una panchina ad aspettare il carretto dei gelati.

Rifletto oggi che è un venerdì che di tempo per riflettere ne ho avuto tanto, che ho pulito il pulibile di questa casa sterminata, che ho rinvenuto ragnatele che non credevo possibili in casa abitate da umani e non da vampiri, che ho steso lo stendibile e adesso mi fermo, e riordino i pensieri che ho affastellato senza cura, che pensieri vengono mai quando sei in bilico su una scaletta o svuoti il cestello della lavatrice, nessuno ti spia, nessuno ti chiede nulla e allora puoi pensare a quel che vuoi, puoi pensare a qual che sei, fingere magari di essere un'altra persona, anche se mai vorrei una vita diversa dalla mia, imperfetta e altalenante ma così meravigliosa, piena di cose e di pensieri, piena di gente e di affetti, di amori senza fiato e di quei dolori che non scordi, ecco forse sì, è da quelli che si impara. 

10 gennaio, 2013

Lo Scarmiglio.

E' una parola strana e forse nemmeno esiste.
Ma è un concetto preciso, formato da diversi fattori, che andrò testè ad enunciare.
Esiste un momento difficile nella vita di una donna, un momento duro da superare, dove i consigli e le esperienze degli altri non fanno che confonderti e rendere sempre più lontana la soluzione. Ebbene, non parlo di scoprire il proprio marito a letto con la vicina (!), o di caldane e  menopausa o di chissà che diavolo. Parlo dei capelli a mezza lunghezza.

I capelli a mezza lunghezza sono quelli che non ti fanno dormire la notte. Li taglio, li lascio crescere, mi faccio  il solito carrè, li arriccio, li stiro, li piastro, insomma, i capelli a mezza lunghezza sono di difficilissima gestione, si sfogliano riviste in cerca di ispirazione, si chiede alle Amiche, non si sa.

Quello che si sa invece è l'aspetto che ti danno. La messimpiega ormai è roba antiquata, lontani son i momenti in cui si andava dalla pettinatrice a farsi pettinare, proprio così, quante volte ho sentito mia madre dire alle vicine Vado a Farmi Pettinare, ma lei aveva dei capelli lunghissimi e lucidissimi, tenuti in uno chignon di mille forcine di metallo e qualche volta una coroncina quasi invisibile di perle tutto intorno. Anni 60 style.
La mezza misura dei capelli è questione difficile.
E lo scarmiglio ne è sua espressione più alta.
Non si è mai in ordine, mai perfette perfettissime, mai con un boccolo fresco, mai con una piastrata degna di questo nome.
La Scrivente ben lo sa.
A me andare dal parrucchiere non piace, ogni tanto un taglio giusto dal Parrucchiere del Cuore, ma tipo una volta all'anno, forse meno. 
I miei capelli non sono mossi e non sono lisci, non sono da bosco e nemmeno da riviera, sanno solo quello che non sono, e cioè non sono perfetti, non sono da sciura, non conoscono bigodini e altri orpelli, solo hennè, balsami sapienti e profumati, e poco altro. 

Ieri, la personificazione dello Scarmiglio si è materializzata all'Esselunga. In realtà non era il turno mio di scendere in città, a mia discolpa posso dire che ero appena tornata dalla collina con i cani e un freddo polare, e ho vinto di scendere col calesse a ritirare la Figliola. Che fare se, vestita da casa, come si usa dire, scarmigliatissima, Vengo Così Come Mi Trovo, ti sovviene improvvisamente che devi anche fare la spesa?
Nulla, si va.
E fra manager col cestino, donne col velo e nidiata di bambini, donne burberrizzate, donne in tailleur da Credito Italiano, donne impellicciate, la Scrivente ha fatto il suo trionfale ingresso vestita da collina, con Adidas sdrucite e meravigliose, scarmigliata il giusto, pronta per un corso di sopravvivenza più che per pesare le mele alla bilancia dell'Esse.

Lo Scarmiglio è uno stato dell'anima, una specie di tranquillità, un dire, Machissenefrega, chi l'ha detto che si debba essere Guccipradagucciprada anche per andare a far la spesa, ho i capelli elettrici e allora? non ho perso 2 ore dal parrucchiere ma in quelle 2 ore ho guardato un film, ho fatto una manica del maglione di mio figlio, ho guardato due vetrine con un'amica un pò giù di morale. Lo Scarmiglio è uno stile di vita, è un'assoluta libertà, per comprare l'insalata non occorre un abito da Scala, si può andare anche in tuta, qualche volta. A due patti. Che lo smalto sia impeccabile e la tuta Juicy Couture. 
Se no, che gusto c'è.

09 gennaio, 2013

Mattine Chiare.

Le mattine si dividono in due parti.
Quelle chiare e quelle scure. 
Le mattine chiare sono quelle che ti svegli bene, che ti senti in armonia con il cosmo tutto, che canti già mentre fai le scale e scendi in cucina, che accendi la radio sommessa perchè è un'abitudine, nemmeno la senti, a quell'ora ci sono i notiziari, ma è bello il suono che fa, è una compagnia discreta, cucino sempre con la radio accesa, mi concentra, non so, e al mattino invece, mi mette in circolo, mi dà la spinta, una roba del genere. Le mattine chiare non sono minimamente scalfite dal tempo che c'è fuori, trenta gradi o nebbia fitta on fa differenza, il chiaro lo trovi tu, mica il sole. E' una mattina chiara quella dove il telefono tace, o ti racconta solo cose belle, quando tutto fila per il verso giusto e trovi il tempo per fare tutto proprio tutto, e tutto sembra essere modellato con il Das apposta per te, fatto per te, perfetto.

Le mattine scure sono quelle che non vorresti mai, che hai già un passo pesante anche da stesa, lo senti anche da coricata che non ce la puoi fare, che ti tiri sù a fatica e a fatica guardi fuori dalla finestra. Le mattine scure sono disegnate sulla tua faccia, quando passi dallo specchio e l'immagine che vedi non ti piace nemmeno un pò, hai gli occhi in fondo, come sprofondati, non so come dire, piatti, schiacciati come le mele che hai dimenticato nel forno. Nelle mattine scure non concludi un bel niente, e ti trascini a fatica da una stanza all'altra, inizi mille lavori e non ne porti a termine uno che sia uno, fai fatica a fare la qualsiasi, sia essa il thè o imbiancare casa.
Che non si bari, tutti hanno mattine così, anche le donne multitasking, anche quelle che hanno una vita ritagliata da un rotocalco degli anni 50, mariti amorevoli, figli perfetti, case a specchio, zero rughe, culi precisi, frigorifero pieno, vetri trasparenti.

Per quest'anno, ho deciso che voglio una maggioranza di mattine chiare.
Quelle dove non devo correre di qui e di là, quelle in cui il postino non mi porta la milionesima multa, quelle in cui posso dedicarmi in scioltezza alle cose che devo fare, anche al lavoro, certo, quello che mi sono scelta, perchè un lavoro è diventato, ed è bellissimo, mi ripaga in sorrisi e soddisfazioni grandi come case. 
Quelle in cui niente è spiegazzato ma tutto bello liscio, quello in cui le camicie da stirare sono meno di 5, e non mi guardano male dal mucchio, anzi, mi sorridono e sussurrano, Fai Con Calma, Noi Siam Qui.
Quelle mattine in cui puoi saltellare tra una cosa seria e una frivolezza, puoi iniziare a lavorare per il Camp e magari dare un'occhiata ai saldi di Zara, che tanto non hai telefonate spiacevoli da fare, quelle alle quali preferiresti un giro dal dentista, ecco, quelle lì.

La mattina di oggi non ho chiaro come sia, o come sia stata, visto che è quasi finita.
So che è stata calma, farcita con una mini-grana ma piccolissima e già risolta, con un occhio a Twitter e uno al pranzo, con un giro di valzer col Folletto e un progetto magnifico che prende forma ogni giorno di più.

Le mattine chiare sono quelle che ti mettono in pace col mondo, che ti fanno dire che niente è la nebbia e il gelo, che tutto quel che hai è qui e che si incolla, giorno dopo giorno, come sull'album delle figurine. 

Alla prima mattina scura, basterà correre a sfogliarlo.


05 gennaio, 2013

Il Giorno della Teiera.

Stava nella vetrina di mia mamma, quella della sala di pranzo, quale mamma non ne ha una. E' una sala da pranzo di quelle di una volta, con il tavolo ovale, le sedie di velluto, la brocca d'argento in mezzo, e la vetrina delle cose belle, dove tiene le cose più preziose, le bomboniere vecchissime, quelle dei battesimi e dei matrimoni, a cui lei toglie i confetti ma lascia il tulle e lo riempie con il cotone, Se No Il Tulle Vuoto  Fa Tristezza, mi dice. Conserva i servizi di piatti Quelli Belli, i suoi regali di nozze, i calici con il bordo dorato, la zuppiera, e quel servizio di bicchieri colorati, ne sono rimasti solo tre  ma sono di una bellezza unica e mi ricordano la mia Prima Comunione. Non un granello di polvere nel raggio di un chilometro. Questa teiera mi piaceva da un pò. Qualche giorno fa me l'ha regalata, scuotendo un pò la testa, dicendo Guarda che è Rotta, ma è così bella per me, così elegante, così regale nella sua lussuosa semplicità anni 50. Ho iniziato l'anno con la passione per le teiere, in realtà mi sono sempre piaciute, ma in questi giorni Mi Ci Sono Presa Bene, come dice mia figlia.

Ieri, l'illuminzaione.
L'Amica delle Perle manda un'immagine di una teiera molto simile, parte di un servizio ancora tutto intero, ricordo di una vecchia zia. e poi via via, Elisabetta, Silvia, Cristiana, Anna, Rita, Patrizia  immortalano le loro teiere. Un gioco.
Così, indìco su due piedi il Teiera Day.
Che è anche oggi e lo sarà anche domani.

La Festa delle Teiere non creda esista in nessun'altra parte del globo terracqueo.
E' una medicina.
Perchè oggi è il primo sabato di gennaio e fa caldino sì, ma presto arriverà di nuovo il gelo gelato dell'anno scorso, lo so, l'ho letto appena adesso sul Corriere della Sera.
Una medicina contro gli stronzi che anche il primo sabato di gennaio mi fanno venire l'ansia, di quelle che guardo fuori e non mi muovo e sto ferma come un palo e quasi non respiro per il nervoso.
Una medicina contro chi opprime il mio spirito, contro gli stupidi e gli ignoranti, che sono peggio dei cattivi perchè almeno un cattivo può sempre diventare buono, lo dicono anche i fratelli Grimm, ma un ignorante rimane un ignorante sempre e per sempre e allora mi fa paura e anche un pò schifo se proprio devo dirla tutta e che mi stiano lontani, ma lontani davvero.

Così, il Teiera Day  era ieri, ma è anche oggi, e ogni giorno che si vorrà, sono i piccoli segreti per fare andare bene il mondo, sono cose stupidissime ti regalano un quarto d'ora di bellezza, di condivisione, di pensieri diversi da quelli che hai, se quelli che hai ti schiacciano e ti fanno male.

La Festa delle Teiere è un bel modo per dire, Vediamo Cosa c'è Nella Credenza, o nell'armadio dei piatti, ognuno di noi ne ha una, ma lasciatemi dire che nessuno, nessuno al mondo avrà mai una vetrina così preziosa, così rassicurante, così piena di pezzi di casa, di bei ricordi e di luci lontane, come quella di mia mamma.

Buon Teiera Day.




04 gennaio, 2013

Gli Sgòccioli.

Non amo i modi di dire, Si Stava Meglio Quando si Stava Peggio, Questa Casa Non è un Albergo, Piove Governo Ladro e cose del genere. Non li uso, non fanno parte di me, anche se in fila alla posta o dal medico o in treno, ho modo di aggiungerne sempre di nuovi al mio personalissimo Compendio Degli Orrori, volume che racchiude tutte le ovvietà e le frasi fatte che ho giurato di non usare mai, volume che peraltro sta vicino a Filosofia di Una Mondina, che invece è un volume che consulto spesso e che contiene tutte le perle di saggezza di mia nonna Teresa, che ho fatto mie e che tramando con orgoglio alla mia FigliolaCapelliFuscsia e che condivido spesso con le mie Amiche.

Ciò detto, siamo agli sgòccioli.

Stanno per finire i giorni di vacanze d'inverno, i giorni dove tutti i piani di questa casa sono abitati, occupati e disordinati, i giorni in cui si sparecchia un giorno sì e un giorno no, i giorni di festa, di luccichii, di nastrini dorati arrotolati con cura e riposti nel CassettoDelTutto, di biglietti d'auguri disposti in fila sul camino, delle tende di stelle alle finestre.

Solitamente, gli ultimi giorni di vacanza sono quelli in cui non è cambiato quasi nulla, ma l'unico pensiero che ti suggerisce la vista dell'albero di Natale, sia esso zen o ridondante di palline e pupazzi di neve sia lo sbattimento (!) che si dovrà avere nel disfarlo, così pure la rimozione di tutti gli orpelli, gnomi, babbinatale, minuscoli presepini di terracotta, candele rosse e lucine nei barattoli di cui è disseminata la casa, perfino il bagno, perfino la scala. Tempo ci sarà.

Anche la dispensa si presenta nel suo assetto post natalizio, con avanzi di ogni genere di dolciumi, e sacchetti trasparenti con panettoni sbriciolati e pandori già affettati e stra glassati, lo zucchero a velo che appena messo è una romantica nevicata di dolcezza, dopo qualche giorno inzàcchera senza pietà la superficie del pandoro medesimo, trasformandosi in una crosta come tumefatta dal colore incerto.

Si organizzano le prime partenze, ci sarà da stirare per ore, ore ed ore ma non facciamola troppo lunga, in fondo ci si è baloccati abbastanza. Anche se, l'idea di godermi appieno gli ultimi giorni di queste vacanze mi stuzzica e mi stuzzica parecchio. Si era detto o no, che si riprendeva conoscenza del mondo reale solo dopo il 7 gennaio? Si era detto o no che erano giorni preziosi e come tali andavano trattati, con sapiente indolenza e ozio convulso, quello che ben conoscono le mie Amiche, quelle che in un paio d'ore ti fanno una sciarpa di un chilometro, quelle che ti progettano on demand un copriteiera lace, quelle che testano il Twist per Cuore di Maglia in un pomeriggio con un occhio alla preparazione di cene sontuose per 12 commensali.

Vivrò questi sgòccioli come se fossero biscotti, anzi, dovrò dirlo alla Ortilla, di inventare un biscotto che si chiama Sgòcciolo e di regalarlo a chi le sta simpatico per festeggiare la quasi fine delle vacanze.

Perciò, mi accingo ad organizzare il mio venerdì di lento stiro, di lento riordino, di lento, lentissimo ritorno alla realtà. 
Facciano lo stesso le Genti Strane come me, quelli che sanno bene il segreto della felicità, quelli che non si lasciano catturare, forse inseguire, pedinare, rincorrere ma catturare mai, quelli che non usano i modi di dire, quelli che non la fanno tanto lunga, quelli che sono sinceri, quelli che l'invidia non sanno nemmeno cosa sia, quelli semplici.

Fuori, un sole timido e un cielo quasi celeste.
Dentro, briciole e caffelatte, doni scartati sotto l'albero zen,  luccichii ostinati ma ancora bellissimi.
Mica male questi sgòccioli.

01 gennaio, 2013

Nuovo.

Gennaio sa di neve e di brina. Gennaio è nuovo, per definizione. Nuovi propositi, nuove cose da mettere, avrei voluto ricevere un pigiama per Natale, ho questa fissa, non so, retaggio di quando mio fratello ed io ricevevamo da una zia ogni santo anno, due pigiamini nuovi a Natale, io rosa e lui azzurro, sempre, sempre, sempre, tranne quella volta che io l'ho ricevuto bordeaux a disegnini e mio fratello verde scuro, sempre  a disegnini, e allora da lì si è capito che eravamo diventati grandi e che non era più tempo di regalar pigiami per Natale. 
Nuove idee, si dice sempre così il primo gennaio, quest'anno farò così, quest'anno colà, e bisognerebbe scriverlo da qualche parte e poi controllare, che quasi mai le cose decise si fanno sul serio, ma è proprio questo il bello. Se i propositi te li fai da sola, che t'importa, puoi anche dire Scherzavo, Non è Vero Niente, Chi, Io?

Gennaio è un bel mese per fare delle cose, per riprendere con calma, con calmissima, le cose che hai voglia di fare anche quelle che non ne hai voglia, che pure quelle ti toccano, cosa credi.

Non farò propositi, quest'anno non so nemmeno se ne ho fatti gli altri anni, non sarebbe difficile saperlo, se li ho scritti qua basterebbe andare a vedere, ma non lo faccio, non voglio impegni, non voglio vincoli, se deciderò farò, se non deciderò non farò fine, i programmi mi fanno orrore da sempre, sono zingara, ma zingara sul serio mica per gioco, discendo da una famiglia slava che ha girato e girato e poi si è fermata in Emilia, giuro, è così, me l'ha detto il National Genographic, mica il giardiniere. Gli zingari non programmano, gli zingari sono un giorno qui e l'altro là, lavorano il rame e leggono la mano, hanno gonne colorate e orecchini grandi, e sorridono, sorridono tanto, vanno a cavallo e cantano intorno al fuoco fino a notte fonda, suonano il tamburello e leggono nel cielo i segreti delle stelle.

Io non so leggere la mano, mia nonna aveva un trucco per far sparire il mal di pancia, nessuno l'ha mai scoperto e nessuno dopo lei l'ha più imparato, ma era vero.

Voglio giorni semplici, per me e per le persone che ho vicino.
Voglio calma, poche balle, poche questioni, grane da nulla che si risolvono in fretta, voglio cose sincere, persone uguali a me, poche menate, pochissimi magoni, tanti abbracci, di quelli belli.
Voglio il meglio al mondo per i miei figli, ma non il meglio per me, il meglio per loro, che è già un bell'esercizio.
Voglio che i miei sogni rimangano così come sono, non importa che si avverino o no, sono fortunata ad averne ancora, di sogni, non è cosa da nulla.

Per il resto, va bene tutto.

L'anno che è andato via non lo degno di uno sguardo.
A questo qui preparo qualcosa, un caffelatte, magari, a dirgli Benvenuto, sii buono con me e con tutti gli abitanti della Casa in Collina, ti faccio una festa, ho una gonna colorata e una cavigliera di campanellini, ti regalo il mio sorriso migliore, benvenuto, ti canto una canzone, le parole le so a memoria, ho nastri nei capelli e occhi scurissimi, non so leggere la mano, nemmeno il cielo, ma suonerò per te il mio tamburello.