17 settembre, 2015

Che nemmeno le nuvole.

                          ph.Robert Doisneau

La Stupidera.
Non saprei come chiamarla, se no.
E' quel che mi prende a questo punto dell'anno, che non è estate e non è autunno, che un pò piove e un pò no e il sole non si vede, c'è quel tempo immobile ma che non fa freddo, che ancora l'abbronzatura appena appena, ancora i sandali, magari, le calze ma và, per quelle si aspetta novembre, e poi ancora.

La Stupidera non è una patologia, ma uno stato dell'anima.
I guai e i pensieri si sono ammucchiati per bene in un angolo della casa, con la scopa nuova colorata, quella con l'Infinito scritto sul manico di legno, ce l'ho scritto io a pennarello.
Si è presa la paletta carina, quella con la principessa e il principe, e si son raccolti tutti.
Dopodichè si è aperta la pattumiera dell'indifferenziato e si sono buttati lì, con grazia e soddisfazione.
Operazione completata.

La Stupidera può manifestarsi con vari sintomi.
I più diffusi sono risate cristalline, dopocena a tavola a dir scemenze con questo o quel figliolo che transita da questa casa, scelta accurata di smalti, rossetti e financo burrocacao, riunioni indette per decidere apparecchiature per matrimoni, e quale scarpa e quale borsa, scelte di filati, mi faccio la frangia, mi iscrivo a tango, dò il bianco in cucina, che ne dici?

La Stupidera acchiappa, secca e improvvisa, dopo mesi di buio totale o quasi.
Dopo giorni pesantissimi, faticosi come scalare montagne di sassi, che ti franano mentre cammini e pensi di essere in cima e invece scivoli un pò più giù, un pò più giù ogni volta e non arrivi mai.
Dopo notti assurde, dove il cuscino è spine e vetri rotti, dove dormi a tratti, dove spalanchi gli occhi e studi il soffitto, le piante sul davanzale, i tetti davanti e ti alzi e giri e giri, come a cercare qualcosa che hai perso, e sai benissimo che quella persa sei proprio tu e vatti a trovare, adesso.

La Stupidera  non dura mai tantissimo e non so se è un bene o un male, ma occorre approfittarne e di corsa, come il detersivo per i piatti in offerta all'Esselunga.

Perciò, mi regalo questi giorni stupidi di cose leggerissime, di piccoli passi verso il meglio del mondo, ognuno ne ha uno di Suo Meglio del Mondo e il mio meglio è questo qua, per ora, questa vaghezza morbida, questa elegante indolenza, questa lentezza con la quale faccio diecimila cose insieme, questi pensieri di critallo, lucidissimi e fragili che niente incrina, niente graffia, niente fa opaco,  nemmeno le nuvole.







10 settembre, 2015

Il Mio Ultimo Primo Giorno.

Fra pochi giorni, la scuola.
Bella scoperta, ne parlano da giorni.
Per me, un giorno speciale, come ogni anno.

Questa volta, di più.

Anche la Princi di casa, infatti si appresta a concludere il ciclo delle scuole superiori e farà trionfante il suo ingresso al Ginnasio Liceo Giovanni Plana da maturanda. Insomma, fa la quinta.
L'ultimo anno.
Dall'anno prossimo, il primo giorno di scuola non ci sarà più, a casa mia.

Sollievo o malinconia. Chi lo sa.
Più malinconia però.

Sono passata indenne o quasi da anni, secoli di cose di scuola.
Ricordo con terrore, tenerezza e malinconia l'anno in cui avevo un liceo, una scuola media, un'elementare e una materna. 
Tutto insieme. Tutti insieme. Le nostre mattine, le nostre uscite dalla porta, sghembi, scarmigliati, in ritardo, frignanti, con la colazione in mano, le nostre partenze verso la scuola, i miei vicini ancora se le ricordano.

Ho comprato negli anni 25 compassi, un numero imprecisato di squadre e righelli e goGNOmetri, come qualcuno dei miei figli scrisse sul diario, deriso dalla restante squadra dei fratelli per settimane.
Tubetti di colla, pastelli di ogni tipo, a cera, normali, acquarellabili, stellari.
Pennarelli grossi, fini, medi, quaderni a righe, a quadretti di un centimetro, a quadretti di tre centimetri, a righe di prima, di terza, di millesima, quadernini, quadernoni, quaderni con gli anelli, a spirale,  ho scritto nomi su quaderni, foderato casse di libri, scritto con emozione Classe Prima A.

Ho firmato centinaia di giustifiche, ritardi, votacci, voti bellissimi, note,,  L'alunno gioca con la cerbottana durante le lezioni, l'alunno disturba, l'alunno ha dimenticato il quaderno di inglese per la quinta volta. Ho letto decine di temi, stramaledetto gli inutilissimi compiti delle vacanze, guardato foto di classe ridendo di gusto, da qualche anno le foto si fanno un pò in maschera, non impalati e serissimi come ai tempi miei. Ho preparato merende, compilato buoni mensa, ascoltato poesie a memoria, ripassato verbi e tabelline in macchina, baciato riccioli davanti al cancello, accettando con mestizia l'invito sorridente e imbarazzato a non farlo più.

Ho fatto viaggi a portare libri dimenticati, fogli a righe per la verifica, ho fatto corse per ritirarne qualcuno malaticcio, ho accompagnato i primi giorni di materna con un magone infinito, ricamato nomi sui grembiulini, fatte trecce appena prima di entrare, li ho aspettati con ansia fuori dagli esami di maturità, ho vissuto notti prima degli esami per 3 volte, di già, e quest'anno ci sarà l'ultimo.

Il mio ultimo primo giorno di scuola mi mette un filo di tristezza.
Non so bene come chiamarla, crescono tutti, sono tutti per la loro strada, e dall'anno prossimo ci sarà anche lei. Che accompagnerò per l'ultima volta al suo ultimo primo giorno, perchè è soprattutto il suo. Mi guarderà con quegli occhioni di smeraldo, scuotendo i capelli lunghissimi che questa settimana sono finalmente del loro colore originario, ed entrerà, felice e un pò emozionata, come ogni volta.

Sono anche un pò felice.
Felice per questi figlioloni che ho.
Felice di quello QuasiMio, Ingegnere confuso e dolcissimo. Felice del mio Dottore che presto volerà dall'altra parte del mondo, felice del mio Futuro Designer che mi dice BuonanotteMamma su whatsapp alle 3 di notte, e felice di questa dolcezza che ancora non mi capacito sia diventata così grande così presto.

Io qui sono.
Conservo le loro vite, il loro cuore nelle mani, ho una scatola di pastelli che ha dentro tutti i sentimenti di questi anni lunghissimi di Primi Giorni di Scuola.
Ci sono stati altri primi giorni per loro, ce ne saranno.
e io sarò sempre qui.

Non rifarò loro le trecce, non preparerò loro la merenda, ma li bacerò sempre, davanti a ogni cancello, ovunque nel mondo.







01 settembre, 2015

Il Calendario.

Ho un calendario appeso in cucina.
Bella scoperta, chi non ne ha uno.
E poi agende, bigliettini, quadernini vezzosi, quadernini serissimi, a quadretti, a righe, senza niente.

Il calendario della cucina è il documento più importante in assoluto.
Quando una cosa è scritta lì è sacrosanta, come se fosse scolpita nella pietra, più o meno.

Girare il foglio del calendario è cosa solenne.

Il Primo Settembre, lo è un pò di più.

Il mio calendario non ha le righe e non ha scritti i nomi dei santi.
Ha solo i numeri
E la fasi della luna.
E ha dei quadroni, per scriverci, che ci devo scrivere di storto sennò, la parola Veterinario, per esempio non ci sta.

Ma ci stanno i cuori, per i compleanni di casa.
E le stelle, per ricordarsi di mettere fuori l'indifferenziato.

E gli arrivi e le partenze, parte Lui, torna Lei, Inizio Vacanze, gita a Roma, Londra, Parigi, Costantinopoli, ritirare aspirapolvere, dentista, KnitCafè, punti interrogativi dei quali spesso non ricordo il significato, Cena da Loro Qui, Pranzo da Loro Là.

La pagina bianca di un calendario è piena di promesse.
E un filo di ansia, appena appena.
Non c'è ancora scritto nulla, 
Nemmeno Scuola, il 15.

Ho una scatole di matite colorate, di pennarelli un pò scarichi e di evidenziatori di mille colori.
Le userò per scriverci gli impegni di questo mese strano, non chiassoso come agosto, non languido come ottobre, settembre è il mese degli inizi, delle riprese delle cose, del ricominciare, magari cambiando o rimanendo sempre uguali.
ma forse, è proprio cambiando che si rimane uguali.
Ed è stando fermi che forse, si va avanti.
Si sta lì, ad osservare le cose che scivolano, le cose perse, quelle che verranno, ed ha tutto un fascino morbido e sottile, come la mussola di certe vecchie gonne, ne avevo una a fiorellini verdi e rosa, avrò avuto sei anni, giravo su me stessa in cortile, per vederla ruotare intorno a me, e alla fine ero come un pò ubriaca, da tutto quel girare e da tutti quei fiorini verdi e rosa.
Se chiudo gli occhi, la vedo ancora.

Voglio un calendario colorato.
Voglio scriverci solo cose belle.
Disegnerò su questa pagina stelle e cuoricini,
Per ora, guardo le caselle bianche e prendo un bel respiro.
Due fiorellini, uno verde e uno rosa, forse, aiuteranno.

E buon settembre a me.