
28 marzo, 2007
Indiani e cowboy.

19 marzo, 2007
...
Alla fine, le tabelline le ho imparate. Fischiando, come dicevi tu. Ho fatto una quantità di cose, in questo tempo, belle e meno belle, qualcuna la condivideresti, altre nemmeno per sogno. E' stata una vita difficile, per un certo periodo, eri appena andato via, e un pò ti odiavo per questo. E' stato strano riprendere, incominciare, anzi, ricominciare o fare cosa, come si dice quando hai un vuoto dentro e tutto intorno e non hai forza nè voglia nè coraggio nè sai da dove partire, per fare le cose che devi fare. Studiare, lavorare, iscriversi all'università. Cocciuta la sono sempre stata, ma forse, un pò ti somiglio. Che dirti, adesso, che non ti abbia detto ancora, le volte che prego e bisbiglio e guardo in sù, ma non ti trovo. Che dire a me, che da quando sei via ho faticato a trovare la mia strada. Se l'ho trovata, non lo so. Sono felice, certo, volevi per me una vita perfetta, ebbene, ce l'ho. Ma non è vicino. E vicino a me, non ho nessuno. Nessuno di noi, intendo. Oh, sì, mi sono sposata, ma questo lo sai già. Te lo sono venuta a dire, un pomeriggio che piovigginava, da sola, e ho corso le scale di marmo che portano a te, e mi sono fermata lì davanti, a fissarti, a guardare i fiori di stoffa e quel sorriso che vedo che non è il tuo, ma fa lo stesso, che brutte sono le fotografie sulla ceramica. Il tuo sorriso è qui, dentro di me, da dove nessuno lo può portare via. E mille volte ti ho portato i miei bambini, e l'uomo che ho sposato che ha tanto di te, certe volte, e ti sono venuta a raccontare che è sempre così difficile non pensarti, e che non passerà mai, e che qualche volta sono così sola che urlerei, e mi viene così facile pensare che niente sarebbe com'è se fossi qui, le cose storte, intendo, perchè niente è stato uguale e ci siamo persi per strada. Se la mia strada l'ho trovata non lo so, ma sono contenta della vita che ho, e mi piacerebbe che i baci che i miei figli mandano al Cielo, potessero darteli sulla guancia con lo schiocco, di quelli che rintronano. E vorrei ogni tanto, farmi abbracciare e farmi dire non è niente, stai tranquilla, passa subito. Ma adesso il bacio al Cielo lo mando io, io, questa sciocca mamma che è anche figlia e che crede che la festa del papà si festeggi anche lì. Dove sei tu.30 dicembre, 2006
A proposito.

Esprimi un desiderio. E fai cinque buoni propositi per l'anno nuovo, si fa sempre, non è vero? Riordinare i cassetti, i fili da ricamo, una specie di inventario, buttare i vestiti vecchi e le vecchie presine consunte dall'uso e gli strofinacci, anche quelli, e le tazze sbrecciate e le maglie di lana che fanno i pallini. Buttare via, un pò come per dirsi che, in fondo, si stava male con tutta quella roba vetusta intorno, ci dava brutti pensieri e rimandava brutte immagini. Via, un sacco nero, di quelli grossi e tutto dentro senza guardare, non quelli lillini che sono trasparenti, se no ti vien voglia di salvare quel vaso o quella t-shirt che ti piaceva tanto. Resettare, come ho fatto a non pensarci, riprendere da capo, freschi come rose e freddi come spie, lontani, distanti, cucirsi il cuore nella fodera del cappotto, nel cappuccio della felpa e non ascoltarlo, per un pò. Mi vogliono superba? Lo sarò, eccome, più di sempre, altezzosa e un pò vigliacca, si dice stronza, in realtà. Benissimo, pronti, via. Non la sono stata mai, o forse non abbastanza. ho sempre cercato di salvare quel ridicolo senso di appartenenza a qualcosa che non esiste più da molto, e da adesso, da prima, da ieri, cercherò di appiccicarmi addosso questo nuovo ruolo. La mia famiglia è questa qua, mio marito e i miei bambini, bambini? ma dove, sono alti due metri e belli come il sole di giugno. Nient'altro mi serve. Avrò spalle su cui piangere lo stesso, avrò discorsi difficili da dividere con le persone che sanno davvero come sono, che strano, non il tuo sangue, però, che buffo scherzo della vita, le persone uguali a te non sanno nemmeno da che parte sei voltata e quelle che hai incontrato solo l'altroieri sanno come stai al solo suono della tua voce al telefono. Che storia. Butto via tutto. Le offese di ieri, le falsità, il mio implorare attenzioni che non merito, si vede, Non mi sentirò sola, c'è forse un modo per sentirsi più sola di così, certo peggiore ma in ogni caso diversa, più attaccata ai gesti d'affetto, alle piccole sorprese, alle piccole cose che ti fanno sentirse un pò voluta, amata, circondata di bene, al sicuro, insomma. Bene, negatemi pure tutto ciò, sono anni che lo rincorro e non l'ho mai acchiappato, eppure ero brava a prendere farfalle, da bambina. Si resta bambini in un certo senso, si ha sempre voglia di un abbraccio caldo, sempre voglia di una carezza. Non sono stata abbastanza brava, meritevole, non sono stata nominata per il Premio Bontà Duemilasei. Ho ingoiato rospi, prestato soldi mai rivisti, fatto finta di niente. Non abbastanza. E adesso, la Scocciata Stronzissima Superba, mette sù una bella corazza, diventa algida e merdosetta sul serio, sparisce dal giro, nel sacco nero butta anche le cose che le fanno male, che la fanno piangere in autostrada con la nebbia e i TIR, e se nessuno si preoccupa di sapere se per caso è spiaccicata contro qualche guard-rail, ma cosa importa, ho le spalle grosse e sopravviverò. A casa mi aspetta l'amore quello vero, che ho fatto io, che ho voluto. Di tutto il resto non me ne importerà più fico secco. Si cambia, signori miei. E vaffanculo pure alla farfalle.
19 dicembre, 2006
Niente.

Cè il mutuo da pagare. E una multa sul tergicristallo. E sono in coda da mezz'ora e non trovo parcheggio. E ho bruciato l'arrosto e ho dimenticato di fare la lavatrice e di stendere, anche. E ho il raffreddore, forse l'influenza e una caviglia slogata e non so come vestirmi per la cena di domani e non so cosa cucinare a Natale. Il capo è un cretino, e ho perso le chiavi, ho litigato con mio marito,e mia moglie spende troppo, e ho messo gli addobbi, ho rotto una tazza, ma chi credi di essere, e ho una grana di lavoro che mi assilla, e mio figlio non ha voglia di studiare, e vorrei un telefonino dorato, e devo cambiare le fodere dei divani, e il cane non sta bene, e vorrei tornare in palestra e trovare un nuovo aiuto per casa e dei vasi di erica, e ho bucato una gomma. La mia squadra ha perso, ma che gente c'è in giro, mi hanno battuto a tennis, hanno rotto lo specchietto, e la casa è sempre in disordine, e si è sempre di corsa, che ci vuoi fare, sopravviviamo, e non hai tempo per niente e quella maglia che volevo, al negozio l'hanno venduta, e quest'anno le ferie, e cambierò macchina le Maldive un paradiso, si va al giapponese?
16 dicembre, 2006
La preghiera.

Ci sono pensieri che volano via, leggeri, che non ti danno nemmeno il tempo di renderti conto che sono lì. Altri che rimangono, appiccicati come le foglie per terra quando piove. Di solito, sono i pensieri più tristi, le malinconie sottili, le ansie stupide, i dolori un pò sciocchi, non autorizzati, senza un vero senso, non so. Ho pensato, ieri sera, a due mamme che vivevano, da ieri, il dolore più grande e straziante impossibile da sopportare, io credo, come la perdita di un figlio. E mi veniva da pregare per loro, sentivo che serviva a pochissimo, in realtà, i dolori che squàssano non li alleggerisce nessuno, credente o meno. Ho pensato a loro, guardando dalla finestra, le luci e le case, pensando che da ieri, la loro vita, la loro luce e le loro case non sarebbero state le stesse, mai più. Ho pensato a quelle famiglie a quei papà, a quei fratelli, forse, e ho pregato che qualcuno, da qualche parte, oltre le nuvole, oltre il vento e oltre il cielo, dia loro la forza di sopportare, di portarsi addosso questo masso di pianto e di lacrime, di tristezza infinita e di assurdo, sordo, infinito, opprimente dolore. Poi, mi sono detta, questa qui è una preghiera inventata, non è quella che si recita a memoria, in chiesa. Ma credo che Qualcuno, inventate, balbettate o singhiozzate, le preghiere le ascolti un pò tutte. Sono certa di sì.
06 dicembre, 2006
I chiodi.

Non si capisce. Se sia ansia, rabbia o un attacco estemporaneo di depressione o di esaurimento psicofisico, o di che diavolo: nessuna di queste patologie è così palesemente dichiarata, men che meno motivata, insomma, è tutto a posto, va tutto bene, e sono le frasi da non dire mai o dire sottovoce, appena appena, per paura che una tegola qualsiasi, un bel vaso di gerani, ti cada all'improvviso sulla testa. Quel che c'è è che è fastidioso. Anzi, di più, ti fa stare proprio male. Ti svegli e controlli, dal letto, se sia tutto in ordine, dunque non sono raffreddata, non ho mal di gola, testa, denti, pancia, stomaco, le gambe rispondono, le braccia pure, ci vedo e ci sento. Per il resto, un delirio. E' difficile da decifrare, da spiegare, persino, al cospetto del dottor Balanzone, o il Dr.House, magari, cosa si sente? Già, cosa mi sento? Mi sento che non mi sento. Di uscire fuori di qui, me ne starei seduta su questa sedia, davanti alla tazza vuota del caffelatte, le gambe raccolte, le braccia intorno alle ginocchia, come ad abbracciarmi da sola, lo faccio spesso quando mi sento un pò persa, da sempre, me ne starei a guardare fuori il ciliegio che ha perso le foglie, la casa del pettirosso, le ortensie violacee, l'erba un pò ghiacciatina, l'avulso rosmarino e l'acero che si è vestito di rosso, per farmi piacere. Ma non serve. Pioviggina un pò, anche se il pò non serve, se pioviggina, lo fa e basta, senza un pò. Vorrei un acquazzone. Di quelli coi goccioloni, che fanno tac! sulle piastrelle del terrazzo, e allora sì, uscirei fuori, e guardando in sù spalancherei la bocca, come fanno i bambini con la neve, per vedere se la pioggia rabbiosa riuscisse a lavar via i chiodi che ho piantati proprio qui, quasi sul cuore, occhio e croce. E così. Qualcosa mi verrà in mente, durante la giornata. Se il sintomo persiste, consultare il medico. B B B B Barilla Batitstuta Balanzone...Balanzone....ma dove troverò il numero, accidenti?
07 ottobre, 2006
Il nastrino bianco.

Ottobre, il 7.
Sto in piedi. Rigida. Proprio, di sedermi non mi riesce. Ho la sensazione indefinibile che mi fa sentire le gambe a tratti mollissime e solo un attimo dopo di piombo. Pesanti. Ho mio fratello accanto, ogni tanto, mi sfiora il braccio con la mano, non so se per farmi coraggio, per prenderne, o per sincerarsi che io sia ancora lì. Mia madre è seduta , ferma, anche lei. Non mi guarda. Forse per non trovare altre lacrime, per non doversi occupare anche del mio, di dolore. Ne ha già abbastanza del suo. Ho una gonna blù a pieghe che non metterò mai più. E quando la vedrò nell’armadio la toccherò appena per mesi, fino a buttarla via, di nascosto, un pomeriggio di sole. Ho diciassette anni da cinque giorni, una treccia lunghissima fermata da un nastrino bianco e un dolore che mi squassa, senza lacrime, così grande che sembra che mi avvolga e un po’ mi soffochi. Da non credere, quasi. Le mie compagne di scuola sono tutte qui. Loro sì, mi guardano da lontano, senza sapere bene che cosa fare e dire, proprio a me, la più irrequieta della classe, adesso lì,immobile e assente e zitta, di un silenzio arido di cartone. Mia nonna sembra ancora più piccola e più bianca, di cera. Ogni tanto, soffoca un grido muto in un fazzoletto e muove piano le labbra in una preghiera senza fine. Bisbigli e abbracci, e gente anche mai vista, nasi soffiati, strette di mano e odore di candele, di vestiti sfregati, di fiori, di umidità, scalpiccio di scarpe in corridoio, dove qualcuno, chissà perché, ha coperto lo specchio con un telo. Aspettiamo. Che arrivi il momento. Ho qualcosa di simile alla paura, spero che gli uomini che ho visto in cortile non arrivino mai o che arrivino in fretta e che tutto questo finisca, adesso, domani, mai più. Mi sento persa, galleggio in qualcosa che non conosco, è allora questo il dolore vero, quello che sta ancora aldilà di quando piangi, perché ce n’è talmente tanto che nemmeno a piangere, ce la fai? Dormirò in questa stanza stasera, e per molte sere, per respirare le cose di te che lasci qui, adesso, che hai gli occhi chiusi e la camicia celeste e le mani bianchissime con il rosario. Svegliati, adesso, sorridimi ancora e ancora accarezzami e anche sgridami, dammi una sberla, ma non andare via. Dove andrai, che farai e che faremo, ci lasci qui, a vagare in una vita che non sarà più la stessa per nessuno di noi, ti aspettavo per il mio compleanno, mi avevi detto in ospedale che saresti tornato e che avremmo fatto una festa bellissima. Dove andrai, se nessun sentiero è tracciato in cielo per te, magari ti perdi, se nessuno ti indica la strada, dove andrai se nessuno sa da che parte cominciare a cercarti, dove andrai, se nessuno ti potrà trovare, mai. Nemmeno io. Arrivano gli uomini del cortile, e vogliono farmi andare via. Mia madre, ora, non la vedo più, c’è confusione e un pianto forte, adesso, ma non è il mio. E prima che tutto inizi, prima che chiudano i tuoi occhi chiusi, prima che tu vada via per sempre, da questa stanza, da questo mondo, da me, senza che nessuno mi veda, tolgo il mio nastro dalla treccia e te lo metto lì, accanto alle mani immobili, accanto al rosario. A cosa ti servirà, papà, il mio nastrino, per il tuo viaggio nella Luce?
07 giugno, 2006
Il cerotto.
Un cerotto e passa tutto. Anche dove non c'è niente, neanche un graffio o una sbucciatura, il cerotto infonde, da tempo immemore, la sua bella fetta di sicurezza. L'operazione diventa un tantino difficile quando il suddetto và apposto sul cuore. Lo ben si sa, il cuore è viscido, scivola via e non ne ha nessuna voglia di farsi curare. Neppure da me, allenata da improbe somministrazioni di sciroppi e antibiotici a fanciulli recalcitranti e ogni sorta di medicine a cani e gatti, si sorvoli sul paragone. Esso, il cuore, è uno strano aggeggio. Che a lui non si comandi è cosa nota, ma qualche volta ti verrebbe da prenderlo a schiaffi, lì per lì. Come, fedifrago, è proprio il momento in cui ho più bisogno di te, e tu, sciocco d'un muscolo che non sei altro, ti metti a battere troppo forte e a non reggere più o quasi? Come sarebbe a dire, cuorucolo da mercato, che proprio adesso fai il prezioso e dici beh, fai senza di me? Lo so, lo so. Forse hai avuto un periodo di grande lavoro, surmenage si dice, vero?, e allora, dai, forse ti sei un pò scocciato e allora, vedi, un cerotto e passa tutto. Avrò più cura di te, ma averla di te è averla di me, cura e maestria nell'essere più forte, non farsi scalfire dalle cose, non farsi squassare il petto dalla paura e dall'ansia perchè lì sotto ci sei tu. Imparerò. Un cerotto, comunque, per cominciare. Ma, una domanda, Gucci fa cerotti? Sarebbe un'idea.03 giugno, 2006
Tirarsi fuori.
L'avevo detto, io. 01 giugno, 2006
Fragole spiaccicate.

Una vera definizione alternativa, non so se esista. Non è facile. Nel senso che, un individuo in buona salute, con una vita normale, certo non può accollarsi le disgrazie dell'umanità tutta. Guerre e carestie, pandemie e soprusi di ogni genere, brutto da dire, ma non possono essere risolti da noi medesimi, all'istante. Ciò non di meno, ci si sente frullati. Come se un carrarmato si fosse parcheggiato proprio lì, su di noi stesi a pancia in giù. Come se avessero preso il nostro cuore, la nostra testa e il nostro stomaco e lo avessero frullato con un robot da cucina di ultima generazione, che trita-taglia-frulla e impasta, per dirla tutta. Si sospira centinaia di volte, ci si guarda riflessi nelle vetrine, un pò curvi e con l'espressione da fila alla Posta Centrale e si cerca di darsi un tono. Operazione difficile ma non impossibile. Un pensiero alla festa di questa sera, uno spruzzo di mandorlo e un gloss al mandarino. Che con le fragole, lo si sa benissimo, ci sta che è un amore.
13 maggio, 2006
I bambini non muoiono.

Sono di zucchero. E di pane, anche. Un pò di burro. Sono latte e biscotti, sono pappa spiaccicata e sparsa. Sono gengive lucide e occhioni, sono respiro di notte, sono la luce accesa per non avere paura. Sono il triciclo e la bici a rotelle, il bavaglino col nome, i sandaletti coi buchi e la sabbia che pizzica. Sono secchiello e paletta, il cappellino per il troppo sole, bikini a quadretti e tonnellate di crema. Vomitano nelle curve, camminano a gattoni, sono a puntini col morbillo. Scrivono mamma sei bellisima con una sola s, raccolgono fiori senza il gambo.Sono il ciuccio attaccato col cordino, le gocce per il naso, la citronella per le zanzare. Sono la febbre a 40, sono il primo giorno d'asilo, sono l'autoscontro, quello piccolo, al Luna Park. Sono succo di frutta e Plasmon, sono nascondersi dietro le tende, sono scivolo e altalena, sono Lego e bambole che fanno la pipì. Sono abbracci e coccole, sono carezze di borotalco, sono bagnetti e accappatoi con le papere. Sono la tenerezza, il caldo e il morbido, il dolce e l'assoluto. Sono manine appiccicose e piedi infangati, sono paura del tuono e Strega Comanda Color. Sono formaggini e camomilla, mal di pancia e sbadigli, a strofinarsi gli occhi prima di dormire. I bambini non li ammazzano. Non con le pale nei viottoli di campagna, non coi sassi o chissà che, nel lettone. I bambini non li ammazza la mamma a scrolloni, il papà perchè piangono troppo. I bambini nascono, il fiocco alla porta e le smorfie dal vetro, a scommettere a chi somiglia. Non li fanno fuori a calci e pugni quando ancora sono lì, nella mamma, e li sotterrano e poi li vestono, come vivi, ma vivi non sono e morti nemmeno, può morire una cosa che non ha visto un solo secondo del mondo che c'è? I bambini non li rubano, non li vendono, non li trattano da grandi per far loro del male, i bambini non li uccidono, i bambini non muoiono, vero mamma?
02 aprile, 2006
Stiamo zitti.

In silenzio. Così. Niente c'è da dire. Orrore o tragedia. Esiste un modo che la dica giusta? Non credo, anzi no che non c'è. Ci sono le lacrime. C'è il chiedersi perchè. C'è una preghiera, magari, nel modo che conosciamo, un pensiero, leggero, farlo volare in alto, dove gli angeli, dove le nuvole.Impariamo a soffrire in silenzio, da soli o in mille, senza voler fare anche di uno strazio uno show.Come allo stadio. Che bisogno c'è di applaudire, come a teatro, come a una festa, se festa non c'è. Silenzio, in piedi. E zitti. Se ci riusciamo, senza avere paura dei pensieri che ci prendono. Perchè è paura, lo sappiamo, e non ce lo vogliamo confessare. Un pensiero a quella mamma e a quel papà. E uno per te. Per te, pochi mesi di riccioli e di occhioni celesti che abbiamo visto ai Tg. Per te, i dentini da latte, la nanna da fare, il profumo del borotalco. Per te, un abbraccio caldo, che ti arrivi fino lì dove sei, da una mamma che non è la tua ma che ti abbraccia forte come fossi suo, Tommaso.
Odore di dicembre.
Che non è pino, non è neve, non è gelo, non è niente. Non c'è dicembre in questi giorni, non c'è niente del genere, non ci sono le...
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Sarà il periodo. O la mia proverbiale e assoluta frivolezza cosmica. Ma a me, scartare i pacchi, galvanizza. Elettrizza. Mi piace, insomma....
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Da poco, abito accanto a una palestra. Alla palestra di una scuola. Ho spesso la finestra aperta, non mi arrendo ai temporali alle piog...