31 dicembre, 2007

E così.


E' un anno, lo sai? un anno che passa, cancella, rimuove, scolora e sconquassa. Un anno di cose, profumi e canzoni, di vecchi rancori, di nuovi sorrisi, di lacrime, giochi, conquiste e sconfitte, di favole tristi, di storie sfacciate, eleganti, così, dicembre trentuno, che sembra di sabato ed è lunedì. Di spese e risate, di sonno e di veglia, biscotti, frittate, passato per caso, in un attimo o un secolo, mezz'ora e tre mesi, qualcuno di più. Di amiche che ho perso, e che invece ho trovato, di compiti e voti, di urla e di prediche, di sbuffi, di tuffi, di mare e di sole, di acqua gasata, granite e di thè. Ti chiamo, ti aspetto, ti abbraccio e ti bacio, auguri anche a casa, ma auguri di che? E pagine nuove son tutte da scrivere, l'agenda profuma di colla e cartone, si buttano cose, si cambia, domani, ma come si cambia in un giorno, così? Un anno banale o speciale, chissà, lì dietro la porta, domani sarà. Così, buoni buoni, si cresce un pochino, i miei desideri son quelli di tutti, le cose più semplici, chiare, perfette, è un anno rotondo, non vedi anche tu? Stasera, di fuochi, di brilli e di tacchi, di sete fruscianti, di cose così, un giorno qualunque, di ghiaccio e di brina, che sembra di sabato ed è lunedì.

30 dicembre, 2007

Holiday Breakfast.


Che silenzio c'è, questa mattina, in una cucina qualsiasi, in una casa qualsiasi sulla collina. Si scendono piano piano le scale, solo il ronzio della fontana del presepe, e il disordine caldo della sera prima davanti alla tv, una tazza per la camomilla, i regali scartati in ordine molto sparso sotto l'albero zen. Da sotto le scale, uno sposo assonnato e felice accoglierà con un abbraccio una sposa in pigiama, che lusso è stare in pigiama quanto si vuole, coi capelli arruffati, il sorriso stropicciato di chi avrebbe dormito ancora un pò, ma che si è alzato per non perdersi il silenzio della mattina. Si è apparecchiato con cura la sera prima, da sempre, oramai, si sparecchia la cena e si apparecchia la colazione, più natalizia, questa volta, i sottopiatti rossi, i biscotti preferiti accanto alle tazze di ciascuno, le vitamine, le arance, marmellate e cereali. Le vacanze di Natale hanno, in questa come in tutte le case, una specie di soffice magia, non è mica come le altre domeniche, questa qui, lo sanno tutti, e in viaggio certo non si può creare la stessa atmosfera. E' odore di casa. Di caffelatte e di mandarino. Di dormire quanto vuoi. Di bighellonare senza programmi di sorta, di chiacchierare sottovoce per non svegliare il resto della ciurma, non sentono mica ma chiacchierare sottovoce rende più intatta e morbida e protetta questa mattina di niente, che non è festa ma è come se. E poi vederli spuntare uno ad uno dalle scale, indovinarli dallo scalpiccio, questi figli scellerati e adorabili, questi fiori in vacanza, queste anime belle che non sai bene di quanto amore li ami, perchè è un amore che non si pesa, che non si conta nè misura, questi regali quotidiani di un Cielo che ogni tanto ti stupisci di quanto buono sia stato con te.

28 dicembre, 2007

And so, this is Christmas.

Il mio, almeno. Il nostro. Un pò Mamma ho Perso l'Aereo un pò Quella casa nella Prateria. Bello da sciogliersi, in ogni caso. Scoprire, ancora una volta che siamo una falange armata, che siamo forti e invincibili, e un pò fuori, anche. Un Natale diverso dagli altri, ma forse per questo più caldo di tanti altri, seduti a tavola col vestito bello, con l'insalata russa, il panettone e le zie. Un Natale così.

Che magico, Covent Garden alla Vigilia, in giro solo noi o quasi, un artista di strada cantava "Hello, Is It Me You're Lookin'For?" Sì, certo, stavo cercando proprio questo, le persone che ho qui con me sono le sole cose che voglio al mondo.

E abbiamo girato e girato, con pioggia e sole, e abbiamo riso, riso tantissimo e camminato e sù e giù, e siamo stati bene e non abbiamo perso nessuno in metropolitana, i ragazzi sembravano più in gita scolastica che in viaggio con la famiglia e ovunque canzoncine di Natale e atmosfera di Natale, e cose di Natale ma che strano Natale è questo qua.


Adesso, c'è da riordinare tutto, biglietti, scarpe, magliette impossibili, libri, ferri da maglia n.25, cose, bustine di zucchero e fotografie. Tutto quello che è stato, per un Natale così perfetto da sembrare davvero un film, per un natale come il nostro, per un Natale così.
E così.

E così.
E così, in una Londra viola e nera e colorata e luccicante, un delirio di facce e persone e cose e passi e sacchetti e saldi e sorrisi e caffè e lingue e sorry e chador. Magnifica, direi.
E' stato bellissimo. Così bello che quasi dimenticavo, accidenti, Buon Natale, ma sono in ritardo, e allora non vale più. So sorry, appunto.

20 dicembre, 2007

Luna di giorno.


E lì, Appiccicata, adesiva, di carta velina. Trasparente, un pochino, la devi cercare, non è che guardi in alto e la trovi subito. E' preziosa, mica si fa trovare così facilmente. In questi giorni, c'è. Anche alle 2 del pomeriggio. Provare a cercarla. E' uno strano gioco del destino, un amuleto per la chi la vuole, porta fortuna, coraggio e calore, si trova, si trova, a cercarla col cuore. E' una finta, un inganno, una sciocca bugia, sembra una fata e par che la sia. Porta sogni, civette, bacioni e babà, porta consigli, porta conigli, porta preziosi nascondigli, forse sbadigli, magici intrugli, porta conchiglie, stupide biglie, mazzi vistosi di rosse giunchiglie. Non sembra una luna a vederla così, forse tra un attimo si stacca da lì, nessuno sa bene se c'è o se non c'è, ognuno, dal cuore, la tiene per sè. Nasconde un segreto che ancora non sa, sembra che piova ma non pioverà, la luna di giorno è fatta così, sembra soltanto, un pò no, un pò sì.

19 dicembre, 2007

Il treno.


Mi piacciono, i treni. Lo so, sono sporchi e rotti e in ritardo, quasi sempre, e affollati e maleodoranti. Ci andavo a scuola, in treno. Ci ho letto, studiato, cantato, dormito, pianto, riso, pensato e pensato, dondolata dal vagone, come dice Guccini, a guardare fuori, gli alberi, gli orti, le luci nelle case, i panni stesi, le macchine ferme ai passaggi livello, i campi da calcio, le cose che sembrano essere di un altro mondo, non del tuo, che è tutto lì, nel vagone, appunto. Mi piace viaggiare in treno. Mi piace la gente che c'è, le storie che portano in giro, dentro la valigia che si mette sù, dentro le teste che appoggiano sulla stoffa lisa dei sedili, dentro i giornali che è un proprio un'impresa leggere in treno, meglio un libro. Ho viaggiato moltissimo, in treno. Ci viaggerei ancora. Oggi, soprattutto. Andrei alla stazione e prenderei un biglietto, qualunque, direi all'omino dello sportello Faccia Lei, Roma, Parigi, Cinisello Balsamo, Reggio Calabria. E partirei. Mi accomoderei in uno scompartimento semivuoto, aprendo a fatica la porta scorrevole, o in quei sedili tutti in fila, con scritto Trenitalia. Mi siederei e mi lascerei trasportare, guardando fuori, lasciando liberi i pensieri di andare dove vogliono, sui fili e sulle nuvole, al di là. Scapperei, insomma. Succede spesso a molti, di voler andare via, solo per poco, per un giorno o poche ore. Non si può. Per il momento, l'unico treno che sento è quello che mi passa dentro, velocissimo, che non si ferma a nessuna stazione, che fischia e sbuffa e sibila, proprio qui nello stomaco, un treno immaginario eppure così chiaro da ascoltare, che sfreccia così veloce che non riesci nemmeno a vedere le facce di chi ci sta sopra, dove vanno e chi sono e cosa fanno, e a cosa pensano, chissà.

18 dicembre, 2007

La molla.

Ci vorrebbe una molla. Anzi, due. Da fissare sotto le scarpe, e fare doing! doing! per uscire di casa. Per buttarsi nella centrifuga dei giorni che ci sono fuori. Per avere l'ispirazione anche solo per portare i ragazzi a scuola, fare le cose da fare, che ti piacciono o no. Qualcosa che ti faccia venire la voglia, insomma. Fuori, vento e gelo, dentro, un disordine appena accennato, la coperta con gli orsi che hai messo alla Princi ieri sera, quando si è addormentata stecchita sul divano, qualche foglio sparso, le tazze della colazione, la scatola delle vitamine. Allo specchio, una faccia color totano, capelli inanimati e sguardo vacuo, come a dire, ma che ci faccio qui. All'opera. Doccia sferzante, una nuvola di profumo di fiori, una passata di brilli dovunque. Scongiurando l'effetto stellacometa alle 8 del mattino, se proprio non si riesce a sentire niente di natalizio, almeno si sarà provato, luccicanti e sfavillanti, a trovarlo da qualche parte. Quanto allo sguardo, beh, ci si deve fare coraggio. Si prova a mettere in fila una serie di pensieri, vediamo quale ci farà sentire un pò meglio, ci si canticchia una canzoncina sottovoce, (noooooooooooo, LastChristmas, nooooooooooo), si sceglie dall'armadio qualcosa di non banale, non come quelle volte che si pesca a caso, una camicia, una maglia e chìssene. Così, coi capelli vaporosi, sberlucciche e profumate, si è pronte per un altro giro di giostra. Forse la voglia non ci sarà comunque, ma è l'intenzione quella che conta. Il pensiero, no? Ci si è già portati avanti: i pensieri cupi e torvi di poco prima, hanno lasciato il posto a quelli più frivoli, quelli che non sai nemmeno tu da che parte arrivano, che hai solo quando sei al semaforo, magari, e quando ti chiedono A Che Pensi, quasi ti vergogni a confessare. Le molle sotto alle scarpe forse non le avevi fissate molto bene, ma sei stata brava a cercare di pensare ad altro. Però, proprio niente male quel Sarkozy! Vale tutto, bellezza.

17 dicembre, 2007

Non è Natale se.


Se non senti per sette volte al giorno Last Christmas degli Wham!
E anche And so this is Christmas di John Lennon.
Se "Quest'anno non regalo niente a nessuno".
Se "Mi mancano ancora 11 regali e poi ho finito".
Se "Cosa fate a Capodanno?".
Se alla tv non c'è Telethon, e tutti con la sciarpa colorata.
Se i tg non fanno i servizi su cosa mangeranno gli italiani.
Se i tg non fanno i sondaggi Panettone o Pandoro.
Se i tg non comunicano che a gennaio tutto sarà molto più caro.
Se in giro non ci sono decine e decine di Babbi Natale.
Se la pasta sfoglia Buitoni non ha le palline disegnate sulla carta.
Se il Mulino Bianco e la Nutella non fanno le confezioni con le stelline.
Se da Ikea non vendono la casetta di Hansel e Gretel.
Se "Ah, guarda, quest'anno mi riposo".
Se "Figurati, siamo in ventidue al pranzo".
Se nei negozi non ti salutano con arrivederciauguri.
Ne ho un pò nausea, di già.
E manca ancora una settimana.

15 dicembre, 2007

Vento da nord.


Gelo. Gelo vero. Di quello che si vede, col vento persino, un vento rabbioso e sibilante, che sbatte di qua e di là i rami dell'abete, forse anche i tronco se guardi bene. Si vede stando a letto, in un sabato mattina un pò prima di Natale, guardi fuori, da sotto una coperta caldissima, con la princi che ci si è infilata stamattina presto, lo Sposo uscito nel gelo e nella brina coi figlioli grandi, che di sabato a scuola ci vanno eccome. Fai un check, delle cose che vorresti fare, di quelle che vorresti e non ne hai voglia, di quelle da fare e basta senza farsi troppe domande, forse, ma forse, ma sì. Di bello c'è che ci sarà il sole, che farà brillare le stelline appese alle finestre, che il vento ha scompigliato e arruffato, ma loro, regali, non si sono mica arrabbiate. e poi, che elegante è un addobbo un pò spettinato, una cascata di lucine che sembrano messe alla rinfusa, niente in questa casa è tradizional-natalizio, l'albero nero, la fascina con le palline tricot, e poi il presepe, ingegneristico, fatto con tutti i fiocchi e i controfiocchi, il piano regolatore, la cascata con l'acqua vera e il mulino che gira, la divisione tra ambulanti e lavoratori, l'arrotino non è mica vicino al pescivendolo. E i pastori, già i Re Magi, ma pazienza, non andiamo tanto per il sottile, il Gran Visir del Presepe così ha deciso. Questo vento freddo freddissimo farà bene a noi di casa. Piccole compere di Natale, le ultime, credo, regalo cose fatte da me e poco altro, come ogni anno, del resto. Le prove della recita della Princi, una sera tranquilla, dopo i tanti amici di ieri sera nella Casa nella Prateria nuova di zecca. Il vento gelido spazzerà, ripulirà, farà lucido e brillante il cielo e il prato davanti a casa, conforterà le anime buone che vivono sotto questo tetto, le ammanterà di speranza e di coraggio, regalerà loro una piccola, sorda tranquillità, una calma sottile dopo la tempesta, la voglia di sorridere e di stare al caldo, che di strada ancora ce n'è e di voglia anche e di vento quanto ne vuoi, forse, ma forse, ma sì.

14 dicembre, 2007

La bolla.


Si và così. Galleggiando, fluttuando, volando un pò. I pensieri, beh, quelli mica se ne vanno in un secondo. E hai un bel dire, sì certo, niente di nuovo, lo sapevamo già, lo sappiamo da sempre, lui, il figlio che viene da lontano, ha un mondo tutto suo, una vita tutta sua, fragile e complessa, una realtà dove non fa entrare nessuno di noi, nè l'Universitario, nè il Maturando, nè il Liceale, nè la Princi. Nè suo padre. Nè me, che non sono nessuno o quasi. E sua madre, poi. E' disarmante e candido, come lo sono i bambini che imparano a camminare, peccato che è il più grande di tutti e che sia così difficile. L'amore, certe volte, non basta. E' complicato, persino da spiegare, da capire dal di fuori, da comprendere fino in fondo, se non si vede, se non si sa. Noi qui siamo silenziosi, anche se niente di nuovo ci è stato svelato, è arrivato così, dal Paese della Samba e del Caffè. Lo amiamo così. E così siamo in pena per lui, che non ne vuole sapere di questa casa e di questa vita, che ha già la sua, semplice e difficilissima, e che si chiude in quel suo mondo fatto di insicurezze e di animali, che sa a memoria le bandiere del globo intero, e che ogni tanto si ferma e si eclissa, in una bolla invisibile, lì con noi eppure lontanissimo, come a seguire un richiamo impercettibile, un profumo di caffè e le note gioiose e assordanti di uno strano, indistinto, infinito carnevale.

12 dicembre, 2007

L'uomo che piange.


Non mi capita spesso di vederlo così. Anzi, mai. Non è mai facile vedere un uomo piangere, soprattutto se non ti ci ha abituata, sei sempre tu quella che frigna, ogni tanto, lui mai. E' sempre forte, diretto, determinato, granitico. In ogni decisione, in ogni frangente, in ogni occasione è sempre quello che, apparentemente, mantiene calma, lucidità e coerenza. Tranne. Se ne stava lì, frantumato sotto un peso enorme, polverizzato, curvo, sotto una cosa più grande di lui. E io. Che posso fare, se me ne sto a guardare e basta, se ti abbraccio e ti dico che passerà, ma cosa e come non lo sa nessuno, che posso dire, ferma in piedi davanti a te, a cercare alla rinfusa parole che vadano bene, ma dire, che cosa, poi. Serve l'amore, tutto l'amore che c'è qui dentro e tutt'attorno, le cose che abbiamo fatto e costruito, e disfatto e rifatto, e rischiato e perso e ritrovato e cambiato e affrontato, serve nasconderti le piccole grane degli altri figli, serve a sollevarti un pò da tutto il resto, ma che ti sollevo a fare, se hai sul cuore un sasso che non sai smuovere, se hai negli occhi lo smarrimento e quella tristezza amara, profonda, irrimediabile. Che strane le tue lacrime, scendono velocissime, lo sapevi? e poi si fermano solo un secondo, appena sulla spalla, prima che il maglione le assorba, qualcuna, e qualcun'altra invece, rimane lì, maleducata. Custodisco le tue lacrime di stamattina, che sono anche un pò le mie, forse. Le parole le ho perse per la strada, mi sa, ma ti dico sottovoce che sono qui vicino, e che ti cullo e che ti ascolto, e sono qui, che passa presto, vedrai, che non sarà come sembra, vedrai, che come te non so che cosa fare. Che come te, ma tu di più.

11 dicembre, 2007

L'uovo.


Lo sa il mondo intero, mi piace la nebbia. Quella di fuori, però, quella guardata dalla finestra, dal caldo. Avvolge e nasconde, ammanta e scolora. Stamattina è dovunque. Sia fuori che dentro. E non è il fumo del camino e nemmeno il vapore dei broccoli, e quel dentro, non è quel dentro lì. E più dentro ancora. C'è una specie di nebbia fitta, intorno al cuore, credo, una distesa di sofficità sgradevole, un'anestesia, non saprei definire, un gelo, anche. Che mi sembra di far tanto e non faccio proprio niente, come pedalare dentro al guscio di un uovo, pedalo e pedalo e non arrivo da nessuna parte e giro intorno e sbatto di qui e di là, un uovo non è mica così spazioso, scema che sei, pensi forse di trovare una strada? Sto lì, in un uovo immaginario, con le pareti biancastre e nessuna via d'uscita, e accuse, prese in silenzio come si fa la domenica col prete, La Messa è Finita, Andate in Pace, tu stai lì, come un broccolo, davvero, e non vedi l'ora di uscire, che freddo le domeniche d'inverno nella Chiesa della collina. Prendi e taci, prendi e porta a casa, e stai lì, adesso a lambiccarti, voce del verbo lambiccare, il cervello e a chiederti, dove ho sbagliato, dove sbaglio, dove sbaglierò. Le risposte si trovano a cercarle bene, ma la prima cosa da fare è smettere di fare il broccolo, e soprattutto smetterla, smetterla, smetterla di pedalare e pedalare dentro un assurdo uovo pieno di nebbia. Assurda, anche lei.

08 dicembre, 2007

E alla fine arrivò Zara.

Le ragazze lo aspettavano da tanto. Le signore, anche, in un certo senso. Curiose e attirate da tutto quello sfavillare, da tutto quel gran parlare, dalle favole metropolitane che ne hanno accompagnato l'apertura. Gli unici che non la volevano proprio erano loro, i negozianti. Dicono di aver visto qualcuno aggirarsi tra gli scaffali nuovi di zecca con le lacrime agli occhi. Zara impaurisce. Ma solo un certo tipo di negozi ha da temere. Quelli dalle commesse simpatiche come un herpes, simplex o zoster non fa differenza, quelle che continuano a piegare maglie e non ti degnano di uno sguardo o al limite ti apostrofano, Se Ha Bisogno Chieda Pure (ma nella nuvoletta sulle loro teste leggi, sì, va bene, ma meglio se non chiedi che stamattina c'ho i mazzi miei da pensare e non ne ho voglia). Quelli che appena entri e chiedi una cosa cominciano a scuotere la testa e fare di no, e nemmeno ti dicono Mi Dispiace, che dovrebbe dispiacergli molto, in fondo mandano via un cliente scontento, e invece ti fanno sentire una demente, ma come mi è venuto in mente di chiedere quella roba lì? certo che mi è venuto in mente, è fotografata su mille giornali, possibile che proprio loro non ne abbiano mai sentito parlare. Zara è la giustizia. Farà giustizia, nel mondo delle commesse dagli occhi bistrati e poco altro, di nero vestite e con lo sguardo interessante quanto un cacciavite, è vero che non c'entrano, ma chi le ha assunte, se non il proprietario, chi le ha addestrate se non il Capo Supremo, a sua immagine e somiglianza? Se è scorbutico il capo, sarà scorbutico il collaboratore, è una legge di natura. Granitici resisteranno egregiamente i negozi più caldi, dove si può entrare, provare mille cose e uscire con un sorriso, magari a prendere un caffè con le ancelle, amiche tue, che ti hanno dato una mano, venduto settimane orsono due scarpe da viale che sono un amore. Resisteranno con grazia quelli dalle commesse che sorridono, che non ti dicono Ciaodimmi, che anche se non ne hanno più voglia, sei sempre per loro un cliente speciale. Zara è lì. Ancora non l'ho visto, ma dicono sia luccicante e pieno all'inverosimile. Mi piacciono le cose di Zara così come quelle di Gucci, e pazienza se il cappotto ha perso tutti i bottoni e ha già le tasche bucate, che si pretende per 49,90? Fa pur sempre la sua bella figura. Zara equipara. Le Snob e le Squattrinate, le une per posa, le altre per necessità, Zara calmiera, le Dive e le Semplici, le Dame di Carità e le Donne Normali, le Impostate e le SenzaOgm, le RadicalChic e le Special Guest, le Equosolidali e le Griffatissime. Zara mi piace. Diventerà come spesso accade, non solo un enorme negozio ma un luogo dove riflettere, aggirandosi tra le gonne, accarezzando i cappotti, spostando le camicie per vederne bene il collo. Ci si troverà al mattino, prima di un caffè o di un appuntamento, nella pausa pranzo o mentre si aspettano i figlioli a danza, a musica, a calcio. Sarà una meta d'obbligo e poichè si mischieranno stili e marche, durata e qualità, fuori di lì, dentro di là, proprio di fronte e magari un pò più in là. E nel nostro armadio, accanto alla gonna a palloncino che abbiamo preso per vedere di nascosto l'effetto che fa, ci sarà sempre posto per un pantalone più serio e un golfino che proprio non potevamo lasciare lì. E che con le scarpe da viale, cara la mia signora, fa proprio un figurone.

Ma guarda un pò qui.



Ci siamo quasi. A vederli tutti in fila, strofinacci, strisce per la porta, cuscinetti e tovagliette, non sembra nemmeno a noi dell' Officina di aver ricamato tutta quella roba. Ma è così. E domani è il grande giorno. La prova, in un certo senso, visto che il vero mercatino di Natale sarà domenica 16 dicembre, in piazza Santo Stefano ad Alessandria. Ma noi, che non vogliamo arrivare impreparate a tale evento, ci alleniamo, per così dire, anche domenica 9, al pomeriggio, e sempre in Santo Stefano. Merita un giro. Deliziosi strofinacci natalizi e non, cuscinetti da sistribuire bellamente sul divano della festa, strisce da appendere alle porte per dare il benvenuto nel calore della propria casa, e le tovagliette, vera novità di tutta questa avventura, che sono anche segnaposti e regalino, da arrotolare e portarsi via dopo il pranzo, avendo cura di non spiaccicarci sopra nessuna uvetta del panettone. Se no, non vien bene.

Così, non fate i pigrissimi. Mentre fate un giro per vetrine lucenti e sciccosissime, spingetevi senza indugio fino da noi. Il nostro è un gazebo candido, tutto tempestato di palline e stelline e cose. COME, DI CHE COLORE???????

06 dicembre, 2007

La casa senza tende.


La casa aveva mille finestre. Larghe, luminose, trasparenti. Si poteva guardare fuori, in ogni momento, senza dover spostare le tende, che non c'erano, da nessuna parte, in nessuna finestra. Si guardava il mondo da dentro,e da dentro si teneva il conto delle stagioni, le prime viole dell'aiuola, il ciliegio e le sue gemme, le nuvole, che dici, pioverà?, il vento che spazzava le foglie nel prato, la neve che ricopriva i rami di quello spessore regale, che bella è la neve sui rami, li veste a festa, regala diamanti luccicanti, li avvolge di un tulle soffice e li fa da sposa, candidi, intatti, morbidissimi. E poi il sole, quello caldo di un silenzio assordante, che solo le cicale, l'aria ferma di agosto, la nebbia delle notti buie di novembre, le rose di maggio. Fuori dalla finestra, tutto il mondo girava e girava, le cose della vita si scrutavano dal caldo del divano, una coperta, magari, dal calore ovattato del letto, in inverno, o dal frescolino del lenzuolo soltanto. La finestra si affacciava sulla vita degli altri, custodendo quella dei suoi abitanti, li divideva, in un certo senso, dal dentro al fuori e dal fuori al dentro. A immaginare di guardarci attraverso i vetri, le mani ai lati degli occhi per vederci meglio, la Casa Senza Tende é uno scrigno fatato. Dentro, le luci, le cose, il fuoco, la storia di chi ci abita, disordine, forse, briciole, tazze, un gatto che dorme. Tutte le cose che amo sono al di quà di questa finestra, per vedere sempre il cielo, se l'azzurro o le nuvole, per non perdersi mai, per sapere sempre se piove o che cosa, senza tende, così i sogni che volano non trovano ostacoli.

05 dicembre, 2007

La rosa dell'inverno.


E' tutto così semplice, in fondo. Ci si è preparati con più calma, stamattina, sarà stato quel pò di atmosfera di palline e di lustrini, un pochino ci voleva, non chiassosa e non volgare, una piccola renna sul camino, l'albero zen con le palline nerissime, fascine coi fiocchi e tendine di luci alle finestre. Ci si sente un pochino già in festa, un pò ci si obbliga, anche, perchè mai passare giorni schiacciati dalle tristezze e dalla quotidianità, perchè sentirsi sempre come spaesati, come chi passa per caso, come chi non si sente a suo agio in nessun luogo al mondo. Si sta bene. L'aria freddissima della mattina, una canzone cantata in macchina con la PrinciDiBrina, e il giorno prende già una piega piacevole. Si faranno le cose ad una ad una, si cercherà di dare loro il giusto peso, quest'oggi niente arrabbiature, niente tensioni, tristezze o chissà che. Sereni, ecco. Le rose dell'inverno han questo effeto su di me. Sono lì, intirizzite e bellissime, ghiacciatine e affascinanti, coloratissime, nonostante il gelo che c'è. Non l'ho colta, l'ho lasciata lì, accanto ai boccioli ancora sigillati, illuminata un pochino dalle lucine del portone. Ed è bello pensare che sarà lì, quando arriveranno i ragazzi e tornerò a casa. Una rosa nel gelo. Un miracolo, in un certo senso, per lei, figlia del caldo e del sole. Proverò, ogni giorno che viene, a cercare la mia rosa dell'inverno, cioccolata calda in un giorno rigido, qualcosa di cui sorridere un pò, che faccia stare un pò bene, accidenti, non sarà mica difficile. Ogni giorno una rosa, ogni giorno un abbraccio, ogni giorno una piccola rosa che scalda nel freddo che c'è.

Knit con la Kappa.


Va bene, è colpa mia. Non l'ho detto subito, eppure lo sapevo da un pezzo, soltanto che sa, mi sono un pò lasciata prendere dagli eventi e dalle cose e dai giri in giro e dalle questioni e dalle vicende. Ecco la mia giustificazione: motivi personali, può andare bene? Chiedo scusissima di non averlo comunicato prima, ma si sa, le cose dell'ultimo momento son ben quelle che vengono meglio, non è così che funziona? E poi, è così bello un gran bell' imprevisto, poter dire al lavoro, scusate tanto ma quest'oggi farete senza di me, sapete com'è, ho un impegno improvviso. Ci si troverà, stesso luogo e stessa ora, anzi, mezz'oretta prima perchè qualcuno verrà da fuori, lo so, per il solito esilarante, rilassantissimo e molto cool, pomeriggio di tricottamento. Molto bene. Recatevi in massa, quindi, al Salotto di Josephine per l'ultimo Knit Cafè del 2007. Giust'appunto per knittare, in tutta scioltezza, calze per la befana, sciarpe dalle mille fogge da far trovare sotto l'abero, maglioncini di lana di nuvola che sono un amore. Così, tra una chiacchera e un thè, tra un rovescio e un diritto, ci scapperanno anche gli auguri per il prossimo Natale. Scusate il ritardo. Ma mi avete già perdonato, lo ben so.
A Casa di Josephine
Via Parma 10
Alessandria
Dalle 15,30 alle 19

03 dicembre, 2007

La prima cena.



Di quelle natalizie, intendo. E proprio perchè prima, di sicuro molto gradita. Tranquilla. Di quelle che non verresti mai via, che continueresti a chiacchierare con la tua Amica dei Cuscini, ne hai comprati una tonnellata, a parlare fitto davanti alla stufa, che non sai se il caldo che senti è quello lì o quello che ti è attorno, hai qui gli amici più cari, quelli che ci sono sempre, quelli che sì, ci discuti, ci hai litigato anche, una volta, e siete rimasti bisticciati per ben un mese, ma loro ci sono, da sempre, e sono sempre i primi della lista quando decidi di invitare qualcuno, così, coi nomi attaccati, silviaeeugenio, sempre, ad ogni cena, ad ogni pic nic, ad ogni cresima, ad ogni compleanno. E poi, la padrona di casa, che chiamarla Amica della Pastiera, adesso è proprio riduttivo, accidenti, ci ha messo sù un menù da fare invidia a Cortesie per Gli Ospiti, avrebbe vinto la coccarda rossa, gliel'ho già detto. Si sta bene, in quella casa, c'è un vai e vieni di figli, SuodiLei, SuodiLui, di quel marito aristocratico nei modi e semplice nell'anima, di un'educazione fina che solo i nobili quelli veri, di un rigore, onestà e candore che non si trovano mica spesso, sa? Si sta bene, a impartire al volo lezioni di ricamo su quel divano, l'albero di Natale con le piume, lo sfavillio delle stoviglie e dei suoi occhi, ha lavorato un giorno intero per noi, noi che arriviamo e solo quando siamo lì sai in quanti siamo, s'ha da essere abili per invitarci, bisogna aggiungere o togliere coperti con eleganza e senza farsi scorgere, che non sta bene. Quasi sempre aggiungere, perciò ci invitano in pochi. Che serata pacifica, dove niente è andato storto, dove si è tanto chiacchierato e progettato, almeno sei viaggi e quattro vacanze, come facciamo spesso e invitato anche. Sono stata bene, siamo stati bene tutti, è bello sapere che possiamo avere in qualche momento sere così, con il pane caldo, il fuoco, la conserva fatta in casa e gli amici che scaldano. Sia fuori che dentro.

01 dicembre, 2007

Christmas fever.


Detto, fatto, il deliro è pressochè iniziato. Col primo dicembre, ci si sdilinquisce, in qualche modo, ci si ritrova in questa specie di atmosfera sospesa, che magari si avrebbe anche voglia di fare festa o non ancora, ma forse la magia ancora non c'è, l'atmosfera, come si dice?, quella delle zampogne e dei baci sotto il vischio e il profumo dei mandarini. Piuttosto, ci si abitua più ad altri rumori, le imprecazioni per il traffico, son tutti in giro per le spese di Natale, lo strisciare delle carte di credito, il dlin! dei registratori di cassa, lo sssvraappp! della forbice per arricciare il nastro sui pacchetti, il crepitare delle carte e delle buste, di carta, per carità. Ecco, appunto, la parola d'ordine è Ri-Ci-CLA-RE! Infattamente, io riciclo. Di carta regalo non ne voglio proprio sentir parlare, quella tutti a babbini e rennine, che se a maggio uno dei figlioli deve fare un pacchettino, col piffero che trovi una carta degna, son tutte dorate e sbrillantate. Così, mi inventerò qualcosa. Farò artistici pacchi con la carta dei quotidiani, per esempio, che abbellirò con un delizioso bastoncino di cannella, o una rosa seccata, che ne so, mi verrà al momento, una biglia in un tulle, una molletta da bucato. Ma ancora non sono nel mood giusto. Troppo presto. Solo che, conoscendomi, la febbre natalizia mi sale improvvisa, quando mi aggirerò per casa con scatole e scatoloni, palline e festoni, statuine e comete. Per il momento, sto calma e tranquilla a guardare le vetrine, i negozi semideserti, ancora, le luminarie che vedevo già da metà ottobre. Son serena. Anche quest'anno, per i miei amici, solo regali home made, che fa così chic, e allora mi tocca lavorare alacremente perchè, come si dice, va bene il pacchetto riciclato, va bene lo spago rustico con la Gazzetta dello Sport, ma almeno dovrò averci un qualchecosa da metterci dentro, no?

28 novembre, 2007

Una carezza.

...per buongiorno o buonanotte, a piacer vostro.

Nel blu.


Ben presto arriverà. Tra dicembre e gennaio, dicono. Uno smalto blu, blu, bluissimo come il cielo, come la notte, come il mare quando è quasi nero, insomma blu. Certo, ci vorrà coraggio, ma sarà solo questione di abitudine, non ci siamo forse in men che non si dica abituate in tutta scioltezza al ciliegioso Rouge Noir? Bene, faremo lo stesso col blu. Leggo qui, mica me lo sono inventato. Sarà bellissimo, e anche se non lo sarà, pazienza, sarà bello andarlo a provare in profumeria, in un solo dito, com'è ovvio, mica si sta lì a spennellarsi tutta la mano. Così, un pò Maga Maghella, un pò fata Turchina, la mano bluissima incontrerà eccome, un pò di mare e di cielo sulla punta delle dita. Si vedrà. E lei, signora cara, la smetta con quel rosa perlato accecante, lo vuol capire sì o no che non è più cool? Va beh, fa lo stesso, come dare Golia a un asino. Continuiamo così, facciamoci ancora del male.

Basta già.


E' come un pizzicore, una specie di prurito, gradevole, per carità, mica quello delle zanzare. Ci si è fermati un momento, il ritmo è calato, e con lui anche l'ansia, quella frenesia cattiva, quella sorta di malumore progressivo. Ora, di progressivo c'è soltanto la calma, la serenità, da ascoltare piano ad occhi sbarrati, per paura che se ne vada di nuovo, da raccogliere, tutto quello che c'è, tutto quello che serve, come quando sparecchi le briciole dal tavolo e le raccogli con la mano, si prende tutto, vale tutto, anche e soprattutto le più piccole cose, come le perline quando le perdi dal barattolo, come la sabbia, infinita e sterminata eppure così piccola. Rastrelli, piccolissimi momenti, una telefonata con un'Amica e un giro al negozio dell'Amica Risanata, andiamo un pò a vedere che faccia che c'ha e come sta, adesso, un fiore, G., un fiore di campo. Proprio lei, quest'oggi, un altro piccolo granello per farmi stare bene, non ci vogliono mica le grandi manovre sa?, basterebbe anche un mazzolino di quel suo basilico che ha sul balcone, cara signora, lo sa, vero? Così, si colleziona un album di cose belle, finalmente, semplicissime, si sgrana, un piccolo rosario di sorrisi, e ci si scopre, ma guarda, all'improvviso contenti, come dirlo , tranquilli, non so, in pace, ecco, e senza più guardare in quel cestino, che bene non fa. Una bella sera, da qui, da questa aiuola colorata. Aiuola, e perchè mai? Son Viola Del Pensiero, così mi chiama la mia Amica, fiore semplice e colorato, vellutato e da guardare, da non cogliere che si sciupa, molto viola, anzichenò.

26 novembre, 2007

Tre cose.



Mi rifiuto di guardare Ghost per la duecentesima volta, l'ho visto in inglese, in francese e forse anche in kazako. E' una sera silenziosa, il mio Sposo altrove, il Maturando al cinema con la Biondina, i figlioli sparsi. Rifletto. A cosa diavolo servono le udienze, folle oceaniche assembrate in ordine sparso nei corridoi, per sentirsi dire, da tempo immemore, potrebbe fare di più solo che non si impegna, a farsi comunicare voti che sai già, comportamenti che sai già, ma che cosa, ti vengono a dire com'è tuo figlio, non lo sai già da sola le facce che fa, gli occhi che fa? E tu sei lì, a niente fare, se non osservare e guardar fuori dalla finestra, ove presente, e spostare il peso dalla gamba sinistra alla gamba destra, le braccia conserte con in mano il cappotto, la borsa che pesa e voglia di essere dal panettiere, alla posta, in cantina, ovunque tranne che qua, qualche chiacchiera distratta con qualche mamma che incontri dai tempi dall'asilo, chiacchiere più serie con la tua Amica, ma attenzione a non distrarsi, qui se passi davanti a qualcuno rischi grosso. Non mi vedranno più, questo è sicuro. Rifletto, poi, in questa sera che galleggia, che si fa vivere senza scosse, la quiete dopo la tempesta, una specie di convalescenza da una malattia invisibile, sulle cose che vorrei, qui e adesso, è un gioco che faccio da sempre, privatissimo, solo mio, che non ho mai neppure scritto, su tutti quei fogli che riempio ogni tanto, sui taccuini, i quaderni a quadretti, i blocchi, i retri dei biglietti da visita, i giorni delle agende, quelli rimasti bianchi e senza appuntamenti. Un gioco da pensare soltanto, e che per questo è così magico e segreto. Vorrei, tre cose per volta. Vorrei avere tempo e voglia e concentrazione per leggere un libro, questa sera prima di dormire, qualche pagina basterebbe, per poi passare dalle parole al sonno, è così bello addormentarsi leggendo, non è raro che si sognino le cose appena lette, e ci si sveglia, dopo, gli occhiali sul naso e la mano che ancora tiene il segno tra le pagine. Vorrei, una coperta a quadrotti, di quelle fatte con gli avanzi, magari ricordo di qualche bisnonna, che mi abbracci e mi scaldi, coi colori un pò sballati, qualche punto che viene via, ma che ha dentro tutte le coccole del mondo. E poi, chissà perchè,vorrei che stasera nevicasse e nevicasse, 3 metri o pressappoco, e che domattina si capisse già dal letto che fuori c'è la neve, e che tutto fosse intatto e candido, bianco nel bianco, silenzio nel silenzio, un pò lunare un pò di zucchero.

Il violino.


C'è bisogno di un sonaglino d'argento, un incantesimo, una pozione segreta. Un cappello magico, un mantello invisibile, una bacchetta coi lustrini. E un buffone di corte, per farti sorridere un pò. Dirai che non fa niente, che sai bene che lei davvero non pensava le cose che ha detto, che la colpa è sempre e soltanto e per sempre e da sempre la tua. La TUA, stupida e insulsa fanciulla, che credevi, di trovare una parola, un conforto, una qualunquissima cosa che ti facesse stare meglio? Che scema che sei, donna fatta eppure tanto ingenua, più vuota di una canna, oca tra le oche, spietata, malvagia, cattiva. Pedalare, non è aria da queste parti, nessuno ha niente da spartire con te, viavia, che non è proprio il caso, di queste cose meglio non parlarne, si nasconde la polvere sotto il tappeto, si fa finta che tutto vada bene, e nessuno si preoccupa di aggiustare la vicenda, di metterci una parola, di dire, sentite un pò, la smettete? E poi, una bella frase killer, di quelle che ti fanno aggrovigliare le budella, e rimanere lì, inebetita col telefono in mano. Bella storia. Sù sù, coraggio, via quella faccia da pollo, millecinquecento altre volte ci si è sentiti in questo modo vacuo, e ci si è sempre tirati fuori da tutto. Vedi? è già passato, un bel respiro, il sonaglino e la bacchetta hanno fatto per bene il lor mestiere. Allora cos'è. Questo amaro nel cuore, questo sapore di chiodi e di niente, questa porta che cigola, questa puntina che gracchia, questo violino che stona.

25 novembre, 2007

Bollicine.

E tante ce ne saranno. La settimana che inizia domani ha un che di delirante, in sè e per sè, un caos cosmico che si sente già da qui, da una domenica sera tranquillissima , una partita alla tv e quindi noi femmine siamo pregate, con licenza parlando, di toglierci di torno. Non già che ci dispiaccia, beninteso. La PrinciSmeraldo ha i suoi piccoli innocenti traffici, ripassare pianoforte, Sparta e chiacchierare fitto con le sue amiche via Msn. Non ci sono più le bambine di una volta. Da parte mia, ho una quantità di cose, quelle gradevoli, quelle che ti siedi e puoi scegliere da quale cominciare, vediamo, stilo la lista dei regali dei Natale, inizio una sciarpa nuova, leggo il mio libro, mi invento qualcosa insomma, quelle belle cose tipiche da domenica sera. Ci si gode in santissima pace le ultime fettine di questo week end, si masticano piano, per farle durare di più, la tavola è ancora ingombra, sprepareranno i ragazzi e il mio Sposo nell'intervallo, si dice. La letizia è apparente, una specie di sabato del villaggio al contrario. Diman, non già tristezza e noia, ma gira di qui e giri di là, e udienze generali del Piccolo Liceale (Ma ci Devi Proprio Andare, Mamma?) e cose, cose e cose, per la settimana tutta. Una settimana frizzante mi aspetta domani, non appena il bip bip della sveglia puntata sulle 06.30 mi farà testè dimenticare l'assoluta pace, il semplice benessere, il tranquillo, beato nulla di queste ore, che niente e nessuno riesce a turbare. Nemmeno Fabio Caressa.

22 novembre, 2007

Il camino.

Non riesco tanto bene a capire che razza di odore sia. Certo non è uno soltanto. E' legno bruciato, acre e forte, è odore di mandarino sbucciato, di arance spremute, ne faccio tonnellate in questi giorni. E poi, il profumo del pane, in sottofondo, si sente appena ma c'è. E l'olio essenziale dell'umidificatore, quello che profuma l'aria e fa dire ai ragazzi che sa di inverno. E' l'odore di casa mia, un pò cannella e un pò vaniglia, sono un pò fissata coi profumi per la casa, ho sempre voluto averne uno che la identificasse, che facesse dire ad occhi chiusi, appena varcato l'ingresso, ecco, sono a casa, appena prima di lanciare le scarpe, il cappotto, mollare la borsa e salire le scale, magari, o buttarsi sul divano a baciare il primo che c'è, forse un figlio o il mio Sposo, come, sei già a casa? Prima di andare in cucina, cucinare o scongelare, prima di sedersi al tavolo e realizzare Mi Serve Un Caffè, Un Thè, una Tisana. Mi piace l'odore di casa mia. Mi fa sentire arrivata, protetta e custode, non so come spiegare. Questi giorni lenti, di qualche figlio malato e di pioggia battente, che ti fan sedere davanti al camino, ipnotica, tirandoti la felpa fino sulle ginocchia, che mi importa, con la felpa di Topolino uno può fare quel che vuole, non è mica un abito di Gattinoni. Guardi il fuoco e pensi e pensi, rifletti sulle cose, che razza di calamita è un fuoco che scoppietta, le lumachine che salgono sù sù, proprio lì da dove scenderà Babbo Natale, ancora per pochissimo, mi sa, la Princi ha capito qualcosa e secondo me fa finta di crederci per non deludermi, per giustificare tutto quel teatrino che facciamo, noi e i suoi fratelli grandi, la tovaglia stropicciata, le lasagne mangiucchiate...forse non vuole smettere di crederci, come me. Giorni immobili e ovattati, che hanno riempito questa casa di termometri e fermenti lattici, di pensieri e di qualche scazzo, siano noiose questioni o qualcosa di più, momenti che non si vorrebbero, e dei quali sì, si vorrebbe fare un grosso mucchio, affastellandoli tutti per bene e sarebbe proprio arrivato il momento, le grane, i dispiaceri, le ansie e le questioni di bruciarle tutte quante nel camino.

21 novembre, 2007

La marachella.


Chi lo ha mai detto che c'è un tempo in cui non si possano più combinare soffici, impalpabili, innocentissimi guai? Chi ha mai decretato, Ecco, da Ora Basta Stupidaggini? Una ogni tanto, diciamo semestralmente, aiuta di sicuro. Vediamo come. Esterno giorno, un mattino come tanti, in una città qualsiasi che sembra sovrastata da una grossa ostrica, tanto è il colore del cielo, cielo? ma siamo sicuri che dopo quel grigio ci sia ancora? Ci si reca dopo alcune noiose incombenze a una seduta antidepressiva, ma quale psicologo, ma quale psichiatra, si và dall'estetista per mettere in ordine di fuori prima di mettere in ordine di dentro, non so se si afferra il concetto, ma quando il Di Fuori è a posto, anche il Di Dentro diciamo che è sulla buona strada. Operazione estremità. Smalto fiammeggiante, un ciliegia elettrico, massì, trattiamoci bene questa mattina, non eravamo noi che soltanto ieri avevamo i malanni dell'umanità tutti concentrati su di noi, che masticavamo sospiri e niente voglie? Bene, vada per il ciliegia. Resta da decidere come farlo asciugare, questo smalto perfetto, questa opera d'arte, questo capolavoro di precisione che la fanciulla ha operato su di me. Nessun problema. A me un sandalo, un infradito, qualcosa che non strusci sullo smalto, che non appiccichi alle calze, che non rovini tutto, insomma. Le ballerine nella borsa, le calze a pois esse pure, il mio bel cappottino damascato con manica a tre quarti, perle a manciate e Kelly di vernice. E la gonna, ovvio, che il candido sandalo si veda benissimo, che male c'è? Le fanciulle alla finestra, non ci credevano che avrei avuto il coraggio, ma il coraggio de che? faccio forse del male a qualcuno a girare di novembre ventuno come se fosse ferragosto? E poi, non ho mica freddo. Il capolavoro è rimasto intatto e intatto rimarrà per giorni, senza sbavature e opacità così noiose e così brutte da vedere. Resta una certa qual piccolissima soddisfazione, l'aver combinato un' inoffensiva marachella, che nessuno punirà, se non con qualche occhiataccia, ho camminato sentendomi buffa e divertita, sorridendo di sottecchi, magari farò tendenza, chi lo sa, piede estivo di fine novembre. Aiuta, qualche volta, il sentirsi ancora capaci di una scena innocua, una specie di sfida, un uovo fuori dal cesto, sono scalza e allora? qualcuno vuol dire la sua? E c'è che sto bene, quest'oggi, nonostante l'ostrica lì nel cielo, nonostante 2 figlioli malaticci e febbricitanti, nonostante pioviggini brodoso da due ore in qua, e se mi verrà la febbre, e pazienza, farò un penso di quattro pagine: NON SI GIRA SCALZE A NOVEMBRE. Ma poi, chi l'ha deciso?

20 novembre, 2007

La Manu.



La telefonata è arrivata a metà mattina, quando la malinconia si era già un pò dissolta, ma non del tutto. Che grande, meravigliosa capacità hanno le persone che ti conoscono da sempre, di esserci proprio nel momento esatto in cui tu hai più bisogno di loro. Ci conosciamo da quarant'anni, forse da prima, se si pensa che appena nata mi hanno portato a vivere nella casa sotto la sua, e che lei aveva soltanto un anno. Abbiamo giocato con le bambole, ci siamo arrampicate sui cachi, preparato minestre di foglie, gerani e sabbia, giocato a rialzo e a parafulmine nel cortile, girato con la Graziella fino a consumare le ruote. Poi, a scuola con lo scuolabus giallo, che si chiamava pulmino, una specie di ibrido tra italiano e inglese. E poi, le superiori, in treno, a scrivere cose sui diari, a scappare quando arrivava il controllore, alle feste della scuola, ai capodanni. Lei c'era sempre. Anche a scrivermi lettere lunghissime quando ho cambiato città, lettere che ancora conserviamo, talmente belle che forse varrebbe la pena di pubblicare. Ha sposato il suo Amore in arancione vestita, in quel Municipio che era la nostra scuola media. E' una donna di un'intelligenza acuta e vivace, mi piace perchè usa parole desuete, come rorido e madido, per descrivere le sudate del suo figliolo, mi piace perchè si innamora ancora degli uomini degli spot come a 13 anni. Mi piace perchè parla della sua mamma con una tenerezza e una devozione e un amore così grande che fa commuovere, e io che penso che, se lo capisse, sarebbe così fiera e onorata di avere tanta figlia. Mi piace perchè mi fa morire dal ridere, quando racconta di quella casa orrenda che hanno costruito accanto alla sua, frutto, cito testualmente, "di un'indigestione di polenta e merluzzo di Alvaar Aalto". Mi piace perchè esclama Beata Vergine Del Carmelo!, perchè è buffa anche quando parla di tragedie, perchè è sensibile, sensitiva o forse mi vuole solo bene, e ha sentito che stamattina avevo bisogno di lei. E che forse, avrei avuto bisogno di arrampicarmi ancora sui cachi. Come se l'avessi fatto. Grazie, Manu.

Buon che cosa?

Buon giorno? Si prova. A guardarsi allo specchio, fisso negli occhi, dicendo che questa volta non ci cascheremo, che non ci faremo prendere, che non gliela daremo vinta, e che reagiremo, eccome, non sprofonderemo, non ci butteremo ancora più giù, non roteeremo nell'imbuto, come fa l'acqua prima di entrare nella bottiglia, non finiremo giù dal lavandino, rimarremo in superficie, schiuma dopo che hai lavato i piatti, che ti viene da soffiarla via, è così bella la schiuma quando si accumula, intatta come una nuvola. Buon giorno. Le piccole cose di sempre, un'amica, magari, due chiacchiere aiuterebbero, e nessuna forzatura. Seguendo per bene i ritmi del proprio essere, rispettandone i silenzi, i vuoti, e le sedute di peso sul divano, quando ci si lascia un pò cadere, sprofondando, che male c'è, se tempo c'è, ci si ascolta un momento, non è grave fermarsi, raccontarsi qualcosa di bello, scacciando la malinconia senza senso, il vuoto e l'indolenza. Forse ci si scoprirà un pò più grandi, un pò più serene, a Dio piacendo, un pò meno insopportabili molluschi come in questi giorni. Coraggio, fuori nuvole e nebbia, qui un bicchiere di vitamine per colorare ogni cosa, musica in sottofondo e op!, si va. Buongiorno? E sia!

19 novembre, 2007

Fuori giri.


Esistono calcoli perfetti e semplicissimi, per determinare con esattezza una simile sensazione. Si è fuori giri quando non si ha voglia di niente, quando le cose ti scivolano addosso come l'acqua sulle oche, quando fai la spesa alla rinfusa senza neanche guardare bene quello che metti nel carrello, sia fertilizzante o acqua di rose, è la stessa medesima. Si è fuori giri quando anche l'aspetto fisico non aiuta granchè, il colorito spento, opaco, color di niente, i capelli elettrici e imbizzarriti, l'occhio da triglia, spento anch'esso, nessuna voglia di apparecchiature, una maglia qualunque, un jeans qualunque, una sciarpa qualunque, tanto ne ho tonnellate. Si è fuori giri quando, nell'ora che si deve impiegare in qualche modo aspettando la PrinciPianista, si cammina ciondoloni, si guardano le vetrine distrattamente e senza alcun interesse ed entusiasmo, soffermandosi un quarto d'ora su una fila di orologi che nemmeno ti piacciono. Fa freddo e non ne hai voglia, scapperesti già ma dove, ti crogioli in questa condizione di seppia congelata, tanto, il colore è uguale e il mood lo stesso. Un totano senza direzione, un pesce rosso, ecco, con la stessa identica attività cerebrale. Se poi, l'omino sul Corso, per far atmosfera natalizia si mette a suonare l'Ave Maria di Schubert col clarinetto, beh, meglio è cambiare aria. Recuperare in fretta e furia la Princi, già che ci siamo pure la Biondina Lisciata che viene, malaticcia ella pure, al capezzale del suo bel Maturando, tossente e dolorante, e guadagnare in velocità la strada di casa. Passerà, lo so, già domani, forse, o dopodomani. Ma mi guarderò bene da passare dal Corso. Conosco un luogo dove se lo potrebbe mettere, quel clarinetto. Eh, signora mia, quando ci vuole ci vuole.

18 novembre, 2007

Black Christmas.

Oh, sì, quest'anno signora mia mi và il nero per Natale. In verità anche l'anno scorso, possiedo già palle e stelle e lucine total black. E visto che mi devo portare avanti e farmi una cura ricostituente ed invogliante, si dice?, per le prossime festività, eccomi già ad impegnare i miei sabati di relax totale o quasi con un bel film, una tazza di tisana e questo strofinaccio nerissimo. Schemi francesi e strofinaccio Graziano tutto sberluccicante. Servirà? E chi può dirlo. Non ho voglia di Natale, non ancora almeno, non ho voglia di uscire di casa nemmeno se mi prendessero a scudisciate, certo, si gela, ma c'è un bel sole, forse un giro in campagna aiuterebbe, no? Lasciatemi qui, i figlioli studiano o leggono o guardano la tv o fanno i fatti loro, il mio Sposo stila per noi itinerari da favola, viaggi, visite guidate, settimane in barca a vela, giri in aliante, mongolfiera e sommergibile. Io ho la mente sgombra e un vuoto nello stomaco, ricamo ricamo ricamo per non pensare o per pensare un pò, cucinerò, questa mattina, il pane, certo anche quello, ma non chiedetemi di più, forse il nero del filo ha tinto anche il mio umore, la mia faccia stralunata e incomprensibile, lasciatemi stare, mi passerà. Oggi riso. Al nero di seppia.

17 novembre, 2007

Knitting pleasure.


Com'è, come non è, le fotografie sono tutte sballate, mosse, polverose, tremolanti e sfocatissime. Non sono brava e poi non ho avuto tanto tempo, sa com'è, e chiacchiera di qui, e knitta di là, e traduci dal francese un bordino svolazzante che è una vera meraviglia e che la mia Amica delle Perle ha subito monopolizzato confezionando in men che non si dica un portacellulare vezzoso e frivolissimo che è un amore. Dicono che ne faccia un business. Dicono. Comunque, è stato bellissimo, come al solito, thè e pasticcini, amiche e passanti, anche di quelle che non vedi da secoli, arrivate in treno fin qua, a raccontare in una mezz'ora quel che è stato delle nostre rispettive vite, a ridere come se ancora fossimo all'ufficio fatture con le scarpe da ginnastica e un tre quattro fidanzati da gestire ( eh, signora, a vent'anni eravam gigli, tigrati ma gigli). Così, il pomeriggio del Knit Cafè vola via. E pensare che ancora qualcuno storce il naso, sogghigna spocchioso ed esclama Checcooooosa? Vi trovate A Far La Maglia? Mia nonna diceva, Raglio d'Asino Non Va in Cielo. E nemmeno al Knit Cafè.

Un grazie specialissimo alla Filatura di Crosa, Special Guest e Royal Partner, e a Josephine, magnifica location di questa giornata. Che si ripeterà il 5 dicembre.



15 novembre, 2007

Giorni appuntiti.


Non il massimo e non il minimo. Giorni e basta. Solo oggi, in realtà, non si sta mica così di solito, sole e nuvole, rumore di foglie che scricchiolano, e il delirio di casa in disordine che renderebbe nevrastenico anche un monaco zen. Non mi sono lasciata afferrare, ieri, dal turbine delle orme sul pavimento, dalla polvere ovunque e dovunque, dalla confusione insomma. Oggi, ci sono finita dentro, mica è casa d'altri, è casa mia, qualcuno deve pur risistemare i libri al loro posto e senza fermarsi a leggerne nemmeno una pagina, che bello questo qui, che noia questo qui, che schifo questo qui. Qualcuno deve pur riassettare la lavanderia, ci voglio fare dei disegnini, che ne so, stencil, magari, ma il mio Sposo Imbufalito storce il naso, Stencil? Boh. Qualcuno deve fare, aiutata da un'ancella che non capisce una beata, che è sempre nel posto dove non deve essere, che fa le cose esattamente al contrario di come vanno fatte, le cose che non avrebbe voglia di fare nemmeno sotto tortura. Mi piace prendermi cura della casa, pulire sul pulito, signora, ma qui sono passati Unni, Barbari e pure gli spazzacamini, che mi aspettavo con la faccia triste, sporchi di fuliggine , il cilindro e la palandrana, ma invece no, signora, come, non lo sa? gli spazzacamini c'hanno pure il telefonino e mica la scopa di saggina e gli scarponi. O meglio, sì gli scarponi ce li hanno eccome visto che ne hanno lasciato visibilissime impronte sulla scala appena lavata. Sinceramente, ho di meglio da fare. Vedrò di non farmi contagiare dall'umore più che pessimo del mio Sposo, e cercare di non sentire quella punta di matita, appena temperata, sottilissima, appena appena, che in giorni così sento proprio lì, al centro del cervello. Qualcuno la chiamerebbe giramento di palle. Andrebbe meglio, mi sa. E si fottano pure tutti i temperini.

14 novembre, 2007

Pittura fresca.

Vero è ben, Pindemonte, la mia non si può dire una casa tranquilla.Non è adatta al riposo, al silenzio, alle convalescenze in genere. E', quanto meno, confusionaria, qualche volta disordinata, due o tre volte l'anno diabolicamente sottosopra. Come oggi. Come ora. Ed è incredibile come si esca alle 8 lasciandola, nei limiti, una casa decente e vi si faccia ritorno, dopo pochissime ore, forse nemmeno due, e la si ritrovi, signora!, in uno stato che pietoso non rende bene l'idea. L'odore della vernice mi piace. Le latte radunate in centro al salone, il pavimento ricoperto di un tappetone grigio, Così Non Roviniamo Il Legno, scale, pennelli, cappellini della ConfArtigianato, fogli di giornale, telefonini stranieri, chiavi di furgoni. E loro, gli Omini della Vernice, i Geni del Colore, in salopette che un dì era bianca ed ora ha millecinquecentotrentasette macchie e macchioline e schizzi di colori diversi, che van su è giù con rullo e pennellessa e stucco, anche. I miei libri affastellati alla bell'e meglio sul tavolo della cucina, già, e oggi dove pranziamo? teli e teloni che danno alla mia casa l'aspetto della casa del Caro Estinto, tutto sparpagliato, tutto in un luogo che non è il suo, perfino sulle scale e in ingresso e di qua e di là. Però, sono felice. Felice di aver scoperto di stare così bene, di avere i nervi così saldi, di non avere avuto il minimo momento di cedimento, di essere entrata sorridendo, scavalcando compunta un pennello messo lì, i giornali e la stampante. La pace del cuore, la perfetta salute mentale della quale ho così tanto dubitato, e della quale molti ancora dubitano, passa anche da qui. Speriamo che duri.

Oggi.


Spiego tutto daccapo. Non occorre saper fare a maglia. Non occorre avere un lavoro iniziato. Non occorre nemmeno essere bravisssssssssime. Quel che occorre è solo la curiosità, ma andiamo un pò a vedere che torbide cose fanno in questi Knit Cafè, La voglia di scoprire un ristorante nuovo, coi divani e i cuscinoni, di vedere facce che non vedi di solito e che poi, magari, incroci distrattamente la mercato, ma io ti conosco, sei venuta al Knit Cafè. Occorre avere voglia di un pomeriggio di relax pressochè totale, di frugare fra i kit di filati che ha messo a disposizione la Filatura di Crosa, di tirarsi fuori per una volta dalla routine casaspesafigli. Daniela, la padrona di casa, ha promesso thè esotici e garbati dolcetti. Qualcuna vorrà imparare a fare le trecce. Altre, fedifraghe, promettono un gossip vivace. Perchè privarsi di tanto bendiddio?
A casa di Josephine
Via Parma 10
Alessandria
dalle ore 16 alle 19.
Ok. Ivi saremo.

13 novembre, 2007

Script.


Coraggio, coraggio, non è per sfiducia, le mani nel sacco, mi serve un idraulico. Non basta sognare, nemmeno scappare, ci voglion risposte, segnali, un caffè. Passavo per caso, non è che mi piacciano, ma in fondo le cose arrivan così. Vorrei un regalo, o farlo , magari, le scuse non servono e suona il citofono, un attimo, forse, un istante svelato, mi inciampo, mi alzo, alla fine, chi è? Facciamo un riassunto, e poi com' è andata, giocava d'astuzia, sapevi perchè. E porta pazienza, c'è un ragno in cucina, un topo nell'angolo, un gatto e un bignè. Ma tu quando torni, mi faccia il piacere, son quasi le due, no, sono le tre. Montagne di carta, quaderni a quadretti, coraggio, non senti? sembrava anche a me. Cantare fa bene, si illumina il cuore, si stira per ore, sappiamo com'è. Si gioca d'azzardo, si sente l'autunno, la torta è bruciata, perchè sempre a me. Ma in fondo, bellezza, è il gesto che conta, corrida, signori, spettacolo, olè.

Ode alla Nutella.

Di Lei è stato detto tutto o quasi. Quarant'anni più o meno e non li dimostra, fece la sua comparsa nelle dispense delle italiche mamme, che la spalmavano sul pane per le merende dei loro adorati, italici figli . Vituperata, in qualche caso, additata come responsabile di ciccia, brufoli, acetoni e tosse asinina, forse anche del morbillo, simbolo di un pasto frugale e sbrigativo e nemmeno tanto sano, una mamma vera fa la marmellata con le sue manine d'oro, mica questa roba industriale qua. Ma Lei, Lei non si è mai scomposta. E' passata indenne attraverso le critiche e le chiacchiere radical chic, scalando con morbida e cremosa semplicità le gerarchie della famiglia. Non solo i bambini, ora, ma ogni membro della famiglia ne è dipendente. Vate. Adoratore. Idolatrata, occupa il posto d'onore nella dispensa, in pratici barattoli da mezzo chilo, con l'inconfondibile vasetto panciuto: i fedelissimi ancora conservano il barattolone da tre chilogrammi tre nella versione del 2000. Ci tengo le penne. Aprirla è un rito pagano, si annusa, prima, e poi si affonda con beatitudine il cucchiaino nel piccolo universo marroncino, un minuscolo lago di meraviglia, c'è qualcosa più inebriante di così? E' affascinante e sa di esserlo. Ma da buona piemontese, non si espone nè si scompone. Resta lì. Unico alimento che si gusta previo schiocco di lingua su palato, che vi tira sù in giorni di encefalogramma piatto o quasi, che vi testè passare un'incazzatura di quelle stellari, Lei non vi abbandonerà. Sarà lì, a portata di cucchiaino, alla bisogna. Certo, un pò invadente lo è. E si fa fatica a mandarla via, come un'ospite non più gradito, ma che vi ha fatto stare tanto bene. E allora, giù, di giri di corsa e di sedute di palestra e massaggi e finocchi al vapore e tristerrimo pollo ai ferri. Madama Nutella è fatta così. Ma buona com'è, si può fargliene una colpa?

10 novembre, 2007

Quel cuore.


Ci pensavo da giorni. Da quando ho fissato la visita con un luminare del settore, credo. Ho preso informazioni, chiesto e richiesto. Forse, nemmeno Barnard mi sarebbe sembrato abbastanza preparato. Non è mai una cosa gradevole portare i figli dal medico. In verità, pochissime volte li ho portati, a parte quando uno di loro ( già, chi era?) si ricoprì di misteriose bolle rossastre o quando hanno dovuto cucire qua e là un taglio sul mento o in fronte, o ingessare qualcosa. Ma stavolta, la richiesta era esplicita: urgeva al Liceale una visita cardiologica, un soffio al cuore che andava approfondito, sa com'è. No, non lo so. So che non è una frattura o una sbucciatura: è il cuore, il suo, per la precisione, e non è che basterebbe, nel caso, uno sciroppino o dell'acqua ossigenata. Mi sono fatta coraggio, riesco ad essere così fredda in certe situazioni, in verità era davvero solo uno scrupolo del medico sportivo, il Liceale è un vero atleta, lungo lungo e magro magro, un fuscellino che è cresciuto di undici centimetri in poco meno di tre mesi, e, giuro, non l'ho mica innaffiato. Non è divertente andare dal medico, non sono divertente io, a me stessa, quando mi immagino cose così tragiche che non ho nemmeno il coraggio di dire a voce alta. Così, andiamo. Se Vuole, Signora, Può Guardare nel Monitor Il Cuore di Suo Figlio. Come. Quel cuore, dottore, lo conosco a memoria. C'è un pò di me lì dentro e di suo padre, anche. L'ho preparato io, come una torta semplice, farina uova e zucchero. Amore, tanto, tanto, tanto che forse avrei dovuto pesarlo meglio, nella bilancia della cucina, sarà troppo? Ci ho messo tutto l'impegno e tutta la poesia del mondo, ho messo il grido di sorpresa, se chiudo gli occhi, ancora mi vedo con la camicia verde e i capelli lunghissimi, quando ho gurdato il test. Ero in cucina, appoggiata, mi sono lasciata scivolare lungo il muro, e un pò ridevo e un pò piangevo, e avevo il Maturando, anni 3, che mi guardava curioso, Arriva un Fratellino, o Una Sorellina, Lo Sai? ma lui aveva un Plasmon in mano, non che gliene fregasse granchè. L'ho conosciuto presto, quel cuore, sa? Ho sentito quel tump! tump! tump! dell'ecografo, quel cavallo al galoppo, quell'istante in cui una donna si sente scrigno prezioso, che ancora nessuno lo sa, sono poche settimane e la pancia non si vede nemmeno, ma tu, furbissima, nascondi un brillante da mille carati, e guardi di sbieco lo schermo e hai quel gel sulla pancia e ti senti improvvisamente così bella e diversa e innamorata e paurosa un pochino, ma ami già così tanto quella macchia, una specie di fagiolo, che è lì, insieme a te e hai già per lui tutti i sogni del mondo, lo aspettavi e lo aspetterai, sapevi che sarebbe arrivato, eccoti qui. Lo conosco, quel cuore. E' quello, fra quelli dei miei figli, che mi attira di più, non so come spiegare, è romantico e pratico, sognatore e preciso, e un cuore dolcissimo in una scorza di porcellana, una piuma leggera in un riccio di castagna. Quel cuore sta bene, mi dice il medico. E io tiro un respiro di sollievo, forse un pò lo sapevo già, ma sono rasserenata da questa conferma. Ma sapevo. Quel cuore, dottore, e un pezzo del mio, se guarda bene, c'è una stellina piccola proprio qui, nel ventricolo. Ce l'ho messa io. Perchè sono la sua mamma, e quel cuore è stato così vicino al mio per così tanti giorni e tante notti, ha respirato, camminato, cantato e dormito com me, e la stellina è il regalo che gli ho messo perchè se ne ricordasse sempre. Anche quando batterà lontano dal mio. Ma anche allora, lo sentirò.

09 novembre, 2007

Pronte?


  1. Carta, penna e calamaio. E ferri, mi sembra chiarissimo. Ho perso il conto, se è il quarto o il quinto Knit Cafè. ma questo, creature celesti, ha qualcosa di spettacolare. C'è una specie di sponsor, uno Special Guest, un ospite di tutto rispetto, che si chiama Filatura di Crosa, mica zucchine bollite! Perciò, annotatevi giorno e ora, cancellate ogni appuntamento e trovatevi lì, senza nessuna scusa. Se anche non siete brave, se anche non siete e basta, se non avete mai visto un gomitolo di lana da vicino, venite lo stesso. Un Knit Cafè non si può perdere, per nulla al mondo. Figuriamoci questo.
    Mercoledì 14 novembre
    dalle 16 alla 19
    A Casa di Josephine
    Via Parma 10 - Alessandria
  2. Bene. Là saremo.

08 novembre, 2007

Le biglie.



Non è bello venire a svegliarti. Apro pianissimo la porta per regalarti ancora un solo secondo di sonno e di magia. I tuoi fratelli sono svegli da un pò, fanno tutto alla moviola, loro, così mi porto avanti e passo prima da loro. Tu no. Tu sei un fringuello già da subito, hai già tutto allineato sulla sedia, magari un bigliettino per ricordarti di una cosa da fare. Già grande. Stamattina hai indugiato un pò, ti sei stiracchiata come certi gattini, e mi hai circondato il collo con le braccia, Stavo Sognando. Così, raccontami. Di quella compagna di scuola vestita di lustrini che ti regalava un cane e lo portava a scuola, questa notte. Che buffi che sono i sogni dei bambini, quelli che passano piano da sotto la porta, quelli che respiri a briciole sul loro cuscino, col calore della notte e i capelli arruffati, tra i pupazzi e i cuscinetti con le scritte. Raccontami i tuoi sogni. Ti racconterò i miei, solo i più belli, però, quelli colorati, quelli in cui vedo le cose più lucide, non quelli dove corro inseguita, magari, o quelli in cui voglio parlare o scrivere o comporre un numero e non ci riesco, capita soltanto a me? Ti racconterò dei sogni che ho io, non quelli della notte, quelli del cuore, quelli che faccio di giorno, con tuo padre, magari, o soltanto miei. Guardali. Sono biglie colorate in una retina di plastica, li ho sempre con me, a volte li accarezzo dalla tasca, per sentire il rumore che fanno e non scordarmi mai che ci sono, che ce li ho, che sono lì e finchè li sentirò tintinnare sarà una specie di magia e sarò felice di averli. Li custodirò, ne avrò di nuovi, per tutti i giorni che verranno. Fai lo stesso anche tu, figlia, tieni in tasca i sogni della vita, sérbali e difendili, con forza, se dovesse servire, tienili lì, accanto a quelli della notte, si faranno compagnia. Sono palline di cristallo, quelle coi colori dentro, sai?, quelle da giocarci sulla spiaggia, da far suonare, da avere. Nascondile, un pochino. Ci sarà qualcuno che vorrà portartele via, o rompertele o scambiarle con le sue. Non farlo mai. Soprattutto con chi chiama le tue preziose sfere di cristallo semplici e stupide biglie di vetro.

07 novembre, 2007

Ma guarda un pò.


La nebbia mi piace, mistero non è. Molti gridano allo scandalo, ma a me piace, mi avvolge, mi rassicura, mi fa mistero e magia, apparizioni e sparizioni. Mi piace perchè ha un buon odore di freddo, di foglie e di umidità. E poi perchè, è scientificamente dimostrato, se esco di casa alla 8 con la collina ben avvolta in un cumulo di bambagia che non si vede, non quando ci cammini dentro almeno, cioè ci cammini e la vedi poco in là e dici, adesso ci cado dentro, ma è come l'orizzonte e non ci arrivi mai...va bene, è confuso, ci tiro una riga. Se esco di casa con la nebbia, in città c'è il sole. Fine del teorema. E col sole tutto sembra più gradevole, più nuovo, in fondo, più bello, perchè no. Si può avere il cappotto sbottonato, allentare la sciarpa knittata (a tal proposito, si resti con le antenne benissimo alzate), farsi sorprendere dal sole, mica subito ripararsi con gli occhiali, ma fare in modo di socchiudere un pò gli occhi, ma guarda un pò tu che bel sole che c'è. Si sta bene, stamattina. Si faranno sole cose ben gradite, ci si sentirà uniche e irripetibili, ci si beerà, di questo piccolo insignificante benessere improvviso, sorridendo molto, non solo da fuori, ma dentro, che è un pò più difficile. E stamattina, che ho i tacchi e so di buono e che ho aspettato che finisse la schitarrata di Albachiara prima di scendere dalla macchina, stamattina c'è qualcosa che non so, che non codifico ma che non mi importa, stamattina respiro qualcosa che mi fa dire, ma guarda un pò tu, senza magoni , chiodi nel cuore e sospiri tirati sù da sotto le scarpe, ma dimmi un pò tu che bello che è.