29 dicembre, 2015

Vattene.





Vattene.
Vattene via.
E non tornare mai più.
Certo che non tornerai, ma te lo dico lo stesso, così da esserne sicura, vattene dove vuoi, e restaci, restaci per sempre.

Vattene da me, dalla mia famiglia, dai miei affetti più belli sinceri, vattene anche da quelli che mi hai portato via, all'improvviso, un pomeriggio di giugno, una certezza sempre, un pezzo della mia vita e tanto, tanto del mio cuore.

Vattene dalle mie lacrime, da tutte quelle che ho pianto, perchè ho pianto così tanto e così forte che mi facevano male gli occhi e la testa e le spalle e l'anima, anche quella, che male sordo e appuntito è il male che senti nell'anima, e perfino mi tremavano le mani, le gambe, i pensieri, e il cuore e tutta me, davanti a quel marmo che nasconde molte delle mie giornate più belle, e tutto il mare, molti dei miei anni migliori, molte delle mie risate e molto di me, così molto che a volte ho ancora voglia di raccontarle delle cose, di chiamarla e dirle Venite Domenica  Pranzo, No, Venite Voi.

Vattene dai miei giorni di solitudine assoluta, vattene dalla malinconia che si è fatta crema, minestra da mescolare, miele acido e appiccicoso, vattene da queste stanze sempre pienissime di gente e di cose, di musica e di risate e di urla, anche, che amore è se non si urla , se non si litiga un pochino, ma appena appena, e raramente, litigare con me non c'è soddisfa, lo so.

Vattene dalle volte che ho sbagliato, da quelle in cui mi sono sentita persa e sola e stupida, stupida così tanto da sentirne l'odore, so di stupida, non di buono, stupida così tanto da non rendermene nemmeno conto, gli stupidi sono come le farfalle, sono bruchi e nemmeno lo sanno.

Vattene dalle volte che mi sono fermata ad aspettare, dalle volte che mi sono convinta e da quelle che invece non sapevo cosa fare. Non ho fatto nulla e ho avuto ragione.

E' stato un anno pesante e faticoso.
E' stato un anno sciocco, e crudele, crudele da morire, bastardo che sei.
E' stato un anno da dimenticare, come molti.
Questo, un pò di più.

Ho inciampato in sbagli e consigli, mi sono coricata su prati di petali e spine, sentivo solo i petali, ma le spine erano lì, sempre.

Mi sono avvoltolata su me stessa, mi sono chiusa come dentro un barattolo, come dentro una capanna, quelle fatte per giocare, con le lenzuola tra il divano e le poltrone, lasciatemi qui, quando il carico era troppo anche per me, anche per me che non fa niente, anche per me che va bene uguale, anche per me.

Ho poche, pochissime cose belle e me le tengo strette, me le tengo per me, le nascondo sotto al maglione per paura che me le portino via, come al solito, come succede spesso, è così che funziona, no?

Aspetto il nuovo anno senza grandi concerti, senza musica e senza sonno. 
Ne rimarrei delusa, come quando lo aspettavo coi campanelli e le scintille, quei bastoncini che sembra che brucino e invece no,  Il contrario succede sempre, ci pensi mai?

Aspetto il nuovo anno.
Cerco un anno nuovo da amare.
Duemilasedici, non mi piaci.

Ma innamorati di me.
Vediamo quel che posso fare.







21 dicembre, 2015

Apposto.

A posto?
A posto.
Anzi, apposto?, tutto attaccato e con le doppie, come mi chiedono i miei figli e le mie amiche su whatsapp.

Apposto, si.
Mi piacciono questi giorni semplici, che piove appena appena, che finalmente fai spese per reggimenti, stili liste di cose da fare, regali per, e tanto altro.

Mi piace che tutto sia così, esattamente com'è, detesto i cambiamenti, e il cielo solo sa quanti ne ho fatti e quante case e quante situazioni, anche quando tutto sembrava consolidato e fermo e dire, aaaah, ok, adesso ci fermiamo, e invece no, zero, tutto da capo, si rifà.

Mi piace che tutto sia illuminato in casa mia, le candele, le cose, il Natale Decostruttivista, come lo ha chiamato l'Architetto ieri sera, che cosa vuol dire lo sa lui soltanto,  in una di quelle sere con le tavole sontuose, coi bicchieri belli e i tovaglioli con le renne, e le bollicine che ti fanno ridere, e dire cretinate ma così felice come lo sei stata poche volte, da qualche mese in qua.

Mi piace quello che ho, quello che ho vicino e quello che ho lontano.
Perchè ce l'ho.

In tutta questa perfezione, trova posto anche una malinconia, una mancanza che si mescola all'allegria, perchè di questa allegria ne faceva parte da sempre, in questo febbrile preparare, i pacchetti di Natale, Passa in Negozio e Stai Un Pò Con Me,  e non c'è giorno che non ci pensi, che non mi manchi così tanto da farmi piangere, da sola da qualche parte, all'improvviso.
Soprattutto in questi giorni di festa e di lucine.

Ho il mio modo personale di essere felice lo stesso, perchè nulla la porterà più indietro, nè a me nè a nessuno.
Sono felice dei miei giorni, piango se ci penso, rido con le bollicine, mi mangio di baci la mia famiglia e gli amori grandi della mia vita.

E il mio è un modo tutto strano, di piangere felice, o di ridere soffrendo un pò 

 C'è un piccolo albero di Natale vicino alla sua fotografia in cucina, nella cornice con l'uccellino che mi aveva regalato qualche Natale fa.

Adesso sì, è tutto a posto.
Apposto?
Apposto.






14 dicembre, 2015

Il Freddo Chiaro.

E' freddo così.
è freddo che non si capisce.
Se nebbia e sole nascosto, e tramonto, appena appena, Esco a Vedere il Tramonto, che bella frase da dirsi. Si vede poco, le montagne sembrano lontanissime, ma c'è una striscia corallo che fa vedere che sì, il sole è qui, anche per me, mica solo al mare.

E' freddo bello.
Ci sono piccolissimi pensieri, lucide cose da tenere al caldo, ci saranno ritorni e viaggi e un sacco di gente avanti e indietro da questa casa, si contano già, Quanti Saremo? e già la domanda fa stare bene.

Ho piccoli regali da scartare, me li sono fatti da sola, e sono quelli più belli.
Sono i regali perfetti, quelli che non sbagli mai il colore, nè la misura, non sono mai nè troppo grandi nè troppo piccoli, E' Proprio Quello Che Volevo, càpita così di rado.

Ed è questo che volevo. Questa me.
Questa me ridanciana e un pò scema, che saltella e corre nel freddo che c'è, che esce a vedere il tramonto, che cerca le stelle cadenti d'inverno, perchè ci sono, lo sai, e se la nebbia non te le fa vedere, niente ci fa, ce le immaginiamo, e va bene uguale.

Ho finalmente voglia di questi giorni brillanti, non ci sarà niente di speciale, ma proprio per questo saranno straordinari, ritornare alla normalità anche se solo per qualche settimana, è cosa preziosa e bellissima.

Così, mi regalo tutto quello che mi viene voglia di regalarmi, cose minuscole e cose giganti, sensazioni, perlopiù, sorrisi chiari, di quelli che fai senza pensarci, si è mescolato così tanta pesantezza e tanto buio, adesso la luce chiarissima di questo freddo bello ti fa strizzare gli occhi e ti spaventa un pò.

Ma dopo il buio, abituarsi alla luce, è un attimo proprio.
Col freddo, lo stesso.


01 dicembre, 2015

Ciaodicembre.

Tuttoattaccato
forse maiuscolo
forse.

Ciaodicembre, così.
Freddo bello, mattine chiare, arriverà la nebbia, lo hanno detto alla tv, le tre righine sulla carta geografica non ce le facciamo mancare mai, e va bene, 

Ciaodicembre.
Non so se ho voglia che tu sia qua, questa volta.
Ci devo ancora pensare per bene.
Di solito, in questi giorni avevo già voglia di lucine e sberluccichiii, e porporina e brilli ovunque, e braccialetti tintinnanti con l'albero di natale e la slitta.
Stavolta, non tanto
non ancora, almeno.

mi sono preparata, ho cercato di averne voglia, ho comprato da settimane un pacco regalo con le lucine, anzi due, li vorrei mettere ovunque, li ho provati in cucina, si sono illuminati e mi hanno fatto un pò tristezza, come un colpo dritto al cuore, è durato un secondo scarso, ma c'è stato.

Vorrei cercare boule de neige di tutte le forme, inizarne una collezione, niente come le boule de neige mi fanno volare lontano, ci guardo dentro e vedo tutto quello che ci vorrei vedere, mica le casette e i pini di plastica, o Piazza San Marco, quando mai a Venezia ha nevicato, 

Ci vedo quello che piace a me, guardo la miriade di sfarfallii luccicanti o bianchicci, minuscole scaglie d'oro o bricioline candide, e immagino quello che mi piace, Dublino, quelle scarpe rosse, una sera pacifica con la casa piena di gente, Parigi e la sua malinconia, uno smalto rossissimo, il mare liscio e un'isola greca.

Così, mi siedo in cucina, vicino alla finestra, e guardo controluce la mia boule, un universo nella mano, i miei pensieri passano il vetro pesante, la giro al contrario e poi la rigiro, e se chiudo gli occhi, mi ci vedo anche io, lì dentro, in una piazza enorme con la neve, a farsi cadere i fiocchi sulla lingua, chiudere gli occhi e non pensare più.

Sembra facile, 
Magari funziona.
Ehi dicembre, ne sai niente, tu?


16 novembre, 2015

...e stringersi.

Non lo so,
Nessuno lo sa.
E chi crede di saperlo, magari si sbaglia.

I giorni che sono appena passati, i giorni che sono qui, i giorni che verranno,  pesanti e difficili e complicati e incomprensibili e inconcepibili. 
la paura, il non sapere che cosa fare, che non è una questione mia, o tua o sua.
E' il mondo.
E' la guerra, forse, chissà.

Faccio fatica a capire, faccio fatica a seguire fino in fondo le notizie del tg, e quanto dolore, quanto pianto, quanta insormontabile paura.
Cerco una strada, una soluzione stupida nella mia casa nel verde, chiudere il resto fuori non servirà.
Ma io mi stringo.
Alle persone che ho qui, adesso, alle anime chiare che per qualche giorno staranno qui, a casa con me.

Mi sono stretta in questi giorni alle persone che con me condividono un sogno bellissimo e insieme a loro ho fatto del mio meglio, abbiamo fatto del nostro meglio per cacciare via la paura, per non sentire il magone forte.

Mi stringo alle cose che ho, ho comprato candele bianche e le ho sparse per casa, la luce delle candele rassicura anche di giorno, anche quando fuori non è buio, ma è buio sempre, se ci pensi bene.

Non ho paura, ma mi stringo ai mie pensieri che ridono, butto il mio cuore oltre il vento, oltre la collina, lo faccio volare lontano, di là dal mare, e mi stringo lì, non abbiamo paura, non ne abbiamo avuta mai, nemmeno ora, nessuno di noi.

Mi stringo a cose colorate, qualcuno mi ha detto Ti Circondi Sempre di Cose Belle, e le cose belle sono loro, è chi mi chiama la sera tardi per dirmi  Che Cose Belle Che Fai, e un pò a me si stringe, anche lei.

Mi stringo ai miei progetti, faccio di questa casa una roccaforte inespugnabile di coraggio e fragilità, serve tutto per andare avanti, servono cemento e gerani per fare una casa, cose importantissime e cose che nemmeno un pò, ma va bene così.

Nessuno abbia paura, nemmeno di piangere, nessuno si faccia rincorrere dall'angoscia e dal non saper che fare.

Ci si deve organizzare, sforzarsi di trovare comunque cose belle da fare e da pensare, qualcuno con cui sorridere o ridere forte.

Si deve raccontare ed ascoltare.
pensarsi da lontano
cantare sottovoce,
e stringersi






02 novembre, 2015

Il Vestito di Pizzo.

Non erano gran giorni, quelli.
Il sole sì, una leggerezza sottile, si sorprendeva a cantare sottovoce, riordinando un cassetto, togliendo le foglie secche a tutte quelle piante viola del davanzale, avrebbe dovuto metterle al riparo, non avrebbero resistito al gelo del'inverno.

Erano giorni pesanti, con sforzi giganti per uscirne fuori, e grandi soddisfazioni nel vedere che sorriso chiamava risata, che leggerezza chiamava divertimento.

Era un pomeriggio faticoso, quello.
C'erano ricordi a schiacciarla, una solitudine più marcata, un magone fortissimo, di singhiozzi soffocati, quelli che proprio non trattieni, la certezza che proprio da lì non si sarebbe tornati indietro. La consapevolezza.

Aveva un abito di pizzo nell'armadio.
Lo aveva indossato a una festa, dove aveva ballato e riso, riso e ballato e cantato e riso, e ancora riso, tanto fino alle lacrime, che belle sono le donne che ridono e si sfanno il trucco, e tentanto di ricomporsi mente ancora ridono e ridono.

In quel pomeriggio difficile, ebbe voglia di ritrovare quella risata.
Aprì lentamente l'armadio, quello dei vestiti belli, dei vestiti delle feste, quello più in alto.
Il vestito di pizzo era lì, allineato accanto all'abito da sposa, ai vestitini belli delle comunioni, all'abito nero dei 40 anni.

Lo indossò e si guardò allo specchio. Certo, con le calze a righe, i capelli sfatti e quella faccia grigia da domenica pomeriggio non aveva lo stesso effetto.
Forse, tirava un pò sui fianchi, ma si fece una smorfia, un giro su se stessa, la gonna a ruota volò e volò, improvvisò una danza, una faccia da copertina, un pò da scema.

Immaginò ancora quella volta e quella festa, a chiudere gli occhi ne sentiva la musica, le voci di sottofondo, fotogrammi perfetti, c'era questo e c'era quello. E c'era lei.


Ridicola, nella cabina armadio, coi calzettoni  a righe un pò scesi e quell'improbabile abito di pizzo, finalmente si sorrise, sentendo su di sè un altro sorriso, da Dovunque Fosse.

Il Vestito di Pizzo tornò nell'armadio in alto, quello dei vestiti belli.
Ogni volta che vorrò ritrovarti, lo indosserò.






26 ottobre, 2015

Ci voleva la nebbia.

E quanta stamattina.
La strada che sparisce, le foglie gialle che spiccano di più, i fari che brillano male, come non messi a fuoco, non so come dire.
La nebbia mi piace.
Lo so che non si dice, ma è bella, a modo suo.

Ci ho inventato storie, fatto viaggi impossibili, ci ho corso dentro e sarà meglio che riprenda, si corre meglio dentro alla nebbia, l'ho guardata miliardi di volte, dal divano, dal letto, nei miei guardare fuori che fanno male, qualche volta, in piedi con la fronte stampata sul vetro, Ma Cosa Guardi? Non So.

La nebbia ha un suo perchè, una sua ragione ben precisa, nel disegno della natura e delle cose, nulla è lasciato al caso, nemmeno lei.

La nebbia è velluto incolore che ti fa uscire i pensieri più belli, non è vero che fa malinconia, certo, qualche volta sì, ma più spesso ti fa romantica e calma, non è pioggia a innervosire, o caldo afoso a stremarti, o neve candida che fa allegria. 

La nebbia racconta sottovoce le storie che sai a memoria ma che solo con lei saltano fuori, ti porta profumo di funghi e umidità, e castagne e noci da raccogliere sotto l'albero e spaccare con la pietra sul muretto.

Ti racconta di misteri e di segreti, di piccolissime magie, le cose che nasconde fino all'ultimo e che ti appaiono all'improvviso, come certi pensieri, come certe soluzioni a questioni con le quali ti lambicchi il cervello da giorni. Era così facile, come ho fatto a non pensarci prima.

Con la nebbia sono più tranquilla, mi piace  e non mi fa paura, ci sono nata, ha un fascino speciale per me che vengo dalla bassa, regala al mio giardino un mantello nuovo, opaco e morbido, certamente elegante, decadente e un pò nostalgico, non per questo triste o scialbo.

Lascio che la nebbia faccia il suo dovere, la guardo dalla finestra e me la prendo comoda, mi racconto una storia nuova così, giusto perchè c'è l'ora solare e farà buio presto, metto in fila le cose da fare e le faccio con calma, la storia sarà lunga, me l'ha raccontata la nebbia, e lei di storie corte non ne sa.





05 ottobre, 2015

Una Famiglia Sgangherata



Tanti
Belli
Bellissimi
Tutti
E sparsi
Sparsissimi
Quasi tutti.

Ho una famiglia numerosa.
Una famiglia numerosa e bellissima
Una famiglia numerosa, bellissima, e sgangherata.
Sgangheratissima. Uno di qui, l'altro di là.
Valigie e zaini. E borse. E contenitori per il ragù, gli agnolotti quelli buoni, il piumone da portare sù, che è quasi ora.
E il volo seguito sul computer. Atterrerà fra 5 minuti.
E Skype a manetta
E messaggi su whatsapp., Condividi la Posizione, così sappiamo dove sei e siamo tranquilli.

Il casino.
L'ansia a mille, qualche volta.
la solitudine di certe sere.

Forse, se avessimo fatto diversamente, se ognuno di noi si fosse sempre fatto i fatti suoi, chiuso nel suo mondo, adesso, forse staremmo meglio e non ci faremmo tanto caso.
Invece no.
Noi siamo quelli che stiamo tanto insieme, che  bussiamo alla porta di quelli che studiano per dire, Prendi Un Caffè Con Me e allora si scende in cucina e si parla per una mezz'ora, magari ci si azzuffa pure, 
Noi siamo quelli che siamo sempre tanti e abbiamo sempre qualcuno in più, fidanzati o amici, siamo quelli che tutti o nessuno, siamo la voglia di stare insieme sempre, dei viaggi di Natale, della casa senza tante porte, per vederci sempre e non chiudersi a chiave.
Siamo quelli che le questioni le discutiamo a cena, e volano paroloni e piatti sul soffitto, beh, quello una volta soltanto, e quando lo  raccontiamo e nemmeno si stupiscono tanto. Il mio Sposo urlava, io piangevo, scene da malavita, e a ricordarlo adesso ma che ridere.

Chi tanto ama tanto urla, si sa.
Siamo quelli del chilo di pasta, dei carrelli stracolmi, delle pentole da reggimento, quelli delle 60 polpette, quelli che il cambio di tutte le lenzuola è una roba tipo da hotel, quelli delle 20 uova.

Ora invece no.
ora, noi siamo quelli sparsi
Siamo quelli uno di qui e l'altro di là, come è giusto che sia.
Ma succede sempre tutto insieme e non è che vada tanto bene.
Amo questa famiglia di un amore infinito e purissimo, di quelle cose da mal di stomaco, insomma, quelle che per loro affronteresti leoni e iene, e pure il topolino minuscolo  che il gatto ti ha portato ieri mattina sulla zerbino, per dire, perchè nessuno ha il coraggio di toglierlo da lì.

Urlo ancora, ovvio, non a tutti insieme, però.
A uno per volta, che forse è meno scenografico.
Ma i vicini, i vicini lo sanno bene.


Prima siamo tanti e il giorno dopo solo due.
In attesa sempre, di essere di nuovo tanti, che dura sempre troppo poco.

Nel frattempo, si congelano ragù e cose, si mettono le lenzuola con le stelle di Natale perchè sarà a Natale che saremo ancora tutti insieme, si cerca di non badarci tanto e ci si concentra su quella volta che li avresti strangolati a turno,  tutti, per non ricordo cosa.

Che ridere, però.




02 ottobre, 2015

Sapessi.






Sapessi che giorni ci sono, da queste parti
Frenetici, incredibili dalla bellezza, incredibili dalla confusione, dai panni da stirare, dal disordine, dalla pulizia maniacale, dall’infinito silenzio, come infinito, il silenzio non è infinito, finisce quando urli e di urlare qualche volta ne ho troppa voglia e qualche volta nemmeno ci riesco.

Sapessi che belli i pomeriggi, quelli come ieri che c’era ancora il sole e sembrava ancora estate, potremmo andare dritto, prendere l’autostrada e andare al mare, sapessi che bello il mare quando è autunno, il mare non si arrende mai al freddo e alle nuvole, il mare non le sa le stagioni, il mare non sa fare i conti proprio come me e allora è bello sempre, anche quando fa freddo e quando pioviggina piano piano, che non fa rumore e nemmeno te ne accorgi.
 Ecco,il mare è bello anche così.

Sapessi che belle le sere che la luna è grande quasi mezzo cielo, così piatta e lucida, che sono io la prima a vederla, perché spunta dietro l’albero di questa stagione e a cena sono seduta così, davanti all’albero, è sempre questo il mio posto, anche con mille ospiti, ognuno in questa casa ha un suo posto quando c’è, il mio è sempre questo, così vedo l’albero, così vedo la luna, per prima.

E sapessi le cose che mi vengono in mente, sapessi i giorni, le ore, i minuti, sapessi che voglia che ho di fare una festa grandissima, con tutte le persone che più amo al mondo, e sapessi che tristezza infinita mi viene quando ci penso, sapessi che male, proprio qui, fra il cuore e l’anima, ma l’anima di preciso dove sta, che non l’ho studiato.

Oggi è un giorno bello, per me, è il mio compleanno e vorrei sentirmi felice e leggera, vorrei farmi una torta, ho già comprato le candeline, stasera saremo non so nemmeno quanti, non tanti, però.

Voglio un giorno di quelli perfetti
Voglio un bel compleanno, voglio un giorno per me, voglio me per un giorno, un giorno soltanto, fare cose normali in un modo speciale.

Voglio essere come il mare.

Che non sa fare i conti, che non si arrende alle nuvole e alla pioggia, che non sa le stagioni ma che è bello anche così. 

17 settembre, 2015

Che nemmeno le nuvole.

                          ph.Robert Doisneau

La Stupidera.
Non saprei come chiamarla, se no.
E' quel che mi prende a questo punto dell'anno, che non è estate e non è autunno, che un pò piove e un pò no e il sole non si vede, c'è quel tempo immobile ma che non fa freddo, che ancora l'abbronzatura appena appena, ancora i sandali, magari, le calze ma và, per quelle si aspetta novembre, e poi ancora.

La Stupidera non è una patologia, ma uno stato dell'anima.
I guai e i pensieri si sono ammucchiati per bene in un angolo della casa, con la scopa nuova colorata, quella con l'Infinito scritto sul manico di legno, ce l'ho scritto io a pennarello.
Si è presa la paletta carina, quella con la principessa e il principe, e si son raccolti tutti.
Dopodichè si è aperta la pattumiera dell'indifferenziato e si sono buttati lì, con grazia e soddisfazione.
Operazione completata.

La Stupidera può manifestarsi con vari sintomi.
I più diffusi sono risate cristalline, dopocena a tavola a dir scemenze con questo o quel figliolo che transita da questa casa, scelta accurata di smalti, rossetti e financo burrocacao, riunioni indette per decidere apparecchiature per matrimoni, e quale scarpa e quale borsa, scelte di filati, mi faccio la frangia, mi iscrivo a tango, dò il bianco in cucina, che ne dici?

La Stupidera acchiappa, secca e improvvisa, dopo mesi di buio totale o quasi.
Dopo giorni pesantissimi, faticosi come scalare montagne di sassi, che ti franano mentre cammini e pensi di essere in cima e invece scivoli un pò più giù, un pò più giù ogni volta e non arrivi mai.
Dopo notti assurde, dove il cuscino è spine e vetri rotti, dove dormi a tratti, dove spalanchi gli occhi e studi il soffitto, le piante sul davanzale, i tetti davanti e ti alzi e giri e giri, come a cercare qualcosa che hai perso, e sai benissimo che quella persa sei proprio tu e vatti a trovare, adesso.

La Stupidera  non dura mai tantissimo e non so se è un bene o un male, ma occorre approfittarne e di corsa, come il detersivo per i piatti in offerta all'Esselunga.

Perciò, mi regalo questi giorni stupidi di cose leggerissime, di piccoli passi verso il meglio del mondo, ognuno ne ha uno di Suo Meglio del Mondo e il mio meglio è questo qua, per ora, questa vaghezza morbida, questa elegante indolenza, questa lentezza con la quale faccio diecimila cose insieme, questi pensieri di critallo, lucidissimi e fragili che niente incrina, niente graffia, niente fa opaco,  nemmeno le nuvole.







10 settembre, 2015

Il Mio Ultimo Primo Giorno.

Fra pochi giorni, la scuola.
Bella scoperta, ne parlano da giorni.
Per me, un giorno speciale, come ogni anno.

Questa volta, di più.

Anche la Princi di casa, infatti si appresta a concludere il ciclo delle scuole superiori e farà trionfante il suo ingresso al Ginnasio Liceo Giovanni Plana da maturanda. Insomma, fa la quinta.
L'ultimo anno.
Dall'anno prossimo, il primo giorno di scuola non ci sarà più, a casa mia.

Sollievo o malinconia. Chi lo sa.
Più malinconia però.

Sono passata indenne o quasi da anni, secoli di cose di scuola.
Ricordo con terrore, tenerezza e malinconia l'anno in cui avevo un liceo, una scuola media, un'elementare e una materna. 
Tutto insieme. Tutti insieme. Le nostre mattine, le nostre uscite dalla porta, sghembi, scarmigliati, in ritardo, frignanti, con la colazione in mano, le nostre partenze verso la scuola, i miei vicini ancora se le ricordano.

Ho comprato negli anni 25 compassi, un numero imprecisato di squadre e righelli e goGNOmetri, come qualcuno dei miei figli scrisse sul diario, deriso dalla restante squadra dei fratelli per settimane.
Tubetti di colla, pastelli di ogni tipo, a cera, normali, acquarellabili, stellari.
Pennarelli grossi, fini, medi, quaderni a righe, a quadretti di un centimetro, a quadretti di tre centimetri, a righe di prima, di terza, di millesima, quadernini, quadernoni, quaderni con gli anelli, a spirale,  ho scritto nomi su quaderni, foderato casse di libri, scritto con emozione Classe Prima A.

Ho firmato centinaia di giustifiche, ritardi, votacci, voti bellissimi, note,,  L'alunno gioca con la cerbottana durante le lezioni, l'alunno disturba, l'alunno ha dimenticato il quaderno di inglese per la quinta volta. Ho letto decine di temi, stramaledetto gli inutilissimi compiti delle vacanze, guardato foto di classe ridendo di gusto, da qualche anno le foto si fanno un pò in maschera, non impalati e serissimi come ai tempi miei. Ho preparato merende, compilato buoni mensa, ascoltato poesie a memoria, ripassato verbi e tabelline in macchina, baciato riccioli davanti al cancello, accettando con mestizia l'invito sorridente e imbarazzato a non farlo più.

Ho fatto viaggi a portare libri dimenticati, fogli a righe per la verifica, ho fatto corse per ritirarne qualcuno malaticcio, ho accompagnato i primi giorni di materna con un magone infinito, ricamato nomi sui grembiulini, fatte trecce appena prima di entrare, li ho aspettati con ansia fuori dagli esami di maturità, ho vissuto notti prima degli esami per 3 volte, di già, e quest'anno ci sarà l'ultimo.

Il mio ultimo primo giorno di scuola mi mette un filo di tristezza.
Non so bene come chiamarla, crescono tutti, sono tutti per la loro strada, e dall'anno prossimo ci sarà anche lei. Che accompagnerò per l'ultima volta al suo ultimo primo giorno, perchè è soprattutto il suo. Mi guarderà con quegli occhioni di smeraldo, scuotendo i capelli lunghissimi che questa settimana sono finalmente del loro colore originario, ed entrerà, felice e un pò emozionata, come ogni volta.

Sono anche un pò felice.
Felice per questi figlioloni che ho.
Felice di quello QuasiMio, Ingegnere confuso e dolcissimo. Felice del mio Dottore che presto volerà dall'altra parte del mondo, felice del mio Futuro Designer che mi dice BuonanotteMamma su whatsapp alle 3 di notte, e felice di questa dolcezza che ancora non mi capacito sia diventata così grande così presto.

Io qui sono.
Conservo le loro vite, il loro cuore nelle mani, ho una scatola di pastelli che ha dentro tutti i sentimenti di questi anni lunghissimi di Primi Giorni di Scuola.
Ci sono stati altri primi giorni per loro, ce ne saranno.
e io sarò sempre qui.

Non rifarò loro le trecce, non preparerò loro la merenda, ma li bacerò sempre, davanti a ogni cancello, ovunque nel mondo.







01 settembre, 2015

Il Calendario.

Ho un calendario appeso in cucina.
Bella scoperta, chi non ne ha uno.
E poi agende, bigliettini, quadernini vezzosi, quadernini serissimi, a quadretti, a righe, senza niente.

Il calendario della cucina è il documento più importante in assoluto.
Quando una cosa è scritta lì è sacrosanta, come se fosse scolpita nella pietra, più o meno.

Girare il foglio del calendario è cosa solenne.

Il Primo Settembre, lo è un pò di più.

Il mio calendario non ha le righe e non ha scritti i nomi dei santi.
Ha solo i numeri
E la fasi della luna.
E ha dei quadroni, per scriverci, che ci devo scrivere di storto sennò, la parola Veterinario, per esempio non ci sta.

Ma ci stanno i cuori, per i compleanni di casa.
E le stelle, per ricordarsi di mettere fuori l'indifferenziato.

E gli arrivi e le partenze, parte Lui, torna Lei, Inizio Vacanze, gita a Roma, Londra, Parigi, Costantinopoli, ritirare aspirapolvere, dentista, KnitCafè, punti interrogativi dei quali spesso non ricordo il significato, Cena da Loro Qui, Pranzo da Loro Là.

La pagina bianca di un calendario è piena di promesse.
E un filo di ansia, appena appena.
Non c'è ancora scritto nulla, 
Nemmeno Scuola, il 15.

Ho una scatole di matite colorate, di pennarelli un pò scarichi e di evidenziatori di mille colori.
Le userò per scriverci gli impegni di questo mese strano, non chiassoso come agosto, non languido come ottobre, settembre è il mese degli inizi, delle riprese delle cose, del ricominciare, magari cambiando o rimanendo sempre uguali.
ma forse, è proprio cambiando che si rimane uguali.
Ed è stando fermi che forse, si va avanti.
Si sta lì, ad osservare le cose che scivolano, le cose perse, quelle che verranno, ed ha tutto un fascino morbido e sottile, come la mussola di certe vecchie gonne, ne avevo una a fiorellini verdi e rosa, avrò avuto sei anni, giravo su me stessa in cortile, per vederla ruotare intorno a me, e alla fine ero come un pò ubriaca, da tutto quel girare e da tutti quei fiorini verdi e rosa.
Se chiudo gli occhi, la vedo ancora.

Voglio un calendario colorato.
Voglio scriverci solo cose belle.
Disegnerò su questa pagina stelle e cuoricini,
Per ora, guardo le caselle bianche e prendo un bel respiro.
Due fiorellini, uno verde e uno rosa, forse, aiuteranno.

E buon settembre a me.






22 agosto, 2015

L'estate che verrà.

E' fatta di sabbia e sassi e scogli e schiuma e profumi di cocco e di agrumi e di Nivea e di farniente, guardando in sù.
E' fatta di cose, di pensieri ingarbugliati, di ansia, quella che non ti lascia mai nemmeno un secondo, di figli sparsi, saranno arrivati, partiti, rincasati, saranno in giro dove, con chi, staranno bene, saranno al sicuro, uomini fatti e una quasi donna ormai, eppure.

La mia estate è fatta di cose belle.
Questa qui e tutte quelle che verranno. Che non posso saperlo ma mi piace pensare che sarà così.

Ho ritrovato cose e persone e luoghi e sensazioni e momenti.
Ho toccato una mancanza grande come il tutto il mondo, mi rendevo conto di parlarne sempre, Abbiamo fatto così, quella volta, siamo passati da, abbiamo incontrato la tempesta per accontentarla, aveva dimenticato i documenti, era sparita dietro gli scogli, avevamo riso per ore.

Ho ritrovato il piacere delle colazioni al sole sottovoce per non svegliare nessuno, che dormono ancora tutti e la giornata sarà lunghissima, ci sarà il sole, c'è profumo di salvia e rosmarino e focaccia, programmi nessuno, un tavolino sul mare, una passeggiata fra gli ulivi e gli oleandri, fin dove vedi l'universo, se guardi giù, il mare di fuori che sembra più grande e liscio visto da qui.

E' la pace.
Ritrovata e sognata, è il raccogliere i pensieri come si fa con le briciole, ammucchiandoli per bene per tenerli tutti nella mano, che nessuno ti scappi via. Sarebbe un peccato.
Lascio andare lontano le ferite, quelle che posso, quelle che riesco, le disinfetto col mare e col sole, e con quest'acqua lucente, presto spariranno tutte, lasceranno solo una cicatrice invisibile, che si vedrà per poco e poi sparirà del tutto. Ti ricorderai che era lì, ma non la vedrai più. E sarai salva.

E' l'estate. 
Questa che è ancora qui, fra il tempo incerto e le nuvole alte, fra i temporali e i gerani, fra l'uva quasi pronta e i muretti a secco, fra i sentieri e il segno del costume, nuovi amici, e amici di sempre, che taci e sanno, che parli e sanno, che guardi e sanno uguale. E chiacchiere e progetti sontuosi, un pareo al giorno, smalti color del cielo e spritz allo zafferano. 

Sono io.
Gioco alla roulette tutto quello che ho, punto tutto su un cielo perfetto dietro un ulivo disegnato, ad ogni estate imparo qualcosa, non ho capito bene cosa ho imparato in questa qui, ma ancora non è finita e non finirà mai, se voglio.
E vorrò.

quel che è chiaro è che ci son cose che hanno una fine e un inizio, altre che inziano dalla fine, altre ancora che non finiscono mai. E che non è sparita dietro gli scogli. 

O forse, sì.




25 luglio, 2015

Che non sai.

Lo aspettavo da tanto

da quanto lo amo, aspettavo il temporale, uno, due, tremila gocce, tutte insieme.

Il temporale sorprende nei luoghi più diversi e non ti dà tempo, non ti dà modo di reagire, se non veloce, velocissimo, inizia pianissimo e in un attimo è uno scroscio prepotente e meraviglioso.
L'energia.

Dalla spiaggia, dal prato, come, un attimo fa era chiaro e adesso il cielo è come un livido enorme, basta guardarlo per un secondo e poi te lo senti, il cielo addosso, e non sai se di lui ti piace di più il colore, la luce, il rumore, l'odore o tutto insieme.

O la sensazione che ti lascia.
Lava tutto via
Porta tutto via

si ricomincerà presto, ma adesso è tutto pulito e lucido, illuminato a tratti, tuona, fa un casino da paura,  alza la voce per dire che via, via tutto, lava via tutto che si rifà.

i temporali sono stati inventati apposta per darti la sensazione bellissima di nuovi inizi e nuove storie
e nuove cose

Ha bagnato per benissimo le ortensie che avevo deciso di seccare direttamente sulla pianta, per vedere di che colore sarebbero diventate.

Ha resuscitato gerani che credevo stecchiti, rose impossibili e un pò lasciate al loro destino,  perfino il caprifoglio ranzato a zero, ha mille foglioline verdissime. ma forse, non è tutto merito del temporale.

Temporale d'estate, che mi piaci da morire e nemmeno so perchè.
Temporale che non sai se lo ami per l'odore, il colore, per come ti fa sentire, o perchè sembra che un pò di cielo ti rimanga addosso.
Non è vero, ma fa niente

Torna presto, temporale. Stasera, stanotte, quando vuoi. 
Ti aspetterò dove vorrai, starò attentissima alle prime gocce per non perdermene nessuna.
Aspetto la tua energia, la tua prepotenza, la storia complicata dei lampi e dei tuoni, che fanno così paura a tutti e che io amo così tanto. E nemmeno so perchè.

Ma in fondo
le cose più belle sono quelle che non sai.




16 luglio, 2015

L'Imperdibile Concerto delle Pettegole Cicale.

Dove abitassero esattamente, nessuno lo aveva mai saputo.

Forse nel Grano Laggiù, o nella Siepe Vicina, proprio dietro alla Regia Salvia.

Quel che era certo, era che fossero tante, tantissime.

Iniziavano a cantare ad ogni ora del giorno, soprattutto nel primo pomeriggio, nel sole a picco dei pomeriggi di quello stupido luglio.

Si era provato una volta, a raccontare una storia alle cicale, per farle smetterle, per zittirle, una volta per tutte. Niente da fare. Quelle, zitte non ci stavano mai.

Quella mattina poi, l'assordante frinire che arrivava dal giardino era particolarmente insistente, più forte di sempre.

Si avvicinò un pò di più al Pratino.
Forse, hanno qualcosa da dirmi, pensò.
Ma cosa potevano avere mai, da dire, uno stuolo di cicale chiacchierone, a una tipa scalza in camicia da notte, scarmigliata e nemmeno ancora tanto sveglia, che esaminava con fare saccente il Basilico Rinato e la crescita miracolosa di  tutte quelle piantine con le quali aveva riempito il terrazzo?
Fu presto detto.

Le cicale, si sa, sono esserini pettegoli e sanno tutto di tutti.
per esempio, avevano saputo per prime la notizia del trasloco delle lumache, sapevano che quell'anno la casa viola degli  uccellini era rimasta sfitta, e la sapevano lunga sull'amore impossibile tra il ciliegio e il gelsomino.
ma c'era dell'altro.

In quel frinire continuo, in quelle due note ripetute all'infinito, per ore ed ore, c'era di più.

A starle a sentire, le cicale del pratino raccomandavano prudenza.
Invitavano alla calma, a fare le cose con studiata lentezza, a pensare molto bene prima di provare a stare male, a lamentarsi, a frignare e a dire, AhPoveraMe. Suggerivano altresì di fare un giro al fiume, o al MareVicino, di fare un giro da Feltrinelli per scegliere almeno due libri, da leggere con gusto e meraviglia, all'imbrunire, magari proprio sotto al ciliegio, o sul divano di casa, certamente più fresco ma infinitamente meno poetico. E infine, acquistare un profumo buono col sapore dell'estate, potendo decidere fra Pompelmo o Anice, che non era cosa da poco.

le cicale son del mestiere.

Loro cantano, cantano e cantano, nessuno si cura se stanno bene oppure no, se sono felici o no, se hanno il cuore leggero e colorato  o dolorante e in mille pezzi piccolissimi che raccogli solo con la scopa e la paletta. 
Nessuno si cura di loro.
Loro son quelle che cantano, fan questo da sempre, e nessuno al mondo mai si chiede, Già, Ma le Cicale?

Per questo, decido di seguire i loro consigli preziosi, e farò tutto, o quasi, quello che mi dicono, quello che ho sentito questa mattina presto, che ho individuato  in quel frinire insistente, io col caffè in mano a guardare soddisfatta e piena d'orgoglio i fiorini rosa nel vaso della miseria.

Le cicale san tutto di tutti, e seppur pettegole, dispensano consigli pieni di saggezza.

Ascolto le cicale che la sanno lunga.
Che sanno molto di me.
Che son cicala pure io.