18 ottobre, 2016

La Leggenda della Cimice Color Smeraldo.




E' questa la stagione delle cimici.
Ingrati insetti, non belli, non utili, non simpatici, non niente.
La cimice c'è ma non lo sai.
Te ne accorgi solo dal ronzio che fa quando decide che è stufa di stare attaccata alla tenda e vuole spostarsi verso il muro, o girare, girare vorticosamente intorno alla lampada del salone.

Solo allora sai che c'è.
Non piace a nessuno, guai a schiacciarla, bisogna prenderla con grazia e accompagnarla fuori, buttarla dalla finestra, ecco, Vai a Ronzare da Un'Altra Parte,

In realtà, la cimice ha capito tutto della vita.

Se ne sta quatta quatta in un posto, pensa e pensa, alle sorti del mondo, ai fatti suoi, al mistero del cosmo.
Pensa anche alla sua vita, bistrattata e odiata com'è dalla moltitudine delle persone, che non vede in lei nulla di buono.

Poi, ad un tratto, decide.

Decide di darsi uno scrollone, decide che stare lì a fare passetti sciocchi sull'asciugamano steso non è che sia così divertente. E allora, si finge farfalla.
Improvvisa un volo, una meta non troppo lontana, ruota velocissima le ali, cerca perfino di cantare, anche se quello che le esce è solo un ronzio fastidioso e insignificante, ma non le importa.
Lei sa volare.
E passa dall'asciugamano al muro, fino alla tenda, e lì rimane, ma durante il suo volo guarda giù e si sente perfetta, ballerina improvvisata e nemmeno tanto capace, guarda il mondo dall'alto e si riempie gli occhi di quel che vede perchè sa fin troppo bene che non durerà per sempre. Guarda giù e sorride.

E quando atterra sulla tenda, pensa alle cose che ha visto durante il suo volo, dal terrazzo alla cucina, e se è di buon umore vola fino alla festa luminosa sulla lampadina e si diverte così tanto che si ubriaca e giragiragira tutto intorno a quella luce, finchè non trova la strada e, stordita, atterra sul divano a pancia in sù e fra sè e sè ride di gusto, e dice Che Bella Festa Che è Stata e cerca di girarsi per bene ma ride troppo e resta lì, a rigirarsi sul divano.

Da lì, qualcuno la prenderà con delicatezza e se va bene finirà fuori dalla finestra. Se va male, giù dal lavandino.

Ma questo, la cimice non lo sa.

Come vorrei, qualche volta, andare volando a una festa e ubriacarmi con la luce della lampadina.
Che m'importa se poi mi buttano dalla finestra.
Starò ridendo così tanto che nemmeno me ne accorgerò.




16 ottobre, 2016

Mi siedo e aspetto.

Aspetto.
Aspetto il sole quando piove, aspetto la pioggia quando non ho voglia di innaffiare le piante, aspetto che si alzi la nebbia, e prima ancora che scenda, perchè mi piace, sono l'unica al mondo forse, ma a me la nebbia piace guardarla, e annusarla e correrci dentro.
Aspetto.

Aspetto che passi, aspetto che arrivi, aspetto che torni, aspetto di partire, aspetto di tornare, aspetto e basta.
Aspetto treni, imbarchi, autobus, aspetto i musi strani delle metropolitane, aspetto la corriera blu che va in città.
Aspetto che l'armadio dell'ingresso si metta in ordine da solo, aspetto che la montagna da stirare sparisca da un momento all'altro, aspetto che i piatti dal lavandino migrino leggeri verso la lavastoviglie.

Aspetto l'inverno e il suo gelo, l'estate e la sua follia, aspetto la primavera e i suoi fiori, l'autunno e le sue foglie, le castagne, la minestrina.

Aspettare è una condizione dell'anima, non necessariamente succede qualcosa, anzi, non succede quasi mai.
Ma aspettare è un verbo bello, pieno di promesse, un tempo sospeso, sono qui ma non è definitivo, sono qui ma è come se non ci fossi del tutto, infatti aspetto.

Qualche volta è divertente. Qualche volta, invece no.

Forse, non è che aspetti qualcosa.
Ma qualcuno.
E quel qualcuno sono proprio io. 

Aspetto me. 
Aspetto di essere più brava, aspetto di imparare meglio, aspetto di cambiare, aspetto la me che vorrei essere e che non sono mai, aspetto forse la me che ero, ma chi può dire che fosse migliore o peggiore, e poi, chi l'ha detto che non è questa, la me che sono.

e' una domenica confusa e stanca già da ora, che è mattina presto e ho buttato lo sguardo fuori dalla finestra e non ho visto niente.
E' una domenica che magari preparo una tavola sontuosa per una colazione meraviglia, con le tazze inglesi e il pano tostato e quelle marmellate buone che mi fanno le mie amiche.
Io la marmellata non la faccio mai. Aspetto la loro.

E' una domenica che mi sembra che tutto sia in disordine e cambiato e nulla al proprio posto ma non è vero, ci sono quelle volte che ti senti insofferente e perfino un pò scema, svogliata e stupida e te ne stai lì, col pigiama a fiori e ti dici che sì, è tutto a posto tranne la cucina, tutto a posto tranne l'armadio dell'ingresso e che brava che sei a raccontarti bugie e bugie, e che brava che sei a ridere quando non ne hai voglia, e che bravissima con lode che sei a dire che va tutto bene, che va sempre tutto bene, che andrò sempre tutto bene, mentre invece sei lì, lì che stai ferma, lì che non sai, lì che non capisci, lì che aspetti.