18 ottobre, 2017

La Nebbia Che C'è.



Che ruba il giardino.
Che nasconde il cancello,il pratino, che strema le ortensie, così belle e tonde e adesso avvizzite e mollicce.
La Prima Nebbia vera.
Quella che amo.
Che mi trova ogni anno diversa, ogni anno un pò di più,un pò di meno.

Coi capelli più lunghi, forse rido di meno, ho più pensieri, belli, brutti,così così.
Sogno di più, sogni così belli che al mattino stai lì ancora 5 minuti per ripassarli e tenerli con te tutto il giorno, e la sera dopo chiudi gli occhi forte per ritrovarli. Non succede mai,ma è bello provarci.

Ho una stilografica in più, un anno in più, una borsa rosa in più. Ho meno voglia di cucinare, sempre di più di andare a Parigi, e a Parigi ci andrò presto e quando mi acchiappa cucino per un giorno intero, bugiarda che sono, e non smetto finchè i ripiani del forno sono tutti occupati e anche i fuochi della cucina,e il lavandino ingombro di mestoli, frullini, scodelle, padelle e gusci di uova e carte di farina appiccicosa. E bucce di verdure. 

Ho più libri da leggere. Impilati sul comodino, una montagna di Sellerio che sono anche belli da vedere, libri che mi hanno regalato, consigliato, che voglio rileggere, e quanti sono quelli che so a memoria, non fa niente, li rileggo perchè mi scaldano, mi fanno bene, e cerco il senso delle parole che so già, e rivedo la scena e rileggo la frase che mi piace cento mille volte, e poi la scrivo, lo so, non è normale, no che non lo è.

Ho meno disordine in giro, ho buttato tante cose, svuotato cassetti e cartelline e zuppiere di collane e campioni di profumo e carte d'imbarco e bagnoschiuma degli alberghi, e nastrini di regali e carte spianate con la mano e tolto lo scotch con attenzione e bigliettini, post it, e ingressi ai musei e alle docce dei porti, ho buttato agende e quaderni finiti di appunti e scarabocchi. meno disordine fuori per fare ordine dentro, si dice sempre così.

Ho più voglia di scrivere, meno di correre, ho più voglia di leggere e di cantare quando stiro, o guido, o salgo le scale di casa. Ieri cantavo Sottoilsolesottoilsole facendo la spesa, avranno pensato questa è pazza, forse sì.

La nebbia di stamattina presto già si dirada un pò, c'è un sole bello che illumina le foglie gialline del ciliegio,amo la nebbia perchè non sai mai cosa, non sai mai dove e forse alla fine, è meglio così.

Mi trova ogni anno qui, a guardare il pratino e la collina rubata, ogni anno diversa, un pò di più, un pò di meno, ma io , io, alla fine sono sempre la stessa.









08 ottobre, 2017

Ho fatto una torta.

                                                       ph.TheLittleCorner

Era da un pò che non la facevo, o forse sì, e magari nemmeno me lo ricordo.
Sono giorni che vanno veloci, che a volte stanno fermi immobili e non  ne vogliono sapere di passare. 
Sono giorni di mancanze e di scoperte. Non sempre belle, non sempre piacevoli.
Cambiamenti tanti, tantissimi, oramai ci posso fare una torta anche con loro, si cambia sempre tutto in qesta casa, cambia sempre tutto e troppo e io non so, non lo so se ne ho ancora voglia.

Ho fatto una torta con le cose che avevo nel mobiletto della cucina, che ho sistemato con cura, ho buttato via zafferani scaduti nel 2013 e caramelle gommose diventate di marmo. Le scatole del thè quelle no, ci ho fatto un buchino sotto e sono diventati dei vasi per le piantine. 
Ho fatto una torta con la farina integrale, lo zucchero di canna, la voglia che ho di tornare la me di sempre e non questa che sono certe volte, che non mi sopporto che non vado bene a fare niente, che mi guardo allo specchio e vedo solo i capelli lunghi, e due occhi strani, sono forse così gli occhi di chi ha capito le cose, di chi non ne ha più voglia, di chi ha coraggio? 

Ho fatto una torta con questo sole, con la luna piatta di ieri sera che mi seguiva in autostrada, ma il sole non fa altro che dirmi che ho i vetri sporchi e la luna di ieri, c'è da giurarci, scuoteva la testa e mi diceva Ma Come Fai ad Essere Così Scema.

La sono, sì.
Mi lascio andare, vacillo, barcollo, mi gira la testa e tutto il mondo intorno, e non so più niente, non capisco niente, ed è tutto pasticciato e scolorito e nemmeno si vede più il disegno, e nemmeno vale più, come certi cartelloni delle pubblicità delle sagre di luglio, li vedi a dicembre, Sagra delle Trofie al Pesto e ti viene da vomitare.

Così faccio una torta.
E' una bella domenica di sole regalato, è ottobre fitto, sarà un autunno calmo e io sono qui che lo aspetto, mi troverà coi capelli più lunghi, gli occhi limpidi  di chi ha finalmente capito e una torta tiepida sull'alzata di vetro.

E' sbeccata, ma non fa niente.






28 luglio, 2017

La Piantina dell'Ufficio Postale




S'era di luglio.
Aveva un vestitino a fiorellini piccoli, uno di quelli che lascia scoperte le gambe, che non si stirano, di quel cotone leggero che fa allegria.
Era diretta all'ufficio postale, a spedire a Firenze un pacchettino.

Non era un pacchettino qualsiasi.
Al suo interno infatti, ben protetta da una pellicola e con un fazzolettino bagnato che ne proteggeva il gambo, c'era una piantina. Una piantina viola.

L'Ufficio Postale era un edificio austero, di marmo bianco, con un mosaico bellissimo che spesso si incantava a guardare ma al quale nessuno sembrava fare caso.
Il temporale della notte aveva disegnato un cielo bellissimo, di un blu speciale.
Non che fosse una gran giornata, ma proprio in occasioni come quella, ella aveva messo a punto una strategia. Sorridere.

L'impiegata dell'Ufficio Postale aveva caldo. Forse, nemmeno molta voglia di essere lì. Avrebbe preferito essere che so, al fiume, c'è un fiume bellissimo a pochi chilometri dalla città, con un canyon e una inspiegabile spiaggia di sabbia fine. E' solo un torrente ma ha l'acqua cristallina e i ragazzi di qui ci vanno spesso, a tuffarsi dal canyon e a fare festa. E a guardare le stelle.

la Donna Col Vestito a Fiorellini consegno il pacchetto da spedire. 
- E' leggerissimo, disse all'impiegata distratta. 
C'è dentro solo una piantina.

L'Impiegata si illuminò.
- Una piantina? e di cosa?

Niente di illegale, sorrise la Donna, è una pianta viola che fa dei bei fiorellini rosa. Rosa, come i capelli della ragazza alla quale arriverà, e che se ne è innamorata subito. Ora, la pianterà in un vaso  a Firenze e lì crescerà.

L'Impiegata della Posta non aveva mai sentito, fra bollette e francobolli, una storia più bella.
Dietro di lei, una pianta dalla foglie verdi e lucide.
- Anche io faccio questi esperimenti, le disse, la vede questa pianta? l'ho portata io dalla Riviera.
Così dicendo, si alzò e con delicatezza staccò un rametto dalla Pianta Verde.

- Tenga, disse alla Donna, pianti anche questa vicino alla sua pianta viola. Vedrà che soddisfazione.

La Donna col Vestito a Fiori ne fu meravigliata e felice.
 Mai le era capitato di uscire dall'ufficio postale con qualcosa di più che una ricevuta.
Quel giorno, aveva con sè un rametto di foglie verdine che presto avrebbe trovato posto sul suo terrazzo, e già pensava, attraversando al piazza, che tipo di vaso, se quadrato o tondo, e dove l'avrebbe collocata.

E si rese conto che gran parte delle sue piante avevano affrontati lunghi viaggi per arrivare fino a lei. Gliene aveva inviate Alice, dalla Sardegna, aveva trafugato un geranio in montagna, e pochi giorni fa aveva portato con sè un pò di Sicilia sottoforma di piantina del terrazzo di Mari.
E che la stessa piantina viola, capostipite di una vera e propria selva in un' altra casa e in un'altra Isola, era stata raccolta in un giardino abbandonato molti anni prima, a Capri.

Nessuna cosa al mondo succede per caso, ogni sentimento, ogni sorriso, ogni carezza, financo ogni pianto  sanno sempre da dove vengono e hanno sempre un posto esatto dove andare.
E ogni cosa cura e solleva, accarezza e stringe migliaia di persone, e passi e chilometri  e distanze e destini e storie.
Ogni cosa.
Anche le piantine.
Soprattutto quelle regalate, una mattina di luglio, all'Ufficio Postale.






26 maggio, 2017

Ciao, Gelsomino

Gelsomino.
Maiuscolo.
Nome proprio di persona maschile.
Gelsomino.

Così ti chiami.
Non so nemmeno se tu lo sia davvero, un gelsomino, Gelsomino. 
Ma non fa niente.
Non fa mai niente.
A forza di non fa niente, si va avanti così.
Ogni mille NonFaNiente si vince un tostapane. Ne ho 11. Undici.

Gelsomino stamattina mi ha sorriso.
Così rigoglioso e profumato, così bello, nel suo essere tutto ingarbugliato alla grata, così testardo a voler salire lungo il muro, così elegante a voler abbracciare la casina dei Pettirossi, sfitta, quest'anno, perchè hanno preferito il Pino Grande del Prato Di Là.

Gelsomino mi ha sorriso. 
A colazione, una colazione sontuosa stamattina, ci si è concessi una carezza in più, per far naufragare le malinconie sottili di un giorno senza sole, in una tazza bella scelta con cura, di latte di soia che alla fine è buonissimo, ci si abitua a tutto, alle distanze, alle mancanze, ai ritorni e alle partenze, al latte di soia e alle malinconie. E a tutto il resto.

Ma l'abitudine mi fa orrore.
E Gelsomino lo sa.
Per questo, quest'anno ha volto essere diverso, ha voluto essere prepotente con la sua dolcezza, caparbio nella sua carineria, ed è fiorito più che poteva, ancora e ancora, sempre più sù, fin quasi ad arrivare alle finestre della Camera sulle Colline, la più bella della casa, da dove lo spettacolo del Monferrato è qualcosa che non si spiega, che ne sapete voi che avete il mare e i fiumi e i laghi, se non conoscete l'incanto della nebbia vista da qui, le albe immobili di certi lugli, i temporali che illuminano a giorno la Collina, e la neve, spruzzata a caso, e certi autunni rossi e arancio.

Gelsomino mi ha parlato.
Detto che sì, sono iniziati i giorni delle colazioni in terrazza, scalza e scarmigliata, da qui non passa nessuno o quasi e, qualora fosse, difficilmente ti vedono, la Siepe non è stata tagliata, sembra una casa abbandonata da fuori, non fosse per il Pratino tagliato di fresco e per i vasi tutti in fila e le ortensie ancora acerbe.

Detto che da un pò mi vede sorridente anche la mattina presto, qualche volta ancora spersa coi pensieri che mi ronzano intorno come calabroni incazzati, e che io scaccio con un NonFaNiente, come, un altro? sì, in NonFaNiente non sono mai abbastanza.

Brindo a te, Gelsomino, a noi due, che facciamo colazione insieme ogni mattina fino a settembre, fra non molto sarò in qualche mare, ma tu, custodisci i miei pensieri e i miei segreti, così come fanno da sempre il Pratino e le Rose.

Brindo a noi, Gelsomino, fiorisci e fiorisci anche quando fra non molto  sarò in qualche mare, ti racconto tutto al mio ritorno.
E brinderemo di nuovo, tu ed io, ancora con una tazza bella scelta per bene, mai abituati mai, sempre a prendere sempre il bello delle cose e tutto il resto NonFaNiente.
Che mi serve un altro tostapane.

25 aprile, 2017

Ci pensi mai.

                                             

Ci penso sì.
Oppure no, mai.
Cioè, qualche volta.
No, invece. Ci penso sempre.

le vite che passiamo a pensare. A recriminare, ricordare, rimpiangere, immaginare, supporre. O forse, solo per vivere.
pensare, pensare alle cose fatte, da fare, a quelle che si rifarebbero domani, a quelle che invece nemmeno per sogno, a quelli che hai lì e che ti dici Un Giorno o L'altro Lo Farò, che siano cose belle o cose che rimandi perchè non le vuoi fare, le cacci sotto come le cose noiose da stirare, come le cose da piegare e rimettere nell'armadio, la noia proprio.

pensare, pensare, raccontarsi delle storie belle, scrivere dei libri immaginari, da quant'è che devo scriverlo, un libro, e ce l'ho, lo giuro, salvato nel pc, ogni tanto lo riprendo, e lo rileggo da capo e amo così tanto leggere che alla fine so a memoria fin dove l'ho scritto e non mi riesce di continuare, perchè mai, mai mi verrà qualcosa da scrivere all'altezza di quello che ho già scritto, chissà se funziona così anche per gli scrittori quelli veri.

Come quando sistemo la libreria, e mi ci vuole un mese a sistemarla tutta, perchè mi fermo, smetto di spolverare e prendo ogni libro di ci mi sono innamorata, e sono un sacco, e lo sfoglio un pò e lo accarezzo, e lo annuso, per ritrovare la me che ero quando l'ho letto, o per dimenticarmela,non so, e allora resto lì, lo straccio in mano e leggo, sul pavimento, perchè mi piace leggere seduta sul terra, vicino alla libreria stracolma, e leggo per delle mezzore e ciao che alla fine finisco di sistemare.

Ci penso, ci penso sì, immagino sempre le cose che non esistono, era un trucco che mi sono insegnata da sola, lo so che insegnare non è riflessivo, ma è così, l'ho insegnato a me, da ragazzina, sui diciassette anni, la famiglia disintegrata in pochissimo e una città nuova, e nuovi amici, nuovi libri, novo indirizzo, nuova quinta, avrei dovuto fare la quinta D al mio vecchio istituto e invece ho fatto la quinta e basta, ma per far finta di nulla ho scritto QUINTA D lo stesso, sul diario del Maffei a Torino, e nessuno capiva che cosa volesse dire. ma io sì.

Mi sono raccontata ogni genere di storie, inventata vite delle persone che incontravo, sul tipo che vendeva i libri usati in piazza Carlo Alberto, sul lattaio del corso, sulla segretaria del notaio che abitava di fronte a me, le calze coprenti, lo smalto rosa perlato e la piega sempre fatta, nubile e devota al suo notaio burbero, del quale secondo me, era innamorata da sempre. E quelle gonne a pieghe e quelle borse assurde, che hanno ispirato il genere Segretaria Di Notaio, quando mi vesto come non mi piace.

Continuo a pensare e pensare, inventare storie su case abbandonate, su addii alle stazioni durante la guerra, su incontri fra vicini, sulle scale col corrimano di legno nelle case d'epoca, con gli ascensori con le porte doppie, che fanno clang! quando si chiudono, e c'è sempre un cartello di metallo, Vietato Sbattere le Porte, ma nessuno lo rispetta e la vita di quel palazzo è scandito dalle porte dell'ascensore che sbattono.

C'è una casina in fondo alla strada dietro al campo, una casa piccolissima che è in vendita da sempre e che non vuole nessuno perchè troppo piccola, malconcia e  fuori mano. Ci sono passata l'altro giorno tornando dal vivaio e mi ci fermo sempre. Non ha più il glicine, chissà perchè, il cartello Vendesi è scolorito e nemmeno si legge più il numero da chiamare. Meglio così.

Nessuno la comprerà, nella mia mente l'ho già comprata e ristrutturata mille volte, e mille storie ci ho inventato, di chi ci abitava, di chi ci tornava, di chi ci faceva il pane nel piccolo forno che ha sul retro e di quali misteri nasconda il pozzo e quel tiglio e quel piccolo frutteto.

Ho già comprato delle tende di mille fogge diverse, l'aveva vista anche Silvia, ci eravamo dette che l'avremmo comprata per farci le feste, ma quali feste che siamo sempre in mille e non ci stiamo, ma adesso di feste non se ne fanno più, e in mille non siamo più, o forse sì, ma manca lei e allora che feste si devono mai fare.

Così, ci penso, penso a cosa si potrebbe fare in quella casina diroccata, e mi racconto delle storie complicatissime, con intrighi e misteri, è questa la tecnica, raccontarsi storie belle per non sentire la paura, farsi gioielli con le margherite del pratino, anelli preziosi con le gabbiette dello champagne di Natale e conservarli, conservare tutto, i pensieri le emozioni, il cuore che batte fortissimo sotto al lenzuolo, darsi forza, ballare e cantare sempre, anche quando ti siederesti sul pavimento, la testa piegata sulle ginocchia e non vorresti sentire e vedere niente.

è dal niente che nascono le storie più belle.

E chissà se la segretaria del notaio gliel'ha mai detto, che si era innamorata.








16 marzo, 2017

Così, le Fragole.

Dove Sei è un sentimento.
E anche Copriti, e Quando Torni e Vai piano.
O Torna a Casa Che è Quasi Buio.
Oppure, Torna, e basta.

Ed eccomi, alla fine.
Sarà la primavera che devasta, quelle lune tondissime che appaiono dietro la collina, e tutti quei tramonti che mi ostino a fotografare come una quindicenne, chi l'ha detto alla fine che quindici anni non ce li ho per davvero, è un grande privilegio, danna fatta e sempre un pò scema, sempre che canta, che ride forte, che piange altrettanto, che fotografa i fiori, le scie degli aerei, le nuvole, le scarpe, le calze coi brilli, che ne compra a manciate, se rinasco, nasco gazza ladra, o forse la ero, chissà.

Saranno questi giorni che inanello come le collane di perline, come i braccialetti che facevo sul balcone il giorno prima dell'esame di terza media, Non Sarebbe Meglio Se Ripassassi Quacosa? No, Mi Faccio dei Portafortuna. Già scema da allora.
Giorni a volte frenetici a volte lentissimi, su è giù per l'Italia per questo progetto che amo da morire, per questa cosa che ho fatto e che non mi sembra vero mai, per questo sogno potente che non smette di farmi sognare e farmi dire che sì, oltre ai miei figli, qualcosa di buono nella vita l'ho fatto anche io, e che nessuno al mondo ci avrebbe scommesso un centesimo, su di me. Chi vuoi che scommessa su una che fa i braccialetti e sa Dante a memoria e poco le tabelline, che legge fino a svenire e sviene alla frase Devi Fare Una Proporzione.

Saranno i calci in culo. 
Le scommesse fra testa e cuore, i dolori forti di questi giorni ultimi giorni, altri affetti se ne sono andati via, e non persone, ma forse un pò anche, sì, persone col collare che dormivano accanto a me sul divano, che dividevano con me i grancereale a colazione, che sorvegliavano i miei figli con la febbre e mi guardavano con occhi umani quando piangevo in cucina, lo faccio spesso, la cucina è dove si ride,  si fa colazione guardando fuori, si balla intorno al tavolo, si festeggia, si carica la lavastoviglie, si bruciano le zucchine e si piange, ovvio che è così. 

Voglio per me una bella primavera, anche se per me, primavera è maggio,le rose, il ciliegio e i suoi petali effimeri, il pratino verdissimo, le belle sere con l'ora legale, la Vespa.

Voglio per me dei giorni lisci, tiro un bel respiro, di quelli che si fanno prima di fare un salto, saltare un burrone, una pozzanghera, un problemone più grande di me, e di cose più grandi di me ne ho tante e lo so, e qualcuna è tremenda e qualcuna meravigliosa, deciderà il mondo, la vita, il destino, le carte, il destino scritto nelle carte d'imbarco, per farmi credere che la vita va portata in giro, coccolata, lavata e vestita, che si può sentire in paradiso aprendo la finestra e vedendo Lipari, che si può essere felici in un posto pieno di matasse di lana, di foto di pecore e di gente scellerata come te, che si può imparare a fare gli unicorni all'uncinetto e sentirsi Einstein, felice con poco, che è un poco che è moltissimo, con le persone che hai vicino, trovate e ritrovate, con quelle che ti allontanano e quelle che invece senza non ci sai stare, di quelle che hanno bisogno che tu urli per farle capire, perchè il bene voluto non è quello detto, ma fatto e visto. E regalato sempre.

Così, eccomi.
Ho una stilografica nuova col pennino spesso, come piace a me.
Scrivo una lettera, e la scrivo a me, e a tutte le persone che mi dicono Quando Torni.
Sono tornata.
E adesso, con me, tutti un bel salto e saltiamo il burrone.
La primavera, quella vera, è a un salto da qui.






15 gennaio, 2017

La Strana Storia del Gelido Geranio




Stava da sempre sul davanzale.
Aveva cugini anche sul terrazzo, e sulla finestra del bagno blù, quello che guarda le colline.
Stava lì.
Una volta, il Caprifoglio si era innamorato di lui.
Per questo Natale, gli abitanti della casa avevano deciso di avvolgere i vasi con un vezzoso tessuto leggero, tulle candido, e fermarlo con un gran fiocco argentato.

I vasi sul davanzale, insieme alla miseria intirizzita, avevano così un bell'aspetto di festa.

Ma le vacanze finirono.
Venne gennaio e il suo gelo spietato, e la brina, la nebbia, e il ghiaccio e tutto il resto.
Finite le feste, i brusii fino a tarda notte, le stanze tutte occupate in quel delirio caldo di fratelli e sorelle, e cugini e  fidanzate, e di colazioni per venticinque, appena prima del ragù.

Quella sera, erano le ultime valigie ad essere preparate, erano gli ultimi abbracci in ingresso, quelli che si fanno senza dire niente.

Il Geranio del davanzale sapeva tutto.
Sapeva di quale magone, di quale silenzio, di quali parole taciute, di quando si annuisce e non si dice nulla, come a dire, ok, ok, va tutto bene, ma bene non va mai, in questi casi.

Dovevano esserci tutti abituati, gli abitanti della Casa in Collina, uno di qui e l'altro di là, da qualche anno, oramai. Ma a cose così, chi ha provato sa, non ci si abitua mai.

Il Geranio stava zitto anche lui, per solidarietà.
ma fu grato che nessuno avesse tolto dal suo vaso quel tulle candido.

Così protetto, avrebbe sentito meno freddo, avrebbe potuto anche farsi scendere una lacrima piccolissima, che i gerani si sa, sono dei piagnoni, e non amano i cambiamenti in nessuna stagione, figuriamoci in inverno.

Non toglierò quel tulle bianco dai miei vasi, sono così belli che sembrano pacchetti, regali posati lì da chissà chi e non ancora aperti.

Li lascio lì.
Cambiano sempre troppe cose in questa casa, e quelle che posso lasciare come stanno le lascio così, non le tocco proprio, chi l'ha mai detto che non si possano tenere i vasi messi così, ho tolto le lucine, non è abbastanza?

Il tulle poi, è cosa strana.
Sembra fatto di nuvola, sembra fatto di neve.

Questo, poi, ripara dal freddo come una coperta caldissima.
me lo ha detto il Geranio.

E se scalda lui, scalderà anche me.



05 gennaio, 2017

E voglio.

Mi sa che non mi taglio i capelli.
E che cambio colore.
E poi, compro le forcine d'osso come mia nonna, così, quando saranno lunghissimi, farò una treccia e li raccoglierò, come lei.
Ho sempre avuto la treccia, e il fiocco in fondo, fino al sedere.
Poi li ho tagliati di botto.
E la domenica mattina, al coro della chiesa, con quel caschetto, non mi riconosceva più nessuno.
Se non per i denti storti,


Voglio un anno scintillante.
Lo voglio tutto per me.
Mi voglio fare tre maglie diverse.
Una blù.
Voglio scrivere un libro.
Imparare a cucire.
Finire Guerra e Pace.

Voglio valige da fare. E viaggi, brevi e bellissimi.
Voglio capire delle cose.
Imparane altre, tante.
Scordarmi di tantissime.
Voglio entrare in un'altra casa abbandonata, è un pò che non lo faccio.
Voglio ridere tanto.
Annoiarmi anche, qualche volta.
Voglio inventare una favola nuova.
Voglio imparare la volta celeste, sapere il nome delle stelle.
e guardare più film in lingua originale.

Voglio restare sveglia quando c'è il vento e non farmi prendere dalla paura.
Non voglio più averne, di paura. Non c'è motivo.

Voglio correre meglio e di più.
Devo cambiare le scarpe, anche se quelle che ho mi piacciono così tanto, e mi ricordano delle cose belle, sono distrutte e scalcagnate, anche se cambio le stringhe, ma non si tengono le scarpe per ricordo. Men che meno quelle da corsa.

Voglio diventare brava con le piante. 
Curare meglio le rose, che sono così belle, e le ho tagliate troppo tardi e hanno avuto i pidocchi e non me ne sono accorta subito. Che scema.

Voglio, sopra ogni cosa, essere felice.
Non serena, felice proprio.
Voglio che il mio cuore batta sempre forte così, voglio che l'ottovolante dove giro in questi anni non si fermi, non mi piacciono le giostre che vanno in tondo e pianissimo. 
Non mi sono mai piaciute.
Nemmeno quando avevo la treccia fino al sedere.

Così, mi organizzo per questo anno che arriva, ho ben chiaro le cose che voglio.
2017, arriva pure, e mostrami tutte le cose belle che hai in serbo per me.
Non canto più nel coro della chiesa e ho sempre i denti storti.
avrò ancora i capelli lunghi e sarò sempre la stessa.

Sempre.



Senti.

Senti con gli occhi, con le orecchie, e con le mani.  Come quando sei al buio e cammini a tentoni, per non sbattere nello spigolo del...