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20 luglio, 2018

Le Righe di Terza.


Ero sempre così concentrata nelle prove di bella scrittura. 
Stavo attenta a toccare tutte le righe, a pensare bene dove dovevo andare, quale riga dovevo toccare, se stare in quella sotto o superarla, o andare giù o fermarmi a metà. 
Niente ti insegna a scrivere bene come le righe di terza.

Ero una bambina coi capelli lunghissimi, il colletto di pizzo, il grembiule nero e lo scudetto al braccio con scritto III e avevo una compagna di banco che si chiamava Claudia. 
Una volta le nostre mamme ci comprarono senza saperlo le stesse scarpe di vernice col cinturino. Eravamo felicissime e ci sembrò un’ingiustizia quando la maestra ci cambiò di posto, avevamo le stesse scarpe, come osava. 

La mia terza elementare la ricordo a sprazzi, ero incaricata di ritirare i quaderni e cancellare la lavagna. Perché, spiegava la maestra a mia madre, Se Non la Faccio Alzare, Chiacchiera Troppo.

I miei pensierini  erano sempre quelli appesi nel Cartellone dei Pensierini che si faceva ogni mese.
Non sapevo fare i problemi, nemmeno quelli La mamma ha 2 dozzine di uova, e ne rompe 3 , per dire.
Ma scrivevo bene. Forse, era merito delle righe di terza.

Sono righe strane, non comuni, non so nemmeno se si usano ancora. Non ho più figlioli alle elementari e credo che l’ultima nemmeno li abbia usati a scuola, glieli facevo usare io a casa, affinchè si esercitasse a scrivere bene, con una bella grafia, che è importante scrivere ordinate e bene. Non so se ci sono riuscita, ma i messaggi di mia figlia sulla lavagna della cucina mi spiace sempre cancellarli.

Le righe di terza non è vero che ti fanno sacrificare le lettere, forse si schiacciano un pochino, ma tu devi dare alle lettere la giusta rotondità, perdonarti un pò quando non tocchi la riga in alto, e ti andare lentamente con la penna o con la stilo, in modo da pensare bene a quello che scrivi.
E prima di scrivere devi avere chiarissimo quello che devi dire, le parole hanno un senso, un peso, un colore e un modo. Feriscono, abbracciano, cullano e uccidono.  Sanno consolare e strangolare, sanno essere salvezza e condanna,  carezza e schiaffo, ambrosia e fiele.

Scrivo spesso a mano, scrivo biglietti e appunti e le poesie che so a memoria, una volta in treno ho scritto un pezzo dell’Adelchi che so a memoria, perché non avevo un libro e nessun lavoro a maglia, e credo che la mia vicina sbirciando avesse detto, Questa è Scema.

Le righe si terza mi hanno insegnato a scrivere meglio di quello che so per certo, con le maiuscole quando serve perché le maiuscole vogliono dire educazione, le minuscole invece sono un esercito di piccoli soldati che insieme fanno una pagina di sillabe e le sillabe parole e le parole pensieri e i pensieri quel che ti detta l’anima, il cuore, il sentimento e i suoi inganni, la vita stessa, la mente e i suoi disegni,  il mondo intero.

Ho trovato un quaderno mai usato, ho provato a scriverci e le mie parole sono rotonde, maiuscole e minuscole, non escono dai bordi, stanno a margine ordinate, scivolano fuori dalla penna, nascono dall’inchiostro come piccolissimi arabeschi, disegnano un romanzo mai scritto e obbligano a scrivere lentamente, anche ascoltando l’impercettibile fruscio del pennino sulla carta Fabriano.

Ho mille cose sparse in giro, alcune già caricate su un furgone, tutta la mia vita, quella dei miei figli e di tutte le cose che ho fatto, altre case, cartoline, feste, biglietti, fotografie nastrini e cose, il mio cappellino da sposa con i fiori rinsecchiti,  e ogni cosa un racconto, un'immagine di persone lontane o vicinissime e sensazioni e ho troppe cose e non posso fermarmi ma mi siederei qui, fra la scatola dell'Allegro Chirurgo e gli spartiti e i dizionari e farne  un racconto lunghissimo, scritto in bella scrittura, lentamente, su un quaderno a righe di terza.

10 luglio, 2018

La Collezione di Pastelli Viola.






Colorava il mondo così.
Possedeva una manciata di pastelli viola. Da anni.
Li aveva sottratti agli astucci in disuso dei figlioli alle elementari, ne aveva acquistato qualcuno, insieme alle matite da disegno, alle stilografiche, ai pennarelli, con la punta fine, spessa, media...viola, sempre.
E alle biro, quante biro viola sparse, i Tratto Pen, le penne a scatto.

ma i pastelli avevano un fascino speciale.
Ci colorava tutto, anche quello che colorare non si poteva, o che aveva perso lucentezza lungo la strada, lungo il cammino tortuoso e spesso infido che hanno certe cose

Aveva mano leggera, a colorare. e stava nei bordi. Diligente, iniziava prima dal centro, sempre nello stesso verso per dare omogeneità, e poi ai bordi, piano piano, con attenzione, girava il foglio per essere più comoda, e si fermava di tanto in tanto, storcendo un pò la testa di lato, e allontandosi un per vedere che effetto aveva tutto quel viola tutto insieme.

La Collezione di Pastelli Viola era preziosa, al pari di quell'altra, quella dei Pastelli Dimenticati, che però, erano di tutti i colori.

Colorava e colorava.
Giorni bui per farli più lucidi, giorni belli per farli ancora più lucenti, e case, strade nuove, l'insegna di un piccolo supermercato di città, non moderno, ma con la musica e le cassette di legno piene di insalata vera e non delle buste, e le offerte scritte a pennarello, Albicocche 2 Euro, con la scrittura bella che ti risulta con il pennarello a punta quadrata. Da professionisti.

 Colorava i vasi  per i balconi, e il campanello con i nomi nuovi di zecca,  il mazzo di chiavi sonnecchiava beato in fondo alla borsa, solo una targhetta, viola anch'essa, con il proprio nome, la cerimonia di consegna delle chiavi al resto della famiglia si sarebbe svolta fra qualche giorno. 

Colorava la farmacia, la piazza e la fontana, le mattonelle dell'ingresso e la cassetta della posta.

Coloro di viola queste scatole, queste lenzuola e questi piatti belli del giorno di Natale.
Coloro di viola i grembiulini dei miei figli, quelli col nome ricamato di lato, coloro le scarpe da calcio, le scarpette da danza e i costumi interi da piscina taglia 4 anni.

Coloro di viola il mio abito da sposa, il Monopoli del solaio, i biglietti dei compleanni di persone che non sono più nella mia vita. Coloro di viola gli zaini di scuola, gli sci, le tute di Amaranta, le tesine, i dizionari, la scatola del cucito, e le partecipazioni di nozze delle mie amiche. Che non ci sono più per davvero.

Coloro di viola anche i miei pensieri, che se sono viola sono più belli, ci faccio tutte le sfumature possibili, dal lillà al lavanda, che non è la stessa cosa, proprio no.

E poi, quando la punta è consumata, tempero piano, appena appena, per non sprecare nemmeno un pò di colore e con il merletto che esce dal temperino faccio il vestito di una ballerina che danza e danza sulle punte e gira su se stessa, e la testa non le gira mai, c'è una musica sottile e un palcoscenico immaginario, e coloro, coloro anche fuori dai bordi stavolta, la Collezione di Pastelli Viola la porterò con me ovunque andrò, la chiudo in una scatola, insieme alla ballerina, la musica era un carillon e il vestito solo matita temperata, i carillon non piacciono a nessuno e la ballerina è un pò rovinata, ma ha il vestito da ballo più bello del mondo e allora va bene.






29 gennaio, 2018

La Lavastoviglie.

Sono disordinata.
Non trovo le cose, le perdo, le metto in un posto e mi dico Qui Saranno Al Sicuro e poi me ne dimentico, mi ci applico, faccio liste, riordino cassetti di biancheria, di cucchiaini con meticolosa attenzione e dopo un giorno è di nuovo tutto a mucchi, non so spiegare come.

E'il mio difetto più grande, o almeno credo.
Per questo, caricare la lavastoviglie è gioia e supplizio, perchè, se da un lato sgombro il lavandino dalle cose e mi faccio forte di questo e dico TohGguarda che metto in ordine, dall'altra, l'incasellamento dei piatti per benino, le posate messe verso il sù e non verso il giù, le pentole così, le tazzine cosà, mi da da fare. Che non so nemmeno se è italiano corretto.

Ma mi piace.
Perchè ci metto concentrazione, attenzione, impegno. E penso.

I pensieri della lavastoviglie sono diversi, a seconda che si carichi o si scarichi.
Me ne sono accorta da tempo, ma solo adesso ho tutto chiaro.

Quando carichi la lavastoviglie pensi alle cose che devi fare, alle incombenze, tipo pagare una multa o andare dal medico. O portare un gatto dal veterinario.
E sono pensieri pesanti, spesso, ingombranti, faticosi a portarsi, sporchi, come i piatti che metti dentro, anche se li passi sotto al rubinetto, e li pulisci un pò con quella spazzolina buffa fatta a pirata.

I pensieri sporchi non ti danno scampo, puoi cercare di ripulirli finchè vuoi, ma si infilano beffardi proprio lì, fra l'anima e il cervello, non so se esiste davvero un posto così, ma è lì che stanno, che non è il cuore, no, perchè in un cuore c'è solo spazio per il sentimento e la magia, e le cose belle e le carezze, e le mattine che piove ed è ancora presto per alzarsi,e i fiori del supermercato, e le follie.

Caricare la lavastoviglie non mi piace granchè.
Preferisco scaricarla.
Magari la mattina presto, quando il caffè è sul fuoco, e io sono ancora arruffata e in disordine, coi calzettoni spaiati quando non scalza e con un maglione a caso sulla camicia da notte, che solo nei film sono fighe quelle vestite così, ne ho le prove.
La radio sottovoce, il silenzio, stamattina la nebbia esagerata che soffocava il pratino, perfino i pettirossi faticano a trovare i loro semi, non è vero, i pettirossi la sanno lunga e trovano tutto sempre.

Ripongo con grazia tazzine e piatti coi cuoricini, posate e bicchieri diversi, in questa casa i bicchieri si disintegrano con una facilità estrema, e i miei pensieri sono morbidi e belli, è tutto pulito e lucido, sono stati giorni complicati, arrivano sempre a due a due, i giorni assurdi dove non sai dove nasconderti, ero brava a nascondino, trovavo sempre i posti migliori ma poi mi veniva da ridere e mi trovavano sempre. E non volevo mai contare.

Vorrei sempre per me i pensieri della lavastoviglie quando la svuoto, quando tutto sembra perfetto e quando ti viene da sorridere senza un motivo apparente, che di magoni questa cucina ne ha visti così tanti, e ho cercato di nasconderli e mandarli giù, ma i magoni sono come i piatti sporchi, quelli incrostati di pomodoro, quelli che se ti dimentichi di sciacquare sei finita.

Resto disordinata e inconcludente, qualcuno giorni fa mi ha detto che vivo in un mondo di draghi e unicorni e forse, per una donna fatta non è il massimo, ma che m'importa.

Troverò sempre per me il modo di avere piatti puliti e lucidi, e se non vorrò caricare la lavastoviglie per mettermi al riparo, li laverò a mano, acqua bollente e sapone profumato.

Funzionerà.








05 gennaio, 2018

L'Universale Teoria del Sempreverde.


Stona un pò

E' verdissimo, bellissimo, brillantissimo.
In mezzo alla vigna esausta, al prato inesistente, agli altri alberi spogli, secchi, curvi, stanchi, già stremati da tanto inverno, ma come, se è appena iniziato. il sempreverde svetta, su tutti, lucido e seducente.

Resta bello sempre.
Non gli importa del gelo, della neve promessa e mai arrivata fino ad ora, delle notti buie che qualche volta la luna si degna di vincere sulla nebbia,e allora sale in cielo, così tonda da fare paura, e illumina lo sfacelo intorno e la sua fierezza.
Il sempreverde è sempre lì, sempre verde, e che bella parola è sempre e che fortuna hai, ad averla nel nome. Sempre.Senti come suona bene.

Così, sei sempre tu e sempre io, e sempre bello, e sempre insieme e sempre vicini, e sempre e per sempre, potrei scriverne una paginata di sempre, e non mi stancherei. Per sempre.

Faccio mia la Teoria del Sempreverde e rimango verde anche io, per questo anno nuovo che bussa così forte e che io faccio finta di non sentire, resta fuori ancora un pò che non ho voglia di farti entrare, non ho voglia dei tuoi giorni pesanti, e di tutte le cose che verranno, non ho voglia di te, delle tue date, dei tuoi anniversari, dei tuoi compleanni, che saranno uguali a sempre.
Ma resto verde.

Resto verde nella brina, nel freddo pungente, resterò verde sotto al sole e in mezzo al mare, non sfiorirò, non seccherò, non perderò le foglie, sarò lì, ferma e fiera e non mi farò scalfire nè tagliare, nè potare, e aspetterò l'alternarsi delle stagioni, il vento, la pioggia, la grandine, i temporali, i tuoni e i fulmini e tutto quello che questo anno porterà sul prato e sulla vigna e sulla collina e sul campo e tutto intorno.

Io resterò sempre lì,
Sempreverde.
Sempre verde.
Sempre io.
Sempre.

08 ottobre, 2017

Ho fatto una torta.

                                                       ph.TheLittleCorner

Era da un pò che non la facevo, o forse sì, e magari nemmeno me lo ricordo.
Sono giorni che vanno veloci, che a volte stanno fermi immobili e non  ne vogliono sapere di passare. 
Sono giorni di mancanze e di scoperte. Non sempre belle, non sempre piacevoli.
Cambiamenti tanti, tantissimi, oramai ci posso fare una torta anche con loro, si cambia sempre tutto in qesta casa, cambia sempre tutto e troppo e io non so, non lo so se ne ho ancora voglia.

Ho fatto una torta con le cose che avevo nel mobiletto della cucina, che ho sistemato con cura, ho buttato via zafferani scaduti nel 2013 e caramelle gommose diventate di marmo. Le scatole del thè quelle no, ci ho fatto un buchino sotto e sono diventati dei vasi per le piantine. 
Ho fatto una torta con la farina integrale, lo zucchero di canna, la voglia che ho di tornare la me di sempre e non questa che sono certe volte, che non mi sopporto che non vado bene a fare niente, che mi guardo allo specchio e vedo solo i capelli lunghi, e due occhi strani, sono forse così gli occhi di chi ha capito le cose, di chi non ne ha più voglia, di chi ha coraggio? 

Ho fatto una torta con questo sole, con la luna piatta di ieri sera che mi seguiva in autostrada, ma il sole non fa altro che dirmi che ho i vetri sporchi e la luna di ieri, c'è da giurarci, scuoteva la testa e mi diceva Ma Come Fai ad Essere Così Scema.

La sono, sì.
Mi lascio andare, vacillo, barcollo, mi gira la testa e tutto il mondo intorno, e non so più niente, non capisco niente, ed è tutto pasticciato e scolorito e nemmeno si vede più il disegno, e nemmeno vale più, come certi cartelloni delle pubblicità delle sagre di luglio, li vedi a dicembre, Sagra delle Trofie al Pesto e ti viene da vomitare.

Così faccio una torta.
E' una bella domenica di sole regalato, è ottobre fitto, sarà un autunno calmo e io sono qui che lo aspetto, mi troverà coi capelli più lunghi, gli occhi limpidi  di chi ha finalmente capito e una torta tiepida sull'alzata di vetro.

E' sbeccata, ma non fa niente.






28 luglio, 2017

La Piantina dell'Ufficio Postale




S'era di luglio.
Aveva un vestitino a fiorellini piccoli, uno di quelli che lascia scoperte le gambe, che non si stirano, di quel cotone leggero che fa allegria.
Era diretta all'ufficio postale, a spedire a Firenze un pacchettino.

Non era un pacchettino qualsiasi.
Al suo interno infatti, ben protetta da una pellicola e con un fazzolettino bagnato che ne proteggeva il gambo, c'era una piantina. Una piantina viola.

L'Ufficio Postale era un edificio austero, di marmo bianco, con un mosaico bellissimo che spesso si incantava a guardare ma al quale nessuno sembrava fare caso.
Il temporale della notte aveva disegnato un cielo bellissimo, di un blu speciale.
Non che fosse una gran giornata, ma proprio in occasioni come quella, ella aveva messo a punto una strategia. Sorridere.

L'impiegata dell'Ufficio Postale aveva caldo. Forse, nemmeno molta voglia di essere lì. Avrebbe preferito essere che so, al fiume, c'è un fiume bellissimo a pochi chilometri dalla città, con un canyon e una inspiegabile spiaggia di sabbia fine. E' solo un torrente ma ha l'acqua cristallina e i ragazzi di qui ci vanno spesso, a tuffarsi dal canyon e a fare festa. E a guardare le stelle.

la Donna Col Vestito a Fiorellini consegno il pacchetto da spedire. 
- E' leggerissimo, disse all'impiegata distratta. 
C'è dentro solo una piantina.

L'Impiegata si illuminò.
- Una piantina? e di cosa?

Niente di illegale, sorrise la Donna, è una pianta viola che fa dei bei fiorellini rosa. Rosa, come i capelli della ragazza alla quale arriverà, e che se ne è innamorata subito. Ora, la pianterà in un vaso  a Firenze e lì crescerà.

L'Impiegata della Posta non aveva mai sentito, fra bollette e francobolli, una storia più bella.
Dietro di lei, una pianta dalla foglie verdi e lucide.
- Anche io faccio questi esperimenti, le disse, la vede questa pianta? l'ho portata io dalla Riviera.
Così dicendo, si alzò e con delicatezza staccò un rametto dalla Pianta Verde.

- Tenga, disse alla Donna, pianti anche questa vicino alla sua pianta viola. Vedrà che soddisfazione.

La Donna col Vestito a Fiori ne fu meravigliata e felice.
 Mai le era capitato di uscire dall'ufficio postale con qualcosa di più che una ricevuta.
Quel giorno, aveva con sè un rametto di foglie verdine che presto avrebbe trovato posto sul suo terrazzo, e già pensava, attraversando al piazza, che tipo di vaso, se quadrato o tondo, e dove l'avrebbe collocata.

E si rese conto che gran parte delle sue piante avevano affrontati lunghi viaggi per arrivare fino a lei. Gliene aveva inviate Alice, dalla Sardegna, aveva trafugato un geranio in montagna, e pochi giorni fa aveva portato con sè un pò di Sicilia sottoforma di piantina del terrazzo di Mari.
E che la stessa piantina viola, capostipite di una vera e propria selva in un' altra casa e in un'altra Isola, era stata raccolta in un giardino abbandonato molti anni prima, a Capri.

Nessuna cosa al mondo succede per caso, ogni sentimento, ogni sorriso, ogni carezza, financo ogni pianto  sanno sempre da dove vengono e hanno sempre un posto esatto dove andare.
E ogni cosa cura e solleva, accarezza e stringe migliaia di persone, e passi e chilometri  e distanze e destini e storie.
Ogni cosa.
Anche le piantine.
Soprattutto quelle regalate, una mattina di luglio, all'Ufficio Postale.






25 aprile, 2017

Ci pensi mai.

                                             

Ci penso sì.
Oppure no, mai.
Cioè, qualche volta.
No, invece. Ci penso sempre.

le vite che passiamo a pensare. A recriminare, ricordare, rimpiangere, immaginare, supporre. O forse, solo per vivere.
pensare, pensare alle cose fatte, da fare, a quelle che si rifarebbero domani, a quelle che invece nemmeno per sogno, a quelli che hai lì e che ti dici Un Giorno o L'altro Lo Farò, che siano cose belle o cose che rimandi perchè non le vuoi fare, le cacci sotto come le cose noiose da stirare, come le cose da piegare e rimettere nell'armadio, la noia proprio.

pensare, pensare, raccontarsi delle storie belle, scrivere dei libri immaginari, da quant'è che devo scriverlo, un libro, e ce l'ho, lo giuro, salvato nel pc, ogni tanto lo riprendo, e lo rileggo da capo e amo così tanto leggere che alla fine so a memoria fin dove l'ho scritto e non mi riesce di continuare, perchè mai, mai mi verrà qualcosa da scrivere all'altezza di quello che ho già scritto, chissà se funziona così anche per gli scrittori quelli veri.

Come quando sistemo la libreria, e mi ci vuole un mese a sistemarla tutta, perchè mi fermo, smetto di spolverare e prendo ogni libro di ci mi sono innamorata, e sono un sacco, e lo sfoglio un pò e lo accarezzo, e lo annuso, per ritrovare la me che ero quando l'ho letto, o per dimenticarmela,non so, e allora resto lì, lo straccio in mano e leggo, sul pavimento, perchè mi piace leggere seduta sul terra, vicino alla libreria stracolma, e leggo per delle mezzore e ciao che alla fine finisco di sistemare.

Ci penso, ci penso sì, immagino sempre le cose che non esistono, era un trucco che mi sono insegnata da sola, lo so che insegnare non è riflessivo, ma è così, l'ho insegnato a me, da ragazzina, sui diciassette anni, la famiglia disintegrata in pochissimo e una città nuova, e nuovi amici, nuovi libri, novo indirizzo, nuova quinta, avrei dovuto fare la quinta D al mio vecchio istituto e invece ho fatto la quinta e basta, ma per far finta di nulla ho scritto QUINTA D lo stesso, sul diario del Maffei a Torino, e nessuno capiva che cosa volesse dire. ma io sì.

Mi sono raccontata ogni genere di storie, inventata vite delle persone che incontravo, sul tipo che vendeva i libri usati in piazza Carlo Alberto, sul lattaio del corso, sulla segretaria del notaio che abitava di fronte a me, le calze coprenti, lo smalto rosa perlato e la piega sempre fatta, nubile e devota al suo notaio burbero, del quale secondo me, era innamorata da sempre. E quelle gonne a pieghe e quelle borse assurde, che hanno ispirato il genere Segretaria Di Notaio, quando mi vesto come non mi piace.

Continuo a pensare e pensare, inventare storie su case abbandonate, su addii alle stazioni durante la guerra, su incontri fra vicini, sulle scale col corrimano di legno nelle case d'epoca, con gli ascensori con le porte doppie, che fanno clang! quando si chiudono, e c'è sempre un cartello di metallo, Vietato Sbattere le Porte, ma nessuno lo rispetta e la vita di quel palazzo è scandito dalle porte dell'ascensore che sbattono.

C'è una casina in fondo alla strada dietro al campo, una casa piccolissima che è in vendita da sempre e che non vuole nessuno perchè troppo piccola, malconcia e  fuori mano. Ci sono passata l'altro giorno tornando dal vivaio e mi ci fermo sempre. Non ha più il glicine, chissà perchè, il cartello Vendesi è scolorito e nemmeno si legge più il numero da chiamare. Meglio così.

Nessuno la comprerà, nella mia mente l'ho già comprata e ristrutturata mille volte, e mille storie ci ho inventato, di chi ci abitava, di chi ci tornava, di chi ci faceva il pane nel piccolo forno che ha sul retro e di quali misteri nasconda il pozzo e quel tiglio e quel piccolo frutteto.

Ho già comprato delle tende di mille fogge diverse, l'aveva vista anche Silvia, ci eravamo dette che l'avremmo comprata per farci le feste, ma quali feste che siamo sempre in mille e non ci stiamo, ma adesso di feste non se ne fanno più, e in mille non siamo più, o forse sì, ma manca lei e allora che feste si devono mai fare.

Così, ci penso, penso a cosa si potrebbe fare in quella casina diroccata, e mi racconto delle storie complicatissime, con intrighi e misteri, è questa la tecnica, raccontarsi storie belle per non sentire la paura, farsi gioielli con le margherite del pratino, anelli preziosi con le gabbiette dello champagne di Natale e conservarli, conservare tutto, i pensieri le emozioni, il cuore che batte fortissimo sotto al lenzuolo, darsi forza, ballare e cantare sempre, anche quando ti siederesti sul pavimento, la testa piegata sulle ginocchia e non vorresti sentire e vedere niente.

è dal niente che nascono le storie più belle.

E chissà se la segretaria del notaio gliel'ha mai detto, che si era innamorata.








16 marzo, 2017

Così, le Fragole.

Dove Sei è un sentimento.
E anche Copriti, e Quando Torni e Vai piano.
O Torna a Casa Che è Quasi Buio.
Oppure, Torna, e basta.

Ed eccomi, alla fine.
Sarà la primavera che devasta, quelle lune tondissime che appaiono dietro la collina, e tutti quei tramonti che mi ostino a fotografare come una quindicenne, chi l'ha detto alla fine che quindici anni non ce li ho per davvero, è un grande privilegio, danna fatta e sempre un pò scema, sempre che canta, che ride forte, che piange altrettanto, che fotografa i fiori, le scie degli aerei, le nuvole, le scarpe, le calze coi brilli, che ne compra a manciate, se rinasco, nasco gazza ladra, o forse la ero, chissà.

Saranno questi giorni che inanello come le collane di perline, come i braccialetti che facevo sul balcone il giorno prima dell'esame di terza media, Non Sarebbe Meglio Se Ripassassi Quacosa? No, Mi Faccio dei Portafortuna. Già scema da allora.
Giorni a volte frenetici a volte lentissimi, su è giù per l'Italia per questo progetto che amo da morire, per questa cosa che ho fatto e che non mi sembra vero mai, per questo sogno potente che non smette di farmi sognare e farmi dire che sì, oltre ai miei figli, qualcosa di buono nella vita l'ho fatto anche io, e che nessuno al mondo ci avrebbe scommesso un centesimo, su di me. Chi vuoi che scommessa su una che fa i braccialetti e sa Dante a memoria e poco le tabelline, che legge fino a svenire e sviene alla frase Devi Fare Una Proporzione.

Saranno i calci in culo. 
Le scommesse fra testa e cuore, i dolori forti di questi giorni ultimi giorni, altri affetti se ne sono andati via, e non persone, ma forse un pò anche, sì, persone col collare che dormivano accanto a me sul divano, che dividevano con me i grancereale a colazione, che sorvegliavano i miei figli con la febbre e mi guardavano con occhi umani quando piangevo in cucina, lo faccio spesso, la cucina è dove si ride,  si fa colazione guardando fuori, si balla intorno al tavolo, si festeggia, si carica la lavastoviglie, si bruciano le zucchine e si piange, ovvio che è così. 

Voglio per me una bella primavera, anche se per me, primavera è maggio,le rose, il ciliegio e i suoi petali effimeri, il pratino verdissimo, le belle sere con l'ora legale, la Vespa.

Voglio per me dei giorni lisci, tiro un bel respiro, di quelli che si fanno prima di fare un salto, saltare un burrone, una pozzanghera, un problemone più grande di me, e di cose più grandi di me ne ho tante e lo so, e qualcuna è tremenda e qualcuna meravigliosa, deciderà il mondo, la vita, il destino, le carte, il destino scritto nelle carte d'imbarco, per farmi credere che la vita va portata in giro, coccolata, lavata e vestita, che si può sentire in paradiso aprendo la finestra e vedendo Lipari, che si può essere felici in un posto pieno di matasse di lana, di foto di pecore e di gente scellerata come te, che si può imparare a fare gli unicorni all'uncinetto e sentirsi Einstein, felice con poco, che è un poco che è moltissimo, con le persone che hai vicino, trovate e ritrovate, con quelle che ti allontanano e quelle che invece senza non ci sai stare, di quelle che hanno bisogno che tu urli per farle capire, perchè il bene voluto non è quello detto, ma fatto e visto. E regalato sempre.

Così, eccomi.
Ho una stilografica nuova col pennino spesso, come piace a me.
Scrivo una lettera, e la scrivo a me, e a tutte le persone che mi dicono Quando Torni.
Sono tornata.
E adesso, con me, tutti un bel salto e saltiamo il burrone.
La primavera, quella vera, è a un salto da qui.






15 gennaio, 2017

La Strana Storia del Gelido Geranio




Stava da sempre sul davanzale.
Aveva cugini anche sul terrazzo, e sulla finestra del bagno blù, quello che guarda le colline.
Stava lì.
Una volta, il Caprifoglio si era innamorato di lui.
Per questo Natale, gli abitanti della casa avevano deciso di avvolgere i vasi con un vezzoso tessuto leggero, tulle candido, e fermarlo con un gran fiocco argentato.

I vasi sul davanzale, insieme alla miseria intirizzita, avevano così un bell'aspetto di festa.

Ma le vacanze finirono.
Venne gennaio e il suo gelo spietato, e la brina, la nebbia, e il ghiaccio e tutto il resto.
Finite le feste, i brusii fino a tarda notte, le stanze tutte occupate in quel delirio caldo di fratelli e sorelle, e cugini e  fidanzate, e di colazioni per venticinque, appena prima del ragù.

Quella sera, erano le ultime valigie ad essere preparate, erano gli ultimi abbracci in ingresso, quelli che si fanno senza dire niente.

Il Geranio del davanzale sapeva tutto.
Sapeva di quale magone, di quale silenzio, di quali parole taciute, di quando si annuisce e non si dice nulla, come a dire, ok, ok, va tutto bene, ma bene non va mai, in questi casi.

Dovevano esserci tutti abituati, gli abitanti della Casa in Collina, uno di qui e l'altro di là, da qualche anno, oramai. Ma a cose così, chi ha provato sa, non ci si abitua mai.

Il Geranio stava zitto anche lui, per solidarietà.
ma fu grato che nessuno avesse tolto dal suo vaso quel tulle candido.

Così protetto, avrebbe sentito meno freddo, avrebbe potuto anche farsi scendere una lacrima piccolissima, che i gerani si sa, sono dei piagnoni, e non amano i cambiamenti in nessuna stagione, figuriamoci in inverno.

Non toglierò quel tulle bianco dai miei vasi, sono così belli che sembrano pacchetti, regali posati lì da chissà chi e non ancora aperti.

Li lascio lì.
Cambiano sempre troppe cose in questa casa, e quelle che posso lasciare come stanno le lascio così, non le tocco proprio, chi l'ha mai detto che non si possano tenere i vasi messi così, ho tolto le lucine, non è abbastanza?

Il tulle poi, è cosa strana.
Sembra fatto di nuvola, sembra fatto di neve.

Questo, poi, ripara dal freddo come una coperta caldissima.
me lo ha detto il Geranio.

E se scalda lui, scalderà anche me.



17 settembre, 2016

Non Mi Fido.


è che nemmeno dell'estate ci si può fidare.
Forse nemmeno dell'autunno.
Che prova e prova, fa tentativi bislacchi di arrivare fin qui, ci prova a spruzzare un pò di nebbiolina sottile, a mettere i brillantini alle ragnatele dell'AceroPiccolo, a inzuppare l'erba del pratino, che è altissima e non ho nessuna voglia di metterci mano. O tosaerba.

Non mi fido di settembre.
Promette promette non mantiene mai.
Ma in fondo, forse le promesse che contano di più sono quelle che non ascolti, quelle che non hanno dietro il TeLoPrometto, anche se è una frase così bella da dire e da ascoltare.

Non mi fido nemmeno di me.
Sono in bambola, direbbe mia nonna, sciabordita, direbbe un'amica di mia nonna, cretina a stecca, direi io.
Sono senza bussola.
Senza cartina.
Senza navigatore.

Vago, sbaglio, ri-vago e ri-sbaglio. Invento, pianifico cose che dopo dieci minuti sono già da cancellare, faccio torte con i NonFaNiente e marmellate di NonImporta.

La cosa grave però, è un'altra.
In questo marasma, in questa tempesta perfetta dove niente è al suo posto e nessuno dove realmente deve essere, forse ho trovato il mio.

 Forse mi sono data una regola su tutte, quella di non averne, di regole, di dare uno spintone forte a tutte le convinzioni che mi sono data in questi anni, e li ho fatti rotolare giù da qualche rupe, da qualche scogliera a picco sul mare, li ho gettati in un canale e fatto in modo che arrivassero fino a dove non lo so.

Ho preso a calci i Devo e ho spolverato i Voglio, ho ricamato Qui ed Ora su uno strofinaccio da cucina, ho fatto un cestino di Sto Bene e l'ho messo al centro del tavolo, e ogni tanto ne mangio uno, e sputo il nòcciolo lontano, perchè in questo sono oro olimpico.

Non so dove mi porterà tutto questo e nemmeno voglio pensarci, adesso.
Voglio fare le cose in fila, una per una, come vengono, come mi arrivano, perchè mai, mai nella vita saranno esattamente come le voglio io, questo è sicuro.
e non voglio pensare.
Voglio fidarmi di questa me un pò cretina, un pò confusa, un pò stordita.
Per essere un pò felice, ogni tanto.

E il fatto che non abbia una cartina, non è così determinante.

Lo sanno anche i sassi che non le so leggere, e vado in confusione e leggo solo bene le metropolitane e i pattern di maglia, e che per il resto, bah.
Qualche volta mi perdo anche col navigatore.
La bussola, carina, sì, con quell'aghetto che gira, ne avete una lilla chiaro?

Sono così, eventuale, possibilista, sospesa, senza strada, con mille progetti, scatoloni con dentro case, case con scatoloni, carte d'imbarco, viaggi interstellari, fasi lunari e mappe del cielo, ecco, anche le stelle le so riconoscere.
Ma nemmeno di loro mi sono mai fidata.
Avevo ragione.





31 agosto, 2016

L'Amore Sparso.


                                ph. La Douleur Exquise

Ovunque.
Di là e di qua dal mare.
Oltre le montagne, semplicemente alla fine dell'autostrada. Comunque, lontano.

Semino amore e pensieri un pò dappertutto, ho un mappa nel cuore, me ne servirebbe una vera, per capire davvero dove devo mandarlo, una di quelle carte con le bandierine, uno qui, l'altro là.

Sta finendo l'estate. Forse è già finita e nessuno lo sa, e ci si illude che ancor abbia in serbo per noi qualche sorpresa di cristallo, lo stesso dei bicchieri belli, che li guardi e si rompono, nessun servizio resta da dodici per molto tempo, così le sorprese. Guai a desiderarle troppo, si frantumano in un secondo e resta solo il rumore delle scaglie finissime, mentre cerchi di raccoglierle. A modo suo, un concerto.

E'passata un'estate quasi normale, ma normale cosa, se non sono mai dove vorrei essere e con chi vorrei, o meglio sì, ma non ci sono mai tutti, e radunarli è sempre più complicato,  tengo a mente date e giorni, e biglietti fatti e biglietti che invece no, e week end che forse, ed è un lavoro faticoso che poi la gioia di un abbraccio fortissimo scioglierà. Fino alla prossima volta.

Spargo così tutto quello che ho, i miei consigli e le mie chiacchiere, parlo sempre troppo, ma è quando sto zitta che ci si deve un pò preoccupare, non il contrario. 

L'amore si lancia in aria come i coriandoli, si rovescia, come i brillantini per fare i biglietti di Natale, ne facevo di bellissimi da bambina e li distribuivo a tutto il vicinato, non sono sicura che piacessero davvero, forse erano troppo pieni di brilli e troppo colorati. Adesso me ne rendo conto.

Rovescio così il mio sentire, il mio amore accudente e protettivo, capriccioso e impegnativo, lo rovescio e guardo dove va, saprà lui dove arrivare, non c'è amore al mondo che non conosca bene la strada, e di amori, che io sappia,  non se ne è perso mai nessuno.
Lo lascio uscire dalla finestra, volare fin dove deve e dove sa, lo guardo fino a quando riesco, come si fa con gli aerei, alla fine diventano tutt'uno col cielo e non li vedi più.

E se l'amore che ho  somiglia un pò a me, che non so leggere le cartine e a volte mi perdo e non so mai bene quel direzione prendere agli svincoli , vorrà dire che disegnerò una strada.
magari coi brilli, che si vedono anche col buio.

L'amore, quello vero, non si perde mai.
Nemmeno oltre il mare.


01 agosto, 2016

Agosto, sì.

Non che lo ami particolarmente.
Non è un mese che mi faccia impazzire.
Sì, mi piace, ma non so dire.
preferisco forse giugno, forse dicembre.
Anche febbraio, magari.
E poi ottobre, che è il mio mese.

Agosto, sì.
Immobile e deserto,e  caldo.
E i saldi.
E il mare.
e le valigie.
e le carte d'imbarco.
ma per quelle, ci sarà tempo, non ancora.

E' il mese dell'ozio, del letto disfatto sempre, delle lenzuola di lino bianchissime.

E' tutto fermo, calmo, nemmeno sgradevole, è tutto dolce e normale, di quella normalità straordinaria, di quella quiete accesa che un pò spaventa e un pò affascina, di quell'essere dentro una semplicità che credevi un pò persa, sbiadita, e invece te la ritrovi  in fondo alle tasche, in fondo alla borsa, tra i centesimi, le briciole, le mollette e le carte di gomma da masticare. Qualcuna, con la gomma dentro.

E' tutto così, bello e normale.

Per questo, me ne sto a far niente da qualche parte, si prevedono arrivi e partenze nella Casa in Collina, non ho voglia di nulla per non correre il rischio di rovinare tutto, che vada tutto avanti così che per me va stra-bene, come dicono i miei figli, agosto arriva e ci si sente così normalmente straordinari, si comprato piatti in stra-saldo, libri, si pensa poco o tantissimo, a seconda di come gira il vento.

Agosto caro, stai per avere la tua grande ed unica occasione di dimostrare quanto sia ancora così bella questa estate bizzarra,  e di ben comportarti come ti ho insegnato.

nessuno conosce il segreto del mese di agosto, ma tutti sanno della sua magia sorniona, dei suoi poteri nascosti, dell'alchimia perfetta che sa inventare,  delle lune che tira fuori all'improvviso, dei temporali che tiene in serbo per le occasioni speciali.

e nessuno al mondo sa, quanto sia abile a trasformare il normale in straordinario.
nemmeno lui.


16 giugno, 2016

La Collezione di Pastelli Viola.

Ho una collezione di pastelli viola.

Qualcuno comprato, irresistibilmente. Quando vado in cartoleria per altro, esco sempre con le Bic Cristal d'oro e d'argento, e un pennarello o un pastello viola. Deve essere una patologia, non so.  Adesso, i pastelli  li vendono anche sciolti, non c’è bisogno di comprarne una scatola intera. ne basta uno, due al massimo,  Ne ho una quantità. Molti li ho sottratti dagli astucci delle elementari dei miei figli. Quelli che non sono dimenticati, intendo.

 Li tengo per me.
Sparsi nella borsa, sul tavolo, in mezzo al quaderno sul comodino, chi non cw l'ha, un quaderno a righe sul comodino, per scrivere prima di dormire o appena sveglia. Mi capita, ogni tanto. Quando sono tanto felice o tanto triste. A seconda.  Scrivo e scrivo. Incipit, capitoli di libri, sceneggiature brevissime.
Non rileggo mai.
Fra mille anni, ritroveranno il mio quadernino sul comodino e diventerà un best seller.
Ma i pastelli viola sono un’altra faccenda. Non li uso. Non coloro mai. Anche adesso che è diventato tendenza. Non coloro. Li guardo.

Li tempero ogni tanto, li rimetto a posto nel loro vasetto  trasparente, li metto in gradazione mentre parlo al telefono, per  concentrarmi o per distrarmi, chi lo sa, ma non li uso mai. Li guardo e basta.
Così come guardo i miei giorni di adesso, l’estate che non arriva, le cose che ho e quelle che non ho più, questi cieli impossibili che non sanno di caldo e di giugno, ma a me in fondo va strabene, io amo i temporali, le gocciolone sul terrazzo, i tuoni, i lampi, le saette nel cielo, l’odore dell’acqua, hai mai fato caso che il temporale ha un odore bellissimo. E poi, i temporali sono viola, lo sanno anche i sassi.
Guardo le cose mie come i pastelli viola del vaso, di marche diverse, alcuni quasi nuovi, alcuni usatissimi.
A volte mi viene voglia di usarli, di colorare le giornate che proprio non girano, di lilla chiaro, di viola intenso, di glicine tenero, di pervinca acceso. Niente. Non li tocco, li lascio lì. Ci sono cose che vanno lascaiate così come sono, perché non c’è una ragione né le puoi cambiare, né possono andare diverso da come vanno. Forse, nemmeno colorandole.

Guardo i miei pastelli come si guarda una mappa, meglio se di un tesoro nascosto da qualche parte che ancora non so dov’è, ma lo troverò presto,  ho questa sensazione, i tesori  si trovano sempre sulle spiagge e sono forzieri pieni di monete d’oro, e escono un poco dalla sabbia e tu hai la mappa in mano e dici, dieci passi di qua, sotto l’albero di là, scavi pochissimo ed eccolo lì.
Sono certa che il forziere sarà viola.

E se così non fosse, lo coloro io, che tanto, ho i pastelli.

Salgo.

Ho sempre amato le scale. Forse più a salirle che a scenderle, non saprei. Ho sempre avuto case con scale, dentro, intendo, quelle ch...