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13 novembre, 2008

Che bello.


Ma in fondo, a noi, che cosa ci importa, se abbiamo una casa sottosopra, scatoloni e straccetti, e cose un pò dovunque, la cucina deserta ma imbiancata di freschissimo, che se ci parli in questo angolo, A! A! A!, rimbomba come alla Grotta Azzurra, lo senti? Cosa ci importa se anche i gatti sono destabilizzati e non sanno molto bene che cosa accada qua dentro. Noi, stasera, si è qui, in questo locale strano, che si affaccia su questo tanto odiato fiume e invece non male, si vedono le luce della città che si specchiano sopra, in fondo è un fiume come gli altri, fa anche rumore, non è mica così brutto, se chiudi gli occhi sembra un pò il Danubio, o il mio Ticino, non è vero? Noi siamo qui. Al giapponese a festeggiare, da manuale ci voleva una cena a due, ma queste cose qui sono le cose che ho fatto in questi venti anni, e sono tre, e allora, a festeggiare senza di loro proprio non me le sentivo, e poi, avrò tempo di cene a due, ma stasera li volevo tutti qui, che sono così belli e si sono messi carini e un pò straniti, Ma Com'è Andata Papà Con la Mamma, e noi a raccontare, che storia strana, e complicata, ma adesso se guardo giù, mi sembra che tutto sia stato così bello e lucido e intatto e perfetto e felice, e le cose brutte, le lacrime e tutto il resto, quasi non me le ricordo più, chissà, sono i regali che fa il tempo alle cose dolorose, alla fine, ne ricordi solo un pezzettino, non proprio tutte e questo, grazie al Cielo, ti impedisce di starci ancora male e le racconti con un sorriso, forse, e ci vedi solo il bello che c'è. Si è qui, una specie di somma, o un risultato, non so bene se addendi o prodotti, non sono brava in matematica e non so se siamo noi due ad avere fatto loro tre, o loro tre ad avere fatto noi due, e mi inciampo coi conti e con le date, ma quello che so, è che due più tre fa venti e altri venti e altri venti e allora, che bello.

21 ottobre, 2008

Le impronte delle nuvole.

Che belle che sono. Le guardo spesso, mi piacciono, anche se portano pioggia o vento o neve o gelo, chi se ne importa, le nuvole sono belle, anche se nere, anche se grigie, soprattutto se bianche, morbidissime, di panna e di cotone, non saprei. Sono giorni strani e difficili e faticosi e pesanti, di quella pesantezza che non si pesa sulla bilancia, perchè la spaccherebbe, credo, di quella grevità che non si misura, che non si tocca, che non si quantifica. Sono i pesi sul cuore. Sono quando qualcuno dei tuoi figli ha la testa china e le parole non gli escono, e tu a lambiccarti, a cercare con gli occhi di scavare negli occhi smarriti che ha, che cosa c'è, che sembra la domanda più ovvia, e niente la risposta più immediata. Ma niente come, se non parli, se non mi dici, se non fai lo scemo come sempre, se non corri per le scale, se non litighi con tua sorella, se, se, se. Sarà l'età, ti dici, il periodo, la scuola, magari qualche ragazza, un cuore spezzato a quest'età è una tragedia vera, chi non lo sa. Che indagine tremenda è scrutare il cuore dei tuoi figli, che grande impossibile impresa è camminare in punta di piedi nella loro anima, frugare i cassetti invisibili della loro testa confusa, a fargli prediche e discorsi e magari anche arrabbiarti e urlare e poi arrenderti alle lacrime improvvise e sfacciate, due soltanto, che scendono tonde sulla tovaglia. Passa, ragazzo dal cuore sospeso, passano i magoni e gli smarrimenti, passa il senso di inadeguatezza, lo sconforto e la malinconia. E passeranno questi giorni ingrati e impossibili e ingestibili e tristissimi, che ti fanno sentire così come credo che tu ti senta, che indovino perchè non me lo dici, ma lo so perchè ti ho fatto io, pezzettino dopo pezzettino, e so. Passeranno e andranno via, veloci, e tu nemmeno ti ricorderai di questi pomeriggi, sarai un uomo grande e bello e forte e le vicende di adesso, i magoni che ti squassano, la tristezza che non sai da che parte arriva, serviranno solo a farti diventare quello che sarai. Un colpo di vento, un lampo nel cielo, un attimo e via, nessuna impronta, nessuna traccia, come le nuvole.

03 ottobre, 2008

Non sembra.


No, non sembra. Non sembra lo stesso di quando diceva tolefono. Di quando gli insegnavo a nuotare, di quando mi guardava curioso con quegli occhi profondi, sospettosi, anche, ma con un guizzo che mai dimentico, un misto di bene e di allegria, non so, mai ostili, mai. Non sembra lo stesso di Fai la Faccia di Spiacenza, di quando abbracciava con una tenerezza infinita i suoi fratelli neonati, quella sorella adorata che, lo so, ha un posto speciale di zucchero nel suo cuore. Non sembra lo stesso, di quando siamo andati a comprare un frigo più grande, di quando abbiamo allestito un'altra stanza, un'altra libreria, un'altra lampada per studiare, non per un piccolino ma per un fanciullo di tredici anni non ancora, spaesato, lacerato, un pò triste. Non sembra lo stesso di quando pallido mi ha detto Non Sto Bene, Là, e io mi sono sentita peggio, sapendo che bene non stava veramente e l'ho obbligato ad andare al pronto soccorso per poi scoprire che si era spaccato la milza cadendo su una sedia nell'intervallo a scuola. O di quella volta che camminava su per la salita zoppicando, Sono Caduto In Moto, Non Lo Dire a Papà. E di quell'altra e quell'altra ancora, Possiamo Sporcarci Adesso? il giorno del matrimonio di suo padre e mio, e di quella Sai, Mi Sono Innamorato. Oggi, questo figlio fa qualcosa che rende suo padre ciarliero e orgoglioso e nervosissimo e impaziente. E rende felice i suoi fratelli e me, me che lo amo di un amore speciale, che so il suo cuore come se se lo avessi fatto io come tutti gli altri e che sono così fiera di lui, così orgogliosa anche io che non c'entro niente, e che oggi lo perdono di quell'unica volta in cui mi disse Il Parmigiano Me lo Mette Mio Papà. Al mio dott.ing (azz, un altro!) un sorriso per dirgli che è il meglio dei figli che c'è. Anche un pò mio.

24 settembre, 2008

Baci.


Si fanno o si dànno? Con schiocco o senza, leggeri, a raffica, a stampo, come i ragazzini, distratti come gli amanti stanchi. Un bacio, buongiorno, frizzante d'energia, e un bacio, buonanotte, dolcissimo, lasciato sul cuscino perchè ti faccia compagnia. Baci di mamma. A dirvi che belli che siete, anche se pungete ogni tanto, anche se vi scansate qualche volta, Ma Mamma! Baci. Per dirvi son qui, e non è niente, passerà, e ti ho perdonato, e fai attenzione e torna presto e non fare stupidaggini. Baci. Buttati dalla finestra, lanciati davanti scuola, che ti giri mille volte che sei già grande, e lo so, accidenti se lo so, non sarà troppo? Baci trattenuti, che le delusioni e le arrabbiature dei ragazzi mica si curano coi baci, ma che voglia certe volte, di dire, vedrai che si aggiusta tutto, vedrai, che non voleva dire quello che ha detto, vedrai che poi lo trovi, vedrai che poi fate pace, vedrai che non è così, vedrai che andrà bene, vedrai che sarà facile, vedrai che non fa male. Vedrai. Vedrai che la vita che hai in mano sarà come tu l'hai disegnata, che non è vero che il mondo è così brutto come dicono, devi amare tanto e un pò soffrire e molto ridere e molto piangere, ma alla fine, figlio mio, la tua vita sarà stellata e luminosa, hai un libriccino in fondo al cuore con la lista di quel che si fa e quello che no, l'abbiamo scritta per te. I sentimenti, quelli veri, quelli forti, quelli che ti sfamano, che ti scaldano, che ti riparano dalla pioggia, che ti proteggono e difendono, sono le cose che più contano, lo sai? E se ti sembrerà non farcela proprio, se avrai paura o ti sentirai ingannato, se ti sbuccerai le ginocchia, il cuore e l'anima, vieni qui, che ti dò un bacio. Lo vedi? E' già passato.

13 agosto, 2008

Senza parole.

....e se lo avessi soprannominato Karamazov?

08 luglio, 2008

Projects.

Nulla si ferma. E anche se nulla si crea, men che meno nulla si distrugge. Piuttosto, si progetta. Cuore di Maglia non si ferma nemmeno sull'Isola. Ricevo anche qui le nuove coperte e le nuova scarpine della collezione natalizia. quella cioè che verrà consegnata a dicembre. Nel frattempo, complice un vento che ti porta via, e la calma assolata di un pomeriggio di ozio produttivo, ecco che si potrà attingere da questi volumi, giust'appunto arrivati da Auckland poche ore fa, e sperimentare nuove scarpine, nuove combinazioni di colori e filati, nuove cose insomma. Uno sguardo nel blù appena lì, oltre il prato e le rocce, una chiamata a casa e in giro, giusto per sapere che tutto vada bene e che tutti siano sereni e tranquilli, a vivere l'estate che più piace a loro, il Maturo, per esempio, che alla fine, ha avuto il suo voto sufficiente, c'è rimasto male ma che fa, lo si sa bene, la maturità è un terno al lotto. Meglio saranno le altre prove della vita, che di maturità, dove non c'entra nessun autore greco e nessun George Bernard Shaw, ne servirà a tonnellate. E allora, andranno bene le parole di una mamma noiosa, di un padre che sembra soltanto che li lasci liberi di fare ciò che vogliono e li controlla come e più della scrivente. Andranno bene le sfuriate e le carezze e i baci e le telefonate e la mia domanda Sei Felice? perchè in fondo è davvero l'unica e sola cosa che a me interessa davvero, di loro. Che siano forti e sani e felici, felici e sicuri, nel mondo che avranno, negli studi che sceglieranno, nella vita che sapranno costruirsi, con le cose che hanno sbagliato, mancato, perso e imparato. Ma questo è un altro progetto.

17 giugno, 2008

Stasera di più.

Parla. Dice e non dice. Ha la straordinaria capacità di parlare senza dire niente. Ma sa che so. E' agitato, molto, ma non lo confesserebbe mai. E' un'agitazione che sento, che respiro come un'aroma, passandogli vicino, guardandolo in quegli occhi sempre un pò sbarrati. Stasera di più. Sfugge. Sa che lo scruto e non gli piace. Forse fa finta. Ha un broncio composto, di solito, una faccia che ritrovo in certi suoi coetanei, nei suoi fratelli, certe volte. Stasera di più. E' tutto pronto. Il dizionario, il documento, non ha voluto guardare la partita, erano già in mille, Vaaaado! ha urlato dalla porta, e forse il mio nonfaretardi nemmeno l'ha sentito. Non è un momento lucido, per lui. Dei fatti suoi parla a stento, ma stasera aveva voglia di raccontare, L'Ho Vista, Mamma. Ho chiesto, dove e come, ma in quel momento mi era già scivolato via, già chiuso di nuovo nei suoi pensieri, già pentito, forse, di avermi detto, anche se poco. Lo avvolgo, da lontano. Coi miei pensieri più belli, quasi a proteggerlo, quasi a dire, Passerà, Passeranno, gli esami, la confusione, il tuo non saper da che parte voltarti, non lo sanno gli uomini fatti, vuoi saperlo tu, che ancora non hai diciotto anni e hai la bellezza e il candore e la purezza e la stronzaggine e l'incoscienza e la semplicità e la trasparenza e la luminosità di questi anni bellissimi e tremendi e leggeri e complicati e meravigliosi. Sei un diamante grezzo, ancora incastonato nella roccia, sei un ciclone di contraddizioni e di pensieri e di egoismo e di dolcezza sconfinata. Sei un uomo, un ragazzino, sei il Principe della Luna, sei proprio tu, il mio unico figlio unico, lo sei stato per un pò e che bello andare in bici con te nel cestino, o nel marsupio, senza nessun'altro per mano, io e te da soli, mi hai insegnato tu a fare la mamma, a te e a tutti gli altri, gli sbagli che ho fatto li ho fatti con te. Ma non te lo dirò stasera. Stasera, che è la tua notte prima degli esami, che avrei così tante cose da dirti, che ti abbraccerei forte, se solo mi dessi il tempo e non sgusciassi via, perchè di cose da dirmi ne hai anche tu, tu, che sei bello di un bello disarmante, agitato e confuso, innamorato chissà, e che stasera entrerai piano nella stanza per dirmi Sono A Casa e avrai gli occhi più lucidi e più sbarrati, più smarriti e più spersi, e io non avrò il coraggio di dirti che ho per te un amore che strugge, che so come è fatto il tuo cuore e conosco la tua anima a memoria, da sempre. Ma stasera, stasera di più.

26 maggio, 2008

La manina.

Salta fuori lentamente, con un movimento lentissimo e impercettibile, da sotto il lenzuolo. Che non lo diresti mai che qualcosa possa muoversi, ma non sta dormendo?, tanto il suo respiro e regolare e lei così immobile, in quel delirio di fiorellini e orsetti. La manina esce fuori, lei ha ancora gli occhi così chiusi ma se guardi bene, c'è già una specie di piccolo sorriso addormentato, quei sorrisi un pò imbronciati che hanno i bambini appena svegli, anzi, non svegli del tutto, ancora. Che fatica stamattina, che sonno, a partire dal Capitano, che sonno i ragazzi, che non è un bel momento per nessuno dei due, verifiche a raffica per il Liceale e studio dannato e Dio solo sa cos'altro per il Maturando, che sonno la scrivente, che faccio sempre un pò la parte del giullare e mi sa che qualche mattina qualcuno mi tira dietro qualcosa, che accendo la radio a palla per svegliarli con la musica. Il Beato Ridanciano Giovane Holden sulle Nuvole ritornato alla sua magione da studioso già da ieri. Tutto come da progetto. E la sopresa, stamattina, un buongiorno di baci dato alla Princi addormentatissima, e quella carezza leggera, sbucata fuori da sotto il lenzuolo, a dirmi Sei Tu Mamma senza parole, a sentirsi beata e al sicuro anche se proprio di aprire quegli occhi non ne aveva la minima voglia. Buongiorno, così. Quelle mattine che non sai, se pioverà o non pioverà, se farà frescolino oppure no, se dovevi fare una cosa importante e l' hai dimenticata, c'è una carezza morbida e improvvisa, tenerissima e leggera che ti fa sentire padrona del mondo.

19 maggio, 2008

Panna e pioggia.

E nebbiolina. E nessuna voglia. E musi. E occhi, fra lo spiritato e lo smarrito, Non c'è Niente Che va Bene. Si immaginano diversi, di solito, i mattini di maggio. E invece. Chi decide il tempo che farà, dovrebbe anche tener conto che esso, il tempo, è parte fondamentale nell'inizio di un'altra settimana. Stamattina gira male. Ha girato male il week end, ha girato male la pizza della domenica sera, ha girato male il risveglio di oggi. A nulla sono servite le quintalate di panna da affondarci le fragole, il pane fragrante, lo sforzo disumano per rendere tutto più gradevole. Acqua a scrosci e silenzi, il mio Sposo ed io a guardarci e a dirci, boh!, passerà. Si è molto concentrati sulle facce dei figlioli, in questi giorni, si scrutano, si studiano a carpirne un qualche segreto, le cose non dette. Si cerca di farli parlare un pochino, con scarsissimi risultati. Il Beato Giovane Holden è il più ridanciano, il più ciarliero, il più frizzante. Nemmeno la Princi, questa mattina, che proprio i monti della Calabria non le entravano in testa. Ohibò, passerà. Passa la luna piena, passa la tosse, la nebbia e il vapore dei fusilli nel lavandino. Passa l'allergia, passa l'estate, il compleanno, l'influenza e la noia e Natale, pure lui. Ci si aiuterà, in qualche modo, questa mattina. A spingere fuori questo velo di malinconia sottile, questo scatolone ingombrante che non si riesce a sollevare, appunto, si spinge, così, questo senso di Non Ci Posso Fare Niente, se non spremute, vitamine e abbracci silenziosi. E quintalate di panna e una torta leggera, magari, d far trovare sul tavolo, sul piatto bello con le rose. DI più, proprio non so che fare.

16 maggio, 2008

Private garden.

Immortalato così, appena bagnato, alle 7 più o meno, sì, avevo la macchina fotografica proprio sul tavolo della colazione, tra la marmellata di fragole e le vitamine, è stato un attimo. Sono i vasi che guardo al mattino, che osservo bene per vedere se sono diventata almeno un pò brava e non la solita killer di piante e piantine, in buona fede, però. E poi, questi vasi bellissimi, qualcuno regalo della mia Amica della Pastiera, a me il decoupage non è mai piaciuto, giuro, ma questi qua sono così belli e semplici e colorati il giusto che mi sembrano i vasi più belli del mondo. La menta, poi, Un regalo anche quello, sa? Ricevuta proprio ieri in uno di quei bei vicoli della città, quelli col sole e i tavolini per il caffè, al volo, una chiacchiera, uno sfogo, una confessione, avendo cura di stare in equilibrio sugli argomenti, le donne intelligenti si capiscono da qui, massì, tiriamocela per un momento, è venerdì, si può dire di tutto fino alla mezzanotte, siamo o non siamo già nel week end. Che forse adesso dovrà ben cambiare nome e si chiamerà la mia Amica della Menta, che speriamo che lei, la menta, infesti per bene quel bel vaso decorato col glicine, lei, l'Amica, che il glicine ce l'ha per vero (!) sul terrazzo. Pensieri confusi che si affacciano in questo mattino appena iniziato, le piantine da accudire non sono mica solo quelle verdi dentro ai vasi colorati. Sono quelle che ho in casa, com'è difficile certe volte, che momento è quando si indugia dopo cena, e che discorsi impegnati e faticosi e duri da tirar fuori o digerire, quando i piatti non ci sono più e resta solo la tovaglia con le briciole ammucchiate per bene in un angolo con gesti un pò maniacali per trovare i coraggi, che sono due, quello per parlare e quello per ascoltare. Che fatica è innaffiare una piantina stanca e sfiduciata, un'altra confusa e malinconica, un'altra ancora che al telefono ti dice Sono un Pò Giù. Si prenda un innaffiatoio, un pò colorato, va bene. E ci si sciolgano dentro tutte le parole, tutti i caldi abbracci, tutti gli sguardi a dire Sono Qua, Siamo Qua, Siamo Una Famiglia di quelle normali, più o meno, siamo una grande fortuna, siamo un'azienda, un esercito, un plotone, una squadra di calcio, un equipaggio per la Luna. Siamo qui, c'è da parlare e da ascoltare, a medicare, piccole e grandi ferite di cuori e di anime, oltrechè di ginocchia, col monopattino giù dalla discesa. E per queste, un cerotto e un bacino, ma per le altre, Gesù, com'è difficile. Così, annaffio in camicia da notte le violette, la menta e le petunie del mercato, e penso fra me alle altre mie piantine, da accudire, da farci attenzione, da tenerci lontane le erbacce, di accarezzarne le foglie quando un pò si accartocciano su se stesse e un pò seccano e non ne vogliono sapere di fiorire, piantine così belle e colorate, così forti e così fragili che si innaffiano col cuore.

15 maggio, 2008

Ci siamo. Quasi.


Ci sono i piumini dei pioppi, il sole, i ragazzi a scuola coi bermuda, le foto di classe, i giochi della gioventù o cose del genere. Tutto lì a dirti che anche questo anno scolastico ce lo stiamo togliendo di torno. Passato in un soffio, direi. In questa casa, quest'anno, la fine della scuola ha un sapore diverso, più malinconico di sempre, non saprei, un pò più sofferto. La PrinciFanciulla che conclude la beatitudine delle scuole elementari, il Liceale che arriva arrancando e sbuffando e SonoStanco con la s sibilante alla fine della PrimaEffeLiceoScientificoStataleGalileoGalilei. E poi, Lui. Un pò sciupato, in questi ultimi giorni, Non Ho Fame. Ha i riccioli più riccioli del solito e uno sguardo liquido, sconfinato, che non so descrivere. Ride. Ride di una risata che non suona, fa lo scemo come sempre, ma per meno tempo, non so. E studia studia. Esce pochissimo, nessun allenamento, solo qualche partitella di calcetto nel campo del villaggio, Non Vado In Città, Mamma, Sto Qui Fuori. E a cena, parlaparlaparla. Non tace. Di qualsiasi argomento, calciomercato, Travaglio, cose, amici, persone. Non tace. Non Sono Agitato, Davvero. Non so se credergli. Prima dell'esame di maturità, è proprio normale avere paura, ce l'abbiamo avuta tutti, no? Nessun esame mai sarà più come questo, nella vita. Ma lui, non tace. Ed è più grave di qualsiasi silenzio, di qualsiasi muso, di qualsiasi mugugno o borbottio. Era così grande, stamattina prima di uscire, così smarrito, un pochino, di quegli smarrimenti che solo le mamme sanno sentire, di quelle vibrazioni sottilissime che ti trasmette quando si avvicina, sa di sapone e di buono, Ciao Mà, e sembra dire, Sapessi, Mà. Ma io non so. Cioè so, immagino, credo, penso, ma sto così zitta, io. No che non è la scuola, o forse anche, ma i suoi pensieri, le sue ore sui libri e questo parlare, parlare, tradiscono qualcosa che mi sfugge, una specie di segreto, lui sa che io so, e vorrei dirgli coraggio, si cresce anche attraverso queste cose, questi dolori freschi e questi nodi nello stomaco, è un regalo dei tuoi anni, che sono da vivere così come sono, ti faranno bene anche se ti sembrano così pesanti, adesso, una valigia piena di mattoni. Vorrei dirgli che capisco, che so così bene come si sente che lo potrei disegnare, perchè lui è la mia copia esatta, fuori e dentro, lui è la mia anima più maschia, lui è il mio cuore leggero, lui è come me. So i suoi respiri e la sua sfacciataggine che nasconde una dolcezza sconfinata, so i suoi sguardi spavaldi a celare una timidezza impalpabile, so il suo sentirsi perso e far finta che no. So. So e sto zitta mentre lui parla e parla.

24 marzo, 2008

Baci da qui.



Che io, così, a memoria, non è che proprio mi ricordassi un tempaccio del genere. Beh, sì, forse a pensarci quella volta che avevo soltanto due bambini, due deliziosi maschietti di tre anni e uno, che venivamo già qui ma eravamo in un'altra casa e un freddo ma un freddo, e mi ricordo che i due avevano le tute uguali rosse e blù e le Superga verdoline ed erano così carini, ma così carini. Ecco, sì, ora mi ricordo bene, che dal freddo che faceva avevamo acceso il forno tutto il giorno, ma che bella vacanza è stata, anche quella, anche se i grandi non c'erano e la princi nemmeno, non ancora, ma insomma, che bello che è stato. Non ci samo fatti mancare proprio niente, vento e pioggia, e nemmeno una manciatina di grandine, dai, già che c'eravamo. Ma bello lo stesso, questo si sa. Abbiamo avuto tempo per tante cose, di studiare, persino, di leggere e di fare altri progetti, spostare un muro, una lampada, sta meglio così, no, meglio cosà. E persino adesso, che Maddalena è illuminata come un presepe, che le nuvole questo vento le sta portando via, e il mare è ancora rabbioso e leggermente alterato, adesso abbiamo avuto anche il tempo di cercare nella scatola delle fotografie e trovare, ma guarda un pò, quei due bambini là.

10 marzo, 2008

Chi vedete.



Quando si apre la porta. E al mattino, dal vostro letto, attraverso gli occhi stropicciati dal sonno, chi vedete, china su di voi, a dirvi Sveglia, Buongiorno, e a mangiarvi di baci, ancora, anche adesso che siete già grandi. Chi vedete, arrivando da scuola, che lanciate gli zaini e dal vostro camminare capisco già se dovrò sentire qualcosa che non mi piacerà, lo so, da come muovete le orecchie, dico sempre, ma come mamma, le orecchie non si muovono, appunto. Chi vedete la sera, chi vedete a cucinare, ridere, ballare e saltare, chi vedete in un angolo, qualche volta, seduta senza corrente, e mi sforzo di sembrare normale ma ci sono volte che proprio non gira, cosa vedete, quelle volte, cosa pensate, che fate. Di che colore sono i pensieri che vengono fuori da voi, quando urlo, quando sgrido, quando anche a me sembra di esagerare, ma è così che si fa, lo farete anche voi, tra un bel pò. Che madre avete, bambini miei, di cristallo e di roccia, che madre vedete le mattine col sole, le sere a darvi la buonanotte e a dirvi Spegnete Presto, e a chiudere la porta pianissimo, a custodire i vostri sogni preziosi. Sono io, bambini che bambini non siete più, sono una madre qualunque che si chiede e che si sforza, e cerca di, capire, consolare, raccontare, spiegare, medicare, rincuorare. Sono io, bambini, che canto piano la domenica mattina, sono io, che piango piano le volte che piango, che soffro adagio le volte che soffro, per non farvi sentire. Per proteggervi. Sollevarvi. Nascondermi. Sono io, bambini, che rido forte, che faccio la scema, che invento le poesie nelle merende del mattino, che vi chiedo di fidanzate e di amici e di feste, per capirvi di più, per essere più dentro alla vostra vita, che non è mia, certo, ma che forse un pochino. Mi sono chiesta chi vedete, chi pensate che io sia. Sono un pò di quel che c'è in voi, sono un pò dell'alchimia, sono un pezzo della formula magica. Sono un sasso nello stagno, un onda nel vostro mare, un pastello colorato nel vostro zaino di scuola. E voi, un pò di me. Sono un cuore fatto di cuori, di stelle comete e di venti profumati. Vi abbraccio e mi abbandono, educo e imparo, cresco insieme a voi, custodisco e mi lascio custodire, vivo, discuto, rido insieme a voi. Siete i miei giorni più belli. Siete i cuori dentro al mio cuore, che pianga o che rida, che balli o che soffra, il mio cuore è dentro al vostro. E il vostro, al mio.

04 marzo, 2008

La PrinciFesta.

Stanchi ma felici, si dice così? Un delirio di fanciullini non proprio tranquilli e rilassanti ha fatto festa ieri alla PrinciUndici. In realtà il D-Day è oggi: lo si capisce dalla siepe di forsizie che fiorisce sempre, ogni anno come quell'anno, tra il 3 e il 4 di marzo, ma si sa, i bambini hanno segnato in agenda tanti appuntamenti quanto la Marcegaglia, tennis, catechismo, calcio e musica e inglese e decoupage e origami e dama cinese. Ma è andata bene. A parte un atterraggio sulla ghiaia durante un'agguerrita gara di rubabandiera, a parte chi ha scambiato un delizioso sgabello viola con le ruote è per un'automobilina dell'autoscontro, beh, è stata una bella festa. Semplice, nel suo insieme, nel suo pane e nutella on demand, nella sua focaccia salata e nei dolcetti con i cereali, che quelli funzionano sempre, e niente prosciutto, per favore, c'è una splendida bimba che viene dal Marocco fra gli invitati, Lo Sai Mamma, Non La Invita Mai Nessuno. L'integrazione, ma dov'è. E poi, basket al parco, e High School Musical, e poi, già che ci siamo, facciamoci una cantata e una suonatina, mescolando Ligabue e Beethoven. Bellobello. Io e il mio sposo un pò sfatti, la Princi felice. Felice di avere qui i suoi compagni per merenda, felice dei regali e della torta gigante col suo nome e basta. Per questo cuore di undici anni, per questa piccola donna che non è mica più tanto PrinciPiccolina, voglio un mondo speciale, e una vita tranquilla, semplice ma saporita, colorata, delicata, come la siepe di forsizie che fiorisce ogni anno, solo per lei.

26 febbraio, 2008

Il Mucchio Selvaggio.

Ciclicamente, mi acchiappa. Doverosa, obbligatoria, assolutamente non più rimandabile la sistemazione della cabina armadio dei due figlioli, che stanca son di chiudere gli occhi e far finta di niente, che tanto, lo sappiamo, questa stanza all'ultimo piano è loro e loro soltanto, che si sono scelti tutto, i colori, le cose, la disposizione, perfino le lenzuola, e io ben mi guardo dall'entrarci. Ma quando è troppo, è troppo. Che uomini diventeranno mai se non tengono in ordine la loro stanzuccia, se appallottolano con rara maestria un maglione che ridotto così entrerebbe senza il minimo sforzo in una tazza da caffelatte, in che stato di confusione totale si abituano a vivere, che poi lo dice anche Morelli, la confusione di fuori dà origine alla confusione di dentro, insomma, beh, forse mi sono fatta un pò prendere la mano, che stufa son, e due, di tuonare Mettete in Ordine! che insieme a Questa Casa Non è Un Albergo faceva parte dell'elenco di frasi che giuravo di non dire mai. Ieri, una società per azioni formata da me e dal mio piccolo Bistrattato Liceale, che in questi giorni fra interventi e vaccini di routine, creatura, proprio è stufo di càmici e medici, insomma io e lui ci abbiamo provato. Non lui, più io. Anzi, io sola. Lui, guardava, limitandosi a interventi sporadici, davanti alla tonnellata di compiti che ha per rimettersi in pari coi compagni, dopo tante assenze. Il Maturando, assente giustificato per il Regio Compleanno della Biondina. E' stata dura. Il mucchio selvaggio, debitamente privato di vestiti smessi, di magliette rovinate da incauti stiraggi, di pantaloni diventati corti, o semplicemente che non piacciono più, ha una dimensione quasi umana. Non è cosa da poco. Chi ha figli sa che genere di lavoro sdilinquito, noioso e spesso lunghissimo sia questo qui. Ma io mi salvo coi pigiami. Non li butto. Non li regalo. Li conservo. Non so perchè. Mi inteneriscono, mi ricordano, mi piace tenerli lì, orsi e pinguini, mazze da baseball e missili, guardarli, scoloriti un pò e macchiati di antibiotico e di mercurocromo. Mi piace pensare alle notti che hanno passato coi miei bambini quando erano bambini, mi piace ricordare le volte che hanno guardato i cartoni le mattine senza asilo, le febbri cui hanno assistito, le varicelli e i morbilli e i baci della buonanotte e le favole. Mi piacciono i pigiami dei miei figli, che male c'è, mi piace pensare a loro come erano quando stavano qui dentro, dentro e li guardo adesso, così grandi e così dannatamente belli e riccioluti e sorridenti e casinari e sempre più simili fra loro due maschiacci tenerissimi con gli occhi di Nutella e mi sembra davvero che sia passato un secolo o un secondo e allora, di sgridarli per il disordine e il mucchio selvaggio, ma ditemi un pò chi ne ha ancora voglia.

12 febbraio, 2008

Sogni.


Che strana sensazione addormentarsi di schianto sul divano, davanti al film, chissà cosa direbbe Baricco, se lo sapesse mai, magari, la prossima volta, nemmeno mi fa entrare alla sua scuola. La Princi e il gatto acciambellati alla rinfusa vicino a me, che non so bene dove finisce la Princi e inizia il gatto, è solo una questione di pelo, in fondo. Il mio sposo mi guarda, devo essere stata di una compagnia esilarante, lui il film l'ha visto tutto eccome, me lo racconterà, sottovoce mentre saliamo le scale, anche se sa benissimo che non ascolto, che cammino e sembro sveglia ma ho un passo da astronauta e cerco di sforzarmi per non svegliarmi del tutto. Non ci riuscirò, non ci si riesce mai, si arriva a letto e si è freschi come rose, nonostante siano le due passate. Un giro dai figlioli, prima, a vedere se sono ben coperti, come se avessero ancora tre anni e il paracolpi nel lettino. Si assomigliano sempre di più, questi due: gli stessi occhi da Bambi, lo stesso broncio irresistibile, gli stessi riccioli scomposti. Dormono. Di quel sonno sereno che hanno i figli quando li guardi, ho sempre amato guardare i miei figli dormire, dormono, uno di traverso nel suo letto, l'altro compostissimo nel letto più in là. Darei qualsiasi cosa per sapere cosa vedono adesso, dove sono i loro pensieri svolazzanti, le loro risate, le loro parolacce, anche. Che sogni sognano i miei figli grandi, che cosa sperano che succederà domani, che cosa e chi balla adesso dentro di loro. Guardo e non vedo. Raccolgo un cuscino e lo adagio piano sotto una testa, un bacio leggero, di quelli che si fanno per non svegliare ma che si sentono così bene, anche se dormi e ti fanno dormire di un sonno compiaciuto, tranquillo, al sicuro. Sentiranno il bene di questa notte, che è un bene nuovo e sempre diverso, il bene della notte, che ha complice il silenzio così diverso dal bene frenetico del giorno, il bene cambia, col buio e con la luce, a tre anni e a sedici, cresce insieme a loro, smisurato e grandissimo, un bene da gridare e da sussurrare, da dire in filastrocca o da far sentire con uno sguardo, un abbraccio, lo senti, figlio? sono qui, un bene che avvolge in segreto, in una notte di quasi primavera, c'è una luna dispettosa che si vede dalla finestra, e una mamma senza sonno che vede passare i loro sogni proprio lì sotto i loro occhi chiusi.

07 gennaio, 2008

Ti racconto.


Hai gli occhi ancora non aperti del tutto, come lo sono gli occhi che ancora avrebbero dormito un pochino. Ma vuoi raccontare, vuoi dire, questa mattina di gelidissimo gennaio, che non si ha voglia ma che si deve, saltar fuori dal tepore sicuro del tuo letto alla vita di sempre, la scuola, il pianoforte, le tue amiche chiassose con cui balli nei corridoi, le coccole al gatto. Parliparli, le parole escono ancora avvolte da quella magia che ha la notte appena passata, rimbalzano senza rumore, come le palle di gommapiuma, bolle di sapone, fiocchi di neve. Eravamo in una casa ma non era la nostra casa e noi non eravamo noi, i miei fratelli erano più piccoli di così e c'era anche Margherita che era piccolina e tu mi avevi nascosto un cd e io volevo trovarlo, poi la torre di Londra suonava e io avevo fretta perchè dovevo andare a scuola e tu volevi giocare ancora ed era tardi, così poi mi sono svegliata, anzi no, aspetta, c'era anche che pioveva. Mi perdo, bambina, Mi perdo nel tuo racconto, nelle parole che mi hai regalato stamattina, senza neppure alzarti, dal tuo cuscino con la corona da principessa, coi tuoi pupazzi intorno e i tuoi cuscini e la faccia stropicciata e i capelli arruffati, e i tuoi occhi color dell'erba a primavera. Mi perdo nelle tue carezze incerte, nel tuo abbraccio piccolo, Ciao Mami, nella tenerezza che hanno tutti i tuoi risvegli. Mi perdo quando mi dici Ho Fatto Un Sogno, perchè i sogni, tu lo sai, sono le favole che i bambini raccontano ai grandi per farli sentire più sereni.

14 dicembre, 2007

La bolla.


Si và così. Galleggiando, fluttuando, volando un pò. I pensieri, beh, quelli mica se ne vanno in un secondo. E hai un bel dire, sì certo, niente di nuovo, lo sapevamo già, lo sappiamo da sempre, lui, il figlio che viene da lontano, ha un mondo tutto suo, una vita tutta sua, fragile e complessa, una realtà dove non fa entrare nessuno di noi, nè l'Universitario, nè il Maturando, nè il Liceale, nè la Princi. Nè suo padre. Nè me, che non sono nessuno o quasi. E sua madre, poi. E' disarmante e candido, come lo sono i bambini che imparano a camminare, peccato che è il più grande di tutti e che sia così difficile. L'amore, certe volte, non basta. E' complicato, persino da spiegare, da capire dal di fuori, da comprendere fino in fondo, se non si vede, se non si sa. Noi qui siamo silenziosi, anche se niente di nuovo ci è stato svelato, è arrivato così, dal Paese della Samba e del Caffè. Lo amiamo così. E così siamo in pena per lui, che non ne vuole sapere di questa casa e di questa vita, che ha già la sua, semplice e difficilissima, e che si chiude in quel suo mondo fatto di insicurezze e di animali, che sa a memoria le bandiere del globo intero, e che ogni tanto si ferma e si eclissa, in una bolla invisibile, lì con noi eppure lontanissimo, come a seguire un richiamo impercettibile, un profumo di caffè e le note gioiose e assordanti di uno strano, indistinto, infinito carnevale.

10 novembre, 2007

Quel cuore.


Ci pensavo da giorni. Da quando ho fissato la visita con un luminare del settore, credo. Ho preso informazioni, chiesto e richiesto. Forse, nemmeno Barnard mi sarebbe sembrato abbastanza preparato. Non è mai una cosa gradevole portare i figli dal medico. In verità, pochissime volte li ho portati, a parte quando uno di loro ( già, chi era?) si ricoprì di misteriose bolle rossastre o quando hanno dovuto cucire qua e là un taglio sul mento o in fronte, o ingessare qualcosa. Ma stavolta, la richiesta era esplicita: urgeva al Liceale una visita cardiologica, un soffio al cuore che andava approfondito, sa com'è. No, non lo so. So che non è una frattura o una sbucciatura: è il cuore, il suo, per la precisione, e non è che basterebbe, nel caso, uno sciroppino o dell'acqua ossigenata. Mi sono fatta coraggio, riesco ad essere così fredda in certe situazioni, in verità era davvero solo uno scrupolo del medico sportivo, il Liceale è un vero atleta, lungo lungo e magro magro, un fuscellino che è cresciuto di undici centimetri in poco meno di tre mesi, e, giuro, non l'ho mica innaffiato. Non è divertente andare dal medico, non sono divertente io, a me stessa, quando mi immagino cose così tragiche che non ho nemmeno il coraggio di dire a voce alta. Così, andiamo. Se Vuole, Signora, Può Guardare nel Monitor Il Cuore di Suo Figlio. Come. Quel cuore, dottore, lo conosco a memoria. C'è un pò di me lì dentro e di suo padre, anche. L'ho preparato io, come una torta semplice, farina uova e zucchero. Amore, tanto, tanto, tanto che forse avrei dovuto pesarlo meglio, nella bilancia della cucina, sarà troppo? Ci ho messo tutto l'impegno e tutta la poesia del mondo, ho messo il grido di sorpresa, se chiudo gli occhi, ancora mi vedo con la camicia verde e i capelli lunghissimi, quando ho gurdato il test. Ero in cucina, appoggiata, mi sono lasciata scivolare lungo il muro, e un pò ridevo e un pò piangevo, e avevo il Maturando, anni 3, che mi guardava curioso, Arriva un Fratellino, o Una Sorellina, Lo Sai? ma lui aveva un Plasmon in mano, non che gliene fregasse granchè. L'ho conosciuto presto, quel cuore, sa? Ho sentito quel tump! tump! tump! dell'ecografo, quel cavallo al galoppo, quell'istante in cui una donna si sente scrigno prezioso, che ancora nessuno lo sa, sono poche settimane e la pancia non si vede nemmeno, ma tu, furbissima, nascondi un brillante da mille carati, e guardi di sbieco lo schermo e hai quel gel sulla pancia e ti senti improvvisamente così bella e diversa e innamorata e paurosa un pochino, ma ami già così tanto quella macchia, una specie di fagiolo, che è lì, insieme a te e hai già per lui tutti i sogni del mondo, lo aspettavi e lo aspetterai, sapevi che sarebbe arrivato, eccoti qui. Lo conosco, quel cuore. E' quello, fra quelli dei miei figli, che mi attira di più, non so come spiegare, è romantico e pratico, sognatore e preciso, e un cuore dolcissimo in una scorza di porcellana, una piuma leggera in un riccio di castagna. Quel cuore sta bene, mi dice il medico. E io tiro un respiro di sollievo, forse un pò lo sapevo già, ma sono rasserenata da questa conferma. Ma sapevo. Quel cuore, dottore, e un pezzo del mio, se guarda bene, c'è una stellina piccola proprio qui, nel ventricolo. Ce l'ho messa io. Perchè sono la sua mamma, e quel cuore è stato così vicino al mio per così tanti giorni e tante notti, ha respirato, camminato, cantato e dormito com me, e la stellina è il regalo che gli ho messo perchè se ne ricordasse sempre. Anche quando batterà lontano dal mio. Ma anche allora, lo sentirò.

24 ottobre, 2007

Lezioni di volo.


No, anzi, di guida. E nemmeno tanto lezione, in verità, che cosa devo insegnargli, se guida già come me o quasi? Và detto che la mia macchina è molto simile a quella degli autoscontri, schiacci e vai, non devi star lì a scalare, cambiare, grattare con la frizione, andar su di giri, partire in quarta e cose del genere. Si chiama cambio automatico, bellina. Comunque, oggi, mi è successo. E mi sono trovata lì, un pò ebete, a guardare questa sventola di figliolo, bello, bello e ancora bello, vestito come me alla sua età, il pullover a punta e la Lacoste, bello come si può essere belli a diciassette anni, bello come lo sono in pochi, fuori dal liceo per me che sono la sua mamma, è maledettamente ovvio, è figlio mio. Ma anche per la Biondina Casco d'Oro, mi sa tanto, e un'altra mezza dozzine di figliole sparse di qua e di là in varie scuole cittadine. Non vuole che parli di lui, si arrabbia sempre o fa finta, mi sbarra quegli occhi a fanale, colore della nutella, colore delle castagne selvatiche, quelle da mettersi in tasca per scacciare il raffreddore, quelle che non si mangiano, colore della palude d'estate, un pò verdastri un pò marroncini, un pò di mio e pò di suo padre, che li ha verdi come il lago. Si arrabbierà anche stavolta. Ma oggi che guidava, con quell'espressione concentrata e strafottente, e fiera anche, Lo Vedi, So Già Guidare, che abbiamo fatto il giro dl villaggio che è tranquillo e non c'è nessuno e non è da arresto immediato, oggi, anche oggi l'ho visto un pò più grande. E adesso non menerò il torrone, dicendo che sigh, quanto è già grande e che non vorrei, ma solo confessargli che ho fatto una grande sceneggiata e che non andava affatto veloce, e che l'ho visto sicuro e capace e che non ho avuto paura nemmeno per un istante, nemmeno quando facevo finta di, e che è bello, bello, bello come il sole. E che io, la sua mamma, lo amo da morire. E adesso, si arrabbi pure.