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17 febbraio, 2014

Aspetto.

Perfino le orchidee stanno ferme.
Ne ho una quantità sparsa per tutta la casa, alla ricerca di luoghi strategici. Nemmeno Brigida, che tante soddisfazioni mi ha dato in questi due anni, sembra ne voglia sapere di fiorire.
Bocciòli, un sacco. Fiori, nessuno.
Si dice che si debba aver pazienza, che le orchidee son delle tipe strane, non devi dar loro troppa attenzione, nè troppo poca.
Mi adeguerò.

E' un lunedì banale, da sei meno, indeciso, come i bocciòli delle ortensie.

Fuori, il clima senza slancio di una stagione che non sai, che non ami e non ti ama, che non hai decifrato ancora.
Dentro, il disordine compunto di una domenica già passata, delle Olimpiadi alla tv, ci si scopre un pò tutti esperti di curling e  pattinaggio su ghiaccio, per una mezz'ora almeno.
 E poi, progetti, alcuni davvero grandiosi, in primavera.

Più dentro, la sensazione di essere un pò in bilico, come a camminare su una fune, come appesi a un elicottero che vola e vola, come a guardar giù da una cascata, con la voglia di buttarsi dentro e la paura di caderci. 
Aspetto il sole, quello vero, non questo sciocco lumino che ogni tanto si fa vedere da dietro le nuvole, e illumina solo ma non scalda. Aspetto giorni lucidi con l'erba nuova, le viole, i pantaloni a fiori, le ballerine senza calze, la vespa. Aspetto, non so cosa e non so chi, sono come sospesa su un mare azzurrissimo, arrivo a sfiorarlo ma non mi ci tuffo, è pieno di pescecani là sotto, pieno di meduse magnifiche, trasparenti ed infide, le meduse sanno bene come incantarti, son come le sirene più o meno. Là sotto è pieno di scogli, e pezzi di legno e relitti affascinanti, anfore romane e tesori nascosti, uno scrigno di monete d'oro e tanti destini.

Aspetto, chissà, il tempo che passa, i giorni migliori, la prossima puntata, raccolgo piccole cose come i bollini dell'esselunga, e chissà quale sarà il mio premio, questa volta, raccolgo e metto lì, i momenti che rido e quelli che invece no, i giorni con la pioggia e quelli col sole, le cose belle e quelle meno, le volte che ho sbagliato e quelle che invece sono stata perfetta, già ma quando, che non mi ricordo.

Sul mio tavolo c'è una tazza di thè quasi gelato, una stilografica e tanti pensieri. Li annaffio come annaffio le orchidee, fioriranno prima loro, la prossima volta mi compro dei giacinti, sono quelli che fioriscono sempre, e nella sezione Delusioni non attaccherò nessun bollino.
Staremo a vedere.

07 giugno, 2011

Gli Infiniti Giorni.



Infiniti erano i giorni che passavano sotto le porte socchiuse, dentro l'acqua del pozzo e nei giardini silenziosi, cicale e foglie nuove, insetti curiosi e niente. Pioveva da giorni, e i pensieri avevano strane forme bislacche, di quelle che fai con le mani sul muro, è un cane o sono soltanto le mie dita a giocare con la luce. Guarda meglio, si disse, fuori il fradicio dell'acqua piovana, dentro due rose sfiorite che non hai cuore di buttare, che burla l'acqua fresca sotto alle rose sfiorite, del tutto inutile, oramai.  Le cose le si accartocciavano intorno, foglie secche che fan rumore o forse foglie macilente, sotto il noce del sentiero, il fango non va mai via in quella parte della strada, d'inverno è impossibile e d'estate neppure, rimane solo una piccola pozzanghera, ma c'è, il segno del trattore e l'erba schiacciata. Infiniti i giorni che dovrebbero esserlo davvero, da tante cose vuoi fare, da tante ce n'è. Infiniti, come l'orizzonte che guardi di sbieco, che non ricordi se non sai, che non rammenti se non vedi, che non comprendi fino in fondo eppure è lì. A pensarci bene, è tutto un gran teatro, chi recita e chi applaude, chi strappa i biglietti e chi vende i popcorn, chi scopa la sala dopo, di malavoglia e imprecando, le cartacce e i bastoncini dei ghiaccioli, e anche i popcorn, quelli sempre. I giorni infiniti sono quelli che odi e ami, che attiri e respingi, nell'ineluttabile gioco del Sotto a Chi Tocca, del Chiama quando Arrivi, del Vorrei ma Non Posso.

E lo so che non si capisce niente, ma oggi va così, poteva essere l'inizio di un bel libro, magari lo è, chi lo sa.

Dedicato a chi come me, oggi vorrebbe essere al di là dell'orizzonte, e di giorni infiniti ne vorrebbe una decina,  lontano dal fango, dalle rose sfiorite e anche dai popcorn.

14 gennaio, 2011


Dietro la nebbia c’è un bosco incantato, un sonno beato, un quadro rubato. Dietro la nebbia c’è la collina, una rosa e una spina, è un tranello, bambina. Dietro la nebbia c’è il sole che scotta, se hai perso la rotta ,mi sa, sei nei guai. La nebbia non ride, né piange o respira, la nebbia è lì, ferma, e se prendi la mira, il bersaglio è lì, vedi? non lo sbaglierai. Dietro la nebbia c’è una fata sgarbata, una mela fatata, una foto strappata. C’è la spiaggia al mattino, una fetta di torta, se è viva o se è morta non lo saprai mai. La nebbia è il mistero di questo giardino, è un opaco destino, tu prova a scacciarla, non ci riuscirai.. La nebbia solleva, nasconde e riluce, se canti più forte o se accendi la luce, lo sai che non cambia, rimane com’è. Tu guardala  e pensa, tra poco scompare ,  tra poco va via,ma è falso e lo sai. Allora sorridi, che tanto è lo stesso, ma dove l’ho messo, che prima era qui. La nebbia sta lì, attaccata di fuori, e mangia i colori, le stelle, e il giardino. Tu stalla a guardare, andrà via quando vuole, nasconde le aiuole, ti ci abituerai.

04 gennaio, 2011

L'eclissi che non c'era.


Ero bell'e pronta a guardare sù, ben felice di partecipare a questa cosa dell'universo, imbucata ad una festa senza invito, eppure, ci potevano andare proprio tutti. Ma non l'ho vista, l'eclissi non la vedo, forse a quest'ora è anche già finita, troppe nuvole da queste parti, siamo a nord ovest, ieri il tiggì diceva che sarebbe stata più chiara a nord est, ho sbagliato parte, sono dalla parte sbagliata, niente eclissi. In stato semi confusionale, sarà colpa dell'eclissi, forse, o forse del fatto che in questa casa non c'è ancora il calendario, ed è stranissimo, perchè di solito lo compro a novembre, e invece stavolta no. I calendari di questa casa hanno sempre la stessa forma, sono quelli quadrati che vende Feltrinelli, e spesso sono di Doisneau, perchè mi piacciono le fotografie in bianco e nero e mi piace Parigi e mi piace Doisneau ma non Le Baiser all'Hotel de Ville, che ce l'avevo sopra al letto al posto del crocifisso nella mia prima casa da famiglia, quella sulla Piazza, a Torino. Mia madre invece, aveva un rosario gigante, con chicchi grandissimi di legno, ed era una consuetudine, mi sa, perchè quella volta, in terza elementare, che ho portato i compiti al la mia compagna con gli orecchioni, lei era nel lettone e anche lì ho visto lo stesso rosario gigante, si vede che era una trend dell'epoca. Questa casa non ha calendario e per sapere che giorno è conto sulle dita o guardo il telefono, e la cosa mi destabilizza, a me piace la carta, scrivere, gli inchiostri, le stilografiche, le penne che scrivono spesso, nel senso di avverbio di modo e non di tempo, ma anche di tempo, perchè io scrivo spesso, in tutti i sensi. Scrivevo e scrivevo anche a scuola e i miei diari facevano il giro dell'istituto, ce li ho ancora conservati di sotto, in scatole di cartone che proteggo a costo della vita, esagerata, in fondo era un blog anche quello, scrivo un pò dei fatti miei, che mi fa bene, a vederli scritti mi sembrano più morbidi, i fatti miei che non mi piacciono, ma anche quelli che mi piacciono, che discorsi, e scrivo e scrivo e dopo mi sento leggera e bene, e completa, non so come dire, ci ho provato tante volte ma questo proprio non lo so descrivere, la sensazione che mi dà, è un bicchiere di spremuta d'arancia, le vitamine, la tachipirina se hai la febbre che eri moribonda e dopo mezz'ora salti come un grillo.

Giorni fa mi hanno mandato una fotografia, di quelle che si facevano col rullino e che dovevi aspettare una settimana per vedere, proprio in questi giorni che la Kodachrome ha chiuso per sempre, che peccato, chissà se anche Paul Simon è dispiaciuto quanto me.
Questa foto è il mio cortile di ghiaia dove sono diventata un pò di quello che sono ora, la bambina che ho in braccio abitava a pochi passi da me, e me la sono coccolata un sacco, come una bambola, ma vera.
Ricordo perfettamente l'orologio della Prima Comunione, la gonnellina di jeans e le ciabattine di camoscio rosso coi buchini, che adoravo e che non mollavo mai nemmeno per scendere a giocare, le avevo trovate nella calza della Befana che appendevo alla maniglia della mia stanza perchè negli anni 70 i camini erano così fuori moda.
Quella bambina lì ha undici anni, era il 1974, e guardandola mi si è riempito il cuore di una cosa cui non so dare un nome, mi ha intenerito, non lo so, io non possiedo fotografie di quei giorni lontani e perfetti, perchè una volta mi si era allagata la cantina ed era andato tutto perso, per fortuna mia madre ha salvato il suo album di matrimonio, rettangolare, sottile di pelle verde.
Guardo quella bambina che è uguale a mia figlia, a mio figlio Pietro, a me, e quel cortile dove sono stata così bene, dove sono caduta in bicicletta e coi pattini a rotelle, pure, quelli che si allungavano per quando cambiavi numero, un pò scema a voler andare con le rotelle sulla ghiaia. 
No che non lo descrivere, non lo so dire, non so.

E' stato un bel regalo, Silvia. Molto più di quanto tu creda.

L'eclissi non c'era, scrivo e scrivo perchè mi fa bene, mi sa che oggi vado a comprare un calendario.






05 aprile, 2010

Scriverei.

Scriverei. Se avessi qualcosa di sensato da dire, ma ho la testa vuota di cose serie, oggi, ci si è lasciati così andare nella casa in collina, nessuna grigliata ma tante merende, e cose e la famiglia a ranghi più che ridotti, oramai, sono prove tecniche di trasmissione, per quando questa casa vuota lo sarà per davvero, e allora ci si impana di stupidaggini, si cerca quel ciondolo con la tazzina e con la crostata, si fanno braccialetti con la Princi, si ride tanto, si fa la maglia, si canta tanto, si pensa al blog, che strano, io non ci penso mai a cosa fare, qui. Mi viene da scrivere, apro e scrivo, fine, non è che ho un progetto, non è che ho una scaletta, o peggio, li scrivo prima e poi li pubblico così, a naso. Scriverei se sapessi di cosa parlare, se avessi una storia d'amore da raccontare, totalmente inventata, un giorno forse la scriverò, non è detto che non ce l'abbia già, da qualche parte, solo che non so più dove l'ho messa, come buona parte delle cose mie. Non è vero, non ce l'ho, ho  solo tanti racconti e una penna che non scrive, un bottone che ho perso, e una tazza sbeccata. Dentro ci tengo    la mappa per scappare dal mio giardino, la chiave di una porta scardinata, un lucchetto chiuso di un diario dei segreti dove non c'è scritto niente. E' un giorno di vacanza e in vacanza è andato anche il cervello, perciò ci si permette il minuscolo lusso di scrivere quello che viene fuori, così, senza un titolo, senza nemmeno tanto senso, come si fa sempre, come faccio sempre, apri e inizi a scrivere, venga fuori quel che vuole, c'è una musica che mi piace e allora, ok, scrivi, dai, che tanto oggi vale tutto, fai un altro dei tuoi esercizi, come si chiamano Quaderno a Righe, ecco, come t'hanno insegnato quella volta, Lei Non é Brava Coi Personaggi, è vero, non li so fare, non so creare i caratteri, non so nemmeno fare i dialoghi, in realtà nemmeno Moccia li sa fare, e con Betta a Roma sono andata al suo negozio che vende solo cuori e cose a cuore, e ci avrei dovuto impazzire e invece no, non ho avuto cuore di entrarci, pensa un pò, a me lui non piace, e mi sembrava incoerente entrare nel suo negozio, e ci siamo guardate e dette, No, Non Possiamo, che a noi non ci piace, e allora, che sei tanto furba e saputella, scrivila tu la storia di Babi e Step, scrivila tu che fai tanto la splendida e dici Non mi Piace, coraggio. No che non la scrivo, la scriverei, se la sapessi, la scriverei, se sapessi, scriverei, e dato che non so, no che non scrivo.

26 marzo, 2010

Hanno rubato il cielo.

Chi si è fregato il cielo, stamattina. Lo hanno rubato le anatre, come quelle del lago gelato, e adesso il lago è da qualche parte in Georgia. Lo hanno rubato i pettirossi e se lo sono portato via, il cielo è indaco, questa mattina, è un colore che si abbina al rosso delle loro piume. Chi ha colorato il cielo, chi l'ha lavato con la candeggina, come quando un calzino blù finisce nella lavatrice delle lenzuola bianche, e allora sì che si ride di gusto, bel colpo, l'intero bucato color topo ma chiaro, che non è grigio e non è bianco e sa soltanto quello che non è. Sì, lo so, è una delle mie frasi preferite, ma non si cerca nella letteratura russa del XIX secolo, è una frase di un film di animazione che piaceva tanto ai miei figlioli maschi poco più che treenni, e quante volte a rimettere la cassetta nel videoregistratore, sì, la preistoria, alla fine, quando il gabbiano diceva "Non è cane, non è lupo, sa soltanto quello che non è" e io, loro mamma inesperta coi capelli lunghissimi e una treccia fino al sedere, che mi venivano gli occhi lucidi mentre tagliavo la banana a rondelle per merenda. Hanno rubato il cielo, lo hanno piegato per bene, messo in una valigia senza ruote, e portato via, era un signore col cappello, un forestiero, lo hanno visto sparire in fondo al viale, e non è tornato più, aveva un cappotto marrone e uno strana luce negli occhi, un ghigno beffardo di chi la sa lunga, di chi non sa nè da dove viene nè dove andare, ma cammina e cammina, finchè diventa un puntino laggiù, e i bambini del quartiere a corrergli dietro, e a dire, Ridacci Il Cielo, ma forse lui nemmeno parla la loro lingua o fa finta, o chi lo sa, perso dietro ai suoi pensieri, distante da ogni cosa. E il cielo che non c'è è lì, piegato dentro la sua valigia di cartone, e lui cammina e cammina, ha le scarpe rotte e il cappotto liso, e alla fine si fermerà stremato, e si allenterà il collo della camicia e si siederà al bordo del fosso e si asciugherà la fronte con un fazzoletto stropicciato e aprirà la sua valigia di cartone, e scrollerà quel cielo che ha ben piegato e lo guarderà splendere, lucido e luminoso, era un forestiero, un saltimbanco, un sognatore, un uomo solo e perduto che voleva il cielo tutto per sè.

03 marzo, 2010

Un giorno così.

Si guarda dall'alto. O almeno si cerca. E' talmente deprimente, così assurdamente brutto e triste guardarlo bene, che si cerca di essere in qualche modo distaccati, elevarsi, nel senso figurato del termine, anche. Ci si appollaia su pensieri discreti, si cerca di non perdere il filo, il lume della ragione, il sentiero, la pazienza, quante cose possono perdersi in una volta sola, e in un momento, mi ha sempre affascinato la differenza fra perduti e persi, intatti eppure distrutti, perfetti eppure mancanti, che bello giocare con le parole, dare loro un senso diverso da quello che hanno in realtà, liberarle, aprire il cancello e dire, Bene, Da Oggi Tu Significhi Questo, non sarà per sempre, solo per un pò. E' difficile da capire, non me lo spiego nemmeno io, è un concetto che so bene e che ho chiaro, ma lo capisco io sola e lo tengo per me. E' un lento pomeriggio, come tanti, da tanto in qua, è un pomeriggio che non và via, ti si appiccica come la colla, l'odore della candeggina, i peli del gatto, è un pomeriggio che non suona, non ha colore e non ha sapore, non ride non balla, non fa nulla, è un pomeriggio fatto a matita, di plastica, farlocco, di latta, di cartone molle lasciato alla pioggia e sfasciato, di un fazzoletto di carta disintegrato in lavatrice. Lo si guarda da qui, si cerca il sentimento nelle cose più semplici, si è fatta una torta di mele, solo per avere il profumo in casa, è così buono il profumo della torta di mele, ce l'avevo anche spray, una volta, ma non era la stessa cosa. Guardo dall'alto questa roba che scende dal cielo, il giardino stanco, e stanca forse mi sento anche io, e non lo dico mai, non sopporto quando chiedo ComeStai? SemprediCorsa, mi dicono a volte, ma che risposta sarà mai, essere di corsa non è stare, come stai tu, che cosa senti, che cosa vedi in un pomeriggio del genere, se pensi anche tu che a farti un caffelatte e mescolandolo piano ci si possa forse sentire un pò meglio, se magari tra un pò avrai anche il tempo di fermarti e fare in modo che il di fuori non combaci col di dentro, e che la tua anima resti a colori, intatta e ciarliera, e la tua risata suoni e i tuoi pensieri escano fuori selvatici e veloci, non rattrappiti e legati, e stropicciati come tenuti troppo in tasca e sgualciti e rovinati per sempre, fai attenzione ai brutti pensieri, bottiglie rotte e carta vetrata, quelli belli invece vanno incartati per bene, lucidàti ogni tanto, tenuti nella vetrinetta in salotto, e non importa se il salotto nemmeno ce l'hai e figurarsi la vetrinetta, tu consérvali e non lasciarti abbindolare, ripàrali e proteggili, sorreggili e correggili, qualora il caso, può succedere di tutto in un giorno come questo, appiccicato di foglie bagnate, lento e immobile, che non ha suoni e colori, che non ride e che non balla.
tumblr.la douleur exquise.

09 febbraio, 2010

Il diavolo e l'acqua santa.

E' così che sono. Così che sembro. Ma forse a pensarci bene, la sono proprio. Scrivo e scrivo, così come mi viene, come mi va, di quel che mi va. Di niente, perlopiù, di me, quasi sempre, di quel che sento e che vorrei tirare fuori, scrivere sulla lavagna, farci un cartello, non per il gusto che si sappia. Per non impazzire, credo. E' una bella terapia. Me la sono inventata, direi che funziona, la brevetterò e ci farò soldi a palate. Scrivo che non so, scrivo perchè mi piace, è la sola cosa che so fare, la sola cosa che mi piace, quasi come leggere, ma a leggere subisci e qui inventi, inventi cose e situazioni, e pensi poco, in realtà, non sono fatta per pensare tanto, la mia mente non ce la fa, mi nasce vanesia, la ragazza, perciò non conta, non ragiona e le equazioni di primo grado manco sa che cosa sono o forse sì, un vago, vaghissimo ricordo, zuccona, zuccona che non sei altro, te le hanno spiegate in mille, così come il minimo comune multiplo, ma che diamine, perchè deve essere minimo e perchè comune, alla fine. Così, la ragazza mi scrive, mi si impegna, anche, mi ha tirato fuori una creaturina così, e scrive di ogni cosa che le passi per il cervello, sia frivolo o da piangerci ore, scrive di lana, di farine, di bosco e di riviere, di mare e di figlioli, di cose e di cose, si mette lì, e senza un motivo, in cinque secondi voilà, lo fa perchè ci piace, perchè è la sola strada che sa per non sprofondare, scivola e gioca con le parole, le virgole, le maiuscole, tira fuori da un cilindro dei verbi impossibili e si calma, scrivendo, si esalta, scrivendo, si coccola, scrivendo, e forse tra un pò tirerà fuori un coniglio e una bacchetta magica, sono tutto e il contrario di tutto, sono il mare e la spiaggia, la luna a mezzogiorno, sono il gioco e la candela, signori, da questa parte, son diavolo e acqua santa, è così che funziono.

07 febbraio, 2010

Lenta domenica.

Si fa così, la domenica. Si mette sù qualcosa, in forno e sui ferri, si fanno dei progetti senza grandi pretese, una coperta liscia dove scriverci un nome, color della neve, azzurrino ghiaccio, un bel colore, mi piace, ed è così morbido che si vede da qui. Si lascia che un pò tutti qui dentro facciano quel che gli garba, si scrive e si legge, si legge e si scrive, e non sai se leggi per scrivere o scrivi per leggere, è un bel mistero in una mattina così, che c'è il sole di fuori e non hai voglia del fuori col sole, ma lo guardi da dentro, lo annusi così un pò da distante, come qualcosa cui non hai diritto, non ancora, non ti ci puoi affezionare, tanto, martedì nevicherà di nuovo e allora, cosa sprechi energie a fare. Lo guardi dal vetro, ne avverti il calore, ne indovini il profumo, ma che scema, il sole non sa di niente, e sì, invece, sa di tutti i profumi che gli vuoi dare, quelli che vuoi, non è come il vento, che quello il profumo ce l'ha per forza, il sole no, e se non ce l'ha allora diamogliene uno, il sole di oggi sa...sa...Sa di freddo, ecco, sa di bianco, sa del pollo che c'è nel forno a scaldare un pochino, sa di bagnato, di neve sciolta, di erba fradicia. La lenta domenica oggi si svolge così, nel nulla di una casa in collina dove c'è chi legge e chi scrive e chi si scervella a inseguire pensieri sconclusionati, a pestare sui tasti per non farli andate via, li sparge come il sale sulle strade un pò qui, un pò là, e un pò rimarranno impigliati in una copertina morbida, che il Magic Loop ormai non ha più alcun segreto, e che si guarda il sole da dentro, che a guardarlo da fuori ci vuole una sciarpa e del coraggio e sciarpe, quante ne vuoi, ma di coraggio, bambina, mi sa che non ce n'è.

02 febbraio, 2010

La Zerda.


Nome comune di cosa, femminile, singolare, astratto, forma dialettale del Basso Monferrato per definire un freddo polare, potente, di quello che ti ghiaccia il naso, ti fa lacrimare gli occhi, ti fa andare in giro tutta tesa, le mani sprofondate nelle tasche, essì che c'hai pure i guanti, ma da quei guantini bucherellati entra l'aria, non è proprio che riparino tanto eppure sono così belli nella loro inutilità assoluta, che sporgono dal piumino con le maniche a tre quarti, inutilissimo esso pure, come ha detto ieri la mia Amica delle Lampadine, ma come, un piumino a maniche corte? questo me l'ero proprio perso, mentre aspettavamo le Screanzate Figliole trasformando l'abitacolo della mia automobilina in un salotto, che ci mancava solo il thè e i Krumiri, per forza, e magari un lavoro a maglia e potevamo stare lì a raccontarcela e raccontarcela, finchè non abbiamo visto sfrecciare nella piazza la nostra Amica Castellana, sposa al nostro Amico dei Mattoni e c'abbiamo così telefonato e c'abbiamo detto, Ma Allora, Fai Il Giro della Piazza e Vieni Qui, ma Lei invece, snobbissima, c'ha detto E No Che Non Posso Che Devo Andare Che C'ho La Spesa, e allora va bene, abbiamo fatto una smorfia e c'abbiamo detto Come Vuoi, che tanto noi si sta qui ancora cinque minuti e raccattiamo le Pupe che tanto Pupe non sono poi mica tanto, e che escono da scuola con tutta la calma del mondo e col cappotto slacciato e la pancia scoperta, ma come, non lo sentite che freddo che fa, Ma Non e' Freddo, Mamma, Questa è Zerda.
Già.
Tumblr.la douleur exquise.

27 ottobre, 2009

Di nebbia, mercurio e stelline.

Lo so bene che è impopolare,ma a me la nebbia piace, e anche tanto. Sarà perchè ci sono nata, ricordo certe nebbie a lenzuolo, che non si vedeva neppure la casa di fronte, e il pulmino giallo che mi portava a scuola appariva solo all'ultimo, mica dal fondo della strada, eppure era giallo, colore che non sopporto, che non è nella mia palette di colori, di giallo non ho proprio niente, anche se compro cose gialle, in realtà, ma le regalo, alla Cognata del Mio Sposo, che in realtà era mia, insomma una faccenda complicata, ma così. La nebbia di stamattina era bellissima, era la prima, o la seconda, non so e mi rende tutto così bello e magico, che perfino il suono delle campane mi arriva come incartato, nella velina, quella che scriccchiola un pò, da avvolgerci le tazzine nel trasloco, viola, magari, quella da incartarci i regali, quelli che vedi e anche quelli che non vedi, che non occorre incartare, che sono i baci, le carezze, le parole e i silenzi e i pensieri, anche quelli, che lanci lontano, che non riesci ad afferrare e a dar loro un senso, come quella volta che ho rotto il termometro e il mercurio e scappato via sulle mattonelle, e io cercavo di fermarlo ma nemmeno tanto, perchè volevo vedere lo spettacolo che non mi sarebbe ricapitato di certo, tutte quelle palline impazzite e anche il Liceale di pochissimi anni lo guardava dal lettino, era a lui che misuravo la febbre quella volta, e mi ha chiesto Ma Sono Stelline? massì, le stelline del termomentro, e da quella volta mai che si sia fatto pregare per farsi misurare la febbre, e si teneva stretto quel termometro sotto il braccio e so che in cuor suo sperava che di stelline ne uscissero ancora e che la sua mamma, fatina distratta, ne facesse uscire ancora, nonostante gliel'avesse menata per mesi, col cucchiaio dell'antibiotico, Ti Ricordi Le Stelline, un attimo prima che esso, l'antibiotico, venisse sputato nel ficus banjamin. Divago, stamattina, che passo dalla nebbia all'antibiotico e di cose da fare ne ho una tonnellata e una tonnellata ne ho fatte di già, ma mi sono fermata un attimo a leggere le notizie, e ho bevuto un caffè solinga nella mia cucina, e che guardavo di fuori e pensavo che forse si potrebbe mettere l'erica nei vasi perchè la salvia e il basilico sono disintegrati come i cachi che ho comprato ieri all'Esselunga e sono volati giù dal nastro della cassa e la cassiera lo so mi voleva strangolare lì per lì, e avrebbe anche potuto accoltellarmi, tanto poi arriva l'omino con la segatura e cancellava ogni traccia, me che oca che sono questa mattina, che mi specchio nello specchio (ovvio, e dove se no) del forno e volteggio e canticchio e di stirare nemmeno per l'anticamera, farò una torta, massì, e missà che un pò di quel mercurio, quella volta là, mi è finito nel cervello, ecco, ora si spiegano molte cose.

29 luglio, 2009

Dal beige al blù.

Che ora è non si sa bene. E forse non se ne ha nemmeno voglia, di saperlo, intendo. Si sta coi gomiti ben poggiati sul tavolo, si vuole ritrovare un gusto antico, che calma un pò, ci si fuor fare una carezza, così, leggera. Gli occhi si muovono, dal beige al blù, dal blù al beige. Non si pensa mica, in momenti così, solo lo sguardo si muove, ed è l'unica cosa vitale, per il momento. La mente è sgombra, si respira piano, si è svegli da molto ma ci vuole tempo ancora, si è già fatto un giro in paese e ci si deve ripigliare un pò, di questi tempi ci si è un pò inselvatichiti, non si sopporta la gente, il rumore, le macchine, le cose. Così, mentre si pensa al pomeriggio che viene e alle cose da fare, si lascia che siano gli occhi, gli occhi soltanto a muoversi intermittenti e si resta così, a raggranellare energie, e si passa con un movimento perfetto di ciglia, palpebre e pupille, guardando dentro la tazza e al di sopra di essa, dal beige al blù, dal blù al beige. Dal caffelatte al mare. E viceversa, ovvio.

26 febbraio, 2009

Da avere.

Il libro, non le rose. Perchè anche se sono un pò sfiorite le ho salvate dal secchio dell'umido e le ho messe a bagno. Le rose, non il libro. Perchè è pienissimo di schemi facili e d'effetto. Il libro, non le rose. A me piacciono, in genere, quelle semplici, arancio, bianche, non tanto le rosse. Le rose, non il libro. E poi, ha delle fotografie semplici, un pò retrò. Il libro, non le rose. Ho tagliato il gambo cortissimo e le ho lasciate così, a galleggiare nell'acqua. Le rose, non il libro. Quindi, un bel giro all'edicola più vicina e sarà vostro. Il libro, non le rose. E se poi al ritorno vi imbattete in Said, l'ambulante che sorride, ve le comprate tutt'e due. Il libro e le rose.

15 ottobre, 2008

Leggera.

Soffia e svolazza, trova un soldino, trova la strada in un lungo cammino, certo è difficile ma prova, coraggio, siamo in ottobre, mica di maggio. Gioca a sorridere, a farti un caffè, gioca a lasciare tutto com'è, salta la corda, fai quel che puoi, c'è qui una torta, una fetta la vuoi? Scaccia i pensieri al di là del giardino, butta le lacrime dentro al cestino, una risata ci vuole, lo sai, lo dici sempre e non lo fai mai. Certo che passa, è un attimo in fondo, passa col dito sul tuo mappamondo e trova un posto lontano che sai, socchiudi gli occhi e ti ci troverai. Calma, fanciulla, l'autunno è così, un giorno di no e un giorno di sì, se soffi più forte la nebbia andrà via, prova, fifona, vedrai che magia. Soffia svolazza e ricordati che, in fondo ciascuno fa tutto per sè, e tieni il tuo cuore un pò sciocco com'è, siamo in ottobre, ecco perchè.

09 aprile, 2008

Fiori e meringhe.

Ti dico un segreto, son fiori e meringhe. Ti faccio un regalo, ti guardo da qui. Son petali lunghi, e steli sottili e nuvole bianche di zucchero e niente. Ti porto lontano, ti aspetto da un'ora, ti faccio un disegno, mi piace così. E fuori che piove, c'è aria d'autunno, ma in fondo che importa, non piove che lì. Si appannano i vetri, si spezzano i cuori, si strappano i fogli, lo vedi? così! Cammino sul filo, sorrido, se posso, un pò mi nascondo, è un gioco, lo sai. Così, in equilibrio, mi faccio un giretto, racconto due storie, chissà che ora è. Lo sanno anche i sassi, è il cuore che parla, così, a raccontarla, che storia sarà. Son cose da donne, perfette e solinghe, son fiori e meringhe, si vede da qui.

04 febbraio, 2008

Quasi.



Non amo affatto il carnevale. Anzi, la trovo una questione così triste, ma così triste, e quasi forzata, e deprimente in un certo senso, no che non mi piace. Una quasi festa, i figlioli quasi tutti a casa, qualcuno sì, qualcuno no, una quasi vacanza, che quasi si poteva andare tutti al mare, ma così, a ranghi quasi completi non si è potuto e allora si è dormicchiato, beati, fin quasi alle 8, si è programmata una giornata di quasi riposo, quasi un week end lunghissimo insomma. Che prevede una serie di compiti quasi piacevoli, una spesa per le Regie Truppe, un giro al mercato, un film alla tv. No, decisamente non mi piace carnevale, nemmeno da piccola, credo, anche se ho ricordi di feste e di scorpacciate di coriandoli e di una batteria di pentolini vinta come miglior mascherina a un ballo, spagnola con mantiglia e nàcchere, mica pasta e fave. No, non amo carnevale. Le immagini dal Brasile mi danno la nausea, i carri di Viareggio mi mettono quasi malinconia, senza contare le maschere immobili di Venezia, quelle coi pizzi e che si tengono sù con la bacchetta, che trovo vagamente inquietanti e che mi mettono quasi paura. Ma. Se carnevale significa avere qualche figliolo a casa, che quasi stasera si può fare un pò tardi, poter disporre di due giorni quasi normali che son quasi vacanza, di far cose un pò insolite per due giorni quasi normali, allora, beh, in fondo in fondo non mi dispiace nemmeno e forse, un pochino, questa festa inventata e un pò fuori luogo mi fa quasi piacere, e quasi son contenta che ci sia, e quasi quasi forse al mare ci andrò sul serio, che quasi mi ci crogiolo in una vacanza regalata e quasi mi piace. Ho detto quasi.

31 dicembre, 2007

E così.


E' un anno, lo sai? un anno che passa, cancella, rimuove, scolora e sconquassa. Un anno di cose, profumi e canzoni, di vecchi rancori, di nuovi sorrisi, di lacrime, giochi, conquiste e sconfitte, di favole tristi, di storie sfacciate, eleganti, così, dicembre trentuno, che sembra di sabato ed è lunedì. Di spese e risate, di sonno e di veglia, biscotti, frittate, passato per caso, in un attimo o un secolo, mezz'ora e tre mesi, qualcuno di più. Di amiche che ho perso, e che invece ho trovato, di compiti e voti, di urla e di prediche, di sbuffi, di tuffi, di mare e di sole, di acqua gasata, granite e di thè. Ti chiamo, ti aspetto, ti abbraccio e ti bacio, auguri anche a casa, ma auguri di che? E pagine nuove son tutte da scrivere, l'agenda profuma di colla e cartone, si buttano cose, si cambia, domani, ma come si cambia in un giorno, così? Un anno banale o speciale, chissà, lì dietro la porta, domani sarà. Così, buoni buoni, si cresce un pochino, i miei desideri son quelli di tutti, le cose più semplici, chiare, perfette, è un anno rotondo, non vedi anche tu? Stasera, di fuochi, di brilli e di tacchi, di sete fruscianti, di cose così, un giorno qualunque, di ghiaccio e di brina, che sembra di sabato ed è lunedì.

20 dicembre, 2007

Luna di giorno.


E lì, Appiccicata, adesiva, di carta velina. Trasparente, un pochino, la devi cercare, non è che guardi in alto e la trovi subito. E' preziosa, mica si fa trovare così facilmente. In questi giorni, c'è. Anche alle 2 del pomeriggio. Provare a cercarla. E' uno strano gioco del destino, un amuleto per la chi la vuole, porta fortuna, coraggio e calore, si trova, si trova, a cercarla col cuore. E' una finta, un inganno, una sciocca bugia, sembra una fata e par che la sia. Porta sogni, civette, bacioni e babà, porta consigli, porta conigli, porta preziosi nascondigli, forse sbadigli, magici intrugli, porta conchiglie, stupide biglie, mazzi vistosi di rosse giunchiglie. Non sembra una luna a vederla così, forse tra un attimo si stacca da lì, nessuno sa bene se c'è o se non c'è, ognuno, dal cuore, la tiene per sè. Nasconde un segreto che ancora non sa, sembra che piova ma non pioverà, la luna di giorno è fatta così, sembra soltanto, un pò no, un pò sì.

13 novembre, 2007

Script.


Coraggio, coraggio, non è per sfiducia, le mani nel sacco, mi serve un idraulico. Non basta sognare, nemmeno scappare, ci voglion risposte, segnali, un caffè. Passavo per caso, non è che mi piacciano, ma in fondo le cose arrivan così. Vorrei un regalo, o farlo , magari, le scuse non servono e suona il citofono, un attimo, forse, un istante svelato, mi inciampo, mi alzo, alla fine, chi è? Facciamo un riassunto, e poi com' è andata, giocava d'astuzia, sapevi perchè. E porta pazienza, c'è un ragno in cucina, un topo nell'angolo, un gatto e un bignè. Ma tu quando torni, mi faccia il piacere, son quasi le due, no, sono le tre. Montagne di carta, quaderni a quadretti, coraggio, non senti? sembrava anche a me. Cantare fa bene, si illumina il cuore, si stira per ore, sappiamo com'è. Si gioca d'azzardo, si sente l'autunno, la torta è bruciata, perchè sempre a me. Ma in fondo, bellezza, è il gesto che conta, corrida, signori, spettacolo, olè.

28 settembre, 2007

Sono.


Voglio un foglio per scrivere e un cremino da sciogliere e un amore da stringere e una somma da vincere. Voglio un giorno da vivere e un bicchiere da rompere, una strada per correre e una rotta da scegliere. Ed un figlio da crescere, e le ruote che girano e gli aerei che partono. Le minestre che scottano, le coperte che pungono e le ortiche che pizzicano. E se niente significa non è poi così male, son parole che corrono, son pensieri che giocano, son folletti di neve in una sera che è buia, son sorrisi brillanti in un giorno di pioggia. Son dispetti e sorprese, un po’ veri un po’ no, esercizi di stile in un niente perfetto. Son racconti, allusioni, illusioni e misfatti e se anche nessuno li ha mai raccontati, son raccolti, per bene e per nulla schiacciati, incartati, con fiocco, biglietto e nastrino. Son regali, stavolta, che ho un po’ sonno e un po’ sete, son giocattoli rotti, sono cani che scappano, sono prose e poesie, sono vite qualunque, sono amori ridicoli ed elastici rotti, sono panna, rabarbaro, maghi e balene. Son follie, miei signori, sono assurde canzoni, sono storie di un attimo che durano un secolo, sono vetri appannati e pastiglie e confetti, medicine e spremute, gianduiotti e soufflè. Sono Fragole, in scrigno, in pacchetti da dieci, sono frutti inconsueti, uno a me e uno a te. Sono il sogno più bello, un tesoro nascosto, una sfida, una spada, il mantello del Re.