25 gennaio, 2015

La Leggenda dei Tulipani Sfioriti

Non è stagione.
Non dureranno.
Chissà da dove vengono.
Ma li aveva comprati lo stesso.
Costavano pochissimo, nell'ultimo supermercato che incontrava nella strada verso casa, la salvezza,qualche volta. Abitava in un posto bellissimo, ma se ti scordi il burro o nevica, o sei in ritardo per il treno, non è una gran meraviglia.
Si scontava il privilegio di avere tutte le colline incollate alla finestra, scrutare con millantata saccenza il cielo, le nuvole, le albe e i tramonti più belli, quelli da fotografare, e poi le stelle, e le scie degli aerei, che sembrano tanto belle e invece sono un mix di veleno e polvere.

Sistemò con cura i tulipani in un vaso viola trasparente, così da vederne i gambi nell'acqua. Anche i gambi devono essere in ordine, mica solo le corolle.

Li vedeva ogni mattina a colazione, la sera a cena, li posizionava con cura in un angolo del tavolo, al centro è da dilettanti, le piaceva apparecchiare benissimo anche per la frittata, o la minestrina, o per finire gli avanzi. Non importa se qualche volta il riso è delle buste.
Candele e fiori, e ti sembra di essere al Ritz.

Contrariamente ad ogni previsioni, i tulipani resistevano.
Cambiava loro l'acqua con metodo, spuntava di pochissimo i gambi, una volta era stata vista guardare dentro una corolla, che strano è il cuore di un tulipano.

Oramai, erano passate due settimane.
I tulipani da poco, forse nemmeno un euro, affastellati di malagrazia all'ingresso del discount, in un secchiello di plastica nemmeno troppo pulito, resistevano.
Forse i petali si erano un pò dissociati, stropicciati appena appena, ma il loro fucsia rimaneva intenso, gradevole alla vista, elegante nella sua aristocratica semplicità.

Quel mattino, fu felice di constatare che i Tulipani Sfioriti erano ancora lì, in quella domenica piena di sole e di mistero e di spari lontani e di zucchero a velo sui prati intorno a casa, e vicino alle ortensie secchissime, che viste così, non promettevano proprio nulla di buono. Ma non era quello il momento di occuparsi delle ortensie.

Decise di imparare dai Tulipani.
Decise di fare un bel sospiro e trovare il coraggio per iniziare una nuova settimana.
Decise in quel momento preciso che sarebbe andato tutto bene e che niente e nessuno l'avrebbe fatta sfiorire, che avrebbe conservato il suo colore pur nell'ineluttabile svolgersi degli eventi, quali che fossero, decise che sì, ce la poteva fare e doveva farcela, decise che no, non si sarebbe lasciata andare per niente, niente al mondo mai, che avrebbe cercato di non sentirsi più sola, delusa o semplicemente triste,  decise che aveva voglia, mestiere, cuore a sufficienza, forza a sufficienza per cercare di splendere sempre, in un angolo del tavolo o chissà dove.

I Tulipani Sfioriti raccontano storie che non sono vere, leggende che si inventano di domenica mattina perchè si ha voglia di stare bene, e si scrivono veloce senza rileggere, così che le cose che scrivi sono proprio quelle che ti escono dall'anima, anche gli errori, anche gli sbagli,  storie che che forse nemmeno esistono o esistono soltanto nella testa di chi le sa leggere.
Il segreto, è leggerle a bassa voce e non farsi sentire da nessuno.
I Tulipani sono strani.
Sfioriti, lo sono ancora di più.



18 gennaio, 2015

Giorni stesi.

Sono giorni scomposti.
Disordinati, a volte lentissimi, a volte tremendi, da quanto corrono, da quando dici, vabbè sono solo le 7 e invece, dopo cinque minuti è ora del pigiama. I giorni volano via, ma le sere sono lente sempre.
Ceniamo presto, qualche volta, per farle durare di più.
Per guardare un film senza schiattare di sonno sul divano, per parlare ancora con chi ci va, per leggere, o scrivere, o fare a maglia, o solo pensare, uscire sul terrazzo a guardare il cielo, cinque minuti soltanto, che fa un freddo ma un freddo,  le stelle d'inverno sono le stelle più belle, vien voglia di farne un cestino e regalarle, Le ho Prese Per te, oppure dire, Le Vedi Anche Tu?

Sono giorni come appesi ad asciugare, stesi nell'Abiurato Stendino, giorni che aspettano chissà cosa, che inutili sono le cose stese ad asciugare, son lì a fare niente, aspettano e basta, giorni che avrei voglia di mille cose e di nessuna in particolare, giorni che mi piacciono da subito e altri che invece li prenderei a schiaffi, gennaio è un  mese di rodaggio, come di allenamento per l'anno che sarà, si fanno progetti,  si studiano strategie, ma chi come me di strategie non ne sa nulla ha vita non semplice.

Sarò come sono.
Un pò sottosopra, non squilibrata come sembro, giudiziosa quando è il momento, incosciente con misura, se l'incoscienza si può dosare e credo non molto, benchè qualche volta un pò di incoscienza male non fa.
Scruto il cielo la mattina presto e la sera tardi, cerco ispirazione e coraggio mentre apro e chiudo le persiane, faccio volare via i miei pensieri più belli, che arrivino dove sanno, tengo vicino le persone che amo, sorrido tanto, cucino meno, scrivo poco.

Stendo i miei giorni ad asciugare, li stirerò con cura, appretto e acqua profumata, io li preparo per bene, che poi si inzàccherino nelle pozzanghere o ròtolino nella neve che m'importa, io li preparo carini, ben pettinati e profumati, facciano quello che vogliono, sono confusa e un pò felice, un pò sola qualche volta ma mi tengo insieme, mi racconto delle storie, invento giochi, mi compro fiori, camicie a righe e braccialetti, faccio la brava, scrivo capitoli di un libro infinito, mi piace così.


07 gennaio, 2015

Promesso.


Non saprei dire se è un bell'inizio, una bella fine, o un bel niente del tutto, come diceva mia nonna.
Quel che so è che è il sette gennaio duemilaquindici. E fin qui, nulla da dire.

Quello che non so è come sarà.
Quello che so è come lo vorrei.
Quello che so a metà sono le cose che posso fare per dargli un indirizzo, per insegnargli, a lui, al DuemilaESpingi, come deve fare per essere buono con me.
Non come suo cugino.

Ma ho dei verbi, qui, stamattina tardi, che non mi sono fermata da stamattina presto, non ho avuto tempo di mettere ordine nei pensieri, tanto era l'ordine da fare in questa casa, una casa con dentro un'altra casa, da ieri, e altre posate, altre lenzuola e altri tutto, una casa in un'altra casa è un delirio di cose, di vestiti leggerissimi, di conchiglie e di libri, che hai letto in un altro posto e ti ricordi anche dove. I libri li ami proprio, se ti ricordi anche dove eri quando sei stata parte di essi, e scrittrice e correttore di bozze, perfino un pò protagonista, se proprio ti ci innamori.

Ho dei verbi.
Al presente, per ora.

Disfo l'albero, tolgo la scritta NOEL dall'ingresso, i barattoli luminosi dal camino, le tende di stelle che mi hanno incantato per mille sere, attaccate alle finestre.

Raccolgo palline rosse e agrifoglio secco, fili argentati e nastrini dimenticati, e i bigliettini, anche, io li conservo tutti, li infilo da qualche parte e poi li ritrovo, magari a maggio, Natale 2014, Tanti Auguri Mà, Buon Natale Amore, e ogni volta, mi piace sempre.

Cambio l'assetto della cucina, siamo stati in mille in questa casa sterminata, saremo un pò meno, ci si  possono permettere piccoli cambiamenti, si sposta un tavolo, si gira il divano, sposto i mobili quando mi sento persa, sposto le stanze quando mi sento soffocare, funziona, certe volte, certe altre invece no.

Elimino cose superflue, barattoli senza coperchio, vasi di vetro ne ho una tonnellata, andrò alla campana fra poco e li butterò con forza, frantumandoli, fanno un bel rumore, una terapia, un calmante, ho bisogno di uno ancora più bravo, forse. Butto le ortensie secche, polaroid di un'estate che voglio dimenticarmi del tutto o quasi.

Cancello persone, numeri di telefono che non so nemmeno a chi e a chi cosa, riordino, faccio elenchi e  ToDoList, buoni propositi nemmeno uno, riprendo a correre, questo sì, il ginocchio ha smesso di farmi male senza farci nulla o quasi, mi taglierò i capelli, forse no, farò un corso di cucito, nemmeno quello, qualcosa mi inventerò.

E aspetto.
Il freddo, la neve, il vento che ci vuole il burrocacao se no è un guaio, le giornate che si allungano, le viole, le rose, la bicicletta e il cestino nuovo, il sole del giardino, la pioggia sui vetri, le ciliegie, la lavanda del frutteto, il grano, il glicine, e il mare. 

Ti ho aspettato DuemilaESpingi,
Ti ho preparato la camera degli ospiti, quella più bella che guarda la collina, dove ieri sera si vedeva una luna che toglieva il respiro. 
Starai bene qui.
Starò bene anch'io

Promettilo.
Me lo prometto.


31 dicembre, 2014

La Leggenda del Saggio Pettirosso.

Che strana casa era quella.
Col grande terrazzo, con le sedie colorate, fiori d'estate e piante intirizzite d'inverno, e quell'andirivieni di cani e micini, e gattoni e figlioli di ogni foggia.
E lei.
Lei che faceva colazione in pigiama guardando fuori, il Pratino e il Lillà, lei che non dimenticava mai, nemmeno negli inverni più gelidi, di lasciare bricioline e mangimi veri, quelli comprati in negozio, per uccellini fighissimi.

Che strana mattina fu quella.
Era stata una notte freddissima, il termometro era andato molto più che sottozero, e se ne vedevano le tracce, la brina forte, le foglie della Regia Salvia piegate su loro stesse, come ad abbracciarsi fra loro dicendosi brrrrr.

Federico il Pettirosso amava quel terrazzo e quella casa, e quella strana donna che sfamava colonie di uccellini. Ad ogni inverno, Federico si ricordava di lei e dei suoi semini, e le faceva visita, becchettando le bricioline non prima di essersi guardato attorno, guardingo e fiero, come solo i pettirossi furbissimi sanno fare.

La vide.
Era una mattina strana, di quasi festa, di fine imminente, di grandi speranze e grandi rimpianti, di gran voglia di liberarsi di tutto, come di un fardello ingombrante, come del sacchetto dell'umido, il più in fretta che si può.
Guardava fuori, come al solito, persa nei suoi pensieri, ai figlioli sparsi sù e giù per lo Stivale, al suo Sposo che presto sarebbe stato ben oltre lo Stivale, col sole, le dune, l'oceano. Lontano.

Federico si avvicinò alla finestra. Gatti non se ne vedevano. Prese il coraggio a due zampine e le parlò.
- A che pensi.
- A niente, gli rispose, nemmeno tanto stupita della domanda.
- Non si può non pensare a niente, anche i pettirossi lo sanno.
- Beh, allora penso...penso...penso a questo anno che và via e che non vedo l'ora che se ne vada sul serio e per sempre.
- Come mai.
- Non salvo nulla di questi mesi, o pochissime cose, così poche che stanno tutte in uno scatola, nemmeno tanto grande, che puoi tenere agevolmente anche sul comodino, per dire.

Federico il Pettirosso la guardò meglio.
Nel gelo del terrazzo, aveva voglia di capire il perchè di tante cose, sapere una volta per tutte che direzione prendevano i pensieri di lei,  quando volavano al di là del Pratino. Qualcuno si piantava subito,  oltre la siepe, appena dopo le robinie, Altri invece, gli capitava di incontrarli nelle sue traiettorie di uccellino, durante i suoi voli lì vicino, nelle lezioni di volo ai suoi piccoli, nelle gite la domenica, con sua moglie, l'Evelina.

Federico il Pettirosso era un pettirosso curioso.
Ma voleva bene a quella donna strana, che aveva sentito spesso ridere di gusto e qualche volta piangere in silenzio, la mattina presto, quando nessuno degli abitanti della casa la potesse in qualche modo scorgere.
- E' stato davvero un anno così brutto?
Lei lo guardò. 
E gli avrebbe anche risposto, se solo ne avesse avuto il tempo.
Così, le disse.
- La mia famiglia ed io abitiamo sull'Acero nel Prato Grande, e da anni ci sfamiamo nel tuo terrazzo, e da anni guardiamo l'avvicendarsi delle cose, le volte che ridi e le volte che no, le volte che sei contenta e balli in cucina, e le volte che sei ferma immobile, e guardi lontano e nessuno di noi, nemmeno l'Evelina, capisce mai cosa ti succede. Per questo, voliamo bassi e saltiamo sui rami, sempre più vicini, per vedere se magari riusciamo a farti pensare ad altro per un pò. Vederti triste non ci piace.
Lei sorrise.
Federico continuò.
- Vogliamo vederti sempre così, come sei oggi. Magari non in pigiama, ma che ridi, magari con un bel rossetto e non con la faccia slavata del primo quarto d'ora dopo la sveglia, ma che ridi, che sai e che ridi, che ci pensi e che ridi, che hai pensieri, sì, ma che ci ridi sù, E dimentica i giorni duri dell'anno vecchio, è quasi andato, lo vedi.
C'è un anno nuovissimo che sta atterrando da qualche parte, fatti trovare carina e in ordine, come diceva tua nonna.
L'anno che verrà sarà luminoso e chiaro, avrà con sè cose belle che non ti so raccontare ora, ma sono sicuro che ti piaceranno. E se magari non ti piaceranno tanto, so già che troverai comunque e sempre, il modo per colorarle un pò, per farle più belle di come sono in vero.

Lei sorrise di nuovo.
Era vero.
Quell'anno andava via ed lei era pronta a quello nuovo, con una bella forza, con una gran voglia di fare tante cose, di tornare a sognare, a giocare, a ridere forte, a cantare piano ma più spesso.
A stare bene.

Quel giorno, accanto al pane e ai semi fighissimi, qualche briciola di panettone e un pò di uvetta.
Dopotutto, era festa anche per loro.

Federico becchettò veloce e volò via.

Le sembrò di averlo visto sorridere con lei.



23 dicembre, 2014

CiaoNatale.

Il mio Natale è rosso.
Rosso come la festa, rosso come il cielo qualche volta, al tramonto.
Rosso come le matite di velluto che compro a manciate da Tiger.
Rosso come l'agenda nuova, che non vedo l'ora di iniziare, anzi, l'ho iniziata già e ci ho scritto un pezzo di una canzone, come le quindicenni, come le sceme, ma mi sembrava il modo migliore per augurarmi di scriverci solo cose belle, lì sopra.

Rosso come la tovaglia che ho ricamato fino a notte fonda, per arrivare in tempo, per farla cucire in tempo. Alla prima macchia, lo so già, mi sentirò male. Ma fa niente.

Rosso come l'amore.
Rosso come il fuoco del camino.
Rosso, come il rossetto delle feste, come gli smalti sberluccichi che mi scambio con mia figlia, rosso e basta. 
Non lo amavo tanto, il rosso.
Quest'anno, mi ha preso secca.

Il mio Natale è pieno di cose.
Pieno di persone, di affetti, di abbracci fino a non farti respirare, quasi, quelli che dentro hanno tutto, MiSeiMancato, MiManchiSempre, MenoMaleCheSeiQui.
Pieno di tortellini, di ragù da primato,  di tovaglioli piegati ad alberello, di contare cento volte quanti saremo, di stilare con mia madre liste di cose da fare, come tanti natali fa. Tu Fai Questo, a Quello Penso Io. La felicità.

Pieno di pensieri dolcissimi, pieno di attenzioni apparentemente da nulla, pieno di Amiche che prontivia, si rompono costole così, tanto per fare. 
Pieno di lucine intermittenti, da guardare ipnotizzata senza pensare a nulla, di ghirlande e di pigne raccolte in collina, di candele che sanno di pino vero e di bosco e di vasetti di marmellata ricoperti di stelline.

Il mio Natale è semplice e bellissimo.
Auguro al mondo intero cose belle, che qualcuno disegni cuori sullo specchio del bagno, che ti regali il suo ultimo 1% di batteria, che ti sgridi sorridendo perchè hai fatto casino sul sito, e che intanto ti mandi un sacco di cuoricini, ma un sacco proprio, che ti pensi da lontano ma che ti voglia bene da vicino, che indovini quel che senti senza nemmeno vederti, che pur detestando le canzoni di Natale fa finta di nulla al centesimo JingleBellRock.

E adesso, apro la porta a questo Natale,  alla mia famiglia, ai miei amori che ho tutti qui, in un delirio di letti e lenzuola, e tombole e baci e film e regali e dolcetti e cuccioli e bellezza.

Apro la porta.
Ciao Natale
Ti stavo aspettando
Tanti auguri anche a me.