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27 maggio, 2020

La Signora della Panchina.

La vedo spesso.
Mi è capitato di parlarle, qualche volta, ma non è una che attacca bottone, come si dice.
E' sempre così discreta, così quasi invisibile, o come a farsi. Ti guarda dritto negli occhi, accenna un sorriso impercettibile e guarda altrove.

L'ho vista questa mattina. 
Non ha una casa. ha solo un posto dove passare la notte, vive di una carità che non chiede mai.
E' sempre troppo vestita, ma ha un suo vezzo nel farlo. D'inverno ha un cappottone con un collo di pelliccia. A volte, delle borse colorate, tolto quella del supermercato, tenuta insieme col nastro adesivo, dove ha forse tutta la sua vita. O quel che resta di.

Stamattina era seduta sulla panchina. Elegante a suo modo, le gambe accavallate, le calze a righe maschili in un paio di francesine dal tacco consunto. Ho avuto l'impressione che le stessero larghe, da come dondolava il piede, come a far passare il tempo.

Che tempo avrà mai, la Signora della Panchina, e cosa pensa quando si perde, davanti alla Posta Centrale, sotto gli alberi, all'ombra, in questo maggio che ci ha sorpreso senza abituarci, al suo sole sfacciato, ai suoi profumo di tiglio e gelsomino. E rose.

Suonavano le campane del mezzogiorno, si è girata e ha guardato la meridiana del Comune, da poco messo a nuovo, come a contemplare la straordinaria bellezza di quel palazzone rosso che nessuno vede più.

Poi, è tornata ai suoi pensieri.
A dondolare avanti e indietro la gamba accavallata, sulla panchina.
Di lato, un sacchetto del pane e una piccola borsa di carta. Forse, della frutta.

La gente era in fila per la Posta, presa dai fatti propri, dal telefono, dal chiacchiericcio stupido di lamentele e malattie.

nessuno ha sentito le campane.
nessuno ha guardato la meridiana di Palazzo Rosso.

Solo la Signora della Panchina.


18 novembre, 2018

CityLife


E come è diversa la vita di città.
Non ho pratini o colline, ma palazzi e antenne e balconi e cose stese delle case di fronte. Imparo, che si tendono i calzini vicini per colore, e non come càpita, che perfino le mollette hanno un senso. 
La mia dirimpettaia le usa di legno, quella di fianco invece, stende le cose blu con le mollette azzurre, e le cose bianche con le mollette bianche. Ci deve essere del torbido, in tutto ciò.

E poi, se dimentico il latte non è che suono a Marina e le dico, Hai Mezzo Litro di Latte? e poi glielo restituisco con un nastrino e un fiore. Scendo e vado a comprarlo, anche vestita scialba, col maglione da casa che fa i pallini e i calzettoni a pois nelle Superga sfasciate che non butterò mai, e i capelli raccolti, che mia madre ieri mi ha detto che se mi avesse incontrato fuori dal supermercato, mi avrebbe dato un euro. 

La vita di città è cosa semplice, la Casa in Collina resta nel cuore, come è giusto che sia, come tutte le case che ho abitato, ma anche se i cambiamenti mi fanno orrore, ho dovuto mescolarne molti, mio malgrado, e non mi ci sono abituata ma insomma, ho messo a punto una tecnica per non rimanerci sotto.
Non sempre funziona, ma fa niente.

Novembre è il mese del niente e del tutto, è la tristezza, il gelo, la nebbia, non ha significato perchè non ci sono eventi se non la ghiaia dei cimiteri, i fiori freschi nelle tombe e questi giri assurdi di tortura per camposanti. Che uno non ci pensa perchè nei supermercati è già Natale e se non avessi la nausea a vedere torroni e palline, direi che sarei contenta.

Sarà un Natale diverso, il primo in città, e non so dove fare il mio albero zen e per la prima volta ho un balcone, anzi due e delle finestre altissime e occorrerà uno studio di settore per capire cosa mettere e dove.

Non ho più il Pratino ma ho il Viale delle Foglie Secche, e lì cammino e cammino, e arrivo lontanissimo senza rendermene conto, e penso tanto anche così, e so che il Pratino e il Viale si sono parlati e adesso è il Viale ad avere cura di me, ha tanti di quegli alberi che mi sussurrano cose quando passo, e ancora non le ho capite bene ma so che sono cose belle.

A loro non importa se sono vestita da stracciona, se ho le scarpe rotte e le occhiaie. 
Mi accolgono nei pomeriggi verso sera, quando alle 5 è già buio, oppure nelle mattine cariche di di programmi, incontri gli studenti e la gente con i cani, e sconosciuti che ti salutano per educazione.

Ho cerotti un pò dovunque, ho tagli profondi che non si rimargineranno mai, mai e poi mai, ho pezzi di vetro sotto alle scarpe e coltelli che mi sibilano accanto alle orecchie, ogni giorno, ogni singolo giorno.

Ma io non vedo e non sento.
Ho gli alberi davanti, le foglie secche che scricchiolano e devo andare a comprare il latte.
Marina, ti telefono.


La Signora della Panchina.

La vedo spesso. Mi è capitato di parlarle, qualche volta, ma non è una che attacca bottone, come si dice. E' sempre così discreta...