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18 ottobre, 2016

La Leggenda della Cimice Color Smeraldo.




E' questa la stagione delle cimici.
Ingrati insetti, non belli, non utili, non simpatici, non niente.
La cimice c'è ma non lo sai.
Te ne accorgi solo dal ronzio che fa quando decide che è stufa di stare attaccata alla tenda e vuole spostarsi verso il muro, o girare, girare vorticosamente intorno alla lampada del salone.

Solo allora sai che c'è.
Non piace a nessuno, guai a schiacciarla, bisogna prenderla con grazia e accompagnarla fuori, buttarla dalla finestra, ecco, Vai a Ronzare da Un'Altra Parte,

In realtà, la cimice ha capito tutto della vita.

Se ne sta quatta quatta in un posto, pensa e pensa, alle sorti del mondo, ai fatti suoi, al mistero del cosmo.
Pensa anche alla sua vita, bistrattata e odiata com'è dalla moltitudine delle persone, che non vede in lei nulla di buono.

Poi, ad un tratto, decide.

Decide di darsi uno scrollone, decide che stare lì a fare passetti sciocchi sull'asciugamano steso non è che sia così divertente. E allora, si finge farfalla.
Improvvisa un volo, una meta non troppo lontana, ruota velocissima le ali, cerca perfino di cantare, anche se quello che le esce è solo un ronzio fastidioso e insignificante, ma non le importa.
Lei sa volare.
E passa dall'asciugamano al muro, fino alla tenda, e lì rimane, ma durante il suo volo guarda giù e si sente perfetta, ballerina improvvisata e nemmeno tanto capace, guarda il mondo dall'alto e si riempie gli occhi di quel che vede perchè sa fin troppo bene che non durerà per sempre. Guarda giù e sorride.

E quando atterra sulla tenda, pensa alle cose che ha visto durante il suo volo, dal terrazzo alla cucina, e se è di buon umore vola fino alla festa luminosa sulla lampadina e si diverte così tanto che si ubriaca e giragiragira tutto intorno a quella luce, finchè non trova la strada e, stordita, atterra sul divano a pancia in sù e fra sè e sè ride di gusto, e dice Che Bella Festa Che è Stata e cerca di girarsi per bene ma ride troppo e resta lì, a rigirarsi sul divano.

Da lì, qualcuno la prenderà con delicatezza e se va bene finirà fuori dalla finestra. Se va male, giù dal lavandino.

Ma questo, la cimice non lo sa.

Come vorrei, qualche volta, andare volando a una festa e ubriacarmi con la luce della lampadina.
Che m'importa se poi mi buttano dalla finestra.
Starò ridendo così tanto che nemmeno me ne accorgerò.




22 gennaio, 2016

La Leggenda del Pesce Rosso.

Viveva un pesce rosso in una boccia di vetro.

Era stato vinto a una riffa di paese, quella con le palline da tirare nei barattoli, ed era stato portato a casa in un sacchettino di plastica. Bello non era, ma aveva quel suo sguardo fra lo stupito e il menefreghista che hanno tutti i pesci rossi.

Fu sistemato in una boccia di vetro sopra al mobiletto della cucina.
Fu chiamato Ettore.

Ettore guardava il mondo dalla boccia, non  si chiedeva nulla di nulla, nuotava, girellava avanti e indietro, ogni tanto dal cielo pioveva una briciolina di qualcosa, Ettore risaliva in superficie, sbocconava la briciolina e tornava a girellare.

Un giorno, accadde qualcosa di strano.
Accanto a lui, fu sistemato con cura un altro vaso pieno di acqua ma nessun pesciolino come lui all'interno.
Piuttosto una rosa.

Era una rosa bellissima, rossa, dal gambo lunghissimo ed elegante. In cima, un nastrino rosso con appiccicato il nome del fioraio dove era stata acquistata. 

Ettore, curioso come solo i pesci rossi sanno essere, riaffiorò e riaffiorò decine di volte per vederla bene. E riaffiorò così tante volte, e la vide così bene ma così bene, che alla fine se ne innamorò.
Di quei petali vellutati, di quell'ordine perfetto, di quel rosso intenso, di quelle foglie verde scuro, perfino dell'adesivo dorato con scritto CarloFioriTorino.

La rosa lo guardava. 
bella era bella, altezzosa forse un pò, ma quello sguardo dolce del pesciolino Ettore l'aveva conquistata.
Si guardarono per giorni da lontano, la Rosa nel suo vaso, Ettore dalla sua boccia.
Ma come tutti i pesci rossi degni di questo nome, Ettore era anche molto, molto coraggioso.
Così, un giorno, aspettò che venisse loro cambiata l'acqua e mise in atto il piano che aveva pensato tutta la notte.
Con un guizzo, Ettore saltò all'improvviso nel vaso di cristallo della Rosa.
Fu un pomeriggio bellissimo.
Si presentarono, piacere Ettore, piacere Rosa,  e iniziarono a raccontarsi, la vita nel negozio dorato dei fiori, la musica nel carrozzone dello Spettacolo Viaggiante,  e parlarparlareparlare e ridere così tanto, senza pensare a niente, come fanno gli innamorati, che può cadere il mondo che nemmeno se ne accorgono. 

Quel pomeriggio però, finì.
In casa, appena si accorsero che Ettore era finito nel vaso della Rosa non ne furono contenti.
Lo presero di malagrazia e lo deposero nella sua boccia.
Il vaso di Rosa fu portato in un'altra stanza.

Non si rividero mai più.


Non importa se sei Rosa o Pesce Rosso.
Ogni tanto, un salto lo devi fare.









22 maggio, 2015

La Leggenda delle Ciliegie Presuntuose.

Si parlava a frasi fatte
Niente è per caso
Niente è per sempre
Niente e basta

Era tempo di ciliegie, lassù, alla collina
Non si coglievano, no, non ci si armava di cestini o ciotoline da riempire.
Si coglievano dall'albero e si mangiavano lì, sul posto, accanto al Gelso, quello dove ci si poteva nascondere sotto, e da lì vedere tutto, non visti.

Ma da vedere non c'era niente.
Solo colline,cielo, case lontane e un prato incolto lasciato andare chissà perchè, erbacce e soffioni, e fango quando pioveva, e zolle arse dal sole che sì, sarebbe arrivato a luglio, perchè luglio arriva sempre, non lo sai?

Niente.
I temporali degli ultimi giorni avevano fatto la loro parte, avevano squassato il cespuglio della salvia fiorita, sparpargliato i petali delle rose, fatto casino ovunque, casino si può dire.

Le ciliegie invece no.
erano rimaste lì, attaccate ai rami, rubini preziosissimi di un gioiello troppo grande, senza fare una piega, senza dire ba, erano rimaste ben ancorate, solinghe, in fila per  due, qualche volta a gruppi.

Anzi.
Il temporale le aveva lucidate per bene, come prima di una festa, e sembravano ora più belle di prima.
Belle e dolcissime.

Sembrava facile.
Le ciliegie erano tante, sì, ma quelle che si raggiungevano agevolmente dal prato stavano per finire.
A guardare in sù, un migliaio di sfere rossissime, si pavoneggiavano fra le foglie, contro il cielo mauve quasi viola del pomeriggio,  o nell'azzurrissimo della mattina presto. Erano più belle nel verso sera.

Le Ciliegie Presuntuose, nessuno le avrebbe colte mai.
Troppo belle, troppo in alto, troppo complicate.

Si sarebbe potuto provare, con una scala a pioli, o ad arrampicarsi sul tronco instabile del ciliegio più Grande
Ma era un rischio da non correre.
Nessuno al mondo sa, quanto infido e traditore sia un albero di ciliegio, ancorchè carico di preziosissimi frutti.

Le Ciliegie Presuntuose, disilluse e immacolate, sarebbero rimaste lassù, sarebbero diventate catering per banchetti di uccelli voracissimi e golosi, avrebbero dato il meglio di loro stesse a party di api e calabroni, pur belle e lucide e dolcissime, nessuno le avrebbe colte mai.

Ci si accontentò delle ciliegie sui rami bassi.
A guardare bene, fra le foglie e i rami piccoli, ce ne erano tante anche lì.

Le Ciliegie Presuntuose si lasciano dove sono, contro il cielo del temporale, mauve che sembra viola, nel verso sera.



21 marzo, 2015

La Leggenda del SeccoAlbero.

Che Te ne Fai Del Sole, gli aveva detto un giorno, da Instagram, passando di lì.

Che strano albero era mai, secco, allampanato, altissimo, senza una sola foglia, senza un solo fiore, senza nulla.
A metà del sentiero, proprio di fronte al CampoDiGrano, se ne stava lì, come ad abbracciare tutto il cielo, con quei buffi rami senza niente.
Aveva tutta l'aria di voler essere lasciato in pace.

Lo vedeva ogni volta che passava e ogni volta si domandava, MaChe TeNeFai.

Quel giorno, volle avvicinarsi un pò di più.
Come a dire, vengo a vederti da vicino, vengo a studiarti un pò, mi ti siedo accanto e parliamo un pochino, non c'è nulla di male a parlare con un albero, ancorchè senza nemmeno un fiorellino, così, giusto per fargli un pò di compagnia, dacchè nessuno si sognerebbe mai di parlare a un albero del genere. 
Certo, lui ci metteva del suo.
Non sembrava uno che volesse dare confidenza, ma nessuno al mondo è fatto per stare da solo. 
Non è mica da tutti parlare con un albero così.
Agli alberi fioritissimi e carichi di ciliegie o di albicocche, o alle querce secolari, sono capaci tutti. Di parlarci, intendo.

Così, iniziò a chiacchierare.
Gli raccontò di quella volta che, e poi di quando, e poi ancora che buffo era stato quel giorno e che spavento quel pomeriggio che...quando all'improvviso, posò lo sguardo meglio sui rami.

Invisibilissime, appena accennate, come appena uscite da non so dove, nuove nuove, lucide lucide, impercettibili quasi, che bisognava strizzare un pò gli occhi per vederle meglio, eccole lì: gemme.

Si chiese se le avesse mai notate prima e si rispose di no.
Si domandò se magari ci fossero anche il giorno prima, ma era pronta a giurare di no.

Niente. Il SeccoAlbero, quello cui sembrava non importare un bel niente del sole e della pioggia e dell'ineluttabile passare dei giorni e delle notti, e delle lune piene e delle mezzelune, e del cambiare delle stagioni e dei solstizi, si era arreso.
Che cosa sarebbero diventate quelle gemme invisibili nessuno poteva saperlo, anzi, probabilmente solo foglioline tenerissime e magari qualche sparuto fiorellino candido, cui nessuno avrebbe saputo dare un nome, ma finiva lì.
L'importante, era che ci fossero.

Ora, non restava che capire per bene che cosa avesse dato origine al miracolo delle Gemme Invisibili.
Nessuno al Prato Grande sapeva al momento darsi una risposta, e tutti si interrogavano ed era un gran allargare di braccia e dirsi Mah! con fare dubbioso e meravigliato, un gran scuotere di teste, ChiLoSa.

ma c'era chi sapeva.

Poco distante da lì, in un'aiuola di rose inglesi non ancora fiorite, un tappeto di viole meravigliose era nato nella notte, e nella notte prima e nella prima ancora, a formare un angolo perfetto di dolcezza e profumo buono.
Il SeccoAlbero, che tanto secco proprio non era, ne aveva sentito le note da lontano e aveva fatto suoi quei bottoncini viola scuro, quei gambi ricurvi verdi di perfezione sottile, quelle foglioline a forma di cuore che tanto aveva rifuggito, chissà poi perchè.

Quell'aroma di caramella, quei colori e quell'impertinenza, nascere così poco distante in un'aiuola delle rose, avevano conquistato il cuore fermo del SeccoAlbero, che aveva deciso di fiorire, non si sa come e non si sa di cosa. 

Il SeccoAlbero si era arreso.
Perciò, aveva deciso di mettere alcune gemme, pochissime, appena appena.
A memoria d'uomo, nessuno al PratoGrande aveva mai resistito al richiamo delle viole, fossero esse nell'aiuola o nel muro, fossero lilla chiaro o violissime, fossero in cespuglio o due a due.
Anche il SeccoAlbero non poteva dire di no a un profumo buono, alle  piccolissime allegrie che sapevano dare quelle violette semplici, di un'invadenza gentile e lucida che vedeva da lontano e che per niente al mondo mai sarebbero andate colte.


Ora, al PratoGrande, tutti attendevano la fioritura del SeccoAlbero, che sarebbe arrivata di lì a poco.

Le Viole dell'Aiuola, nel frattempo, sorridevano.



25 gennaio, 2015

La Leggenda dei Tulipani Sfioriti

Non è stagione.
Non dureranno.
Chissà da dove vengono.
Ma li aveva comprati lo stesso.
Costavano pochissimo, nell'ultimo supermercato che incontrava nella strada verso casa, la salvezza,qualche volta. Abitava in un posto bellissimo, ma se ti scordi il burro o nevica, o sei in ritardo per il treno, non è una gran meraviglia.
Si scontava il privilegio di avere tutte le colline incollate alla finestra, scrutare con millantata saccenza il cielo, le nuvole, le albe e i tramonti più belli, quelli da fotografare, e poi le stelle, e le scie degli aerei, che sembrano tanto belle e invece sono un mix di veleno e polvere.

Sistemò con cura i tulipani in un vaso viola trasparente, così da vederne i gambi nell'acqua. Anche i gambi devono essere in ordine, mica solo le corolle.

Li vedeva ogni mattina a colazione, la sera a cena, li posizionava con cura in un angolo del tavolo, al centro è da dilettanti, le piaceva apparecchiare benissimo anche per la frittata, o la minestrina, o per finire gli avanzi. Non importa se qualche volta il riso è delle buste.
Candele e fiori, e ti sembra di essere al Ritz.

Contrariamente ad ogni previsioni, i tulipani resistevano.
Cambiava loro l'acqua con metodo, spuntava di pochissimo i gambi, una volta era stata vista guardare dentro una corolla, che strano è il cuore di un tulipano.

Oramai, erano passate due settimane.
I tulipani da poco, forse nemmeno un euro, affastellati di malagrazia all'ingresso del discount, in un secchiello di plastica nemmeno troppo pulito, resistevano.
Forse i petali si erano un pò dissociati, stropicciati appena appena, ma il loro fucsia rimaneva intenso, gradevole alla vista, elegante nella sua aristocratica semplicità.

Quel mattino, fu felice di constatare che i Tulipani Sfioriti erano ancora lì, in quella domenica piena di sole e di mistero e di spari lontani e di zucchero a velo sui prati intorno a casa, e vicino alle ortensie secchissime, che viste così, non promettevano proprio nulla di buono. Ma non era quello il momento di occuparsi delle ortensie.

Decise di imparare dai Tulipani.
Decise di fare un bel sospiro e trovare il coraggio per iniziare una nuova settimana.
Decise in quel momento preciso che sarebbe andato tutto bene e che niente e nessuno l'avrebbe fatta sfiorire, che avrebbe conservato il suo colore pur nell'ineluttabile svolgersi degli eventi, quali che fossero, decise che sì, ce la poteva fare e doveva farcela, decise che no, non si sarebbe lasciata andare per niente, niente al mondo mai, che avrebbe cercato di non sentirsi più sola, delusa o semplicemente triste,  decise che aveva voglia, mestiere, cuore a sufficienza, forza a sufficienza per cercare di splendere sempre, in un angolo del tavolo o chissà dove.

I Tulipani Sfioriti raccontano storie che non sono vere, leggende che si inventano di domenica mattina perchè si ha voglia di stare bene, e si scrivono veloce senza rileggere, così che le cose che scrivi sono proprio quelle che ti escono dall'anima, anche gli errori, anche gli sbagli,  storie che che forse nemmeno esistono o esistono soltanto nella testa di chi le sa leggere.
Il segreto, è leggerle a bassa voce e non farsi sentire da nessuno.
I Tulipani sono strani.
Sfioriti, lo sono ancora di più.



27 ottobre, 2014

La Leggenda delle Rose Distratte.


Che strani esseri, erano, le rose.
Boccioli un giorno, profumatissime subito dopo, e poi gambi spelacchiati, pioggia di petali, triste cambio di colore dal rosa confetto al giallo polveroso di muffa.

Le Rose Distratte vivevano nella vigna accanto al Prato Grande, da sempre la VignaDiGioia.
Crescevano in due cespugli, fra le foglie rosse e i filari, quell'anno nessuno si era preso la briga di cogliere l'uva che c'era e che adesso era ancora lì. Colorate e perfette, illuminate dal sole stanco di quello strano ottobre, fa caldo, non lo fa, sarà un lungo inverno, rigido e freddissimo, ma chi può dirlo, alla fine.

Le Rose Distratte non si curavano di nulla e di nessuno.
Non che fossero una gran bellezza, nessuno le curava, altro che trattamenti e pidocchi e vitamine, e fertilizzanti, le Rose Distratte si erano fatte da sole.
Però, avevano fascino.
Le potevi scorgere all'improvviso, appena fuori dalla porta, scendendo la piccola discesa, prima di arrivare al Grano. Ci sono posti che non hanno nome, ma che alla fine un nome ce l'hanno eccome, il Prato Grande, il Noce Saggio, il Grano. Corro Fino al Grano, era stato un obiettivo raggiunto quell'estate sciocca, passata, per fortuna, e arrivare al Grano significava fermarsi a prender fiato, ad allacciarsi le scarpe con una scusa. Dal Grano si può vedere tutta la Collina Dietro ed è bello perdersi nei suoi colori, in qualunque stagione. I colori, sono tutti belli, se li riesci a vedere bene.

Così, quel pomeriggio, fu un trionfo di Rose Distratte.
Vennero colte con cura, misurati per bene i gambi, e sistemati con apparente noncuranza in un vaso di vetro, sul camino.

Da quel momento, l'Incantesimo delle Rose Distratte, sprigionò tutti i suoi effetti, i più miracolosi, i più meravigliosi effetti mai perpetrati da pochi bocciòli di rose selvatiche.

Si era dormito poco nei giorni indietro, c'erano stati brividi di paura, di freddo, di influenza o tutto insieme, chi lo sa, e a nulla era servito aggiungere un'altra coperta, di quelle pesante, non quelle ridicole che si consigliano sul divano.

Da quel momento, più nulla.
Il profumo delle Rose Distratte, nella cucina grande piena di colori, si era sovrapposto a quello della torta, del detersivo per i piatti e del pollo arrosto dell'Esselunga, che era stato pranzo provvidenziale per la formazione ridotta lassù, nella Casa in Collina.

Fu tutto meglio.
Più colorato, più ordinato e profumato, più bello.
I nonostante c'erano ancora tutti, e non si parlava di glicini, certo che no, ma quel giorno si decise di lasciarli stare, per un pò, di sorridere molto, di far finta di nulla, di dire più spesso NonFaNiente, che niente non fa mai, ma alla fine, a ripeterlo, un pochino aiuta.

Quella sera prometteva un bel tramonto, dei colori da ricordarsi per un pò, il buio dolce che la bistrattata ora solare regalava a tutti. 
Si mise in prima fila, per non perdersi lo spettacolo.

L'Incantesimo delle Rose Distratte non sarebbe durato a lungo.
Occorreva far presto.

23 maggio, 2014

Di quando il Caprifoglio si innamorò del Geranio.

Erano sempre stati vicini.
La siepe del caprifoglio stava proprio lì, rasente il davanzale dei gerani, i vasi vecchi provenienti da un'altra casa, un pò sbrecciati ma pieni di storia e di storie, con ancora sul fondo i cocci di una vecchia teiera, non si sapeva bene bene a cosa servissero, ma erano sempre stati lì e lì rimanevano.

La siepe del caprifoglio fioriva improvvisa, senza avvisare,  non che avesse prima foglie, poi boccioli e poi fiori, no, arrivava così, un mattino  uscivi e, Toh Guarda, E' Fiorito il Caprifoglio.
In realtà, lo si sentiva anche dalla finestra, quel profumo di limone e pulito e vaniglia, anche, che entrava dolce dalla finestra socchiusa, insieme a quello delle rose, non si sapeva dei due quale fosse il più seducente, il più inebriante, il più romantico.

Quella mattina, il Caprifoglio si innamorò.
Non delle altezzose rose dell'Aiuola di Là, ma del Geranio, il primo della fila, quello che si innaffiava per ultimo, quello più vicino al davanzale.
La scintilla era scoccata, si suppone, la notte stessa, quando fra un pensiero e una chiacchiera, il Caprifoglio scoprì che il Geranio era sì di un bel colore fucsia acceso, aveva sì foglie verdissime e vellutate, era sì in un vaso coi ghirigori che era passato di in casa in casa, ma aveva anche bisogno di essere un pò abbracciato, un pò tenuto vicino.
Ti Regalo Un Pò del Mio Profumo, gli disse, e spinse i suoi rametti sottili e teneri fra le foglie vellutate, in un abbraccio delicato, ma intenso. Dolcissimo.

Il Geranio ne fu felice.
Li trovarono così, la mattina seguente, abbracciati sul davanzale, il profumo del Caprifoglio era tutt'intorno. Le rose, ammutolite a guardare.

Non importa che rivoluzione sia in atto lassù nella Casa in Collina.
Non importa se è tutto così scompaginato e confuso e sparso.
Non importa che viavai di valigie e progetti e biglietti aerei e tirar sù col naso di nascosto,  per non farsi vedere i lucciconi
Sarà sempre tutto bellissimo, se sul  mio davanzale potrò assistere alla storia d'amore tra il Geranio e il Caprifoglio.
Le storie d'amore alla fine, vincono sempre.


09 marzo, 2014

La Leggenda del Terrazzo Rinato.

Era stato un lungo inverno.
Lassù, nella Casa in Collina, forse non era ancora passato del tutto, o forse sembrava solo.
I vasi dei fiori erano stati accatastati in un angolo nemmeno troppo nascosto, non scòrto da nessuno, e dal cielo avevano preso acqua e neve e nebbia e gelo, e altro non erano che terra nera,radici tristi e foglie bagnate.
Un piccolo cactus, nemmeno tanto bello in realtà, non ce l'aveva fatta ed era stato buttato con cautela dall'altra parte della siepe. Via le spine da questo giardino.

Il terrazzo aveva bisogno di uno sprazzo di vita nuova, uno spruzzo di bellezza, di pulizia, anche, e di colore, dopo tanto grigio, dopo tanto nulla, dopo tanto tristissimo sopportare.

Quel giorno, il sole bello come soltanto il sole di marzo sa essere, invogliò alcuni abitanti della Casa in Collina a prendere atto che sì, era venuto il momento di fare qualcosa, di liberare il terrazzo dalle foglie, riordinare i vasi, buttare quelli diventati inservibili,  e dare a tutto un'aria di salute.
Per il Regio Orto c'era tempo ancora, e forse non sarebbe più stato orto ma cespugli di rose, siepi di lavanda, dalie e astri, chi  lo sa.

Ancora troppo presto per piantare i fiori nuovi, il solo fatto di avere le fioriere colorate di nuovo al loro posto, pulite anche se vuote, era un bel segnale per tutti.

Riordinare il terrazzo per cancellarne l'inverno era un gesto lampante. Si aveva voglia di cancellare una stagione, di rinascere forse un pochino, di spazzare via con lo spruzzo dell'acqua ogni residuo di malinconia, di pensieri stagnanti e pesantissimi, che si accantonavano sì, come i vasi non scòrti da nessuno, ma che ogni tanto si ritrovavano lì, intatti, al loro posto, ancora a stagnare e a pesare.

Il Terrazzo della Casa in Collina iniziava così a prendere forma, ad avere sempre più l'assetto primaverile e meraviglioso che aveva di solito, con la bella stagione: teatro di grandi cene e feste e di pomeriggi a chiacchierare e a leggere e a fare a maglia con le amiche, di sere profumate e silenziose a guardare le stelle.

Si aspettava di lì a poco la fioritura del ciliegio, e allora sì che sarebbe stata festa grande, ospite d'onore il pratino.

Guardo questo giardino rinascere poco a poco e mi faccio foglia piccola,  germoglio timido, sono erba nuova verdissima, sono violetta impertinente nell'aiuola delle rose ancora assonnate, sono gemma lucente sui rami grigi delle ortensie, fra non molto fiorirò.

E mi dimenticherò del gelo, del vento e della neve, della nebbia che mi ha avvolto e della pioggia che ha schiacciato me e i miei pensieri più belli.
Fiorirò, fra non molto.
Già, ma quando.




06 agosto, 2013

La Mancata Fioritura dei Gerani



Ci si era messa d'impegno.
Aveva scelto con cura maniacale tra le piantine del vivaio e del mercato, quelle con la sfumatura giusta, dal bianco al viola intenso, passando per il fucsia e il rosso acceso.
Li aveva sistemati sul davanzale, annaffiati con cura, sorvegliati, ne aveva tolto i fiori rovinati con un gesto deciso come le aveva insegnato sua nonna, alla base del gambo, così.
I gerani sono fiori grati a chi li cura bene e danno il meglio di loro stessi con sole, acqua, acqua, sole. Null'altro.
I gerani le piacevano.  Ne aveva trasportato uno dalla montagna al mare pur di tenerlo con sè, dandogli  perfino un nome, Felice.
Era convinta che i gerani avessero molte potenzialità, non soltanto quella di stare imbambolati sui davanzali.
Si chiedeva perchemmai non si avesse notizia di qualcuno che avesse donato un mazzo di gerani. Eppure, mica era vietato.
Da qualche tempo però, i gerani del suo davanzale non c'erano più.
O meglio c'erano, ma soltanto le foglie.
Nessuno dei vasi aveva più un solo fiore, e tutto quel gran lavoro di cromia e di sfumature non era servito proprio a nulla.
Si fece qualche domanda.
Li aveva innaffiati sempre? Si disse di sì.
Li aveva liberati dai fiori rovinati? Si disse di sì.
Li aveva forse trascurati per qualche altro fiore? Si disse di no.
Li aveva soffocati forse con il fertilizzante, come quella volta delle ortensie? Si disse di no.
La faccenda si faceva complicata.

Poi, le venne in mente di quella volta, qualche settimana fa, che le punse vaghezza di svolgere la tenda a rigoni, invisa a tutta la famiglia, uguale a quella di tutte le altre case, che se ne stava sempre arrotolata su se stessa. E che diamine, mormorò fra sè e sè, se non la svolgiamo d'estate, quando mai? Nessuno amava quella tenda, qualcuno aveva anche proposto di toglierla, tanto non si utilizzava mai ed era così triste, a righe grosse bianche e marroni, ma Ella decise ugualmente di farla entrare in funzione, non che ce ne fosse bisogno, ma così, per provare.

Da lì, l'illuminazione.
La tenda aveva tolto ai gerani il sole necessario, tutta la luce bella che faceva fiorire i fiori rossi, e fucsia, e bianchi e rosa pallido e bianchi e viola.
Se ne rese conto un mattino, riavvolse la tenda triste a rigoni ed aspettò.
Non passò molto tempo, e i bocciolini di geranio cominciarono a spuntare tra le foglie verdissime.

Era così anche per lei
Si rese conto di avere qualche volta una tenda sulla testa che le impediva di essere quella che era per davvero, facendo di lei solo un fascio di foglie verdi e tristi e senza colori.
il sole non passa attraverso le tende a righe bianche e marroni.
i gerani non fioriscono se tenuti all'ombra
il cuore fa uguale

mai come quel giorno si sentì così geranio
bastava solo attendere la fioritura, quella nuova.

con la tenda a righe bianche e marroni ci fece un falò.










10 ottobre, 2012

La Leggenda delle Rose senza Spine.

Non è tanto vero, le rose senza spine non esistono. O, se esistono, mi sa che non sono così facili da incontrare. A me le rose non piacevano, una volta. Le trovavo saccenti e pretenziose, vuoi mettere una bella margherita, un anemone viola violissimo, un grappolo di glicine? Il mio amore per le rose è sbocciato tardi, da quando ne ho incontrate sulla mia strada di quelle bellissime, profumate di limone e di vaniglia, dai petali sottili e dalla fioritura sfacciata. Mi fermo a guardare anche quelle delle aiuole della città, ho un debole per quelle arancioni, mi sa che ne staccherò un rametto, qualche volta, non vista, per averle anche io nel mio giardino, nella mia aiuola davanti a casa, così da vederle sempre, e non solo quando scendo in città. Anche in numero esiguo, tre o cinque possono bastare, infilate con grazia in un vaso, sia esso un Lalique o un vasetto riciclato della marmellata, le rose danno il meglio di sè, rendendo regale anche il più triste dei tavoli e delle scrivanie, un centrotavola da giorno di festa, un regalino per un'amica, anche se avvolte nella stagnola, che ci fa. Ma per le rose si paga pegno. Non è raro pungersi, nel coglierle. Bisogna aver mestiere, metterci tutta la calma e tutta l'attenzione possibile, è cosa da nulla, certo, ma la puntura improvvisa di una spina di rosa non è certo un regalo.

Le Rose senza Spine crescevano selvatiche e bellissime nell'aiuola accanto al tiglio, proprio vicino a una panchina di legno scrostata, lì da chissà quanto, dove tanti amanti avevano inciso le loro iniziali per dire che sì, il loro amore sarebbe durato per sempre. Le Rose senza Spine avevano petali profumati, di quel profumo che si sente solo se socchiudi un pò gli occhi, e sorridi piano, come a non perderne nemmeno una nota, nemmeno un soffio. Crescevano, abbarbicate le una alle altre come in un lunghissimo, intricato abbraccio, boccioli e fiori, foglie e rami. Coglierle sarebbe stato uno sgarbo a tanta bellezza a tanta impareggiabile, profumatissima armonia. Ma quella mattina c'era bisogno di loro. A rendere colorato un risveglio, sistemate con cura accanto alla scatola dei biscotti, le Rose senza Spine con loro portamento regale davano alla giornata che stava iniziando il profumo dolce della vaniglia, il frizzante discreto del limone, perfino la seduzione dell'aroma della liquirizia. Coglierle, in fondo fu semplice. Le Rose senza Spine nascondevano un segreto. Le spine le avevano eccome, solo, col le loro foglioline coriacee, piccole ma robuste, facevano in modo che nessuno al mondo mai potesse pungersi, per regalare al mondo la loro bellezza senza far soffrire nessuno. Così, chi avesse voluto bearsi della loro vista e del loro profumo, doveva solo avere l'accortezza di schivare le spine, nascondendole sotto le foglie, e non si sarebbe ferito.

Spine e rose del giardino di ognuno, spine e rose nella vita di tutti.
Trovate nel vostro giardino rose profumate. Se hanno spine, e ce le avranno di sicuro, coglietele con delicatezza, avendo cura di nasconderle, ignorarle , prendendo i fiori dal verso giusto, dal gambo più in cima, vicino alla corolla.


La Rose senza Spine sorridevano dall'aiuola accanto al tiglio. 
Ancora una volta, qualcuno aveva scoperto il loro segreto.

05 aprile, 2012

La Leggenda del Lillà In Fondo Al Giardino.

Era stato un rigido inverno. Uno dei più freddi degli ultimi cinquant'anni, o almeno, così dicevano tutti. Nulla veniva risparmiato dalla morsa del gelo, come si era preso a chiamarla sui giornali e alla tv. Nessun giardino l'avrebbe avuta vinta, ma per vederne i risultati devastanti si sarebbe dovuto attendere la primavera. E infatti, sciolta la neve, passato il freddo, ecco tutti a contare le prime vittime. La siepe, il fiero alloro, il gelsomino erano soltanto un insieme di rametti secchi e tristi. A nulla serviva l'intervento amorevole di un giardiniere professionista, uno che sa esattamente dove tagliare, quando e se. Il verdetto era sempre lo stesso, dopo un accurato esame, spesso in ginocchio accanto alle piante a scrutarne le radici, a guardarne da vicino le foglie secche, si rialzava scuotendo la testa. Nemmeno questo aveva superato le temperature spietate dell'inverno. Vi era in fondo al pratino un alberello di lillà. Era stato un regalo, di quelli che ti colgono impreparata e che ti lasciano sorpresa e felice, Che Bello, Per Me? perchè in fondo è un privilegio essere felici di un regalo inaspettato, è un lusso semplice, una bella cosa. Il Lillà Aveva trovato posto in fondo al pratino, vicino alla siepe della salvia, in un angolo ben studiato, così da vederlo anche da casa, una volta esploso nella sua incomparabile nuvola viola. Ogni anno fioriva e fioriva. Ma stavolta non si avevano molte speranze, riguardo la sua salvezza, e si temeva il peggio anche per lui. Lo si era visto curvo sotto un cumulo di neve, intirizzito, gelato e fermo, i sui rami scarni verso il cielo. Poi, accadde. In un giro di ricognizione, ecco dai rami secchissimi spuntare minuscole gemme, foglioline appena accennate. E qualche giorno più tardi, già i primi grappoli, ancora chiusi, ma che già promettevano quel bel colore pulito, quei fiorini quadrati e perfetti, e quel profumo di buono. Rami che di lì a poco avrebbero formato quella nuvola colorata tanto attesa, da guardare da casa, rami da cogliere e da mettere sul tavolo, la domenica, nel vaso riciclato della marmellata, nei vecchi bicchieri spaiati.
Il lillà aveva vinto sul gelo e sulla neve.

Sono nata lillà, non gelsomino.

20 marzo, 2012

La Leggenda del Sole che Si Muove.


D'inverno, le poche volte che c'è, me lo trovo davanti. A colazione. Seduta al mio solito posto, quello che ha il lavandino dietro e che guarda fuori, il terrazzo, poi il giardino e poi ancora, la collina. E là in fondo, il sole. Mi siedo sempre qui, anche le rarissime volte che sono sola, anche quando siamo in mille, le cene di Santa Lucia, i pranzi della domenica dove ognuno porta qualcosa. Dal mio posto al tavolo della cucina vedo lo scorrere del mondo, quello che si vede dalla mia finestra, mica quello vero e intero, il mondo mio, quello che ho qui. E vedo le stagioni, l'erba nuova, la neve, i pettirossi, il ciliegio, quest'anno ha fatto troppo freddo e forse ha sofferto un pochino, la sua nuvola pastello è un pò in ritardo, ma arriverà. Oltre la collina c'è il sole. Posso sapere anche che ora è, minuto più, minuto meno, mentre sciolgo il caffè solubile nel latte, o ci soffio sopra perchè è troppo caldo, o semplicemente, mescolo e guardo fuori, come rapita, non so, non saprei dire che cosa penso veramente, ci sono luoghi di questa casa che sono ipnotici, per me. Passando i giorni, il sole si sposta. E lo so che non è lui ma sono io, che il sole è sempre lì ed è la Terra che gira, quante volte l'ho spiegato ai miei bambini, sono quelle cose che non sono chiare nemmeno a te, ma che le dai per assunte, così, la Terra Gira, fine. Il sole dalla mia finestra, invece, è lui a girare, è lui a muoversi, ogni mattina sempre un pò più in là e io mi devo spostare e spostare la sedia, ogni mattina un pò di più, per essere sicura di vederlo per prima appena spunta il suo sorriso arancione dietro l'albero grande in cima alla collina. Ognuno ha il suo sole privato, quello che vede ogni mattina salire in alto e ogni sera andare giù e non si spiega un tale miracolo, una tale straordinaria, lussuosa meraviglia, un tale ineguagliabile spettacolo. Il mio Sole della finestra  è uguale al mio sole del Cielo, che è lo stesso che sale e lo stesso che va giù, lo stesso che scalda e brucia e asciuga i panni stesi sul terrazzo, e fa sbocciare in pochissimo le gemme delle ortensie. E mi piace pensare che quel che vedo spostarsi un pò più in là, sia uno spettacolo privato solo per me e per il mio giardino, il Sole che Si Muove, ogni mattina, stessa rete, stesso canale, personaggi ed interpreti, il Sole e io.

27 novembre, 2011

Chi legge le Fragole, regala le Fragole.





Tutti infularmàti. Di già. Con i regali, intendo. Qui, ancora no, grazie. Nel senso che è ancora novembre, e che diamine, anzi ancora non è finito, e allora, a pensare ai regali di Natale, ancora c'è tempo. Ma in realtà, ci ho pensato anche io, oggi. Nel senso che ne sto preparando. Che farò io, certo, ma che potrà fare o farsi ognuno dei lettori di Fragole Infinite, che, per esempio venerdì scorso sono stati 549, mica pizza al prosciutto. Cioè chi legge le Fragole, regala le Fragole, appunto. Sto infatti raccogliendo tutte le Odi e le Leggende di Fragole Infinite in un grazioso volumetto illustrato, di quelli che si compreranno on line, di quelli che nemmeno devi andare in centro per comprare, perchè ti arriva in tutta scioltezza sul pc, e poi tu potrai stampare a piacer tuo, sulla carta del colore che ti piace, e rilegarlo poi come più di aggrada, a spirale, a volumetto, o semplicemente con tre punti di pinzatrice, per dire. E ne comprerai a manciate, per chi dice che non ha tempo di guardare il computer oppure nemmeno sa come si accende, oppure che lo considera più o meno come la succursale dell'inferno o cose così. Si regalerà alla mamma, alla sorella, al fidanzato, o alla fidanzata, sarà bello averle tutte lì in fila, le Odi e le Leggende, ma che bella idea, davvero. 

Save the date. Il 5 dicembre, ore 21, sui migliori pc, Odi e Leggende di Fragole Infinite. 
Bella storia.


Stasera vi aspetto qui. 
11 euro per avere tutte le storie, 5 minuti per stamparlo e sarà vostro per sempre.
Un bel regalo di Natale.

16 agosto, 2011

La Leggenda del geranio Felice.


Veniva da lontano. Aveva fatto un lungo viaggio, dalle montagne fino al mare. Era stato prelevato con destrezza e circospezione da un vaso enorme, pieno di fiori di un rosso arancio, che dire rosso geranio so capaci tutti, non che fosse rosso, non che fosse arancio, forse, anche un pò fucsia. Fu prelevato in una bella mattina di luglio, da un ordinato e fiorito paesello della Valle d'Aosta. Troppo Bello, si disse, mentre accarezzava le foglioline di velluto, Starebbe Benissimo da Qualche Parte, in Casa Mia. Detto, fatto. Con grazia ne staccò un rametto, lo avvolse con cura in un tovagliolino umidiccio, come aveva visto fare molte volte da sua nonna, regina indiscussa di un Giardino Meraviglioso di astri e zinnie e dalie e rose e gerani in vaso e a siepe, e tutt'intorno all'aiuola, dove ci si sera nascosta mille volte, catturato farfalle, cercato bruchi, dove fu morsa da un calabrone, dove avvistò una biscia, dove trovò un uccellino caduto dal nido e mille altre avventure. Una volta a casa lo trapiantò, e per averne più cura lo portò con sè in villeggiatura, l'Aria del Mare Gli Farà Bene. Lo sistemò in un bel vaso e lo collocò proprio lì, accanto al vaso grande della miseria, e dove resistevano fiere alcune foglioline di basilico. Qui Starà Bene,  disse con orgoglio. Lo chiamò Felice, e attese per giorni che sbocciassero i primi boccioli. Stamattina, finalmente, dietro le foglioline piccine e vellutate, Felice mostrava con fierezza di aver gradito l'aria salmastra e il vento di qui, di essere grato al Liceale di annaffiarlo con cura ogni mattina, e grato anche alla Scrivente di averlo coccolato e amato fin da subito, da quando cioè lo aveva incontrato per la prima volta lassù sulle montagne, in quell'enorme vaso. Ora, si attendono i primissimi fiori, rosso geranio o rosso arancio non so, ma che sia Felice, beh, questo è sicuro.

11 giugno, 2010

La leggenda del Prezzemolo Rinato.

Sembrava proprio morto. Secchissimo, una sfilza di steli giallognoli, tristissimo nella sua cassetta di terracotta, bella, vecchia, con tutti i ghirigori e le macchie bianche dell'acqua e del tempo, in certi punti un pò scrostata. Era un vaso trovato nella cantina della Sontuosa Casa, due case in collina fa. Ma al prezzemolo non gliene importava granchè di dove fosse stato piantato, e, data l'incuria della sua sua sgangherata padrona, aveva deciso di lasciarsi morire, così, una mattina qualunque di fine maggio. La Sgangherata, in realtà, si era alla fine messa una mano alla coscienza, Ma Come, si disse, Posso essere sempre e solo definirmi la Serial Killer delle erbe aromatiche e delle piante, io son zingara, non barbara, ho parenti slavi e macedoni, furbi contrabbandieri,  non ho Unni o Visigoti nel mio DNA, lo so per certo. 
Così, ci si applicò.
Lo potò con maestria, rasandolo fin quasi alla terra, applicando lo stesso principio dei capelli, se li tagli a zero, ricresceranno più forti. Se ne prese cura, innaffiandolo ogni mattina, in una specie di rito che si era inventata da sola, appena dopo l'uscita dei figlioli verso le patrie scolaresche, e appena prima della sarabanda. Innaffiava con cura, non una goccia e via per fare prima, ci stava un pò, col suo bell'innaffiatoio tutto specchi e pietre preziose.
Due giorni fa, il miracolo. Tra gli spuntoni degli steli ingialliti ecco far capolino un bottoncino verde, smeraldo in mezzo al nulla, due foglioline tenerissime di prezzemolo appenissima nato, è così che si dice.
La Sgangherata ci si appassionò così tanto, che ogni mattina, nel terrazzo sul pratino, controllava con solerzia e apprensione i nuovi progressi. Lui, il Prezzemolo, cresceva e cresceva, si faceva strada nel deserto del vaso di terracotta, che veniva ripulito con chirurgica precisione dalle foglie secche della precedente vita.
E crebbe e crebbe, accanto alle ortensie e alle viole del pensiero, alle rose bianchissime, alla menta, al timo.
Gli fu messo nome Lazzaro.

Non vissero tutti felici e contenti, non per il momento, almeno.  Nella casa in collina si ha a che fare con un volo cinematografico dallo scooter, da varie vicende di fine anno scolastico, da grane e grane, questioni scassamenti vari, malinconie improvvise, magoni e minchiate in francese.
Ma la storia di Lazzaro ha una morale tutta sua.
E la Sgangherata, lo sa. Oh, se lo sa.

21 febbraio, 2010

La Leggenda del Calicantus.

A prima vista, è un fiorino totalmente insignificante. Anzi, ieri sera se ne parlava, e io a pensarci dicevo, Calicantus, che bel nome, ma non so nemmeno come è fatto. E' color della vaniglia, giallo pallido, budino al creme caramel, di quelli fatti in casa, però, non come la DanetteDanone. E poi ha i rami secchissimi e pochissimi fiori, ma quei pochissimi spandono un profumo meraviglioso, di pulito, di fresco, di ambra anche un pochino. E allora? Da dove arriva tutta questa scienza, se soltanto ieri sera non sapevo nemmeno come fosse? Ebbene, oggi me lo hanno regalato. La mia Amica del Lago, quella col fidanzato storico, quella coi capelli lunghilunghi, quella con cui ho organizzato la mia primissima incursione nella mia Isola, da ragazza, come si dice, nel millenovecentottanta e qualche cosa. Lei, che in realtà era una mia collega, ma dove, noi in quello studio ci eravamo capitate per purissimo caso, con le scarpe da ginnastica e il cerchietto nei capelli, ma quali colleghe, eravamo piuttosto compagne di collegio, impertinenti e insubordinate alle sciure coi tailleur, noi che facevamo le gare di corsa nel corridoio e fotocopiavamo il mondo per stare lì a chiacchierare, e le altre occhialute e già vecchie a trent'anni non ancora, le calze contenitive e lo sgabellino sotto la scrivania, che ci guardavano acide e ci invidiavano da morire, lo so, adesso lo posso dire. Fu lì che nacque lo stile Segretaria di Notaio, e io e lei ci eravamo fatte un giuramento, Mai Diventeremo Segretarie di Notaio, E infatti. Ma in tutto ciò, il calicantus? Il calicantus ha la sua bella fetta di importanza. E la sua bella metafora. Nel senso che, nonostante tu ti senta arida e senza bussola, secca come i rami di questa pianta e senza niente da dare a nessuno, nonostante ci siano volte in cui è così difficile trovare la strada che porta fuori e sapere bene quale sia il tuo posto, beh, nonostante questo hai ancora del profumo da spandere nell'inverno che non finisce mai, hai ancora un colore tenue che può stare così bene in un vaso di vetro trasparente. Il profumo del calicantus è fatto apposta per quelle come te, ti porterà lontano e se lo seguirai ti indicherà la strada, cammina a naso in sù e fatti accompagnare su e giù per colline immaginarie, per deserti e per ghiacciai e trovalo, trova un posto che sia tuo, trova un posto al tuo cuore ballerino e alla tua testa disobbediente. Lo troverai, bambina, sarà sopra una roccia o dietro a un cespuglio e se lo guardi bene, non è un cespuglio qualunque, ma un albero secco e allampanato, e ghiaccio e neve non lo scuotono, ama l'inverno e la terra dura di gelo, è pieno di rami rigidi e lunghi come dita che vogliano arrivare al cielo e li vedi questi fiori color vaniglia, ma vaniglia di budino, è da lì che arrivava il profumo che ti ha portato fin qui. Adesso hai trovato il tuo posto, ed ora che sei qui, e conosci e sai, hai imparato a conoscere, a riconoscere, che questo è il calicantus.

26 settembre, 2009

La leggenda dell'ippocastano.

Sono di una bellezza unica. A cominciare dall'albero, che ha l'aria così saggia, imponente, altissima, che a primavera si veste di fiorellini bianchi non troppo profumati, ma che sono un capolavoro di precisione architettonica, mai visti grappoli così perfetti. E' in autunno, però, che l'ippocastano dà il meglio di sè. Se cammini nel sentiero del bosco, lo senti?, ti accompagna questo suono di foglie calpestate, a metà fra un gracidìo e una risatina sommessa, e non ti fa sentire troppo sola, nè di sicuro ti perderai. E poi, quei frutti meravigliosi, che certo che non si mangiano, che scoperta, ma che servono a un'infinità di cose, mica solo per le vetrine d'autunno. Lucide e perfette, di quel marrone rasserenante che ti fa pensare a coperte e tazze di tisana fumante, alla nebbia, anche, e al fuoco del camino, il primo della stagione. Ma ora, ti svelo un segreto. Prendi uno di questi gioielli rotondi, uno che è appena caduto dall'albero con quel rumore sordo e che magari ha rotolato fino a te. Lo hai trovato lì, in mezzo ai resti di ricci schiacciati o ancora chiusi, scrigni inespugnabili a custodire un misterioso tesoro, e foglie e rametti. Ora, raccoglilo e portalo con te sempre. Ti salverà dal raffreddore, per cominciare. E dai ragni, dai funghi velenosi, dalla tosse e dalla malinconia. Ti racconterà storie fantastiche, ti svelerà i misteri del Bosco Incantato, degli elfi che vivono dentro ai tronchi degli alberi, le storie d'amore degli scoiattoli e mille e mille altre storie, che scoprirai da te. Conservalo, nella tasca del cappotto, in fondo alla borsa fra le monetine e le caramelle spiaccicate, dentro allo zaino, vicino al righello, le matite senza punta e le briciole di tante merende, sulla scrivania, accanto al piccolo cactus e alla foto delle vacanze. Il frutto dell'ippocastano è una miniera di mistero e di magia, un rito irrinunciabile di ogni autunno, un alleato prezioso, che tu ci creda o no. E guai a chiamarlo castagna amara.

25 maggio, 2009

La Leggenda dei Pastelli Dimenticati.

Erano tanti. Diversi. Di ogni marca, colore e lunghezza. Qualcuno temperato, altri senza punta, altri ancora mangiucchiati in cima. Alcuni avevano ancora scritto il nome del legittimo proprietario, e da questo si capiva che erano stati i primi pastelli, di un primo astuccio, di un bambino in prima elementare. Vivevano tutti insieme in una scatola di latta viola, di quelle per i documenti, una specie di cassaforte che negli anni aveva contenuto nell'ordine bollette, carte, libretti delle vaccinazioni, contratti, macchinine, vestitini delle bambole, carte dei Pokémon e che adesso era diventata ufficialmente la loro casa. I legittimi proprietari erano dei chiassosi, adorabili bimbetti che bimbetti non erano più e li avevano perciò relegati nella parte più alta della casa, una specie di solaio, dove finivano le cose che non si aveva cuore di buttare. Nessuno li adoperava più. Difficile usare i pastelli all'università, o al liceo. Così, stavano lì, insieme, a farsi buona compagnia. Un giorno, qualcuno volle vederli, parlare con loro, usarne qualcuno, così, giusto perchè non si sentissero inutili. Dopotutto, erano stati comprati con grande solennità, all'inizio di ogni anno scolastico, scelti con cura, regalati a Natale, magari, di quelle scatole complete con dieci rossi e venti blù, di ogni gradazione e tonalità. Aprendo la scatola, si sentiva già profumo di legno, di colla, di temperato, non so, di punte spezzate, di carta assorbente, di cartella, di merendina spiaccicata. Ogni pastello aveva una storia da raccontare, ognuno di un bambino diverso. E quanti disegni, treni, pesci, foglioline e alberi di Natale, e aerei e mari e lune e soli e famiglia, è nata mia sorella, disegna la tua famiglia, e poi hanno fatto il loro padre con le scarpe grosse e me sollevata da terra, come a volare. E poi i cieli, che meraviglia è il cielo disegnato da un bambino e quanti colori, sia il tramonto o le nuvole e il vento perchè sì, i bambini disegnano anche il vento, che i grandi non sanno nemmeno da che parte si inizia. Che grande scoperta i pastelli del solaio. Conservano nei loro ricordi le manine distratte che li hanno usati, temperati, dimenticati e persi. Sono un segno del tempo che passa, dell'asilo che diventa Giurisprudenza, della prima elementare che diventa liceo, dalla festa in terza materna al Conservatorio. Sono passi perduti, fotografie di legno e colore, tutti insieme, che non sai più quale era di chi, ma che non butteresti per niente al mondo e che tieni lì, nella scatola di latta viola. Ascolterò tutte le storie che avrete da raccontare dei miei bambini che bambini non sono più, e che vorrei qualche volta ancora allacciare loro il grembiulino e fare il fiocco nella treccia, e cucire un vestito di carnevale, e aspettarli fuori dalla scuola che arrivino a me con il lavoretto della festa della mamma o di Natale. I Pastelli Dimenticati hanno tenerezza per le mamme nostalgiche e le aspettano, ogni tanto, nei solai di tutte le case del mondo dove c'è stato un bambino, per raccontare e raccontarsi le storie più meravigliose, i disegni e le avventure che li hanno accompagnati e stanno lì, compunti e ordinati, nella scatola di latta, in un'allegra, colorata confusione che profuma di scuola di legno e di tenera, leggera malinconia. Un pochino, soltanto.