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17 novembre, 2008

Succede.

...succede, qualche volta. Succede che, in una città come questa, che non è la mia ma dove vivo da ben 12 anni, càpiti qualcosa che lasci tutti belli e stecchiti. Ossì, succede eccome. E' una città di provincia, nemmeno tanto grande in verità, ci si conosce un pò tutti, con il bello e il brutto che questo comporta. Siamo una grande comunità, e dico siamo perchè mi ci sento bella e immersa, ho figlioli sparsi di età diverse, la casa spesso piena di altri figlioli non miei, qualche fidanzata qua e là, insomma, ci si conosce. Così, quando succedono cose come questa, ci si sente toccati, e nel profondo, anche, e non si sa mai che cosa fare e cosa dire, e si vorrebbe fare e dire una quantità di cose, ma insomma. Così, adesso che tutto o quasi è un pò passato, una piccola cosa posso fare per lui. Quelli che possono, e che sono vicini a questa città sul fiume che non si vede e che nessuno ama, possono fare anche loro qualcosa per lui e per tanti altri. E andare qui

Complesso Monumentale di Santa Croce
Bosco Marengo (Al)
la sera del 21 novembre, venerdì alle ore 20,45


Ci sarà una bella cena, offerta dalle Donne del Vino del Piemonte, deliziata, è proprio il caso di dirlo, dalle prelibatezze di Giraudi e dalla musica di Dado Bargioni.
E tutto il ricavato andrà in favore dell'Associazione contro Leucemie, Linfoma e Mieloma.
Mi sembra che basti.

13 novembre, 2008

Che bello.


Ma in fondo, a noi, che cosa ci importa, se abbiamo una casa sottosopra, scatoloni e straccetti, e cose un pò dovunque, la cucina deserta ma imbiancata di freschissimo, che se ci parli in questo angolo, A! A! A!, rimbomba come alla Grotta Azzurra, lo senti? Cosa ci importa se anche i gatti sono destabilizzati e non sanno molto bene che cosa accada qua dentro. Noi, stasera, si è qui, in questo locale strano, che si affaccia su questo tanto odiato fiume e invece non male, si vedono le luce della città che si specchiano sopra, in fondo è un fiume come gli altri, fa anche rumore, non è mica così brutto, se chiudi gli occhi sembra un pò il Danubio, o il mio Ticino, non è vero? Noi siamo qui. Al giapponese a festeggiare, da manuale ci voleva una cena a due, ma queste cose qui sono le cose che ho fatto in questi venti anni, e sono tre, e allora, a festeggiare senza di loro proprio non me le sentivo, e poi, avrò tempo di cene a due, ma stasera li volevo tutti qui, che sono così belli e si sono messi carini e un pò straniti, Ma Com'è Andata Papà Con la Mamma, e noi a raccontare, che storia strana, e complicata, ma adesso se guardo giù, mi sembra che tutto sia stato così bello e lucido e intatto e perfetto e felice, e le cose brutte, le lacrime e tutto il resto, quasi non me le ricordo più, chissà, sono i regali che fa il tempo alle cose dolorose, alla fine, ne ricordi solo un pezzettino, non proprio tutte e questo, grazie al Cielo, ti impedisce di starci ancora male e le racconti con un sorriso, forse, e ci vedi solo il bello che c'è. Si è qui, una specie di somma, o un risultato, non so bene se addendi o prodotti, non sono brava in matematica e non so se siamo noi due ad avere fatto loro tre, o loro tre ad avere fatto noi due, e mi inciampo coi conti e con le date, ma quello che so, è che due più tre fa venti e altri venti e altri venti e allora, che bello.

10 novembre, 2008

Un giorno in più.

Di ozio, si intenda. Di nessuna sveglia che suona, di pigiama fino a tardi, che se ne sono comprati una quantità, ultimamente, chissà perchè ciclicamente mi vengono queste manie, 3 alla volta, con precisione matematica, trecuscini, trepigiami, trepentole, trelibri, mi dovrò in qualche modo far analizzare o psicanalizzare e fosse solo per quello, mi aiuti a dire. Un giorno in più, di ciondolamento senza fine alcuno, che si fa, si pranza o si fa merenda, dacchè i figlioli lontani son dalle patrie scolaresche e/o regie università, ben perciò di orari veri e propri ben pochi ve n'è. Ringraziando e osannando il nostro Santo Patrono, oggi alla casa sulla collina sarebbe festa. Dico sarebbe. Perchè, nell'infinita sapienza e magnificenza del mio Illustrissimo Sposo, egli stesso medesimo ben ha pensato in questi giorni autunnali che, deh, perchemmai non cambiamo qualcosa qui dentro, ove per qui dentro si intenda la nostra umile magione sita sulla collina? Massì, cambiamo qualcosa, che si fa, si sposta una poltrona, si compra un tappeto? Ennò, signori cari, ingenuo popolo dei miei assidui lettori, mica siam qui a smacchiar ghepardi. Noi, se si cambia qualcosa, si cambia per bene. Detto fatto. Quanto ci ha stufato quel colore violetto alle pareti e poi, così scontato, percaritàdiddio, così volgare. Noi qui, questa volta, si va sul blù, e sul rosso cardinale, che anche il nostro Regio Architetto ha detto che va bene, e allora, suvvia, è ben cosa da pochissimo, svuotare una cucina con diciotto (dicesi diciotto) coperti, per fortuna coperti raramente al gran completo ma efficienti alla bisogna. Che è ben un gioco da ragazzi, toglier via tutto dagli armadietti tutti in fila, svuotar il sito delle pentole e di quell'infinità di piatti e tazze e tazzine e posate e posatine. In questo modo svanirà il mio sogno di ozio, una specie di domenica regalata. Un simil trasloco mi attende, a scatole e scatoloni, chè domani i Regi Pittori raggiungerenno la mia magione che è già tanto bella così com'è, armati di pennelli e pennellesse, rulli e nastro adesivo, e giù di colori e porporina e io, estranea, raminga e solinga guarderò con mestizia il mio tavolo giacere sotto una coltre di plastica trasparente a gocce miste di vernici passate e mi farà malissimo il cuore a dire, ma poi, tutto questo chi lo sistemerà? Così, in questa infinita, disperata rassegnazione si dipanerà il mio mesto pomeriggio che ozioso non sarà per un bel niente. E tante grazie a San Baudolino.

04 novembre, 2008

E quantunque.

Beh, che dire, niente male. Niente affatto male. Poca pioggia, per cominciare, e un sacco di musei, per finire. Cose che coi figlioli si possono fare poco, e andiamo di qui, no, andiamo di là. In due, è facile approvare un progetto all'unanimità. In sei diventa complicato. Questo mini viaggio è stato bello. Dettagli, più avanti. Rientro piuttosto traumatico, in verità, solite le cose da affrontare, eppure quando sono soli si gestiscono così bene, i figli, dico, com'è che quando si arriva è tutto un dimenticare libri e cose, per non parlare del resto, criptato come si conviene, eppure si capiva che c'era qualcosa che non andava, ma cosa non era chiaro. Love affairs, si chiamano. E scusate tanto questa inflessione londinese, ma ben si sa, l'inglese si impara sul posto, non lo pensa anche lei? Che mattina barbosa attende la scrivente, a rassettare, riordinare, disfare la mini valigia di una mini vacanza, che era partita semivuota, la valigia, ed è tornata strastrapiena. E poi, verificare i danni. Piove di una pioggia maleducata e rumorosa, ci saranno mille racconti da fare e da ascoltare, mille e mille cose da fare, non si capisce bene se si è stati via una settimana, due mesi e cinque minuti, se i figlioli hanno tirato un respiro di sollievo o si sono divertiti come pazzi, se si sono sentiti persi, se han combinato guai o tutto insieme. Quel che c'è è che meglio darsi una mossa. Come on, si dice.

27 ottobre, 2008

Cuore d'autunno.


A trovarla. Una sola, valida ragione per uscire fuori dal letto e ciondolando mettersi sotto la doccia e lasciar scorrere l'acqua, guardandola senza infilarcisi sotto. Che si è aperta la finestra stamattina e persino l'ultima solinga rosa dell'aiuola si era arresa e aveva lasciato andare giù quei suoi petali arruffati, sono rose inglesi, mica normali, hanno i petali sfioriti appena in boccio, cioè sembrano, non che lo sono veramente, ecco. Sfacciata, fuori posto, quasi, troppo colorata fra tanto marroncino, e profumatissima, come a concentrare su di sè tutto il profumo delle altre non fiorite. Che mattina noiosa, che risveglio affannato, che ansia e paura, anche, ma di che? mi chiedo e chiedo, ma mi conosco così bene, io, più me lo chiedo e meno trovo la risposta, anzi, più me lo chiedo e più questo peso si fa più grande e ingestibile che nemmeno urlare, che nemmeno respirare a fondo, che nemmeno avvolgersi in una sciarpa leggera che si ci affondo la faccia ci sento il mio profumo e mi fa dire questa è mia. Niente. Ma sì che è la stagione, d'autunno non è in forma nessuno, d'autunno ci si sente tutti già un pò in letargo, d'autunno si è un pò tutti come le foglie del ciliegio, i petali della rosa solinga, si sta sù finchè si riesce, finchè si può, e poi ci si arrende, mesti, ci si lascia cadere giù svolazzando un pochino, sulle cortecce di pino, sul pratino con la brina, e si sta lì, a prendere questa pioggerella leggera, a pensare e a pensare e a non trovare nessun modo, nessuna strada, nessun valido percorso per riuscire a ritornare sù.

16 ottobre, 2008

Il restyling.

Ma sì, che ogni tanto ci vuole, c'è da rinnovarsi, cambiare un pochino. Non troppo, quel tanto che basta per respirare cose nuove e lasciare tutto come sta. Si può cominciare un pò dove si vuole, se da noi stessi propri medesimi o se da ciò che circonda noi stessi propri medesimi. Noi qui, si è cominciato da lì, è già l'incipit di questo scritto la dice lunga sul come sarà. Si è cominciato a rinnovare un pò casa, si sposta questo da sù a giù, mentre ciò che era sù lo si mette giù. Poi si cambia colore a questo qui, poi si crea un angolo intimo e accogliente un pò più in là. Le tende non so, quel quadro lì mi ha stufato lì dov'è, non si potrebbe mettere là? Si prova, si studia, ci si consulta, persino il talamo nuziale verrà cambiato, che indecisi siam su un letto serissimo e uno con la faccia di Diabolik e Eva Kant, non so proprio se riesco a spiegarmi per bene. Dopo aver approntato le modifiche alla casa ecco che ci si appresta alle modifiche personali. Non si cambierà colore, non si sposteranno le cose da sù a giù, non si creerà un angolo accogliente (!) ma ci si limiterà, con eleganza, a un taglio di capelli un pò diverso, sempre lunghissimi ma con qualche modifica, un massaggio rilassante, magari, un fard illuminante, al rossetto abbiamo già pensato, insomma, qualcosa che faccia subito novità. Il restyling personale è quanto di più consigliato e consigliabile possa esserci mai. Fa bene al cuore e allo spirito, all'anima e all'intelletto. Non ci trasformerà, ma almeno ci darà un pò di brio, una scossa leggera, una spintarella verso il meglio, verso un semplice benessere, una lieve sensazione di serenità. E se poi non assomigliamo per niente ad Eva Kant, beh, fa niente, dai. Gli uomini, si sa, preferiscono le brune.

02 ottobre, 2008

Soffia.

Soffia, esprimi un desiderio, quello che vuoi, e baci e baci, uno di qui e l'altro di là, e auguri e buon compleanno, buonissimo davvero, con le persone che vuoi, con le cose che sai, con le risate che ti porti dietro, con le lacrime, ma quante, che hai in una scatola e che forse senza quelle non saresti diventata quello che sei, già ma che cosa sei, vanesia donna, e che ti credi, in fondo. Presuntuosa nel dire, sono felice, sto bene, è un momento della mia vita che fermerai qua, schiaccia pausa, oggi, adesso, magari dopodomani è già diverso, che ne sai, ma oggi no, oggi è festa e allegria e zuccherini e confettini, per oggi, immunità assoluta, puoi fare quel che vuoi, fino alla mezzanotte, puoi giocare se ti và, ridere fino alle lacrime, quelle che hai paura che ti coli il viola sulla faccia, puoi cantare, ballare e saltellare. Buonissimo compleanno, ora soffia, da brava, attenta a non colare la cera ed esprimi un desiderio, quello che vuoi, coraggio, soffia.

19 settembre, 2008

Sulle spine.


E non fare quella faccia lì. Non si era preparati, ancora no, pioggina e nebbiolina, un golfino più pesante, le calze? mai prima del primo novembre, ma i sandaletti coi coralli mi sa che li devi riporre con un sospiro di mestizia. Venerdì settembrino, un fine settimana inizia tra frizzi e lazzi, già, ma dove sono i frizzi e dove si nascondono i lazzi, se a guardar fuori ti viene quella malinconia che in italiano si dice scazzo, nooooo, piove? allora rimango qui, rintanata, a guardar fuori e non se parli più, dacchè i figlioli son già scuola col mio Sposo e che quest'anno mi sento miracolata, ho vinto di poter uscire di casa un pò più tardi e questo, aiutami a dire, è davvero un grande lusso. E no, bambina, così non si fa. E non inventare la scusa che hai male, che quella spina di riccio non se ne vuole andare da dove si è conficcata, chissà come e chissà dove, ma sì, forse quel giorno, di quell'azzurro e turchese, che hai fatto attenzione a non pestarli, che si vedevano così bene i ricci sugli scogli in quell'acqua di cristallo, ma si sa, le spine vagano e può darsi che, sì, non ci sono dubbi, sarà lì che l'hai presa. Ben perciò, figliola, ora tùffati non già nel cobalto e bla bla bla, ma di fuori, nella nebbia, in questa pioggia sottile e noiosa, fai le cose che devi e non stare lì a menare il torrone (do you know?). In fondo la spina starà lì, ti farà camminare come una danzatrice del ventre ma ubriaca, e ti ricorderà, per giorni e giorni ancora, quella volta che, con l'acqua così, e il cielo cosà. Non è una gran consolazione, ma questo abbiamo, perciò.

15 settembre, 2008

E via.

Tacabanda. Si riede. Un nuovo anno scolastico, sempre meno figlioli da portare, siamo arrivati e due e due resteranno per un pò. Finiti i tempi in cui, tra quattro, avevamo rappresentati dal liceo alla scuola materna, nell'interezza di un anno scolastico. Ora, soltanto liceo e scuola media, dacchè i due universitari sono tali. Concetto nebuloso ma non difficile da afferrare. Stamattina, ben contenta che ero, cinguettavo come una cinciallegra, doccia veloce, una nuvola di profumo agrumato che ha investito anche la Princi, uno chignon discreto e così cool, signora cara, che non se lo immagina neppure. Poi, lo sguardo mi è caduto di fuori. Scusate, avevo ordinato dell'autunno pieno, di quello di una volta, rossastro, le foglie, il maglioncino leggero, il sole ancora tiepido, andare in giro in bici, le passeggiate, l'abbronzatura che ancora si vede e tutto il resto. Deve esserci un errore, provi a controllare. Così, la cinciallegra s'è zittita, alla fine, congelata dal freddo porco che fa, dalla pioggia a goccioloni e da questo cielo che, non mi par possibile, ha questo colore qua. Si farà un giro al mercato, le varie ed eventuali di ogni giorno, le cose di sempre. Buon anno scolastico, comunque. E poi, a pensarci bene, non so neppure che verso facciano. Le cinciallegre, intendo.

12 settembre, 2008

Riassunto.




Si aggiunga, uno scenario da Rivoluzione Francese Dopo la Battaglia, cose e cose un pò dovunque, solari a metà, teli da spiaggia dimenticati negli zaini e perciò calcificati con stalattiti e stalagmiti che nemmeno alle grotte di Toirano, quaderni a quadretti, copertine, libri usati e libri nuovissimi, patenti da ciclomotore, un'automobilina nuova fiammante per il Giurisprudente, iscrizioni a piscine, una laurea in arrivo, carte d'identità scadute, appuntamenti, ladri di passaggio e perchè no, anche un bel temporale. Sì, non c'è male, grazie.

24 agosto, 2008

L'incazzatura.

Del tutto inutile fare finta di niente. Arriva, eccome se arriva. Mi arrabbio poco, di solito, lo trovo tempo perso, e in genere le mie arrabbiature durano quei cinque minuti e via, già passate. Questa no. Lenta e inesorabile, o improvvisa e accecante non saprei dire. So che la sono, e molto. L'incazzatura di genere A è quella che ti fa sbattere le cose e urlare come posseduta dal demonio, di breve durata. L'incazzatura di genere B è quella sordida, che ti fa stare silenziosa e stizzita, una specie di professoressa di matematica acida, zitella e con le calze riposanti, immobile ma pronta a una deflagrazione. Basta un nonnulla, un fruscio, una parola detta storta appena appena ed ecco che esplode in tutta la sua devastante potenza, travolgendo qualsiasi cosa si venga malauguratamente a trovare sul mio cammino. Può durare anche un giorno intero. Vedrò di farmela passare. Saltellerò qua e là per il web alla ricerca di qualcosa che non so, le ultime sfilate, magari, un bel libro su Amazon, un pò di gossip vacanziero, una ricetta orientale, lo schema di qualche sciarpa da knittare nel freddo inverno che sarà. Incazzata sì, ma dalle mille risorse. E che ve lo dico a fare.

24 luglio, 2008

La Lotteria della Mutanda.

Voleva essere una fotografia artistica, avente per sfondo il tronco recuperato a Spargi, che aveva viaggiato nel mare di dentro e nel mare di fuori, e chissà quale tempesta, buriana, mareggiata o burrasca aveva portato fin lì, ma ben si sa, nessuna foto è artistica se il soggetto son mutande, con licenza parlando. Sissignori, di mutande si tratta, ben piegate, ben appiattite con le mani, dacchè il ferro da stiro, signora mia, ma glielo devo spiegare, si usa solo in casi estremi, da queste parti. Niente di straordinario, dunque, una pila di mutande variegate, maschili, modello boxer che va con tutto. La cosa che le rende speciali è che questo lotto è stato oggetto di una specie di asta, una vendita all'incanto, e non ve lo dò per dieci e non ve lo dò per nove. Sempre più la mia casa si và trasformando in un ostello della gioventù, un luogo ameno dove ogni giovane errabondo, amico dei miei figli, può trovare un piatto di minestra calda e un giaciglio dove far riposare le stanche membra. Ben perciò, datosi che l'ostello offre anche il servizio di lavanderia e in grazia di Dio non ho ancora avuto la malsana idea di apporrre a ciascuna mutanda le cifre rosse con le iniziali, tipiche delle colonie elioterapiche del Ventennio, come diavolo posso fare a risalire al legittimo proprietario di tale pila di indumenti? Così, improvviso. Rastrellati tutti i figlioli e presentati al mio cospetto, affido la mutanda al figliolo giusto. Di chi è mai questa rosa coi conigli e le carote? E questa di Superman? E questa a tuoni e fulmini? e quest'altra con le fragole (sfacciati!)? e questa a melanzane? E le fatine? e chi è questo insolente che ha sulla patta una medaglia d'oro? Detto, fatto. Ogni mutanda al posto giusto, sul sedere giusto, nel cassetto giusto. Diabolica imbonitrice.

14 luglio, 2008

La porta in faccia.

E non è affatto un modo di dire. Non in senso figurato, proprio no. So che qualcuno sorriderà, o riderà di gusto e improvviserà una danza nel cortile di casa in preda ad un'incontenibile contentezza, massì, in fondo non avrebbero neppure tutti i torti. Mi sono presa una portata in faccia. Oh, yes. Mi sono stampata in una notte ventosa e stellata, nella porta a vetri del salone. Che avevo sceso le scale, vedendo dal mio lindo lettino il bagliore della tv, ma come, ancora svegli a quest'ora che sono le 4? Oppure il sonno li avrà colti sul divano e allora bisognerà accompagnarli sottovoce nella camerata, nel posto che si sono scelti per queste notti di vacanza? Così ragionav'io, mentre scalpicciando in camicia da notte andavo incontro al mio mesto destino. SBAMM! Non so come abbia potuto accadere. Ero sveglia e vigile, potrei giurarlo davanti alla Corte Suprema, avrei potuto recitare una poesia o la tabellina del 7 senza intralci. Eppure, SBAMM! Modello cartone animato, Gatto Silvestro che rincorre Titti, và a sbattere e un concertino di uccellini fa cip cip intorno alla sua testa di gatto buontempone. Ma io, che non sono nè gatta nè buontempona, ho solo sentito un male feroce, dal sopracciglio sinistro alla mandibola, e mi sono sentita il pavimento di budino e il cielo stellato sparire all'improvviso. Mi ha risvegliato il Giovane Innamorato Holden, con una confezione di petti di pollo surgelati direttamente sulla parte dolorante. Ohi ohi. Che male, signora mia, che male fottuto, mi aiuti a dire. E a distanza di qualche ora, al dolore, al rintronamento e al leggero risciacquamento dei pensieri, accentuato vieppiù, si è aggiunta, subdola, una bella rigaccia violacea, proprio lì, sulla povera palpebra, una specie di eyeliner che nemmeno ho sognato di tracciare e che mi fa sembrare un incorocio tra Moira degli Elefanti ed Amy Whinehouse. Ed essendo per l'appunto, viola melanzana, direi che è l'aspetto più trendy di tutta la dolorosa vicenda. E oggi, a pranzo, petti di pollo. Ovvio.

28 giugno, 2008

Se.


Se il vostro esame di maturità porta la data dell'11 luglio 1982.

Se ancora vi ricordate quella sete spropositata, quella emozione, quel tremolio delle gambe e quell'ansia che quasi si vedeva.
Se mai più nella vita vi è capitato di rivivere la stessa ansia per un esame.
Be quiet.
La riproverete uguale uguale, bella bella, alla prima maturità orale del vostro primo figliolo.
E io che non ci credevo.



Che sono sveglia dalle cinque, che inizio mille lavori e non ne finisco nessuno, che ho già fatto un giro fuori alle 6 e 20 col cane, che ho portato il vetro alla campana, che ho una cucina che è uno specchio e che aspetto di svegliarlo e scrivoscrivoscrivo per stare calma. Ma calma, proprio calma non sono.
E no.

27 giugno, 2008

Caos.Tutt'altro che calmo.


Io non sono brava coi puzzle. Mai stata. Mi viene sempre voglia, ad un certo punto, di prendere la scatola e scrollarla giù dalla finestra, che è da venti minuti che sono lì con un pezzo in mano che non so dove diavolo mettere. Ma i miei giorni, questi qui, sono stati ben più complicati di un puzzle da ventimilamiliardi di pezzi. Il mio Sposo, che il Cielo lo sostenga, è ad altre faccende uso. Noi qui, si corre. In questo delirante avantieindietro, pur di rendermi il tutto più divertente mi sono fatta prestare una macchinina che mi piace tanto, ma che non potrò mai ahimè possedere, chè condannata son a guidare monolocali su quattre ruote, data la mia poderosa e sterminata famigliola. La mole delle ultime questione da sistemare prima dell'imbarco, previsto per i prossimi giorni, è di una tale sconvolgente entità, che mi ha fatto seriamente dubitare di poterla evadere senza riportare conseguenze e/o danni cerebrali permanenti. Insomma, ce l'ho quasi fatta. Con l'aiuto dell'Amico delle Lampadine, che con scioltezza ha sistemato l'impianto di irrigazione del giardino, che per un misterioso sortilegio aveva allagato le ortensie e seccato il pratino. Giorni roventi, in ogni senso. Non che non mi sia tolta le mie belle soddisfazioni, c'è da dirlo. Una cena improvvisata con le Amiche, per esempio, che era dal lontano 2003 che non uscivo da sola, cosa che quasi mi vergogno a confessare. O invitarne altre da me, un cous cous da primato e qualche figliolo. E poi acquisti, acquisti, che belli sono gli acquisti prima delle vacanze. Rilassati e gasati insieme, una manciata di costumini sberluccicanti, uno da trota fucsia, ma era l'ultimo, disdetta e proprio della mia taglia, potevo, potevo, potevo lascairlo lì, solingo, ramingo e guardingo? Ma no che non potevo. E poi brilli, brilli, brilli nell'olio, brilli nel gloss, brilli ovunque. Che sarò pure nel caos, avrò pure un figliolo che parla a latrati che domani, il Cielo volesse, Ben Maturo Già Sarà, e ci metteremo una bella pietra sopra e finalmente potremo tornare a parlare con verbi, avverbi e congiunzioni e sostantivi e pure aggettivi, già che ci siamo. Che avrò pure portato a termine una quantità di incombenze per le quali in media necessiterebbero un due/ tre settimane, ma signora cara, un brillo, un glitter, un paillette, rendono imperiale anche la più difficile delle settimane, e ben perciò, non indugi oltre. Mi va il luccichio. E anche il caos, qualche volta, riesce persino ad essere divertente.

13 giugno, 2008

Non ho l'età?



Seratona! Ieri sera, grandissima emozione per la Princi al suo primo concerto. In verità era al secondo, avendo già assistito a quello di Giovanni Allevi, ma il paragone, con tutto il rispetto, mi sembra un pochino azzardato. Tali Finley, quattro ragazzini con la faccia da buoni scolari, hanno infatti intrattenuto sulla pubblica piazza , quasi tutta la meglio gioventù cittadina. Essendo la Princi in tenera età, mi sono offerta volontaria di accompagnarla a tale evento. Che di concerti ne ho visti una tonnellata, e insomma, la maggior parte degli astanti poteva essere figlio mio, ma chiaro, so molto bene i meccanismi dei concerti, non si deve stare nè troppo lontani nè troppo sotto al palco, non ci si deve far sovrastare, nè spingere, nè tirare bottigliette, insomma, le regole della buona creanza. Quattro ore quattro, all'impiedi, per difendere strenuamente la posizione, non lasciando passare davanti un bel nessuno, eccheccavolo, volevi star davanti?, arrivavi prima. Una logica disarmante. Luci e fumi, musica assordante come da copione, espolosione di stelle filanti. Emozionante per la Princi? Emozionante anche per me. A vedermela lì, a saltare, rossa in viso, un pò invasata, felice e meravigliata da tutto quel caos, a cantare a memoria queste canzoni, ma dove le impara? non studiava Bach, ieri l'altro?, insomma, mi ha fatto un certo effetto. Il paragone con i miei concerti, era fin troppo facile. Solo, io andavo a vedere DeGregori, Zucchero, Eurythmics, e poi, quei Rolling Stones che ancora ne parlo. Giurassica? Pronta per Villa Serena? Non proprio, a Dio piacendo. Giusto per assistere a una sera del genere e dire che sì, tutto è cambiato ma niente è cambiato. I ragazzi sono gli stessi, in fondo, hanno le stesse facce, le stesse risate di niente, gli stessi Levi's, le stesse Superga, persino gli stessi occhiali. Soltanto, il concerto non lo guardano. O meglio, sì, ma attraverso macchine digitali e telefonini. Tutto il resto è rimasto uguale. Assistere a un concerto con la propria figliola undicenne è un regalo che ci si deve fare, prima o poi. Dire che mi sono divertita è una parola grossa, ad un certo punto proprio non ne potevo più, ma mi è piaciuto guardare lei che guardava loro e vedere me che mi guardavo in lei. E senza nemmeno il telefonino.


11 giugno, 2008

Violet dahlia.


Non so bene che cosa mi prese, settimane fa, quando comprai queste bustine. In realtà non erano proprio bustine, ma specie di sacchetti trasparenti, coi buchini, con all'interno qualcosa simile ad una patata. Bulbi, certamente. Ma mi sono fatta attirare dalla bella foto dell'etichetta, una rigogliosa pianta di dalie violette. Che strani fiori, le dalie. Tanto per cominciare nessuno le pianta più, sono fiori obsoleti, troppo semplici, forse, volgarotti nel loro insieme di foglie a punta e di steli troppo spessi. Non hanno l'eleganza delle rose, nemmeno la raffinata semplicità delle margherite. E poi, diciamola tutta per intero, non è che proprio siano di gran moda. Nessuno ti regalerà un bel mazzo di dalie. Le dalie si portavano alla maestra, anno scolastico 1968- 1969, insieme alle prime rose del giardino, per non farle troppo sfigurare. O si mettevano alla cappelletta della Madonna, quella all'incrocio con la strada per i colli, poco prima di andare al rosario del mese mariano. Fatto sta ed è che ho comprato queste dalie. E stamattina, il sole, che si è fatto desiderare come il fidanzato giusto, ha illuminato con discrezione quell'angolo di giardino. Un bottoncino violetto in una foresta di foglie verdissimo scurissimo, i petali ancora tutti abbracciati a formare una pallottola graziosa, ma che si vede che tra poco esploderà in tutto il suo violetto fulgore. Un regalo per me. Il primo di una serie, un ventisette giusto ieri, che il Giovane Innamorato Holden non tralascia affatto le carte per le Trecce Brune. Un Maturando sorridente e che non me la conta giusta, fin troppo studioso e con una media di tutto rispetto. Il Liceale, rassegnato oramai ad avere latino a settembre, ma più pentito di un camorrista, e speriamo che a qualcosa serva, in fondo. La Princi festosa e dolcissima, che si appresta a vivere un'estate spensierata e leggera. Che forse è già qui. Si può capire dal cielo, si può capire dall'odore del mare che arriva fin qui, da questa lentezza, accesa ed incredula dei primi giorni di vacanza, e da quel bottoncino, ancora inesploso, che se ne sta buono buono nel cespuglio laggiù. Chiedere di più sarebbe un peccato.

01 giugno, 2008

La quiete.

Non che ci sia stata una tempesta, prima. O meglio sì, temporale e pioggerellina, ventaccio e venticello, sole rabbioso e sole a picco. Ma la quiete, quella ancora non c'era stata. Tempo stabile fisso sul brutto, ma a noi, che ce ne importa. Si rimane, quieti quieti, a scorrazzar figlioli di qui e di là, ora pure la Princi ci si mette a partecipare a feste dall'altra parte della valle, ma si può dire di no a due occhioni così? Si rimane, a preparare arrosti da primato, speziati e piccanti il giusto, per fare bella figura, signora mia, chè una fidanzata viene in visita pastorale, grande, stavolta, universitaria essa pure medesima e non biondina, stavolta. Con la Biondina Boccolissima, si dice, pare, si vocifera, ma notizie certe non se ne hanno, non dal Maturando, intendo e non faccia confusione, che è del Giovane Beato Holden che si parla, adesso. Insomma, un traffico, da cui non mi salvo. E quindi si rimane, nei pochi spazi di tempo quieto e tranquillo, a provare, con strabiliante successo, quello schema di scarpine che non mi riusciva neanche a piangerci. Ebbene, modestia a parte mi riuscì. Così, sforno e sforno scarpine, cucino, sorrido e sto quieta. Che, con il va e vieni di questi giorni, è un lusso, signora mia. Un lusso quieto, mi aiuti a dire.

14 aprile, 2008

Cielo di malva.

Che dire, tira un'aria strana stamattina da queste parti. Primo fra tutti, il cielo. Violetto, tendente al nero, quel bel color malva che mi piace tanto, certo, almeno fino a quando non si sentono i tuoni in lontananza e allora pensi che sì, forse è proprio il caso di ritirare i piumoni messi fuori a prendere aria, come fanno le bravissime massaie, quelle che sbattono i tappeti dalle finestre col battipanni, le maniche rimboccate e i bigodini in testa. Ben lungi da questa immagine, riedo testè da una mattinata tranquilla e normale, come lo sono spesso i miei lunedì mattina: spesa per le Regie Truppe di Sua Maestà, dacchè pure l'Universitario stamattina prima di raggiungere in calesse il luogo dove forma la cultura ingegneristica, ha fatto razzia nel patrio frigorifero, manco fossero previsti nel Regno Sabaudo giorni di peste e carestia. Tranquilla e normale un paio di cavoli. Sono stata minacciata. Sì, insomma, non proprio, ma ho passato un cinque minuti non proprio gradevoli. Una donna, sconosciuta, mai vista prima, di quelle facce comuni e comunque, non nel mio database, mi ha sibilato, che sì, io non mi ricordavo di lei ma lei di me sì, e che non si era dimenticata, perchè lei non dimentica niente, soprattutto le cose che riguardano i bambini. Panico. Io non ho nemici, o almeno così credo e sì, qualche volta mi sarà pure capitato, avendo figlioli da anni in scuole di ogni ordine e grado, di avere qualche piccola discussione con altri genitori, che ne so, la recita, la gita, e il tuo ha detto al mio, o quella volta che Emma ha dato un calcio nel sedere a quel Ruben, un bimbetto così pacifico, ma che le aveva sputato addosso e morsicato una manina in prima asilo, e la Ruben-nonna, terrorrizzata, aveva detto che sì, la perdonava, in fondo una bambina con tutti quei fratelli non poteva che comportarsi in quel modo (sic!), mentre io mi sperticavo in scuse e controscuse, e Non Lo Farà Più, Glielo Prometto, ma la PrinciFurbetta, trecce biondine e occhi di bosco, Sì, Va Bene Ma Se Non Mi Sputa Più E' Meglio. Insomma, cose da poco. Ma fatto sta ed è che è tutta la mattina che penso a questa qui, che non credo di aver mai fatto torti a nessuno, o almeno non così gravi e terribili da essere ricordati nei secoli dei secoli, onte da lavare col sangue e disonori da cancellare. Si è dissolta in un secondo, e dopo il primo attimo di smarrimento sono uscita dal negozio e ho cercato di rincorrerla, ma niente, come nelle migliori sceneggiature, la creatura sibillina era sparita, puff!, volatilizzata. Voglio darle l'attenuante di essersi sbagliata, ma in ogni caso, certo non son cose così rosee da vivere, un lunedì mattina di aprile verso la metà, che il cielo di malva, manco a farlo apposta, sta rovesciando sulla città e sulle colline goccioloni grossi come biscotti, che fanno rumore sui vetri e le bolle sul terrazzo e che se sto bene attenta, tra un attimo, al lampo seguirà un tuono e via così. Film dell'orrore? Ussignur, tra minacce e temporale stamattina sto proprio messa bene.

06 aprile, 2008

Fregata dalla regata.

Vento non tantissimo, mare quasi piatto per un pò. Undicesimi. Su undici. Un equipaggio di tutto rispetto, gli altri agguerriti, noi tranquillissimi, a sgranocchiare taralli e a prendere tutto il sole possibile, e poi, Pronti a Virare? Ah, sì, già che siamo in regata. I prodieri, la Princi ed io. Non proprio da Coppa America. il Capitano rilassato e divertito, tutto contento per quella sua velona sottile e frusciante di un bel turchese. Sette metri di velo color del cielo, chiedeva la fata Smemorina per il vestito di Cenerentola, e lì, diciamo che un bel vestitino drappeggiato per la Princi e per me ci verrebbe di sicuro. E ne avanzavamo ancora. Ma di gennaker si parla, signora cara, mica di tailleurini Chanel. Ultimi con grande onore, che di tattica di regata e di altre corbellerie il Capitano le sapeva sì, ma con due femmine a bordo, più attente al look che alla direzione del vento, ma si poteva fare davvero i Paul Cayard del Monferrato?