24 gennaio, 2008

Il mio giorno fortunato.

Meglio di così! Ci sono quei giorni in cui sembra che tutti, quasi tutti, o meglio, una notevole percentuale degli abitanti di casa tua ce la metta tutta per farti sentire a tuo agio. Interno giorno, ora di pranzo. Il Liceale, il Piccolo Liceale, quello dai risultati più da Totip che da pagella scolastica, riede dal luogo di cultura. Che forse, andrebbe ben meglio in un luogo di coltura, che so, zappare patate, occuparsi degli ibridi di orchidee in Riviera, e cose del genere. Ma si resiste, sostiene che ce la farà. Insomma, Egli riede alla mensa casalinga. Avevo preparato con tutto l'amore del mondo un tortino di alici, che so bene che era la prima volta e che insomma, non che mi fosse proprio venuto granchè bene. Lui, annusa. Buono, Cos'é? Un Tortino di Alici. Ah, ecco. Beh, Mamma, Buono Ma Non Buonissimo. Sa, come Dire, di Porto. Ma Attenta, Non Di Porto Rafael, del Porto di Genova, Quello Sporco.
Soddisfazione n.1.
Che faccio, lo strangolo? o mi cimento a capire dove diavolo ho sbagliato nell'esecuzione della ricetta?
Ma, a ben pensarci, non è stata l'unica soddisfazione della giornata.
Mattino, circa le 11, passo per un saluto al mio Illustrissimo Sposo.
Come Sei Bella.
WOW.
E che Buon Odore.
DOPPIO WOW.
Sai di... bah, non si capisce. Anzi, sì, Ecco cos'è, sai di...ROSMARINO!
Balbetto. C-C-C-Cooooooosa?
Ros-ma-ri-no???!!
Ma come. Va bene che non ho il mio profumo solito, è un periodo che sperimento, mi soffermo in profumeria e spruzzo e annuso, annuso e spruzzo, per trovare un profumo che rispecchi il mio mood del momento, accantonato per un secondo il buon, caro, insostituibile, adorato Feu d'Issey. Ma giuro che non sono passata nè nell'orto nè da Vissani e che non mi sono affatto profumata con un rametto, non sono mica un arrosto, una polpetta, un'orata al cartoccio, una teglia di focaccia!
Gran giornata, non c'è che dire. Pietanza che sa di porto, non inteso come vino da meditazione, e allure da gastronomia, cucina casalinga, prezzi modici. Bel colpo.
Ma adesso, chi glielo dice a Beyoncè?

23 gennaio, 2008

Ho vinto qualche cosa.





O forse dovrei dire che sono stata nominata? Per il Make My Day Award, intendo. Dedico questa vittoria a...no, che non va bene. Ringrazio....beh, sì, qualcuno devo pure ringraziare. Gallina, Raffaella e Cat. Che mi hanno nominata. Che hanno pensato a me. Che passano quasi quotidianamente a frugare nel mio cestino di Fragole. E che magari un pò sorridono, un pò ci pensano e un pò si preoccupano, anche, ma che cosa avrà mai questa qua, questa mattina e poi mi dicono, lo sai, succede anche a me, uguale. Bene benissimo, grazie di questi awards. Grazie di leggere e di commentare, o anche solo guardare le figure, non importa. le cose che scrivo sono una specie di cura, per me, una pillola, venti gocce di un'ambrosia che calma, o dà una scossa, o scrolla o consola, accarezza o scuote forte, rimescola raccontando dei pezzi di cose, delle storie che proprio favole non sono, ma uno può decidere, sì che sono vere, no che non lo sono. Così.
E adesso, gli Awards li devo dare io.
La regola è che si deve decidere, insomma sì, chi sono quelli che vado a cercare ogni mattina, chi sono quelli che dico, ok, andiamo a vedere che cosa ha scritto stavolta, che sono due giorni che non ci vado e magari mi sono persa qualcosa.
Sono solo cinque.
I miei cinque premi, le mie cinque medaglie, le mie strette di mano e la pacca sulla spalla, i miei abbracci e le mie congratulazioni vivissime. Perchè cinque? Per lo stesso motivo per cui linko soltanto quelli che leggo veramente e non per fare scambi di cortesie, io linko te, tu linki me e la cosa mi fa tanto Mastella e non mi piace per niente.
So, vai con la base.
Sesto Poteredi Johann Rossi Mason (suona benissimo, non trovi?)
Un Tocco di Zenzero di Sandra Gourmet, che ne avrà già ricevuti una milionata, ma pazienza.
Fux, che la Franci mi telefona se appena sente a naso che c'è qualcosa che non va.
Patio Andaluz, ma del resto, con l'arrivo di Antonio il blog lo facciamo al telefono, tra una pappa e una passeggiata, che facciamo prima.
Calme et Cacao, alla mia amica parigina, che presto, presto, presto, mi sa che mi accompagnerà medesimamente a comprare i macaron da Ladurèe. Ma il passeggino sui Champs Elysèes lo spingo io, cocca.
In realtà ci sarebbe anche Adrenalina, e Knitaly e un altra mezza dozzina, ma allora, facciamo che consegno il Make my Day Awards a tutti i miei link e non se ne parli più.
E distinti saluti.
Ho finito.

Luna accesa.

Ma come, ancora lì? Eppure è già mattina fatta, sono le 7 e 34 e lei è ancora lì, tondissima e luminosa, affascinante, come sempre, ho scritto così tanto della luna che nemmeno me lo ricordo, forse dovrei cercare bene in tutte le Fragole, di quante cose le ho detto, di quanti pensieri le ho regalato, poca cosa, in confronto a tutti quelli che si sono alternati a scriverle odi, poesie, canzoni d'amore. Stamattina era lì, ancora . E' stato un regalo. Nonostante avessi i capelli bagnati e fossi schizzata fuori come al solito, le cose in mano, le chiavi trovate all'ultimo momento e un libro perso, e un 3 da firmare, stamattina tutti miei i figlioli da condurre a scuola. Mi è bastato guardare in sù, un cielo lucidissimo come di vetro, è stato il venticello di questa notte, lo sentivo, con gli occhi semichiusi, che sussurrava alle finestre, Coraggio, Domani Ci sarà Il Sole, niente nebbia e niente freddo e niente caligine sulla città, niente grigio che ti stende e ti fa sentire pesante e insopportabile. E col sole, Lei. Una palla di luce lattiginosa, è luna piena, questa volta, la luna dei desideri e delle storie d'amore, dei lupi solitari, la luna nel pozzo, la luna delle fate e degli gnomi, degli incantesimi e delle follie. Un gioiello del mattino, a strappare un sorriso leggero leggero, i capelli asciugheranno in fretta e pazienza se saranno elettrici e ballerini. Sarà un bel giorno, lo so già. Merito e magia di quella luce nel cielo, di quel sofficino, di quella lampada da notte sul comodino che Qualcuno stamattina ha dimenticato di spegnere.

22 gennaio, 2008

Il brodo.


Un pò brodo un pò champagne, si diceva. Manca la definizione per quel che ci sta in mezzo. Si prenda una giornata tranquilla, non troppe le incombenze, i figlioli a scuola tutti in fila, ma quanti sono, accidenti, e io che dispenso baci e merende e Stai Attento e Sei Un Fiore sulla porta domestica, in camicia da notte e calzettoni rosa, un'immagine non proprio da calendario, ma che stamattina quel che ho visto nello specchio diciamo, mi è piaciuto. La mia faccia, intendo. No, non sono brodo nè medusa, quest'oggi. Forse neanche aragosta, ma ci sto lavorando. E sorrido, un pò di più. Canticchio, anche. Saltello. Faccio i gradini a due a due. Che è un bel segno. Diverso da quando mi trascino, da quando caracollo invece di scendere, da quando sbuffo e sbatto le cose e urlo, o sto zittissima, che allora, è meglio che urli, và. No, che non sono brodo. Sono acqua tonica, chinotto, forse, sono una dei quindici al mondo cui piace il chinotto, i miei figli fanno le smorfie, Ma è Amaro, Mamma! e allora? A me piace, fine. Sono una tazza di thè tiepido all'arancia e cannella, il giusto di dolce e di spezia. Sono un bicchiere di Ferrarelle, nè liscia nè gasata, un cucchiaio di sciroppo per la tosse che non ho, una caramella alla menta forte, una Golia, di quelle con la carta. Sono un biscotto Digestive, una fetta di crostata, quella dalla ricetta segreta di sabato sera. Sono un vino da meditazione, oggi, un Passito di Pantelleria, quello da chiacchierarci per ore, da servire nei bicchierini della nonna. Poche bollicine, ma estro da vendere, fantasia, credo, voglia, per forza. Mi riprendo in fretta, sono capace di altissimi e bassissimi nel giro di una mezz'ora, magari. No, più ci penso e più mi dico, nè brodo nè medusa, confermo. Più di là che di qua, più verso il bello che verso il nuvoloso, più Shuttle che pattini a rotelle, più Parigi che Quarto Oggiaro, più Vuitton che bancarella dei cinesi, più sushi che tortellino. In brodo? Giammai!

21 gennaio, 2008

Medusa.


Molle. Mollissima. Non velenosa, quello no, non pizzico e non ùrtico. Ma son medusa, pensieri da medusa, cioè nessuno, slancio di medusa, cioè meno di zero, attività cerebrale da medusa, inesistente. Certo, faccio e rifaccio, corro di qui e di là, ma lo faccio per inerzia, ho ben paura. Una specie di calamita mi attira nei luoghi che devo frequentare, un navigatore invisibile mi guida nelle strade che devo percorrere, svolta a destra e hai raggiunto la meta. Ma di mio, c'è poco. Confido, nell'influenza che gira e gira, sarà quello, mi dico, ma non ho nemmeno la tosse, nè sternutisco, nè ho i brividi. Sono sana. Fisicamente. Mentalmente e psichicamente un pò di meno. Ogni tanto cerco. Di fare un progetto, niente di complicato, per carità, una tovaglia per la colazione, una Cena dei Cuori come quella volta, che ne so, la centesima sciarpa. Rimane tutto lì. La testa di una medusa non è granchè, non permette di formulare più di due pensieri alla volta, non molto spaziosa, rimane solo posto in piedi, come una volta nei cinema d'essai. La volontà di una medusa è ridotta al minimo, lei fluttua e vola nel profondo degli abissi, pizzica ogni tanto, incede con eleganza nel blu più blu del blu. Io, medusa del Monferrato, procedo a tentoni nella nebbia a banchi, cerco di darmi un tono, cucino e cucino, non ho abbastanza testa per leggere più di tre pagine per volta, mi inebrio col detersivo dei piatti al pompelmo rosa e spero in un qualcosa qualsiasi, che la shakerata dei giorni scorsi non ha sortito effetto alcuno. Passa, eccome se passa. Nel frattempo, ho chiamato Mago Merlino, si attende incantesimo, la formula magica, l'abracadabra che trasformerà una scialba medusa in una strepitosa aragosta. E se si sbaglia e divento vongola? O peggio, cozza? Brrrrrrr, meglio non pensarci. Ecco, i brividi, avevo ragione. E' influenza, niente di più.

18 gennaio, 2008

Shake!


Scròllati, ovvero. Dàtti una shakerata. Ripigliati. Non c'è tempo per niente, adesso, non c'è tempo, lo vedi?, tutto ti travolge se stai lì come una sogliola, ad aspettare, a commiserarti, a dirti che tutto è così storto e così triste, e la gente così insensibile e cattiva, qualche volta, e il Cielo, ah, il Cielo, possibile che per una volta non guardi giù, sul serio, possibile che ci sia davvero tutto questo soffrire e questo strazio e questi singhiozzi, e queste storie così gravi che nemmeno sembrano vere? Tu, dàtti un tono. Tìrati fuori, rìsollevati, ritorna ai blocchi di partenza, coraggio, non vedi, non vedi come le cose prendono subito un altro colore, se non stai lì, ferma e zitta, a piagnucolare come una scolaretta che non sa la lezione, no invece, la lezione la so eccome, l'ho studiata e la so a memoria, cantando, come le tabelline, come la poesia del Cinque Maggio e un'altra tonnellata di poesie, mi è sempre piaciuto studiare le poesia e memoria, e insegnarle ai miei figli, qualche volta ne dico qualcuna sottovoce, piano, però, e più lunghe sono e meglio è. E' una specie di terapia, una pastiglia, quando voglio concentrarmi su altro. Chi la cocaina, chi gli Inni Sacri di Manzoni, son cose così, che ci posso fare. La so, la so, questa lezione che non finisce mai, questo esercizio a casa, in questa scuola piena di troppe verifiche a sorpresa, come, non c'erano le programmate? i turni di interrogazione? avrei potuto studiare meglio, e invece no, devi studiare sempre e saperla sempre, ed essere sempre pronta e non impappinarti mai, e non pensare di copiare, perchè il programma è così vasto, e tu studia, studia e studia, che non c'è mai un ultimo anno, non c'è mai un vero esame, e poi sei promosso, no, ci sono esami tutti i giorni e tutti i giorni è più difficile, sempre più difficile. E per studiare ed essere bravi bisogna essere a posto, vivaci, pronti, brillanti, belli lucidi, e non schiacciati e spappolati e sciolti e squagliati. Coraggio, hop! hop!, niente è mai davvero come sembra, nemmeno tu, nemmeno nessuno, e non c'è molto da fare se non studiare e studiare, allenarsi a non piangere come una mammola, a non fermarsi e dire non ce la faccio, a non dirsi Non sono Brava in Queste Cose. Ci vuole un passo di danza, un respiro profondo, una passata di rimmel e un bel bicchiere d'acqua. Anzi, un bel cocktail. E ben shakerato, chetelodicoafare.

16 gennaio, 2008

Il nodo.

Mandi giù e mandi giù. Inghiotti, a più riprese. Cerchi anche di respirare, dal fondo, di quei sospiri che partono da giù in fondo, dalle scarpe, magari. La tristezza è una cosa che non governi. Come l'amore. Come la morte. E lo sanno tutti, non ci si deve lasciar prendere dalle cose, un amico che và via, un altro, un altro dolore e un altro vuoto, un'altra inspiegabile partenza improvvisa, per dove chissà e passando da dove, poi. Non piango, stavolta. Non piango perchè soffro piano, e in silenzio, non piango perchè non voglio che questo dolore che riguarda solo me, solo noi, mio marito e me, non si abbatta come un macigno sui miei figli e su questa casa, su questa azienda, come la chiamano tutti, su questa colonia, su questo piccolo universo dove ognuno ha un ruolo ben preciso. E io ho il ruolo del sorriso, delle merende e del calore, delle coperte della buonanotte e della serenità. Piangere è un lusso che non si deve e non si può. Non sempre, almeno.Ma è un dolore sordo e che non spiego, una nostalgia struggente, una serie di fotogrammi e diapositive che si sovrappongono e si sciolgono come cera. Che strazio è, che irrimediabile è, che ingiusto è, un uomo che muore. Ti lascia stordito e senza parole di nessun vocabolario e con troppe domande e nessuna risposta, e ti fa sentire in una tempesta, in una barca che non si governa, come la morte. Come l'amore.

15 gennaio, 2008

E baci.


E baci, sottili, di plastica e pioggia, di sale, di seta, di lana e taffetas. Baci, nascosti, rubati e in regalo, son baci di zucchero, un pò finti un pò veri, ma in fondo, che importa, son baci sinceri. E baci, a quintali, tre come a Parigi, tre le caravelle, tre i Magi dal Cielo, ma guarda, lo vedi? è zucchero a velo. I baci son Fragole, sospiri e risate, serissime e sceme, son come le fate, di sacro e profano, rossetti e magoni, bacini e bacioni a chi passa di qua. Un bacio negato è un peccato mortale, un bacio distratto sa anche far male, ma questi, che dolci!, veloci e fugaci,in fondo, se guardi, son solo dei Baci.

Niente paura.


E' un regalo del mio illustre Sposo. Che mi piacciano i pinguini, ormai, è risaputo al globo terraqueo, e non è tutta 'sta grande novità. Ma questo qui è un pinguino speciale, si nutre di musica e di coccole, balla e si muove se collegato al pc, e se ogni tanto si sente solo gli si deve dare una carezzina, schiacciandogli due volte il naso. Ci mancava il pinguino, mi viene spontaneo, ma l'ho adorato dal primo momento che l'ho visto. Dà una nota esotica alla confusione violacea del mio studio, lui, col suo rigore in bianco e nero, con quell'aspetto buffo e dinoccolato. Certo, è un delirio. Balla e balla sul mio scanner nuovo di zecca, muove la coda e le zampe e anche se non ha la bocca mi dice, Take it Easy, Baby. E niente paura. Niente paura se hai l'umore altalenante, se alterni momenti così diversi, brodo e champagne, cachemire e carta vetrata. Niente paura, è tutto sotto controllo, tutto così assurdamente tranquillo e monitorato e si sta bene, in fondo, dentro questo rigore, dentro questa caldissima semplicità, avvolti in questa coperta di certezze e di affetto, di amore e di tutte le cose che ci stanno in mezzo. Niente paura, siamo tutti qui. E ci sarà sempre per te chi ti ascolterà e che ascolterai, chi avrà il tempo di un caffè al volo e una chiacchiera piccantissima e innocente, come solo sanno essere le chiacchiere del mattino presto, molto prima delle 10. E un'amica che ti chiamerà, apposta per dirti che c'è qualcosa di viola, oggi in vetrina, anzi, di antico, (!) e che in fondo non vuol dire niente ma vuol dire così tanto a chi parla e ascolta anche col cuore. C'è un colore di pioggia, là fuori, un colore che non promette granchè di buono. C'è un pane fragrante in cucina, miliardi di progetti sul tavolo di vetro e lui, che balla e balla sullo scanner. Niente paura, niente paura, ci pensa la vita, mi han detto così. E da oggi, ci pensa anche il pinguino, mi sa.

14 gennaio, 2008

Rane nel cervello.


E' tutt'altro che una bella sensazione. Le rane nel cervello, famose in ogni dove per rendere assolutamente immota, stagnante e senza il minimo sussulto una giornata, meglio se di lunedì, ma non influisce, potrebbe anche essere mercoledì, in fondo. Le rane nel cervello sono quelle che ti fanno rispondere E' Uguale, ad ogni domanda che ti viene posta. TI fanno far le cose con un automatismo che non è il tuo, camminare nel gelo ciondolando, anche se spedita e un pò di fretta, strascinando ( lo so, non è italiano ma la s è un rafforzativo della vicenda) i piedi come se pesassero tonnellate, ed è tutto una fatica, ma una fatica, ma una fatica. Tutto dipende da loro, dalle rane che ti ballano nella testa, che si intrufolano nelle sinapsi cerebrali e saltano e gracidano e stanno lì con la loro faccia da rana, gli occhi falsi, e fanno in modo che da un polo all'altro della tua testolina le notizie e i comandi arrivino distorti o non arrivino affatto. Non si comunica, qui, Houston abbiamo un problema e non è mica di neuroni, son belli svegli e all'erta, ma è proprio questo fango, direi, queste sabbie mobili che ho in testa, questo stagno senza ninfee eleganti ed eteree ma solo acqua sporca e bottiglie di plastica, limaccioso e fangoso, che non mi permette quest'oggi di formulare un pensiero che abbia un senso, avere uno stimolo che sia uno, dare una scossa al mio encefalogramma che più piatto di così. Passa, ossiccerto che passa, verso sera, magari, cioè alle 4 quando è quasi buio e le rane vanno a dormire e la smetteranno. Mi consola pensare che in fondoinfondo,l'unico bel ragionamento che mi salta fuori oggi è il seguente: Meglio avere le rane nel cervello che un cervello da rana. Ma di ciò, signora cara, non sono nemmeno tanto sicura. Del cervello, intendo.

11 gennaio, 2008

Scarnebbia.


Che non piove, non nevica e non c'è la nebbia. O forse un pochino sì. Ma è quel tempo atmosferico che nessun colonnello saprebbe definire, di quelli, qualcuno in divisa, qualcuno col cravattone, che gesticolano come prestigiatori alla tv per far vedere le colline, il moto ondoso in aumento, i venti da nord, l'anticiclone delle Azzorre. Pioviggina, più o meno. Sul venditore di rose, abbracciati ai loro secchi e con lo sguardo perso, glieli comprerei tutti ogni mattina, quattro euro per un mazzo di rose un pò passate, ma di un bel colore aranciato rossastro. Pioviggina sui ridicoli cani coi cappottini e i guinzagli in tinta, sulle loro padrone più ridicole di loro, pioviggina sugli uomini assiepati davanti al Comune, che ogni volta ti fanno pensare che ci sia una manifestazione o che ne so, e invece no, stanno lì a chiacchierare e a niente fare, e a guardare la gente che passa e il tempo, anche, non quello atmosferico, stavolta. Pioviggina sulle luminarie ancora appese, sui saldi noiosi, sui negozi sfitti. E pioviggina su una me che conosco bene, quella che c'è quando la pratica è voluminosa, quando la vicenda si complica, quando il gioco si fa duro. La me di queste volte è quella che esce di casa senza spararsi fuori, quella che ci mette tutta la calma del mondo, la pazienza, la comprensione e la benevolenza. La me di queste volte è una donna precisa e inconsueta, una specie di giannizzero, un lanzichenecco laborioso ed operoso, un soldato semplice con mire da generale. Determinata e astuta come una faina. Organizzata quanto un furbo contrabbandiere macedone. Un pò fuori, ma forse è proprio questo che mi salva, ed è proprio su questo, su questo mio essere così assurdamente ridanciana ed incosciente e canterina e fatalista, che piove. Anzi pioviggina. Ma no, scarnebbia.

Odore di dicembre.

  Che non è pino, non è neve, non è gelo, non è niente. Non c'è dicembre in questi giorni, non c'è niente del genere, non ci sono le...