E non ci pensare. Non è mica niente, in fondo, Ma come, ancora non ti ci sei abituata? Sù, sù, via quella faccia da tonno in scatola, via quella'espressione da medusa, ma dove ce l'hanno gli occhi le meduse, qualcuno glieli ha mai visti? E' domenica pomeriggio, che siamo tutti qui e tutti insieme, dacchè il JuniorIng. è rientrato nella casa paterna dopo una mini vacanza di scialo con la sua IngegneraFrescaDiLaurea. Coraggio, coraggio, c'è la partita alla tv, le scuole chiuse e nessun compito per domani, è già vacanza di Natale, tra poco ti chiederanno una merenda, una cioccolata, forse, non fare quelle spalle curve e quel muso da scema, se proprio vuoi, puoi aprire un regalo, quello lì col fiocco bianco, viene mica Babbo Natale a controllare, no? E poi puoi sempre dire a tua discolpa, vedi, BabboNatale, avevo bisogno di tirarmi un pò sù non sapevo bene se ero arrabbiatissima o tristissima o immagonitissima o tutto insieme, e allora, lo so bene che si aspetta il 24, ma dai, non ho fatto nulla di male in fondo. Ma no che non ci si abitua, no che non serve a dire, Ma è Sempre Così, e allora smettila, smettila MaSmettila! come ti dice la tua Amica delle Perle, smettila di correre dietro, smettila di scodinzolare, smettila con questo entusiasmo scemo, smettila di aver già organizzato in 8 minuti una pranzo per 10 che non ci sarà, rimarremo noi, solo noi, noi e basta, che è meglio così, ma tu smettila, smettila, smettila. Ora, fatti una doccia, magari un bel thè con quella bella teiera a fiorellini viola che è un regalo di Natale e che ha resistito anche troppo sotto l'albero zen, che tanto si sapeva, che tanto è sempre così, e che giuro che non verso una lacrima, giuro che mi ci sono fatta una corrazza che lucido per bene ogni sera, e non pensate più a me, e fatte finta che sia sparita e con me tutti i miei, e allora e perciò, andate un pò tutti a farvi friggere. Meduse comprese.21 dicembre, 2008
Il bastone e la carota.
E non ci pensare. Non è mica niente, in fondo, Ma come, ancora non ti ci sei abituata? Sù, sù, via quella faccia da tonno in scatola, via quella'espressione da medusa, ma dove ce l'hanno gli occhi le meduse, qualcuno glieli ha mai visti? E' domenica pomeriggio, che siamo tutti qui e tutti insieme, dacchè il JuniorIng. è rientrato nella casa paterna dopo una mini vacanza di scialo con la sua IngegneraFrescaDiLaurea. Coraggio, coraggio, c'è la partita alla tv, le scuole chiuse e nessun compito per domani, è già vacanza di Natale, tra poco ti chiederanno una merenda, una cioccolata, forse, non fare quelle spalle curve e quel muso da scema, se proprio vuoi, puoi aprire un regalo, quello lì col fiocco bianco, viene mica Babbo Natale a controllare, no? E poi puoi sempre dire a tua discolpa, vedi, BabboNatale, avevo bisogno di tirarmi un pò sù non sapevo bene se ero arrabbiatissima o tristissima o immagonitissima o tutto insieme, e allora, lo so bene che si aspetta il 24, ma dai, non ho fatto nulla di male in fondo. Ma no che non ci si abitua, no che non serve a dire, Ma è Sempre Così, e allora smettila, smettila MaSmettila! come ti dice la tua Amica delle Perle, smettila di correre dietro, smettila di scodinzolare, smettila con questo entusiasmo scemo, smettila di aver già organizzato in 8 minuti una pranzo per 10 che non ci sarà, rimarremo noi, solo noi, noi e basta, che è meglio così, ma tu smettila, smettila, smettila. Ora, fatti una doccia, magari un bel thè con quella bella teiera a fiorellini viola che è un regalo di Natale e che ha resistito anche troppo sotto l'albero zen, che tanto si sapeva, che tanto è sempre così, e che giuro che non verso una lacrima, giuro che mi ci sono fatta una corrazza che lucido per bene ogni sera, e non pensate più a me, e fatte finta che sia sparita e con me tutti i miei, e allora e perciò, andate un pò tutti a farvi friggere. Meduse comprese.19 dicembre, 2008
Grand soirée.
Esco pochissimo da sola. Nel senso, con le amiche. Pensavo che fosse un pò patetico, non so, una specie di fuga, io sto bene a casa, perchè dovrei uscire. Mi ricredo immediatamente. Seratona ieri sera, a festeggiare l'ultimo Knit Cafè del 2008, noi, il gruppo storico, socie fondatrici, tesoriere, segretarie, presidentesse, tutto insieme. Così, tra un gossip e un magone, il racconto di un viaggio avventuroso e qualche immancabile, innocentissima, elegantissima volgarità, si è dipanata con grazia la nostra serata di follie. I figli piazzati con i rispettivi Sposi, la Biondina e il Giurisprudente, manco a dirlo, insieme, con la segreta speranza che a nessuno dei due venisse in mente di ripetere l'esperimento Sciogliere il Cioccolato a Fuoco Lento, che di danni, così narra la mia Amica delle Perle, ne hanno fatti a sufficienza già ieri, quando per merenda, hanno sciolto un blocco marmoreo di cioccolato Novi e c'è chi giura di averne visto qualche schizzo anche sulla facciata del Duomo. Facessero un pò quello che volevano, ieri sera proprio non ci riguardava. Da rifare, assolutamente. Che di risate così le fai soltanto con chi ti conosce davvero, non importa se da un anno o da dieci, sono le affinità, le cose uguali, gli stessi sentimenti, lo stesso modo di intendere le questioni della vita. Con loro, puoi anche permetterti di stare zitta ed ascoltare, di fare una battutaccia da osteria, di cogliere quel magone furtivo negli occhi dell'Amica delle Provette, di invidiare la precisa calma di Biancaneve, di sperare che Afef rieda sana e salva da quel viaggio NonSoDove, e dire all'AdP che questo nuovo look le sta a pennello e che le dà un'aria sofisticata ed elegante. Ma la prossima volta, mie amiche carissime, vediamo di fare le cose un pò più in grande. E va bene che teniamo famiglia, e va bene che siamo mogli e madri esemplari e bla e bla, va bene che le nostre giornate non è che siano proprio noiose, ma che siamo rientrate alle 21,25 non diciamolo a nessuno.Zingari.
In fondo, lo siamo in pò tutti. Noi, però, di più. Noi che abitiamo la casa in collina, così aperta a mille amici, al caldo, nel morbido del divano, col fuoco, le chiacchiere, i ragazzi, le cose. Nessun parente. Un pò orfani, di nonni e di zii, di zie, anche, di quelle che al compleanno ti regalano il pigiama, che ti fanno il dolce la domenica pomeriggio, che si ricordano, le uniche, l'onomastico di tutti. Di nonne, il soldo per i dentini, la medaglietta del battesimo, di discorsi un pò lontani, a stupirsi sempre di come usano il computer, e di quella cosa con la musica che hanno nelle orecchie, nonne a scuola di telefonino, i finti rimproveri per i pantaloni scesi, per le gonne troppo corte, per quel filo di trucco. Noi no. Non abbiamo zii, non abbiamo nonni, e se ce li abbiamo è come non averli. Strano. Ho imparato a non pensarci troppo sù, pazienza, mi dico, ho provato e riprovato e sofferto come si soffre quando si chiede un affetto che, inspiegabile, non c'è. Ma a Natale, accidenti, com'è diverso. Che belli i miei Natali da ragazzina, la tovaglia ricamata e l'insalata russa, e mille cose e mille dolci e mille piatti, chi fa questo e chi fa quello, e a contare le dozzine di agnolotti in cucina, basteranno? e il panettiere che portava in bici il pane per 3 giorni, e io che arrotolavo per bene i tovaglioli, scrivevo i segnaposti coi pennarelli, facevo il centrotavola col Das e i rametti di pino e la neve finta e l'oro spruzzato e la candela rossa e la letterina sotto il tovagliolo e la poesia recitata in piedi sulla sedia, mio padre coi lucciconi. Un bel niente. O meglio, no, un bel tutto, siamo così tanti, noi qui, ma siamo noi e basta. Per uno strano meccanismo del destino noi siamo sempre solo noi. Noi troppi per invitarci, noi che abbiamo i nostri impegni, noi che poi i ragazzi escono e io che cosa faccio lì, noi che tanto non ci serve niente, che abbiamo tutto, che siamo qui, nella casa in collina, lontana da tutto e da tutti, così complicata da raggiungere, la nebbia, poi. Noi, che nessuno arriva con le pentole, che nessuno ci chiede Quanti Agnolotti Allora, che non stiliamo menù con nessuno, tu fai questo e io faccio quello, noi, che per non pensarci dobbiamo andare via, zingari nostro malgrado, bello, bellissimo, ma un pò triste, in realtà, noi, orfani di affetti di famiglia, noi, falange armata contro il mondo intero, noi, perfetti, lontani, in ogni caso, soli.17 dicembre, 2008
Mattina presto.
Non è che si perda tempo, alla casa in collina. Ci si sveglia all'alba o quasi, quando, col tempo da lupi che c'è là fuori, ci si vorrebbe crogiolare e accoccolare e acciambellare sotto le coltri e poltrire, dormicchiare, leggere o guardare il soffitto, semplicemente. E invece, un bel niente proprio. Si barcolla fino in cucina, dopo aver svegliato di baci qualche figliolo che ancora frequenta le italiche scuole, dacchè il Giurisprudente già in vacanza si trova. Un risveglio così incerto meriterebbe una colazione lenta e pigra, mescolare il latte con rimbambita lentezza, giusto il tempo, quell'oretta, di carburare come si conviene e mettere in fila i pensieri, ad uno ad uno, devo fare prima questo e quest'altro, e passare da qui e poi di là, stiracchiarsi, magari, sbadigliare con eleganza, sospirare un pochino guardando di fuori. Fandonie! Noi qui si arriva al desco famigliare ch'è bell'e pronto per la colazione, tutto bene in ordine ingegneristico, la mia tazza personale, il cucchiaino coi cuoricini, insomma, una roba da spot. E' quel che viene dopo che ti squassa. Già, perchè l'Illustrissimo, che il Cielo lo assista, è già sveglierrimo, pinto e tratto, già sul pezzo, come si dice, e io faccio una ben misera e tapina figura, col mio pigiama a pallini e la faccia a forma di cuscino, che ancora sono nella fase in cui cerco di ricordarmi, ma cosa ho sognato? Lui, l'Isoscele, ha già letto ogni sorta di quotidiani, rossi, neri, gialli e blù, e rosa, anche, che per prima si legge i titoli della Gazzetta dello Sport. Perciò mi informa, riporta, mi fa un riassunto di quanto è accaduto nelle ultime ventiquattr'ore. E domanda. Ma cosa domandi, non vedi che ancora non ho avviato il cervello, che non so nemmeno bene che giorno è e quanti ne abbiamo e cosa e come e nemmeno dove, in realtà? Io dormo ancora, dall'impiedi, anzi, da seduta e tu già nel circuito forsennato che è la gestione di questa vita così bella ma, mi si consenta, un tantino complicata. Lui, Uno e Trino come lo chiamano i figlioli, ha già avuto una tonnellata di idee. Ti andrebbe se, ho pensato che, oggi si potrebbe, e magari fra due anni, oggi potresti fare,ti piacerebbe se, sai cosa mi è venuto in mente, e cosa pensi di. Pensi? PENSI? Ma io non penso ancora, mio Sposo adorato, lasciami nel mio limbo di sogni e piumone, ancora per un pochino, ancora non ho attivato, non ho connesso, non ho un bel niente. I miei ingranaggi sono fermi da ore, dài loro il tempo di attivarsi per bene, di cominciare a girare per produrre pensieri di senso finito. Niente, mi sa che mi tocca svegliarmi sul serio. Così, catapultata dal mondo ovattata del sonno a quello incasinato e già organizzatissimo ed efficientissimo e sveglissimo dell'Illustrissimo. Così, in questo delirio mi accingo ad iniziare la mia giornata, che ho la connessione gentilmente offerta dalla Cicolita e che dura fino alle 8, e perciò mi devo sbrigare. Una congiura contro di me. Che va bene che i vicini di casa non si scelgono, e passi, ma forse, avrei potuto almeno sposare un uomo meno complicato. Ma sai la noia?16 dicembre, 2008
Vento da dove.
Non si capisce. E' raro il vento qui, che quando arriva porta l'odore del mare, le promesse dei marinai, il richiamo delle sirene. E' un vento gelido e impertinente, e quale vento non lo è, e soffia e fischia tra le persiane chiuse, e appiccica le gocce di pioggia sui vetri, pietre preziose, schegge di brillanti misteriosi, briciole luccicanti. E' un vento da burrocacao, da guanti, sciarpe fin sul naso, da cappelli calati sugli occhi, un vento freddissimo e di poche parole, non credo porterà nulla di buono, forse neve o ancora pioggia e pioggia, che non è bella prima di Natale, la pioggia fa tutto più triste e più buio e noioso e malinconico. Ma tu soffia, vento, soffia forte e veloce e sibila e fischia come sai fare, strappa le nuvole, scopri i misteri, lucida i pensieri e porta via quelli pesanti e quel pò di magone, portalo via, più lontano che puoi, lontano davvero, da dove vieni tu, lontano da dove.14 dicembre, 2008
La festa.
Bello. Si è cucinato per un pò, si sono lavate tonnellate di bicchieri prima e inspiegabilmente tonnellate di bicchieri dopo, ma quanti eravamo accidenti, che alla cena di Santa Lucia è tradizione che non si manca per niente al mondo, ci fosse pure la bufera là fuori. Si radunano gli amici, quelli più lontani, ma solo di chilometri, e poi, si stila un menù semplice e d'effetto, bianco, come si conviene quest'anno, che la tavola è bianca, e i fiori pure, e i segnaposti e i piatti e tutto. Ben perciò, un menù bianco, che no che non era certosa e purè, anche se forse, a questi amici qui, potrei anche dare quello, chisseneimporta, loro sono qui per noi, mica per le cose che cucino, ma già che ci siamo, cerchiamo di fare cose semplici ma d'effetto, e lì a scervellarmi per giorni e giorni, che non è che ci siano in giro tutti questi cibi bianchi, ci crede o no, signora mia? La serata è scivolata via, gradita e graziosa, ciarliera e ridanciana. Buonissima Santa Lucia, ai miei amici del cuore più cuore, a quelli che sanno le cose di me che a volte mi dimentico anche io, che sono la mia memoria, la mia famiglia allargatissima, i miei affetti, il mio calore più prossimo, le cose belle che ho. I miei amici ici ici ici, come hanno scritto sul biglietto, il primo da mettere sul camino, i primi pacchetti sotto l'albero zen, i miei amici più vicini, quelli che sanno tutto, fanno tutto e mi perdonano tutto. Anche di aver scordato l'insalata.
11 dicembre, 2008
10 dicembre, 2008
Devo spiegazioni.
L'altra vita.
Sono passata a salutarti, così, perchè ti ho visto dalla vetrina, che avevi lo sguardo perso di fuori, a guardare i passi della gente, la strada gelata, le cose di fuori, il niente. Ti ho abbracciata e ti ho stretta, non si chiede come stai a chi come te non ha più cuore per rispondere, che sorride e sorride, ma senza occhi a luccicare, come una stanchezza opaca, filtrata da un dolore sordo e così grande che si fa fatica a trasportare di qua e di là, e si cerca e si prova, come a spostare uno scoglio, ci hai mai provato? o a spingere la macchina con la marcia, che non si sposta, è ovvio. E' un dolore che conosco e che so, so perchè l'ho mescolato anche io, ci ho abitato anche io, mi ci sono addormentata e svegliata e lavata e vestita, accanto a lui. Per questo forse, questa cosa mi ha così stordito, e ci penso così spesso. Leggi Ancora le mie Fragole? No, mi dici smarrita, come a scusarti, Appartengono a Un'altra Vita. Che vita vivi adesso, che vuoto mescoli a colazione e fino a sera, che persa che sei, che cosa ti racconti e racconti alle tue figlie, che risposte trovi e dove. Il Cielo non ha ragione, qualche volta, e spara a caso, e sceglie senza una logica chi far piangere di più. sulla terra. Io non ho le parole giuste per te, anche se me ne sono raccontate tante, ero una ragazzina e mi ci vedo così tanto nella tua più grande. L'altra vita forse è giusto lasciarla Là, dov'è. E vivere questa, fino in fondo, a mangiare questa malinconia devastante fino all'ultima briciola, fino a quando a passare le mani sulla tovaglia non ne troverai più nemmeno una. Il dolore non si rimanda, si sbriga come una pratica pesante, subito. Durerà. Ma mi conforta quel tuo sorriso stanco, so che lo sai e che sei pronta. Non passerà, se passare vuol dire mandarlo via. Solo, non ti devasterà così come fa ora, non ti schiaccierà, ma ti sarà vicino, accanto, di lato. Non ci si abitua, ma ci si allena per farlo, per sempre, per tutta la vita. Io non avrei il coraggio che hai tu, la forza che hai tu, il rigore, la compostezza, la dignità. E non riesco a dirtelo perchè mi sale un magone che mi squassa e non è mai il luogo e il momento. Il Cielo spara a caso, è vero. Ma insieme alle lacrime manda una Luce, uno sguardo che accompagna e scalda, una presenza che senti e vedi solo tu. E allora diglielo, quando puoi, quando la Luce si fa più forte, diglielo che grande moglie che ha, e che grandi figliole. Ma tanto, dal Lì dov'è, ma sì che lo sa.06 dicembre, 2008
Zucchero a velo.
Si posa piano sul cuore, o dove ancora non lo so. Come sulle pere al forno, sulla torta paradiso, Piano, pianissimo, a piccoli fiocchi, leggeri, indefiniti, nella dimensione e nel colore. La tristezza non ha colore, e forse non si chiama nemmeno così, non è l’ansia, che quella la conosco così bene che la potrei disegnare, così, a mano libera, senza nemmeno i quadretti, eccome se la so, se la conosco. No che non è ansia: quella ti piomba addosso come un sasso, come i blocchi della neve che si scioglie e che volano giù dal tetto e sbattono di colpo sul terrazzo, su divanetti colorati della primavera, sulla mia pianta di salvia che di certo morirà, che sciagurata, lasciare la salvia fuori nel vaso, con questo gelo, ma era così bello vederla lì davanti alla finestra. Questa che ho non è ansia, è più piccola e sottile, è polvere, quella che trovi sotto il letto dopo un giorno di vento, sottilissima, impalpabile, coma cipria, borotalco senza profumo che ti cola giù, giù, fino in fondo allo stomaco e ti fa stare zitta e un po’ addormentata, ehi, ti svegli o no. E’ una malinconia romantica, nel senso più letterale del termine, troppo leggera per farti piangere davvero, ma per che cosa, poi, e troppo pesante per farti sorridere. Ti fa stare un po’ così, imbambolata, senza espressione e senza corrente, c’è qualcuno che ha staccato la spina, per caso?, triste di una malinconia soffice, malinconica di una tristezza che non traduci, che non sai, leggera eppure incomprensibile, e tu sei lì, a fare le cose di sempre, le stesse che ti rendevano allegra e ciarliera solo poche ore fa e che adesso ti fa dire, ma come, ma dove, ma quanto accidenti pesa questo stupido, inutile zucchero a velo.
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Odore di dicembre.
Che non è pino, non è neve, non è gelo, non è niente. Non c'è dicembre in questi giorni, non c'è niente del genere, non ci sono le...
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Sarà il periodo. O la mia proverbiale e assoluta frivolezza cosmica. Ma a me, scartare i pacchi, galvanizza. Elettrizza. Mi piace, insomma....
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