
Che non piove, non nevica e non c'è la nebbia. O forse un pochino sì. Ma è quel tempo atmosferico che nessun colonnello saprebbe definire, di quelli, qualcuno in divisa, qualcuno col cravattone, che gesticolano come prestigiatori alla tv per far vedere le colline, il moto ondoso in aumento, i venti da nord, l'anticiclone delle Azzorre. Pioviggina, più o meno. Sul venditore di rose, abbracciati ai loro secchi e con lo sguardo perso, glieli comprerei tutti ogni mattina, quattro euro per un mazzo di rose un pò passate, ma di un bel colore aranciato rossastro. Pioviggina sui ridicoli cani coi cappottini e i guinzagli in tinta, sulle loro padrone più ridicole di loro, pioviggina sugli uomini assiepati davanti al Comune, che ogni volta ti fanno pensare che ci sia una manifestazione o che ne so, e invece no, stanno lì a chiacchierare e a niente fare, e a guardare la gente che passa e il tempo, anche, non quello atmosferico, stavolta. Pioviggina sulle luminarie ancora appese, sui saldi noiosi, sui negozi sfitti. E pioviggina su una me che conosco bene, quella che c'è quando la pratica è voluminosa, quando la vicenda si complica, quando il gioco si fa duro. La me di queste volte è quella che esce di casa senza spararsi fuori, quella che ci mette tutta la calma del mondo, la pazienza, la comprensione e la benevolenza. La me di queste volte è una donna precisa e inconsueta, una specie di giannizzero, un lanzichenecco laborioso ed operoso, un soldato semplice con mire da generale. Determinata e astuta come una faina. Organizzata quanto un furbo contrabbandiere macedone. Un pò fuori, ma forse è proprio questo che mi salva, ed è proprio su questo, su questo mio essere così assurdamente ridanciana ed incosciente e canterina e fatalista, che piove. Anzi pioviggina. Ma no, scarnebbia.







