
13 settembre, 2007
Dormi.

08 settembre, 2007
La gita scolastica.

21 agosto, 2007
Lascialo andare.
Non è Capodanno. Non è il brindisi, il meno otto e meno nove, non i botti e l'agenda nuova. Non è la scuola che finisce, nemmeno che inizia. Non sono i compleanni, le candeline comprate a pacchi da 10, i numeri sulla torta. Non è quello, no. Niente mi fa pensare al tempo che passa come la fine dell'estate. Più precisamente, le operazioni di dismissione, le valigie preparate un pò alla rinfusa, constatando che, forse, ci si è portati troppe scarpe. Metà della mia famiglia se ne torna questa sera in Continente. L'Universitario e il Liceale, manco a dirlo. Il primo ai libri, si spera, il secondo al suo Biondo Amore. L'estate è quasi finita, quando oramai, per tradizione, si compra la Smemoranda alla cartoleria del Nuraghe e la si fa riempire di scritte e cose e cuori e stelle e parolacce, anche, dagli amici di qua. L'estate è quasi finita quando un pò dei tuoi affetti vanno via, e tu che ti sforzi di sorridere e ti sei vestita di rosso pimpante ma tiri sù col naso, e cacci in fondo il magone che sale, ma sei scema?, ti metterai mica a piangere adesso, qui, nel vialetto, con loro che ridono e un pò ti canzonano, Andiamo Via Che Adesso Piange, e loro, più scemi di te, che tirano fuori il fazzoletto dal finestrino, e fingono singhiozzi e sceneggiate, e fanno casino fino all'ultimo secondo, e un pò ci ridi, solo un pò. Domattina saranno a casa, ai loro amici, agli allenamenti, agli esami, al primo amore della vita. E' giusto lasciarli andare. I figli, isole di bene e di fragilità, equilibri sottili di amore ed egoismo, di dolcezza e crudeltà, vanno lasciati andare, quando vogliono, nei limiti, dove vogliono e dove stanno meglio. E c'è un momento della vita che il meglio significa lontano da te. Ed è in questo meglio che tu, mamma un pò triste vestita di rosso, ti accorgi davvero del tempo che passa. Senza agenda e candeline, un figlio che cresce si capisce così.11 luglio, 2007
Ingestibile.

19 giugno, 2007
L'ostello.

12 giugno, 2007
Notte prima degli esami.

Non ho mica paura, sai mamma? Me lo ha detto così, a sorpresa, uscendo un po’ gocciolante dalla doccia, avvoltolato alla bell’e meglio in un telo di spugna, i ricci scomposti, gli occhi nocciola un po’ arrossati dallo shampoo, quel sorriso disarmante e furbastro, quel fare spaccone e tenerissimo. E’ quel che si dice un bell’elemento. Un giusto mix fra suo padre e me, preciso e vivace, intelligente e fantasioso, dolcissimo e pignolo. Tace poco, anche quando tacere lo salverebbe da urla e strepiti che lo seguono fino in cima alle scale. O quando per le scale lo seguo io, facendo i gradini a quattro a quattro, un po’ ridendo , anche se sono infuriata, ma quella scena che li rincorro sulle scale mi fa sempre ridere e lo so che è tutt’altro che educativo, ma che ci posso fare, di sberle i miei figli ne hanno prese proprio poche, lui meno di tutti. Stasera è un po’ agitato, non lo dà a vedere, ma parlaparlaparla, e gioca con suo fratello grande, ripassare? manco a parlarne, c’è il tema domani, mamma, e che ripasso a fare? Non fa una grinza. Lo adoro, com’è ovvio che sia. Mi piace perché ride sempre, perché storpia le canzoni in inglese, perchè sembra solo l’altro ieri che appendevo al cancello del viale che portava a casa un enorme fiocco di tulle con scritto il suo nome. Mi piace perché ha la s che sibila, un sorriso che conquista, una dolcezza che incanta. E sembra solo ieri che ha iniziato la prima elementare, con il braccio destro fratturato, con i Simpson disegnati da me sul gesso, perché non si vergognasse di avere il braccio ingessato in un giorno così importante, che ci ridesse un po’ su. Domani sarò lì, col cuore, accanto a lui e gli suggerirò congiuntivi e punteggiatura, il cuore non è bravo con grammatica e sintassi, ma se ti concentri, Enrico, lo sentirai, vicinissimo al tuo.Se l’amore è amore.
26 maggio, 2007
Tutto pronto.
17 aprile, 2007
L'amore che guarda.

05 aprile, 2007
Oh quante belle figlie...

04 marzo, 2007
Dieci.
25 gennaio, 2007
Chiedi chi era Braccobaldo.

Ci sono volte in cui ci si sente troppo grandi. Un po’ obsoleti, come dire. E tutto quel fantastico bagaglio che è costituito dai nostri ricordi bambini, non è nient’altro che una specie di termometro per capire quanto si è diventati grandi e in troppo poco tempo e quante cose ancora fare e da spiegare e da provare, sperimentare, insegnare. Anche se in fondo si è rimaste un pò oche, ecco. Troppa filosofia, stamattina. Ma ieri, la Princi mi ha sbalordito. Non sono giurassica, sono nata nei primissimi anni 60, dico sempre per tirarmela, figlia del boom economico, con la 500, la lavatrice e le gite fuori porta. E mi è rimasto molto di quegli anni, come a tutti, credo. I miei figli sono figli fortunati, sono sani, piuttosto furbi e, com’è ovvio che dica, bellissimi. Ma si sono persi molto. Per esempio, la TV dei Ragazzi. Cominciava alle 4 e finiva alle 5, se non sbaglio, sul primo canale. Io impazzivo per Giocagiò, una specie di Art Attack che richiedeva in ogni esperimento la famigerata forbice con le punte arrotondate che io non avevo mai. Credo di aver riportato seri danni psichici per questo, insieme alla tristissima vicenda del Dolceforno. Ma tutto questo giro di parole per dire che ieri sera, appena prima di dormire, giocavo con la Princi sotto il piumone, appena prima di quel bacio che accompagna i bambini nel loro viaggio attraverso i sogni di zucchero e di brillantini, che li scorta e un pò li protegge, tra i peluche e il cuscino e il pigiamino coi bottoncini a cuore, e i denti lavati e i capelli spazzolati, e quel vago sentore di borotalco e di inchiostro e di quaderno nuovo che hanno tutti i bambini prima di andare a dormire, che te li baceresti per delle ore, e nemmeno quando pungono di barba e brontolano e un pochino ti respingono perché sono grandi e non si fa più, smetteresti mai. Ieri sera, appunto, cantavo alla Princi “Siamo tutti qui, e tutti insieme, vogliam vedere, Braccobaldo Bauuuuuu!”. Orrore. Chi diavolo è Braccobaldo. Come. Era il mio cartone preferito. Era un cagnetto delizioso, un po’ sfigatello, in realtà, col nasone e la cravatta. Lo adoravo. E tu, Principessina che usi il computer quasi come me, che non riesci a concepire una vita senza telefonino e senza bancomat, e senza supermercato, che i gettoni telefonici non sai nemmeno che cosa sono, che una volta mi hai chiesto se quando andavo a scuola io esistevano già le penne biro, tu, bimbetta quasi decenne che hai un canale tutto per te e che se solo hai voglia di guardare un cartone basta che accendi il decoder e non devi aspettare come noi bambini, le 4 perché inizi il tuo programma, che prima ci sono le previsioni del tempo di Bernacca e dopo Sette Giorni al Parlamento, tu…..mi vieni a chiedere CHI E’ BRACCOBALDO???? Ma hai ragione tu, cuore della mamma. Io ci provo a non farti vivere troppo nel tuo tempo, ti compro Piccole Donne da leggere e ti ho regalato un diario con lucchetto, da scrivere con la penna, e ti ricamo il nome sul grembiule della scuola, dove si va senza lucidalabbra e senza minigonna e senza cellulare, che si usa solo nelle emergenze, e quindi mai. Ma non so quanto resisto. E non so se faccio troppo bene. Forse, è il solo modo che ho per farti capire di tenere quel tuo cuore di bambina così com’è, per molto tempo ancora, e di non fartelo troppo annacquare dall’aridità degli sms, dagli automatismi dei copia e incolla, dalla freddezza delle mail. Scrivi biglietti e lettere, e ricopia a mano, amore mio. E ricordati delle canzoni dei tuoi cartoni preferiti. Le canterai, fra vent’anni, a un’altra bambina, che avrà i tuoi occhi, e che saprà di borotalco e di inchiostro, e che avrà un pigiamino coi bottoncini a cuori. Lo conserverò per lei.
16 gennaio, 2007
Lo sbianco.

Ci sono delle giornate che non sai mai se non vedi l'ora che arrivino o che passino in fretta. Ci sono giornate in cui appena apri gli occhi e realizzi che è proprio quel giorno e che devi fare quella cosa che non vuoi fare, vorresti coprirti la testa col piumone così, da non respirare quasi, e farti sottile, spiaccicarti contro il materasso, farti pesante sul letto, rigida, e ripeterti non mi alzo, non mi alzo, non mi alzo. E poi, improvvisa ti viene un'energia insospettabile, una voglia di fare, di toglierti di mezzo l'impiccio, la preoccupazione e l'ansia subdola che ti accompagna da qualche giorno in qua, anche se non le hai dato ascolto, sei stata "brava a tenerla brava", quieta e zitta in un angolino del cuore, come in castigo. Ma lei era lì. E ti ha fatto pulire la casa da cima a fondo, cucinare per un plotone, telefonare a destra e a manca per fissare appuntamenti, una visita, per cominciare, e un esame del sangue, per finire. Già, perchè c'è una cosa che ti scava nello stomaco e nella testa, come un piccolo scalpello appuntito, creandoti un dolore sibilante e continuo: ed è quando uno dei tuoi figli ti dice Mamma Non Sto Bene. Come non stai bene, figlio. Ti ho fatto tutto in ordine, a posto, hai diciassette anni e sei di una bellezza che inquieta, come non stai bene, non puoi non stare bene tu, che giochi a pallone e corri e salti e hai un'allegria che contagia e a volte strema, tu che ascolti la musica a manetta ed è tutto uno zunt! zunt! zunt! che fa andar fuori di testa anche chi passa per caso da camera tua. Mamma Non Sto Bene, ed è un mesetto che non sta, che sta così, che è stanco e non ne ha voglia, che a volte non ha fame e troppo caldo o troppo freddo. Bene, in questi casi, alla pagina 539 del Manuale Del Perfetto Genitore, c'è scritto Fare Accertamenti. Così, si va. Con il cuore ridotto a un gomitolo sghembo, lo stomaco sigillato, come di pongo, una specie di tremore non palesato, Mica Posso Farmi Vedere Preoccupata. E invece la sono, porca miseria, la sono da morire, ostento una tranquillità che mi fa paura, sorrido molto, respiro molto, di quei respiri che conosco bene, di quelli lunghissimi che ti fa fare il dottore quando hai la bronchite. Allora, si va. Stamattina niente scuola, ma è una vacanza che non piace a nessuno dei due. In fondo, sono io l'incaricata della salute, in famiglia. Io che distribuisco vitamine e sciroppi, antibiotici e goccine, dove necessitano.Mio marito si chiama fuori. Ma stamattina, sulla porta, nemmeno lui era tanto normale e si vedeva da lontano, aveva quel passo a scatti che gli riconosco quando c'è qualcosa che non va. Fatte la analisi, dalla mia Amica Dottoressa, che gli ha fatto un prelievo come una carezza, ridendo delle sue scarpe di due colori diversi e di quel suo piercing in quella parte d'orecchio che non è il lobo e che per questo mi sa che fa un male orbo. Ma lui era teso. Mi ha rivolto quei suoi occhi da Bambi, quel suo viso angiolesco e quel piccolo broncio. Mi parla con quegli occhi, che sono i miei, il suo cuore tocca il mio, senza parlare, senza bisogno di dire. E so esattamente che cosa prova adesso, così bene che lo potrei disegnare, o farci un film. Che cosa sorregge un genitore quando non sa bene se suo figlio sta bene oppure no, che cosa lo fa respirare e deglutire, camminare e muoversi, se è lì ad aspettare. Aspetteremo poche ore,per fortuna. Anche dall'Amico Medico, una visita minuziosa, una lastra. Poi, in tarda mattinata, la telefonata dal laboratorio. E' tutto a posto, a postissimo, proprio tutto. Solo il valore del ferro, dovrà prendere quei botticini che sanno di chiodi che prendevo quando aspettavo, lui e i suoi fratelli. Fine dell'avventura. Hai Visto, Te L'Avevo Detto. E adesso, qui. Qui, come se mi avessero preso a botte, a manganellate sulla testa, lui, sereno e io spossata, come se avessi scaricato un camion di arance, come se non avessi dormito per settimane. I figli non crescono, sono fragili e cristallini anche da grandi, alti due metri e con un accenno di barba. I figli sono crochi nella neve, stelle lucenti di sabbia e di brina, micini con gli occhi chiusi, fili di seta anche se sembrano di acciaio. I miei figli sono la parte di me che avvolgerei, che terrei sempre al caldo, che difenderei sempre anche dal raffreddore, dai ragni, dall'umidità e dalle cattiverie. E dalla paura. Con la loro cancello la mia, per un pò, e mi sento forte e inattaccabile, per poi trovarmi, come ora, totalmente svuotata, felice e stravolta. Eppure, dovrei esserci abituata, a sbianchi del genere. Mi sa che dovrò applicarmi, forse non ho studiata abbastanza e perciò dovrò ripassarmi quel Manuale. Ma forse, a pagina mille non sarò neppure a metà.
02 dicembre, 2006
La Signora della Lampada.

Vabbè, è andata. Alla fine, il giovane Holden è ritornato a casa, stampellato, gli occhi segnati, pallidissimo. Un pochino sofferente. Certo, non è cosa da nulla, lo sento raccontare ai fratelli ammirati e inorriditi, strane pratiche di tendini e ossa, e drenaggi e tubicini, e iniezioni sottocutanee che la medesima ha dovuto effettuare, armata di coraggio, dacchè il mio sposo se l'è data a gambe. Sì, è toccato a me. Che sono ansiosa è notizia vetusta. E anche apprensiva, agitata e vagamente psicopatica. Così, le scene per fare al piccolo unversitario la suddetta puntura nella pancia, signori miei, mica nel sedere, erano doppie: le sue di lui, che doveva riceverla, le mie di me, che dovevo farla. Insomma, il delirio. Ho respirato profondo, preparato con cura l'aggeggio (che c'è da preparare, son siringhe già pronte, un gioco da ragazzi), preso tutto il coraggio di cui dispongo e zac!, l'iniezione è stata fatta. Ne deve fare 21. In casa mia, Natale In Casa Cupiello è una recita scolastica, in confronto. Ho fatto l'infermiera tutto il giorno. Spremutine, biscottini, aggiustatura di cuscini, sento se hai la febbre, ma ho avuto il crociato, mica la polmonite. Lui, dolorante. Ma tranquillo. Sarà un pò il principe di casa, in questi giorni. E oggi, sua sorella la Princi, per intrattenerlo, gli ha fatto scrivere la letterina di Natale. E' stato discreto, seguendo il mio consiglio. Giacchè cammina deambulando in malo modo, ha bisogno di un nuovo paio di scarpe. E la rieducazione, come fai a non saperlo, riesce molto meglio in scarpe Prada. Suo padre mi ha fulminato con gli occhi. Ma io, che son più furba di una faina, ho retto il suo sguardo. Sono o non sono Florence Nightingale ? Non osare contraddirmi, bellezza. Sulla Croce Rossa, non si spara.
30 novembre, 2006
Figlio del cuore.

Sì lo so che non è niente e che lo fanno tutti i calciatori. E che nemmeno gli faranno l'anestesia totale e che non sentirà male, me lo hanno ripetuto in mille, solo un pò di fastidio dopo e la lagna della riabilitazione, il tutore eccetera. Un intervento al legamento crociato, soprattutto se fatto da un luminare, oggi rappresenta un inghippo paragonabile all'estrazione di un dente suppergiù. Ma non è questo. E' che io non distinguo. Il mio cuore non distingue. Che di figli ne ho avuti tre e ne ho vinti altri due, e che questo, questo qui che ha 21 anni e mi abbraccia stretto come ne avesse 7, come quando era un bimbetto sdentato che non sapeva se guardarmi con ammirazione o con sospetto, quando gli insegnavo a disegnare le fragole coi puntini, nei week end in cui stava col padre e quindi con me, questo ragazzo che è un uomo, oramai, che studia da ingegnere e che si siede in cucina a parlare con me, che mi chiama Là e che racconta, non molto in realtà, ma che so da come apre la porta se qualcosa gli è andato storto, questo figlio acquisito che non è un "astro", suffisso bandito nella nostra famiglia, che mi dice Parla Tu Con Papà, e mi scrive nei post it Grazie e io ci piango come una scema, che conservo ancora quella melanzana salterina che mi ha regalato per la festa della mamma dieci anni fa. A lui, che stamattina ho fatto ridere sulla porta con le mie stupidaggini alle 6 del mattino, che aveva un pò paura ma non lo dava a vedere, ma sa che io so, a lui vorrei mandare, adesso, il più stretto dei miei abbracci, quelli che scaldano e danno coraggio, anche se è grande e sa che non è niente e che domenica sarà già qui, a casa, a casa sua. Non sono sua madre, ma da undici anni è come se. Il cuore non distingue, se i figli vengono dal cielo o dal mare. E i figli del cuore, col cuore, lo sanno.
13 novembre, 2006
Chiedi chi erano i Beatles.
Se vuoi toccare sulla fronte il tempo che passa volando.Già. Stamattina ho spiegato a mia figlia chi è Stella McCartney. Non che ogni mattina le spieghi la vita e le opere di uno stilista diverso, certo che no, ma eravamo lì, un po’ di corsa come ogni mattina, i maschi già fuori, a parlare di vestiti. E non importa se ha soltanto anni 9, ma le piacciono le cose belle, impazzisce quando, mensilmente o quasi, stanzio una piccola cifra da spendere a suo piacimento nel paradiso degli abiti low cost, Zara e similari. E da lì, dal fatto che costare poco non vuol necessariamente dire che siano schifezze immonde, anzi, ci si sono messi pure degli stilisti di chiara fama a disegnare per loro, zac!ecco che si è arrivati, giocoforza, a Stella McCartney, che ha disegnato per H&M. ma chi è mamma? Ma come chi è, figliola, la figlia Paul McCartney. Ah. E chi sarebbe? Come chi sarebbe, COME CHI SAREBBE. Ma uno dei Beatles! Mi ha guardato, gli occhi di lago un po’ assonnati, i capelli che ancora non avevano incontrato la spazzolata mattutina, il pigiamino stropicciato, un’ombra di dentrificio all’angolo della bocca. Come puoi, figlia. Come puoi sapere, se di anno di nascita fai millenovecentonovantasette, chi erano i Beatles. Quelli di She loves you yè yè yè, quelli di Help, I need Somebody, Help!quelli di We all Live in A Yellow Submarine….. Come puoi. Mi sento giurassica a parlarti di loro, in realtà quando loro cantavano Help io non ero ancora nata, ma ho consumato le loro cassette quando avevo 13 anni o giù di lì, le cassette, lo sai, quelle cose rettangolari con il nastro dentro che gira, e che a volte si intruppava e allora si aggiustavano facendo girare dentro le rotelle una Bic Punta Fine. Che ne sai, tu, di quando per vedere le foto della gita si doveva portare il rullino dal fotografo e aspettare una settimana, tu, che scarichi le foto del compleanno quando ancora il tuo compleanno non è passato del tutto. E che dirti, allora, degli amici delle vacanze, ai quali scrivevo durante l’inverno delle lettere lunghissime, sui fogli di Snoopy e Holly Hobbie, e impazzivo a cercare il Codice di Avviamento Postale di Milano, in un libricino che conservava mia nonna in un cassetto della cucina, e aspettavo che il postino mi portasse la risposta, tu che racconti in Msn alle tue amiche che hai imparato la poesia di San Martino e che a Milano ci vai così spesso che scriverci una lettera sarebbe ridicolo. Ma tu, figlia, conserva un po’ di questa cose passate. Sono così belle. Ti farò sentire le canzoni dei Beatles, aiutano a imparare l’inglese, non lo sapevi, e poi quando sarai più grande, sarà così inusuale sapere a memoria Michelle Ma Belle che farai tendenza. E scrivi, figlia, scrivi, con la carta e la penna, scrivi bigliettini e lettere, falle trovare nei posti più impensati alle persone che ami, sono carezze per l’anima, che non si abitua alle mail, ai forward e agli attachment. Io conservo le lettere delle mie amiche, le leggo quando voglio sentirle vicine, senza telefonare. Mi piace di più. Scrivendo, lo sai, è il cuore che parla, esce il vero di te che non sai dire con la voce, a volte è così difficile. Scopri cose che non immagineresti neppure, e le fai scoprire agli altri. L’anima è una buffa cosa, fa tanto la spavalda ma poi va in sollucchero per una fotografia di carta da tenere in un libro, Ti voglio Bene su un bigliettino, la poesiola nella merenda, Ti Amo sul post-it allo specchio del bagno. E se non saprai bene che cosa scrivere, fermati e ascolta. Il tuo cuore, amore mio, lo scriverà per te.
06 novembre, 2006
La fiaba del mattino.

"...Ogni mamma , il lunedì mattina, và a svegliare i suoi bambini con un bacio.
Uno sulle orecchie, cosicchè, per tutta la settimana, sentano solo cose bellissime..
Uno sugli occhi, cosicchè vedano cose magiche e colorate.
Uno sul naso, per sentire profumi buonissimi, di viole e biscotti.
Uno sulla bocca, perchè dicano solo cose carine."
La princi ha sorriso e mi ha abbracciato, stretta, con gli occhi ancora chiusi e un sorrisino di zucchero.
Coi maschi manco ci ho provato.
I grugniti, dopo tanta poesia, non li avrei sopportati.
22 ottobre, 2006
Lo sbrego.

Molte le disavventure che possono accadere a un motorino. Per cominciare, si può graffiare. Succede, non si son prese bene le misure, ed ecco fatto, un bello sbrego sul parafango. Il discorso si complica quando dal motorino si cade, e lo sbrego magari ce l'hai sul gomito o sulla gamba, che la fai lunga e tragica, e mi fai gli occhi da Bambi, che grande come sei hai ancora bisogno di sentirti dire che non ti verrà il tetano perchè sei vaccinato fino al 2015, che è un graffio da niente e che l'acqua ossigenata non brucia. Lo so come sei. La terza opzione, invece, è la più grave. Lo sbrego c'è, eccome, ma non si vede. Ed è quando il motorino, dannazione, te lo rubano. E' successo ieri sera. Hai svegliato tuo padre e me quando sei tornato dalla festa, era lì e non c'è più, l'avevo chiuso, e c'era anche il casco dentro alla sella. Smarrito, spaventato, deluso, ferito. Quello sbrego, lo capisco. Sono quelli fatti proprio lì, in un punto esatto, fra l'anima e il cuore, che si nutrono di rabbia e di delusione cocente, e non ci credi e ti chiedi ma perchè, non era nuovissimo ma tu ci tenevi così tanto, il passaporto per essere autonomo, per quanto si possa esserlo a sedici anni. Se sapessi chi è stato, Pietro, lo picchierei, giuro. Due schiaffi, così, diritto e rovecio, quelli col sonoro, a mano piena, sciaf! Non sono il tipo di madre che vi vuole protetti e transennati, so per certo che le cose della vita, le più sgradevoli, fanno crescere migliori. Ma prego che ti succedano solo cose che io, madre, riesca a spiegarti, a darti una ragione, un senso. E questo, spiegarti non so. Quel che vorrei è che tu non ti lasciassi prendere e che tutto questo ti passasse sopra e di lato e che ti lasciasse così, felice e intatto come sei ora, bello e dannato, romantico e disincantato, musone e irresistibile, così come sei. Il mondo, anima mia, non è propriamente quello che ho apparecchiato e che vorrei per te. Ti deluderà, ti tradirà, ti esalterà, certo, ma mille altre volte ti stupirà per la sua bellezza, la sua stranezza, la sua cattiveria, la sua incredibile malvagità. Ti farà innamorare e ti ferirà. Ma tu, tu non fermarti. Non perderti, mai, cùciti le tasche per non smarrire i tuoi sogni lungo la strada, tienili così, lucidi e perfetti, anche quando tutto il mondo cercherà di strapparteli di mano. Fa di ogni delusione, di ogni dolore, piccolo o grande che sia, di ogni sbrego come quello di oggi, una lezione, una biglia colorata, un modo un pò brutale per diventare un pò più grande, ogni giorno un pò. E quando questo, fra mille anni, potrà esserti diventato insopportabile, tu torna, figlio, torna da me. Perchè non si è mai troppo grandi, troppo forti e troppo cresciuti per non volersi sentir dire, ancora una volta, che è uno sbrego da nulla, che passa e che è soltanto acqua ossigenata. E che non brucia.
18 ottobre, 2006
Un regalo per lei.

Mi somiglia. Anche se ha gli occhi verdi di suo padre. Ma è me. Forse più precisa, più ordinata, più razionale. Ma vanesia e femminile. Nonostante l'improba convivenza. Scarpacce da calcio e ciabattine coi pinguini. T-shirt dalle scritte improponibili e pigiamini con Biancaneve. Cori da stadio e canzoncine tenere. Lei, resiste. Agli attacchi ai suoi pupazzi, alle volte che la sfiniscono di battute che forse non comprende, ride per educazione, di una risata d'oro e d'argento. E i disegni. A tonnellate. E i bigliettini sparsi, per me, lasciati nei miei cassetti, sul comodino, in bagno. Braccialetti coi campanelli, e fiori e stelle e cuoricini. Adoro di lei quel suo non scomporsi mai, di soffrire, ogni tanto, ma fare finta di no. E' di zucchero. Sa ascoltare, mi racconta i suoi sogni, mi chiede della mia scuola e com'ero io e che cosa facevo. E più di tutto, più spesso, mi chiede di quanto ami suo padre, di quanto sia contenta di averli, i suoi fratelli e lei. Li giustifica, quando escono sbattendo la porta, Avrà Preso un Brutto Voto, Mamma. Li adora, assolutamente, li vede grandi e bellissimi, e non rivela a nessuna fanciulla il loro numero di cellulare. E canticchia per la scala e salta la corda in salone e avvolge il gatto nella coperta. Dolcissima e spietata, poesiole tenerissime e sequele di parolacce, ove richieste. Vezzosa, le scarpe dorate, le maglie di Zara, i bagni lunghissimi, di vaniglia e borotalco. Dorme in un letto pieno di cuscini, glieli regalo ogni tanto, una piccola collezione. E ogni tanto, ricamo per lei. E' il cuore più vicino al mio, ci specchiamo insieme al mattino, e mi specchio in lei, ricordo i miei 9 anni, la bicicletta e il cortile, e vorrei per lei una vita di rosa e di meringa, soffice e luminosa, com'è lei. Questo che ho finito stasera è il mio ultimo regalo, la bustina per la tovaglietta della mensa. E avrei potuto scrivergli una frase di un suo cuscino, A Mother's Love Knows No End. Ma questo, anche in inglese, lo sa già.
08 ottobre, 2006
La gastronomia.

Domenica mattina. I grandi non si sentono, qualcuno ha fatto tardi, qualcuno è già a calcio e riederà verso le 13 con uno sbrano barbaro. Meglio portarsi avanti, con un arrosto che troneggia nel forno e invade la casa con un profumo caldo di spezie. La princi fa i compiti, Ho Tanto da Studiare, Mamma, e Non Ne Ho Voglia. Quarta elementare, cominciamo bene. Oggi è proprio autunno, da queste parti, ci si rende conto alzandosi, fa freddino con la sola camicia da notte, meglio infilarsi un golf per scendere le scale a colazione, piano piano, la domenica è il giorno dei pensieri liberi, delle cose in punta di piedi, dei bisbigli, del pigiama fino a mezzogiorno, dei libri e dei ricami, della colazione con calma, dell'avere la beata sensazione che non si ha quasi nulla da fare o che si potrà decidere al momento, se si avrà voglia di no, un film alla tv, magari, o al cinema stasera, un pomeriggio in campagna o una pizza al volo. Ma per ora, devo sentire una lezione. E ridere di gusto, intenerita, scoprendo che, per mia figlia di quarta, la scienza che studia i pianeti si chiama Gastronomia. L'eclissi della Frittata, la scoperta del Pianeta Pesto, Missione nello spazio con la navicella Scalogno III e cose del genere. Ridere di gusto insieme, le teste vicine in cucina, di domenica mattina, un pò scarmigliate, con le tazze del latte e le briciole sul tavolo, cancella in un secondo la malinconia di ieri. Ed è la cosa più bella che c'è.
06 ottobre, 2006
E' figlia mia.

Altrimenti, non poteva proprio essere. Un giro da Mediaworld, ieri pomeriggio, per vedere da vicino questo gioiellino Kenwood, che pare essere diventato tra le donne un oscuro oggetto di desiderio, al pari di un solitario Bulgari. Visto, toccato e verificato, ma forse un pò sovradimensionato per me. A me servirebbe un bel robot da cucina, per sostituire il corrente, creatura, scaraventato nel lavandino anni fa in una crisi di ira furibonda e che adesso, pur avendo svolto una vita di dignitoso lavoro, mi ha comunicato a modo suo che sta per passare a miglior vita e quindi, con mestizia, ne devo comprare un altro. I partecipanti alla spedizione erano 3, il mio sposo, l'Infanta ed io. Sparpagliati in quel caravanserraglio che è Mediaworld, c'è un rumore di fondo che non amo e poi mi và insieme la vista a guardare tutti quei documentari sull'accoppiamento dell'orca marina in 78 televisori di forma diversa. Son fatta male, lo so. L'Imperatore Maximo ai computer, io da brava massaia al reparto robot da cucina, tostiere e caffettiere, e l'Infanta in giro. Siamo usciti di lì con una stampante, giusto, le avevamo finite a casa, qualche cd e, meraviglia, un regalo chiesto dalla picci. Mi è venuta incontro con un musetto furbissimo, pensavo a un videogioco che so, ma lei, brandendo il volumetto in supersconto, coi suoi occhioni verde lago, Possiamo Comprarlo, Mamma? Certo che sì, amore mio, è una favola che molti dovrebbero ripassare ogni mattina appena lavati i denti, un libro che ricorderai per tutta la vita e che ti servirà.Così, per l'insignificante cifra di euro 4,60, ho fatto felice una bambina, La mia, nella fattispecie. Piume delle mie piume, ha cominciato a leggerlo in macchina. Perchè, come si dice, l'essenziale è invisibile agli occhi. Lo imparerà presto.
Odore di dicembre.
Che non è pino, non è neve, non è gelo, non è niente. Non c'è dicembre in questi giorni, non c'è niente del genere, non ci sono le...
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Sarà il periodo. O la mia proverbiale e assoluta frivolezza cosmica. Ma a me, scartare i pacchi, galvanizza. Elettrizza. Mi piace, insomma....
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Da poco, abito accanto a una palestra. Alla palestra di una scuola. Ho spesso la finestra aperta, non mi arrendo ai temporali alle piog...