29 giugno, 2006

Il piccolo Principe.



E così, eccoci qua. In giorni in cui il popolo gossipparo nulla si fa sfuggire della saga del suo illustre, blasonato, cifrato, sabaudo, reale paparino, eccoci qua a spendere due paroline su di Lui. Il principino. Tanto per dirne una, è belloccio. Un pò CiccioBello, ma belloccio, dai. Forse perchè ha 7 cognomi ed è principe Diqua e Duca Dilà, però, come dire, fa la sua figura. Del tipo, se mio figlio mi dicesse, "Studio filosofia con il Fili, oggi pomeriggio", diciamo che mi passerei almeno il lucidalabbra per portare loro la merenda in camera. E forse, chi sa, permetterei anche mia figlia di fare loro una visitina, e lì per lì, recitargli una poesiola. Dopotutto, è sempre un principe, no? Dovere di ospitalità. Ma, alla luce dei fatti, considero che forse il Nostro Principe, che, non scordiamolo, è figlio del Nostro Re e di quel donnino di Marina Tutankamon Doria, non ha la minimerrima (!) idea di cosa sia la filosofia, e quindi sono felice che il 7 del mio figliolo liceale venga da qualche pomeriggio insieme al suo compagno Francesco, delizioso ed educatissimo fanciullo, ma molto più plebeo. E fin qui, ci siamo. Ma, una domanda mi ottenebra. Sarà per caso la maledizione delle felpa? Avevo giust'appunto notato, tempo fa, il lancio di una linea di felpe riportanti lo stemma di casa Savoia. Marca Hydrogen. Ohibò. A parte che non avevo ben chiaro il target. Chi poteva ricavarne gusto ad andare in giro travestito da Palio di Siena? In effetti l'illustre stemma gentilizio è piuttosto, come dire, impegnativo. Ma soprattutto. Chi era quel tale che aveva affidato il rilancio della sua Azienda ad una linea di felpe, tra l'altro molto carine, molto care e molto contraffatte? Così, non dormendoci la notte, mi sono detta. Continuate, figlioli miei a studiare per benino, se anche avete un debito, e pazienza, chessaramai. Ma che mai, mai, mai, vi venga in mente di lanciare una linea di felpe. Esse portano rovina e sfacelo, per non dire una sfiga, ma una sfiga, signora mia! Una maledizione. Che sia colpa di Tutankamon?

27 giugno, 2006

High protection.

Lo sport più praticato sulle spiagge, questo non lo devo insegnare a nessuno, è guardare. Senza alcunchè di morboso o torbido, senza velleità di rimorchio, si guarda e basta. E si vede un campionario di bellezze, indigene e d'importazione. Nonostante, e per fortuna, la spiaggia dalla scrivente frequentata sia poco più che deserta, ci si diletta osservando l'andirivieni sul bagnasciuga. Il soggetto Pal.Dep, che sta per palestrato/depilato, non incontra per nulla i miei gusti personali e non solletica in alcun modo le mie più scellerate morbosità. Temo infatti l'effetto anguilla. Nel senso che, il Pal.Dep di solito, e non so come, è sempre lucidissimo, e avrei il terrore che, nella foga dell'abbraccio, mi sgusciasse via. Non fa per me. Il muscolo va bene, ma il troppo non mi aggrada. Però, dato che la mia spiaggia è soprattutto frequentata da surfisti, diciamo che il fenomeno è piuttosto frequente. Capello biondo compreso. Beh, talvolta lo spettacolo è, per così dire, piacevole. Un'altra categoria sono i papà. Stranieri, anzichenò. Con la calma piatta lasciano il surf e si occupano dei piccini. Un tantino disgraziati perchè lasciano la diafana creaturina sguazzare nudissima senza la minima protezione sotto il sole a picco dell'Isola. E qui, entra in azione la mamma mediterranea. Mossa a compassione e sinceramente preoccupata, sottrarrà da insolazione certa la piccola olandesina, offrendo con amorevole gentilezza un tubo di crema protezione 60. E qui, scatta il dialogo. Che può anche non avere un seguito, anzi, nel 99 per cento dei casi non ne ha, ma, come si dice, un Thank You Very Much da un armadio a 4 ante con l'accento esotico, il bicipite tornito e l'occhiale a specchio, come dire, manda l'ego a mille. Innocenti soddisfazioni di fine giugno.
Di solito, compro la Nivea. Da domani, protezione mille. Non si sa mai.

26 giugno, 2006

Comprare, ajò.


E' una bella lotta. Da sempre, da che ho memoria e bazzico le italiche spiagge, li vedo. In realtà, nei primi anni 70, vendevano perlopiù tappeti. Me li ricordo, sulla spiaggia di Varigotti, e mi impressionava come camminavano, sembravano sempre stanchi e senza un'età definita. E mi stupiva anche che avessero i sandali come i miei, quelli di gomma per gli scogli, da colonia, insomma. Cambia la spiaggia ma il succo della questione è che anche il mercato degli ambulanti, siano essi senegalesi o argentini, ghanesi o pakistani, si è in un certo senso evoluto. Occhiali da sole, teli bagno, costumi brasiliani,cestini africani, CD e borse simil griffate. Che ti prende un colpo, ne hai comprata una identica di Vuitton, bucherellata, dicendoti, questa non la copieranno mai, hai speso più o meno uno stipendio e adesso eccola lì, in mano a Mohamed. Io, mio malgrado, gli ambulanti li attiro, non so. Forse, perchè sono sempre attorniata da una buona dozzina di figlioli, miei e non, e questo, lo si sa bene, è una legge di mercato. Vai dove ti porta il target. Troverai sempre un bimbetto che ha perso le biglie, la pallina dei racchettoni, una bimba leziosa che vuole un braccialettino, una bandana. Quest'anno, però. mi sono ripromessa di non dilapidare una fortuna in parei, magliettine e cose del genere. Che la voce si sparga. Ho dozzine di cestine, telibagno e deliziosi braccialetti di conchiglie. Come dire, ho già dato. Guardo e basta. E, avendo il cuore tenero, offro, come oggi, una bottiglia d'acqua fresca nel torrido pomeriggio isolano, o un pacchetto di crackers, lì per lì. Anzi, ora che ci penso, potrei fare uno scambio. Sarebbe il primo caso in letteratura in cui una borsa di Prada o giù di lì viene barattata con una fettina di melone. Miuccia non sarebbe contenta, mi sa.

24 giugno, 2006

Sì.


Leggo e rileggo quel cartoncino color crema. Ma è proprio il mio nome, è proprio il suo? Oggi, finalmente. So benissimo che non devo fare tante storie, in fondo da domani non cambierà proprio niente. Ma forse, cambierà tutto. Ho un tailleur verde di taffetas, aspetto gli invitati insieme a lui, ai suoi figli, ai nostri figli, che sono due, e l'ultimo ha soltanto un anno e che sarà vestito come gli altri, camicino crema, bermuda sabbia, e Superga blù, con le calzine traforate della festa, ma starà in braccio alla baby sitter, anzichè al tavolo consiliare. Non è roba da tutti i giorni, in un paesino di 400 anime come questo. In Municipio, poi. Non ho usato i confetti ma le pastiglie Leone, verde, lilla e fucsia, come i fiori, come il decoro della torta. La casa è perfetta, il prato sembra colorato coi pastelli, come le ortensie, come i camerieri di Platti che si aggirano con tripudi di tartine e flute. Ho nascosto il mio vestito dalla vicina di casa, me lo passerà furtiva dal giardino, quando lui non vede. Sarà anche una cosa non comune, ma rispetto le tradizioni. Something new, something blue...Le mie amiche di sempre mi spiano dalla porta del bagno e quando sono pronta ed esco, il vestito lungo, semplice, accollato, solo i fiori freschi intorno a un cappellino da educanda, hanno gli occhi lucidi, come me. Mio fratello mi tiene, per la scala del Municipio, ha paura che caschi. Si va.
Lui è già lì, ovvio. Mi guarda come non mi avesse mai visto, come se non avesse mai riso con me, pianto con me, visto mettere al mondo i suoi figli, chiaccherato con me in cucina a notte fonda, fatto check in, code in autostrada, spese, feste, litigate. Come non fossi io. Come se mi avesse conosciuto due giorni fa. Non mi dice nulla. Nemmeno io.
Solo sì. Ed è un sì pieno di tutto, che dirò e dirò ancora, per sempre.
Oggi, dodici anni fa.

Cinquemila.


E grazie. Delle cinquemila volte che avete letto le mie cose, perchè proprio non saprei come chiamarle, cose, ecco. Delle cinquemila volte che avete detto, massì, andiamo a leggere che cosa ha scritto questa mattina. Delle cinquemila volte che avete un pò spiato, un pò vissuto, un pò guardato dal buco della serratura. Delle cinquemila volte che avete un pò riso e un pò pianto, un pò stampato le "cose" per averle sempre lì, un pò ricopiato le improbabili ricette, condiviso o dissentito. A tutti, grazie mille. Ma che dico, CINQUEMILA!!!!

E poi, alla fine.


Anche il sole si è deciso. Oggi, estate piena. La meraviglia pura. Una brezza leggera, che ti fa decidere se spiaggia, piscina, o il nulla liscio, un libro all'ombra, o guardare in sù, a niente fare. Pensieri, parecchi, e confusi, perlopiù. Mi dico che in posto così, con un cielo così e un mare così, non ci può permettere nemmeno per un secondo di stare male. Infatti, non è esatto. Non sto male. Non io, almeno. E visto che sono abituata a condividere, con la mia ristrettissima cerchia di persone care, ogni risata, ogni sospiro, ogni lacrima, ogni sorriso e ogni singhiozzo, oggi vorrei essere accanto a chi di me forse un pò avrebbe bisogno, per non sentire il rumore che fa il suo cuore, per asciugarsi gli occhi, per sentirsi forse, meno sola. Da dire non ho niente, scrivo e scrivo, ma nei momenti giusti non mi esce niente di appropriato, non sono brava, ecco. Pasticciona. Ma è da stamattina che mi ronza in testa la frase di una canzone di Ligabue. "Quando il cuore senza un pezzo il suo ritmo prenderà." Perchè lo riprenderà, acciaccato, aggiustato, ma lo riprenderà. C'è da scommetterci.

22 giugno, 2006

Corni da nebbia.


Un pò Jane Eyre, un pò Anita Garibaldi. Però, che fascino. Stamattina non mi stupirei se vedessi su Maddalena le guglie del Duomo. E ieri, dal porto, questi corni da nebbia dei traghetti, sordi e un pò sinistri, mai sentiti prima. Certo, non è bel tempo. Dirò. Che magari oggi cucinerò qualcosa di complicato, forse anche una torta per gli infanti, e magari andremo a vedere La Tomba del Gigante, che altro non è che un ammasso di sassi, ma che già il nome mette una certa agitazione. Dirò. Che questa estate beffarda, incerta e strana non finisce di sorprendermi, nel bene e nel male. E soprattutto dirò, dal profondo del cuore, una frase che ho trovato in un libro da ragazzina, ricordo vagamente il contesto, ma che ho portato con me, negli anni, e che ho persino ricamato per la camera dei miei figli appena nati. "Ogni bambino che viene la mondo porta il messaggio che Dio non si è ancora stancato degli uomini". A chi sa.

21 giugno, 2006

Giugno, Ventuno


Più che solstizio d'estate sembra Santa Lucia. O San Martino, meglio. La nebbia, infatti impedisce questa mattina la vista della Maddalena, di solito proprio lì, da spolverare. Non è importante. In questo posto, anche la nebbia ha un suo fascino. E in attesa di una maestralata che spazzi via tutto e ci restituisca il cielo di raso che siamo soliti vedere, vediamo di organizzarci la giornata. Un'amica, ieri, accingendosi a preparare la valigia per le sue vacanze, mi ha chiesto novità dalla Costa. Onorata di essere stata investita da cotanta responsabilità, ci ho riflettuto. La vera novità è che non ci sono novità. E vado ad illustrare. Niente di stravolgente, per l'estate duemilasei a quanto pare. Sembra infatti che si prediliga il classico, il certo, e che la semplicità sia la protagonista. A parte le zeppe di sughero che le più lungimiranti modaiole portano, modestia a parte, da anni, sono le cose già viste ad essere di tendenza. Le solite Havaianas, le solite, ma mica tanto, ceste di paglia. Dopo un solo giorno sulla spiaggia, ecco il mio frettoloso ma veritiero resoconto. Certo, sarà ben più dettagliato quando le spiagge saranno un tantino più affollate, e magari la temperatura salirà un pochino. Ma come recita un antico adagio "Meglio la nebbia in vacanza che il sole a picco in città". Se non erro.

20 giugno, 2006

Niente male.


Arrivati in tutta scioltezza. La famiglia a ranghi serrati, "solo" 2 figlioli e "solo" un micino, Philadelphia, ancora troppo piccina (o piccino????) per stare a casa accudito dai vicini. La nostra fama deve averci preceduto, a sorpresa, in nave ci è stata assegnata la Suite Imperiale Dodici Stelle Ultralusso TipTap Gold, che tradotto vuol dire un letto matrimoniale e due lettini. Viola, per giunta. Si vede che si sono detti, beh, questi qua sono stati già abbastanza bersagliati nell'ultimo mese, facciamoli iniziare le vacanze comme il faut. Certo, arrivavamo da Vienna, il che vorrà ben dire un qualche cosa, no? Che dire, tutto liscissimo, più che perfetto. C'è un solino smilzo ma niente ci fa, ha fatto freddo fino a ieri, si racconta. Così, in questo primo pomeriggio di un giugno qualunque, dò ufficialmente inizio alle vacanze duemilasei. Che ne sarà di me ancora non mi è propriamente chiaro, considerando che, così, tanto per dirne una, la deliziosa signora peruviana alle dipendenze della mia turbolenta famiglia, ha ben pensato di rassegnare le sue dimissioni circa 6 ore prima della nostra partenza alla volta dell'Isola. Un gioco da ragazzi. Si sopravvive, certo. Ho giusto comprato un set di spugnette viola ciclamino che si intonano a meraviglia con il rosa del lavandino genovese (e sottolineo, genovese) della cucina. Se Cenerentola dev'essere, che sia quantomeno con una discreta dose di charme. Dovrò solo risolvere il problema del Cif. Il giallo, signora mia, è troppo out quest'estate. Anche in Perù. Ma questo, avrei dovuto immaginarlo.

19 giugno, 2006

Sanno.


Di biscotto e borotalco, quando rimbocco loro le coperte nelle notti d’inverno, quando mi sveglio e vado a guardarli, il respirare tranquillo e i loro sogni segreti dietro le palpebre chiuse, le ciglia lunghissime immobili, una specie di sorriso addormentato. Sanno di sonno e di pigiama, la mattina presto, a tirarsi le coperte oltre la testa e a dire no, ancora cinque minuti. Di vento, quando tornano a casa, il motorino lì fuori, il casco in mano e le lacrime di traverso agli occhi, quelle innocue però, quelle che l’aria e i moscerini. Sanno di buono, di matita temperata, di mani sporche di terra e di inchiostro, di thè alla pesca e di dentifricio. Sanno di appena stirato, di fresco e di baci, quelli veloci dei saluti, non fare tardi e comportati bene, quelli più caldi delle coccole, i baci che consolano, ho preso 5 mamma, e ho studiato tanto, sono caduta dalla bici, ho sbagliato un rigore. Sanno di pioggia, di acqua calda, usciti dalla doccia a gocciolare in giro, la festa è tra poco, di aria calda del phon, di deodorante, di profumo rubato ai fratelli più grandi, al loro padre, a me. La camicia delle grandi occasioni, quella bianca dei diciottesimi e delle cresime e delle comunioni, magari coi jeans strappati e le mutande di fuori. Sanno di neve, le guance rossissime e gelate, le labbra bianche di burrocacao e il casco fucsia, il pile per non prendere freddo, il numero per la gara e l’emozione che ho nel guardarli venire giù. Sanno di sale, sanno di mare, di crema e di cocco, di sabbia e di Cornetto Algida. Sanno di quaderno nuovo, di bagnoschiuma alla ciliegia, di balsamo per i capelli e di cioccolata. Sanno di me. E ogni volta, ogni singolo giorno, nonostante le urla e le sgridate, ogni volta mi ritrovo a raccontarmi di quanto li amo, di quanto stia bene insieme a loro, di quanto li veda crescere e cambiare, di quanto siano per me la mia anima e il mio cuore. Perché i miei figli, più di tutto, sanno d’amore. Il più grande che c’è.

18 giugno, 2006

Il valzer di Strauss


Sassolini ce n'erano, e tanti anche. Ma si sa, visitare un castello non è roba da tutti i giorni. La meraviglia vera. E le rose, i gelsomini e i caprifogli, tutti perfetti, disegnati, profumatissimi. Sono sempre un pò intimidita e fiera quando sono in questi posti, senza tempo, senza data, gli stessi dei libri di storia, cose che abbiamo imparato a memoria, nomi che abbiamo in massima parte un pò odiato, diciamocelo. Metternich, Maria Luisa d'Austria, e quel Congresso di Vienna nel? nel? e cosa hanno deciso? e chi c'era? Insomma, non importa. Bello davvero. La città mi è piaciuta molto, troppo ordinata e perfetta, ma mi piaceva quello che si respirava. I viennesi un pochino meno. Freddini, vagamente scortesi e sospettosi. Non bocciati, solo rimandati al prossimo viaggio. E, signora mia, niente infradito per visitare i castelli. La Principessa, ben lo si sa, ancora Prada non la conosceva.

13 giugno, 2006

L'approvvigionamento.

Il progetto Strofinaccio da Cucina prosegue. A rilento, ma. Qualche giorno fa mi sono recata in visita non già pastorale, ma di ricognizione, ad una filanda. O meglio, a una teleria. Meglio detta Tessitura. Ho faticato a trovarla. Nella mia mente una tessitura doveva essere una specie di basso fabbricato con una bella insegna, magari consunta, ma visibilissima. Mi sbagliavo. Proverbiale è la mia assoluta mancanza di senso dell'orientamento, qualche volta devo pensare per bene anche per fare una strada cittadina, con indicazioni in lingua italiana, popolata da umani. Credo sia una questione di geni, una roba ereditaria, che raggiunge i suoi massimi considerando altresì la mia totale ignoranza in materia di navigatori satellitari che non so impostare, nè mettere in funzione nè tantomeno seguirne le indicazioni. Sono un caso umano, pietà. La Tessitura in questione, sapevo essere ubicata in prossimità del camposanto. Il Cielo mi ascolterà e perdonerà, se per raggiungerla, dopo alcuni giri a vuoto e sconforto crescente, ho trovato del tutto innocente imbucarmi in un funerale. Sì, confesso, e mai verbo fu più appropriato, di aver seguito un carro funebre, che, tanto, più che lì non poteva andare. Ho recitato sommessamente una prece alla cara, sconosciuta salma, parcheggiato nelle vicinanze, e mi sono diretta verso il numero civico 4. Una palazzina anni 50, di 3 piani, all'ultimo l'abitazione della famiglia, i primi 2 destinati alla tessitura. Mi è venuta incontro una signora gentilissima, camice blù e calze coprenti, che mi ha mostrato l'intero magazzino. Il delirio. Tovaglie di fiandra e lino, chilometri di tela colorata, tonnellate di asciugamani di ogni colore. Pronti da ricamare e con la possibilità di averli su disegno, e del colore preferito. Ne ho comprati una ventina. Conchiglie e giardini, pesciolini e gnomi. Per uso personale (stupefacente!) e per uso pubblico. Leggi: amiche deliziose, compleanni, cene a tema e regalini-senza-perchè. Il marchio è già pronto. Ma, una domanda. L'imprenditoria può essere vista anche alla voce Strofinacci Da Cucina? Ho i miei seri dubbi. Pazienza.

Leggerollo.


Me ne hanno detto meraviglie. In previsione del viaggio aereo di domani, verso Vienna, primo breve assaggio di vacanza, mi sono portata avanti. Non viaggio mai senza l'iPod e un libro nuovissimo, da iniziare. Farò fatica a lasciarlo lì, davvero mi hanno detto che si legge d'un fiato. La straordinaria capacità dei libri di farsi cercare, scegliere, desiderare. E amare, anche. Un pò come le persone, in fondo. E come loro, se le rileggi, qualche volta le interpreti in modo diverso. Quasi sempre al meglio. Quasi, ecco.

12 giugno, 2006

Perle di saggezza.

Tutto sono tranne che una filosofa. Come dire, non ne ho la stoffa. Ma stamattina, pronti via, per risciacquare un pochino lo sguardo vacuo del mio sposo che era troppo appannato, ho coniato lì per lì una di quelle frasette che servono, qualche volta, per tirarsi sù il morale. Abbiamo avuto un periodo come dire, effervescente, e adesso sembra tutto migliorare. La scuola è finita, ieri sera una cena tra amici, fra tetti e campane, cose buone e profumo di gelsomino, le vacanze vicine, insomma, volge tutto al meglio. Così, mi cito. " E' come quando trovi un puzzle negli ovetti Kinder: le tessere sono tutte ingarbugliate e mischiate, ma poi le disponi con grazia, le giri, le raggruppi per colore e in men che non si dica, voilà, il puzzle è fatto." Lui ha sorriso, risollevato, mi è parso. Dopotutto mi ha sposato. Che si sia pentito, questa mattina, seduto stante, dopo la vicenda del puzzle?

Papaveri senza papere.


Mettono allegria. E vogliono dire tante cose. Innanzitutto li adoro in quanto facenti parte di quella categoria di fiori ben riconoscibili e appartenenti ad un periodo ben preciso dell'anno. Nel senso che non si possono vedere papaveri a novembre inoltrato, come le rose del fioraio, per esempio o le margheritine delle aiuole. Non sono per le indecisioni, caratterialmente, e il papavero in quanto tale mi dà la sicurezza matematica di dire, ok, ci siamo, è estate. In più, sono fiori che hanno ragione di essere solo in un contesto ben definito. Nessun mazzo di papaveri, in letteratura, è mai stato avvistato. Non resistono a sterili vasi pieni di acqua, non si regalano, non si comprano, come il glicine, e come i loro lontani cugini fiordalisi. Il papavero si lascia guardare. E dà, in questo periodo, ai campi lungo la strada di casa, un aspetto di festa, di vestito nuovo, di bellezza semplice e contadina che fa stare bene. Mette allegria, appunto. Da piccola facevo un gioco che ho insegnato anche ai miei figli. Ingredienti: un bocciolo di papavero, quelli pelosetti e fatti ad oliva. Bene, si deve indovinare il colore al suo interno perchè, c'è anche chi non lo sa, il papavero dapprima è bianco e poi è rosa, per poi esplodere nel suo colore rossissimo. Vince chi indovina il maggior numero di olivette. Gioco rilassante e un pò demodè. Ma grazioso. E fa dimenticare che, tanto bellini, colorati, lucidi ed allegri ma sempre di pianta infestante si tratta. Perdoniamoli.

10 giugno, 2006

Ines, la coccinella.


Qualcuno sostiene che, se non avesse quel suo bel cappottino a pallini, i più la tratterebbero più o meno con la stessa schifata considerazione che si ha per uno scarafaggio. Ma tant'è. Ha stile e lo sa, ha classe da vendere, soprattutto quando si esercita in uno di quei suoi bei voli brevi ed intensi, diventando a tutti gli effetti un insetto quale è, e non uno squisito oggetto di design come sembra. Le adoro. Le coccinelle sono nell'immaginario collettivo, portatrici di buona sorte. Così ho salutato stamattina la mia compagna di viaggio, che con ogni probabilità ha passato la notte aggrappata al finestrino della mia automobile. Se ne è stata lì, tutto il tempo che è servito per andare da casa mia in città, scrutandomi, potrei giurarlo e facendosi una passeggiata sui miei pantaloni, ingannata forse dai fiori stampati sopra, che ha scambiato per veri. Come, alle coccinelle piace Cavalli? Di lei, nulla so d'altro. O forse sì. Se ne intende anche di musica. E' stata infatti un bel 5 minuti, appena prima di volare via chissà dove, ben attenta, pettoruta e un pò spocchiosa, sul display dell'autoradio. Le coccinelle, questo invece ben lo si sa, vanno pazze per il Buddha Bar. Volume IV, per l'esattezza. Diabolici insetti zen.

Cuore.


C'è profumo di tiglio quest'oggi nella piazza davanti alla scuola elementare. Lo Senti, Mamma? Quando c'è Questo Odore Vuol Dire che La Scuola è Finita. Già. Oggi è l'ultimo giorno di scuola. Invocato da mamme e alunni per i lunghi mesi invernali, adesso che è qui, beh, sì, siamo tutti contenti ma con una malinconia sottile, una specie di morbida tristezza, un pochino, ecco. Da sempre, l'ultimo giorno di scuola mi rattrista, anche quando non ero davanti ad aspettare, ma ero io ad uscire. Voleva dire che qualcosa era finito, che si concludeva un momento, che qualcosa cambiava. E i cambiamenti non mi sono piaciuti mai. Significava ovvio, non rivedere più certi compagni, non dividere più con loro il quotidiano. Forse, significava solo crescere. Oggi, in quella piazza dove staziono da anni, dove da anni aspetto le 16,20, anche io mi sono un pò commossa, come i bambini della quinta elementare, che hanno abbracciato forte le maestre, piangendo di un pianto buffo e impacciato, disperato, anche, quasi a dire, No, Dai, Rimaniamo Ancora Qui per Un Pò. L'ultimo giorno di scuola ha il suo fascino. Da domani, tanti giorni vuoti di compiti, di zaini e di voti, e pieni di giochi, di niente fare, di sveglie alle 11, di vacanze, di nessun orario. Cambiano i ritmi da domani e si è già tutti un pò in vacanza, non foss'altro per la sveglia che suona sì, ma possiamo prendercela con calma, una mezz'ora in più, male non fa. Sarà estate e poi autunno e allora, ancora saremo su questa piazza davanti ai Carabinieri, ancora zaini e ancora merende, a scrutare i genitori nuovi dei bambini della prima, infreddoliti nei cappotti e nelle sciarpe, a soffiare nasi e ad aspettare le 16,20. Fino al prossimo inebriante, unico, assoluto Profumo di Tiglio.

09 giugno, 2006

Laifisnau.


Ma quanto ci avrà messo la Creatura, ad impararlo? L’accento certo non è dei migliori, ma col suo faccino borgataro, belloccio ma a bocca chiusa, e la parlata country, Francesco Totti riesce persino ad essere simpatico. Ormai in televisione vuoi per i Mondiali, vuoi per gli spot, lo si vede ogni 5 minuti. Mi ha intenerito giorni fa quando alla radio ho sentito che il desiderio segreto del Nostro sarebbe quello di passeggiare in Via del Corso, senza essere assaltato dai tifosi e dai fotografi. Si ode il coro, Sì, Ma Ha Cinque Fantastiliardi In Banca, ohi, ma come siete venali, orsù! Insomma, un desiderio legittimo. Beh, in fondo ad esaudirlo non ci vorrebbe molto. Basterebbe avere una mogliettina meno appariscente, con una french manicure un po’ più discreta (Ilary, tesoro, ma lo sia che la french così ce l’hanno solo le domatrici oramai?), un bimbetto con un nome più consono, che so, Fabio Massimo, o Caligola, ma Cristian, accidenti, e senza nemmeno la h, per cortesia. Potrebbero rifarsi e la prossima pupina chiamarla Flaminia, o Appia Antica, anche Casilina male non sarebbe. E infine, Lui, forse, dovrebbe azzeccare un congiuntivo ogni tanto, dovrebbe essere meno presente nelle barzellette e fare meno cucchiai. Qui si fermano le mie nozioni calcistiche. E non si può neppure pretendere un inglese fluently da chi ha idee confuse anche sulle sua lingua madre. Vabbè. Però Francesco Totti mi sta così simpatico che magari qualche lezioncina di inglese, grammatica e fonetica, gliela darei io. Dopotutto, sono stata al Trinity College di Oxford, mica alla Scuola Radio Elettra. E sarei onesta con Lui, non gli chiederei autografi e applicherei una tariffa moderata per il Pupone, facciamo 50 euro. “ Ahò, sò cento sacchi!!!!”

Lapo 2, il ritorno.


E’ tornato. Non già a Portofino come qualche settimana fa, ma proprio lì, al lavoro, in ufficio, al Consiglio di Amministrazione, insomma, al suo posto. Lo hanno trovato in forma, bello non lo è e quindi si dice che è un tipo, arrivato con la sua Alfa 156 Sport Wagon, con un bel completino azzurro cielo, e una splendida cravatta tricot. Mi ha fatto felice. Tanto per cominciare, le cravatte all’uncinetto le facevo alle medie nell’ora di applicazioni tecniche e quindi mi sono già portata avanti. E poi perché, in assoluto, ha una bella macchina. Bella scoperta, ma com’è che fa la sua mamma di cognome, Agnelli, per caso? E cosa fanno gli Agnelli, formaggio? Vabbè, eravamo rimasti alla macchina. Mi piace e molto. Sono una donna anomala, che è già una bella dichiarazione, nel senso che le automobili mi piacciono. Non proprio come agli uomini ma quasi, e che ci posso fare, sarà mica peccato, no? E se adesso, in questo periodo di Suv, probabilmente, dovendo scegliere una nuova automobile, sceglierei proprio quella del Lapo. Magari di un bel rosso lacca, che so, un Pirate di Chanel lo vedrei bene, ma si è mai visto qualcuno che si reca ad acquistare un’automobile con una boccettina di smalto? In controtendenza, italianissima, non di moda, non riconoscibile. Grazie Lapo di questa grande idea sul mio prossimo acquisto. Felice che tu sia tornato, il tuo completo celeste spiccava e di molto su tutta quella grisaglia. Ti ho già palesato la mia stima, mi diverte quel tuo modo di fare, giullare fra le mummie, l'occhio spiritato anche in tempi non sospetti, il basettone, l'aria trasognata. Si sbaglia tutti, tesoro, chi un po’ di più, chi un po’ di meno. La cosa importante è non ricascarci, me lo prometti? Ah, una precisazione. Sul fatto che gli Agnelli non facciano il formaggio, beh, ho sottomano un indirizzo: Caseificio Agnelli, Località San Pasquale, Palau, Sassari. E t’ho detto tutto.

08 giugno, 2006

Egli.


Il consiglio è vecchio come il mondo. Vuoi tirarti sù? Fatti un giro dal parrucchiere. Risaputo, scontato, trito e ritrito ma sempre efficace. In linea di massima un giro dal parrucchiere, una, se deve proprio farlo, che lo faccia in grande stile. E che sia, in assoluto IL PARRUCCHIERE. Nella città che è stata la tua, e che ancora smodatamente ami, che hai girato questa mattina un pò da turista, le Olimpiadi lontane, regalandoti il privilegio sottile di fare anche qualche fotografia, a questa città intatta, pulitissima, un pò svizzera, anche. ma veniamo a Lui. Lui non taglia. Crea. Vuoi il caschetto così, la sfumatura così, la lunghezza così? Ma starai mica scherzando, vero? Sarai mica tu a decidere, cocca. Decide la moda, la tendenza, il tuo viso tondo che non si intona a caschetti Valentina style, ma come, se lo porto da mille anni? Appunto. Più che un salone di bellezza un opificio. Sono in tanti. Fanno pensare a un esercito napoleonico e il celere ubbidir qui proprio uno scherzo non è. Anche se ancora la differenza tra chi ha la Tshirt bianca e chi invece ce l'ha nera ancora non l'ho capita. La vera essenza di un parrucchiere di grido si vede già al lavatesta. Non scappa uno schizzo che sia uno, il massaggio per lo shampoo è a metà tra uno shiatsu e una terapia intensiva. La goduria vera. In più, alla fine, la signorina ti flauta sommessa, Facciamo Un Risciacquo ad Acqua Fredda? e lì è il delirio vero. Si passa poi nelle sue mani. Che muove peraltro con una grazia tutta sua, un pò Barnard un pò Michelangelo, che dire di più? Un taglio qua, accorciamo qui, alleggeriamo di là, la frangia và così, voilà, in cinque e tre otto l'Artista ha creato la sua opera. Sono uno schianto. Non importa se domani l'incanto svanirà, mi basta oggi. Un taglio ottimale devo essere splendido anche dopo mesi. E questo, che secondo i miei calcoli dovrebbe arrivare intonso fono ad ottobre inoltrato, modestamente lo sarà. Certi trattamenti, a ben pensarci, dovrebbe passarli la mutua.

Ce la si fa.


Ci si tira fuori. Si sta meglio, all'improvviso, come all'improvviso si era stati da cani. Basta pochissimo, in realtà. Basta che ti sveglino coi baci alle 5 del mattino e tu a tirare cuscinate e farfugliare una serie di sproloqui all'indirizzo del coinquilino del tuo letto. Basta che ti si dica, Voglio il Tuo Profumo, Mamma, basta una colazione a ridere di stupidaggini dopo mattine grigissime, basta organizzare una giornata di puro scialo, purissimo svago, cose da niente ma che fanno bene al cuore. Un cuore incerottato ma stilosissimo, bistrattato ma con glamour, affaticato ma molto cool. Eh, sì, cara la mia signora, i cuori più trendy son fatti così.

07 giugno, 2006

Il cerotto.

Un cerotto e passa tutto. Anche dove non c'è niente, neanche un graffio o una sbucciatura, il cerotto infonde, da tempo immemore, la sua bella fetta di sicurezza. L'operazione diventa un tantino difficile quando il suddetto và apposto sul cuore. Lo ben si sa, il cuore è viscido, scivola via e non ne ha nessuna voglia di farsi curare. Neppure da me, allenata da improbe somministrazioni di sciroppi e antibiotici a fanciulli recalcitranti e ogni sorta di medicine a cani e gatti, si sorvoli sul paragone. Esso, il cuore, è uno strano aggeggio. Che a lui non si comandi è cosa nota, ma qualche volta ti verrebbe da prenderlo a schiaffi, lì per lì. Come, fedifrago, è proprio il momento in cui ho più bisogno di te, e tu, sciocco d'un muscolo che non sei altro, ti metti a battere troppo forte e a non reggere più o quasi? Come sarebbe a dire, cuorucolo da mercato, che proprio adesso fai il prezioso e dici beh, fai senza di me? Lo so, lo so. Forse hai avuto un periodo di grande lavoro, surmenage si dice, vero?, e allora, dai, forse ti sei un pò scocciato e allora, vedi, un cerotto e passa tutto. Avrò più cura di te, ma averla di te è averla di me, cura e maestria nell'essere più forte, non farsi scalfire dalle cose, non farsi squassare il petto dalla paura e dall'ansia perchè lì sotto ci sei tu. Imparerò. Un cerotto, comunque, per cominciare. Ma, una domanda, Gucci fa cerotti? Sarebbe un'idea.

05 giugno, 2006

Colpa del parfait.

Buoni. Delicati. Sofficissimi. Di quelle speciali cremine che si gustano col palato, magari schiocchiandoci la lingua contro, e concludere il magico rito con un mmmmhhh! deliziato. Sono arrivati tutti insieme, all’improvviso, in un cestino colorato, in una giornata di un ponte vacanziero che non abbiamo rispettato. Noi, le Famiglie Numerose, di solito facciamo così. In quelle feste comandate in cui tutti sono in giro a fare code, noi ci si cerca, ci si organizza, e si improvvisa. Restando a casa, ovvio, e restando insieme. Tutto può essere. Un buffet, o 4 teglie di lasagne al forno, apparecchiato per bene, avendo cura di non includere il coltello agli under 4. Di solito ognuno porta qualcosa. Forse una bella macedonia colorata o una crostata di frutta, purchè sia. Il vero strabilio sono stati loro, i Parfait al Caffè. Belli anche da vedere, nei loro bicchierini monodose molto chic, e non poteva essere altrimenti, visto la blasonata provenienza. Fin qui, tutto bene. Ma sono qui a invocare pietà. Ho avuto un week end avventuroso, un sabato sera che, va bene, avevo il pigiama e non volevo più uscire ma nel cuore della notte mi è tornato un figliolo ingessato, dopo un rave party al Pronto Soccorso. Il mio cervello si rifiuta, dopo giorni e giorni di vicende non gradevolissime, di applicarsi, di lavorare, perfino di contare. E ho dimenticato un bicchierino di parfait nel mio frigo. La colpa è stata sua, del parfait. Si è nascosto lì, fra la provola e i pomodorini e non ho restituito debitamente lavato il bicchierino old style. Perdono. Imploro clemenza e comprensione e prometto di non reiterare l’insano gesto. Primo ed unico esempio di rapimento di parfait. Per ottenerne la ricetta, ovvio.

03 giugno, 2006

Ode al pigiama.


Certamente da rivalutare. Non un indumento. Piuttosto, uno status. Il pigiama, in serate come queste, si va a collocare in una scelta ben precisa, una corrente di pensiero, un movimento culturale. Il pomeriggio è stato movimentato da 2 partite di calcio 2? Niente paura. Dopo una serata tranquilla e la pizza alle 19, eccoci a casa. I fanciulli sparpagliati, non un granchè da fare, l'indecisione su come impegnare il lasso di tempo che và da qui al sonno ha un nome: il pigiama. Mettersi in pigiama è una sorta di messaggio subliminare, che tradotto vuol dire, sì, sono ancora in circolazione, ma posso decidere, e la cosa assolutamente certa è che l'ultima cosa che avrei voglia di fare è uscire di nuovo. Che si sappia. Mettersi in pigiama alle 9 di sera è stato visto nei secoli come un peccato mortale. Adesso è l'assoluta controtendenza, considerando l'aggravante del sabato, mentre il resto del mondo si apparecchia da corsa ed esce nel mondo, noi, nella pace del nostro divano, nel silenzio delle mura domestiche o al limite in terrazza, trasgrediamo di un piacere sottile. L'attenzione va ora focalizzata sul modello. Già, perchè nell'immaginario collettivo il pigiama è di flanellona pesante, a colori pastello, magari disegnato a funghetti o piccoli tostapane. Orrore. Il pigiama in questione dovrà essere, tanto per cominciare, di seta o rasatello. Lucidino, ecco. E poi, taglio maschile e colore deciso. Un bel rosso lacca, magari. O un blu Cina. Si è così pronti per un sabato sera molto alternativo, a casa. In fondo, una settimana sulle Montagne Russe va conclusa in un certo modo. E con la seta, è noto a tutti, si va sul sicuro.

Tirarsi fuori.

L'avevo detto, io.
E' un'espressione che non mi piace per niente e che cerco di non dire mai. Inoltre, ha effetti deleteri se viene detta a me. Ma sorvoliamo. Ho passato gli ultimi tre giorni? di meno? di più?,non so, come a commiserarmi. A dirmi, deh, quanto sto male. Ahimè, derelitta, quanto sono sofferente. Tapina, sciagurata, infelice creatura. A darci giù di gocce e pastigline miracolose, sperando di arginare il malessere. In effetti aiutano molto ma il grosso del lavoro lo devi fare da te. Bene, ora mi sono scocciata. E tanto anche. Appartengo all'Associazione per la Protezione e la Diffusione del Vaffanculo Terapeutico. Lo so, lo so, non è bello a dirsi, le regole della buona creanza non lo contemplano, ma, accidenti, ogni tanto è assolutamente obbligatorio. E così, via libera ai Vaffan, così, di getto, veloci e leggiadri, senza pensarci sù, liberatori, asssoluti, volgari il giusto, che fanno bene al cuore, alla mente e allo spirito. Vaf, a chi non ci prva nemmeno a sfangarsela da solo, Vaf, a chi ti guarda come una marziana, Vaf, a chi ce la mette tutta per rovinarti una serenità semplice che hai costruito con anni di culo, ma sì, si può dire anche questo, oggi è anche la festa nazionale della Parolaccia Che Viene Dall'Anima, mica bruscolini. E Vaf, a chi fa le cose esattamente al contrario di come gliele ordini, Vaf a chi non capisce la lingua italiana, Vaf alla SDA Courier che ti hanno perso un pacco e fanno finta di niente, Vaf ai parenti serpenti, Vaf a chi non si fa mai gli affari propri, Vaf alla vicina di casa con l'uccellino e la lavatrice sulla porta da settimane, Vaf ai radical chic, Vaf a chi si crede scienziato e non sa scrivere il suo nome, Vaf alla fodera del divano che si sgualcisce a guardarla, Vaf, a chi ci prova, ogni tanto a farti stare male come un cane e che, caspita, ce la fa benissimo, Vaf a chi ti dice le cose senza guardarti negli occhi. E da ultimo, Vaf, dal cuore, a chi non sa di che pasta sei fatta. Una tosta, ecco. Che farà pure la mammola per un pò ma poi, artigli, bazooka, missili terra aria e magari anche un cannone, provateci solo, coraggio, son qua. Certo, andrebbe meglio un Al Diavolo, e sarebbe un pò più zen. Ma vuoi mettere la soddisfazione?

01 giugno, 2006

Che sian squadrate!


Certo, son problemi. E seri, cara la mia signora. La mano, quest'anno, come sempre, del resto, la dice lunghissima sulla sua proprietaria. Ho già detto la mia sulla cura e pulizia degli arti inferiori, prima di sfoggiare zeppe dorate e sandalini capresi. Ma la mano, anche d'estate, deve avere la sua ribalta, il suo momento magico, la sua bella fetta di attenzione. Ma procediamo con ordine. L'unghia della mano non và in nessun caso mangiucchiata, nemmeno nei momenti più tremebondi della nostra esistenza. Molte impenitenti viziose ricorrono alla ricostruzione, che dona in effetti un aspetto curatissimo a mani in pietoso stato di abbandono al loro bieco destino. Ottima scelta. Ma a chi, come a me, piacciono le cose naturali, ecco che il dover squadrare, limare, dare insomma un aspetto glamourous alla nostra mano, diventa un vero e proprio momento di riflessione profonda. Come? Quanto? E soprattutto, ahinoi, di che colore? Molto semplice. Il non colore sarà in assoluto la nostra bandiera dello stile innato, del fascino e dell'eleganza. E non parlo di trasparente, lo si intenda bene. Parlo di lattiginoso, lunare, stellare. Magari, con l'aggiunta di qualche glitter che raggiungerà il suo massimo di visibilio con la prossima abbronzatura. Niente è più chic di un'unghia curata, squadrata, brillantinata il giusto. I rossi purpurei lasciamoli alle altre, o tutt'al più conserviamoli per un'occasione specialissima. Per le altre volte, Beige Naturel, e non se ne parli più. Completare con un gioiellino discreto, un anello di turchese, magari, portato con discrezione, nonchalance e un tantino di distacco. Per manine laboriose che, è risaputo, quante cose sanno far.

Fragole spiaccicate.


Una vera definizione alternativa, non so se esista. Non è facile. Nel senso che, un individuo in buona salute, con una vita normale, certo non può accollarsi le disgrazie dell'umanità tutta. Guerre e carestie, pandemie e soprusi di ogni genere, brutto da dire, ma non possono essere risolti da noi medesimi, all'istante. Ciò non di meno, ci si sente frullati. Come se un carrarmato si fosse parcheggiato proprio lì, su di noi stesi a pancia in giù. Come se avessero preso il nostro cuore, la nostra testa e il nostro stomaco e lo avessero frullato con un robot da cucina di ultima generazione, che trita-taglia-frulla e impasta, per dirla tutta. Si sospira centinaia di volte, ci si guarda riflessi nelle vetrine, un pò curvi e con l'espressione da fila alla Posta Centrale e si cerca di darsi un tono. Operazione difficile ma non impossibile. Un pensiero alla festa di questa sera, uno spruzzo di mandorlo e un gloss al mandarino. Che con le fragole, lo si sa benissimo, ci sta che è un amore.