31 marzo, 2007

L'idea malsana 2.


La tosatura.

Càpita di rado. Anzi, non mi era proprio mai capitato di imbattermi in uno sterminato gregge di pecore. E, men che meno, che i pastori fossero impegnati nella tosatura. Me lo avevo detto il pastore, ieri sera, quando mi sono fermata col mio figliolo mediano a guardare curiosa questa gigantesca distesa di occhi e di zampe, di beeeee e di corna. Insolito, appunto. Se Vuole Passare, dice il pastore, Domattina le Tosiamo. Così, con la picci, la mia Informatica Vicina e i suoi bambini, ci siamo recate. Infangate fino agli occhi, armate di macchina fotografica per paparazzare meglio di Corona questo mondanissimo evento, nelle colline intorno a casa mia, dove non succede mai nulla o quasi. I bambini, curiosi e stupiti. La Princi in lacrime, e io a spiegarle che non facevano del male, che loro, le pecore, erano pure contente di farsi togliere tutta quella lana. Ma il suo cuore di burro non sentiva ragioni, ha accarezzato gli agnellini, Non Li Mangeranno, vero Mamma? Certo che no, PrinciDiZucchero, queste pecore fanno solo la lana. Si può mentire a una dolcezza così innocente?



Ma anche il pastore l'ha rassicurata. Gli agnellini staranno accanto alle loro mamme, perciò li avevano contrassegnati con un simbolo uguale, in modo che nessun agnellino si smarrisse, o perdesse la sua mamma. Così, andava meglio. Ecco quello che succede in una mattina di fine marzo in un paesino nel Monferrato. La mia bambina, che usa con scioltezza le email, che fa le ricerche su Wikipedia e conosce le operazioni di base di Word, non aveva mai assistitito alla tosatura di una pecora. Certo, non è fondamentale, ma forse quando sarà grande se ne ricorderà.




E dal vostro inviato in Monferrato, per oggi, è tutto.

Indoleeza.


Cheggiornata. Che splendida giornata di nulla. Sarà stato il clima, freddo a onor del vero, sarà che domani è il primo aprile e lo scherzo me lo volevo fare da sola, sarà che il mio sposo è ancora per mare e io coi figlioli a casa mi permetto uno scialo, un disordine accennato, senza regole ed orari, si ha fame, si mangia, si ha sonno, si dorme, la cucina sempre aperta per un thè, una spremuta o una cioccolata. In beatitudine assoluta, il liceale riederà allo scoccare della mezzanotte, giacchè il suo pullman si trasformerà in una zucca, col suo bagaglio di souvenir berlinesi, che per me significa un paio di lavatrici, ma che fa. L'indolenza di quest'oggi mi ha preparato per domani e la domenica lavanderina non mi spaventa affatto. Ho preparato dei toast per pranzo, ognuno poteva chiederli come voleva, e magari prepararseli da sè. Ho letto, guardato fuori, ricamato, letto e dormicchiato, letto e progettato le bomboniere per la Princineve, con la quale ho avuto il mio culmine di mondanità nell'eccezionale evento di questa mattina, di cui parlo qui. Un sabato indolente e meraviglioso, i pensieri tristi e ansiogeni allontanati per un pò, i dolori, signora mia, sono come sassolini, pensi di esserteli tolti scrollando per bene la scarpa e invece no, eccoli lì, di nuovo, a disturbarti improvvisamente, a farsi sentire quando meno te li aspetti. Ma poichè non sono l'Esercito della Salvezza, i sassolini questa volta farò finta di non sentirli. E di chiamarmi Indoleeza Rice, per un sabato pomeriggio, di pioggerellina e di niente fare, per una volta, mi spetta di diritto. Sacrosanto.

29 marzo, 2007

A mille ce n'è.


Avevo un mangiadischi rosso. Una cosa che, una volta che uno dei miei figli ne ha adocchiato uno da un rigattiere, mi ha chiesto se fosse per fare hamburger giganti. Beata innocenza. Ma loro, del mangiadischi, ma che ne sanno. E dei 45 giri, ma che ne sanno. E delle Fiabe Sonore...no, di questo ne sanno, perchè li ho sfiniti fin dalla tenera età con una canzoncina tratta da una di queste fiabe, ripubblicate da non molto da Fratelli Fabbri Editore. Sfortunatamente non mi ricordavo il titolo, per cui non era possibile risalire alla fiaba se non telefonando direttamente alla segretaria dei Fratelli Grimm. Ma il Cielo mi è venuto in soccorso. Chiacchierando amabilmente in piscina giorni fa, mentre i fanciulli je davano di delfino e farfalla ( e signora mia, qualcuno dovrà pure sostituire la Pellegrini, no?) una mia recente amica mi ha candidamente comunicato il nome di tale favola, così, come se mi dicesse che ne so, sono le 6. Lei la possedeva, anzi, la possiede. In 45 giri, ma che importa. Con le moderne tecnologie si fa presto a dire fiaba. Si fa presto a ricordarsi di quei pomeriggi, delle persone che avevo con me, dei miei sandalini rossi, della babbucce di lana che mettevo per dormire, della colazione nella tazzona bianca, della cartella della scuola, terza elementare, del sussidiario e delle palline in fondo alle trecce. E stamattina, portando a scuola la Princineve, l'abbiamo ascoltata. E l'ho riavuta per me, dopo trentotto anni, signora, trentotto, mica pasta e ceci. Si fa presto a dire felicità. Grazie, Meggy, per quel titolo, La Casa Nella Foresta.

28 marzo, 2007

Indiani e cowboy.


Ti eri detta basta. Che non era più affari tuoi e che ognuno aveva la vita che si era scelto, e che ne avevi abbastanza delle tue, di questioni. Avevi detto che non ti importava più, che da questo momento che ognuno andasse per la sua strada, per la sua vita, avete vite così diverse, adesso. Eppure è difficile. Difficile far finta di niente e andare avanti per la tua strada, se si è giocato miliardi di volte agli indiani e ai cowboy, se gli rompevi il meccano e se ti sgozzava le bambole. I pensieri ci sono, eccome. E ti fan prendere sonno a fatica e li accartocci in un angolo, li lasci sul davanzale della finestra o sotto il letto e speri al mattino di non trovarli più. Non servirà. Sono lì, ancora, mentre frughi nella biscottiera cercando cose che non sai, risposte, forse, illuminazioni, anche. E la rabbia di non sapere davvero che cosa fare, di non potere, di non essere in grado. Si è cresciuti e si è lontani, adesso, e nessuno poteva dirlo, avevate un affetto così speciale. Dimenticheresti anche le offese, se riuscissi ad aiutarlo almeno un pò. Ma la sua strada non è più la tua, e le cose che c'erano non ci sono più, ed è così difficile da dire, e anche se ancora ti butteresti nel fuoco per lui, sarebbe tempo perso, e la diligenza dei cowboy è già troppo lontana. e a raggiungerla, non ci riuscirai.

25 marzo, 2007

Illegal.


Poteva andare meglio, decisamente. mai passaggio dall'ora solare a quella legale fu più sfigato di così. Pioggia, pioggia e ancora pioggia. Beh, certo, siamo stati ad una bella festa di compleanno sabato sera, e già questo avrebbe dovuto tirarci sù. Ma il cambio dell'ora di solito è accompagnato da un bel tramonto, dalle finestre aperte, dalle maniche corte, dalla frittata coi pomodori, e via così. Invece un bel niente. Cielo color totano crudo, perchè fritto, lo sanno tutti, è doratino, domenica sera passata ad assistere il liceale che stanotte (!) parte per Berlino, e quindi via di stiraggio. Che di stirare, signora mia, questa volta proprio glielo giuro, non ne avevo voglia alcuna. E lo sa anche lei, che se si stira senza voglia, è più il danno che si fa. Si appiattisce tutto con le mani, si fa finta di non vedere le piegoline che si formano, si spruzzano tonnellate di appretto, quello ecologico, per carità, che io al buco dell'ozono ci penso eccome, mica solo lei che fa tanto la maestrina e non si perde una sola puntata di Superquark. Anzi, glielo dica lei al quel suo amico Piero Angela, che la prossima volta si informi per bene e che l'ora legale si fa in un week end di sole. Se no, di legale, non ha proprio un bel niente. Lo sa anche Shakira.

23 marzo, 2007

Venerdì.


Alla fine, direi. Inizia un fine settimana, stranamente , con la giornata più impegnativa, quella che mi costringerà a sorbirmi il traffico del venerdì sera meneghino in uscita dalla città. Ma fa niente. A casa mi aspetterà una cena improvvisata, del tipo che si infila a turno la testa nel frigo e si guarda che cosa c'è, per poi consumarlo chiacchierando sul divano, a gambe incrociate modello yoga, pensando alla festa di domani sera, e alle passeggiate di domenica. Una settimana, quella passata, all'insegna del gossip più sfrenato. Ridicolo, anche. Insomma, uno non è nemmeno più libero di farsi un giro dove, come e con chi gli aggrada. E chiedere un'informazione a chi passa di lì, a chi lì aspetta l'autobus, a chi lì ci lavora. Ah, signora mia, di questo passo, dove andremo a finire! Glielo dico tosto, andremo a finire che si perderà tutti la trebisonda, e che si confonderanno fresche per frasche, e magari, arriveremo anche a conservare, che ne so, i calendari di Anna Falchi con dei documenti scottantissimi, in una valigia con combinazione, murata, sotterrata, ma ahimè, testè ritrovata. Come dice? E' successo ieri? Maddai!!!!!

22 marzo, 2007

Bello.

Grazie. A chi c'era, a chi ha preso 3 ore di permesso dal lavoro per esserci, a chi è venuta senza aver mai visto un ferro da vicino, nè un gomitolo, a chi si è stupito che tutta quella lana fosse in regalo, lì, da prendere, a chi ha iniziato il suo primo maglione, a chi ha sfogliato i miei libri pensando, Ma Davvero Si Possono Fare Queste Cose?, a chi non ha commentato la location, a chi non si è lamentato dell'ora, a chi ha chiesto, già da subito Ma Quando Ne Facciamo Un Altro?, a chi ha portato i fiori per me, a chi è passata per un salutino, a chi è venuta solo a curiosare, a chi guardava da fuori, a chi arricciava il naso, a chi voleva sapere ma era timido, a chi ha fatto delle foto strepitose, a chi ha detto Sono Stata Benissimo, a chi si è offerta volantaria di tradurre i Sacri Testi dall'inglese, con abbreviazioni e termini tecnici, a chi ha chiacchierato, a chi è stata zitta, a chi voleva stare ma non poteva.
A tutte voi, indistintamente, grazie davvero. Occorre tempo ed entusiasmo per fare queste cose, sembra da ridere ma in fondo non lo è, c'è molto altro dietro a tutto questo, organizzare, far sapere, prendersi la briga di fare un minimo di pubblicità. Grazie anche a chi ha detto Ma Chi Te Lo Fa Fare, e soprattutto Perchè Lì. Il sorriso delle persone che c'erano ed erano contente mi ripaga di tutto.

Tutto il resto, signora mia, machissenefrega!

Arrivederci al prossimo Knit Cafè.


Grazie a Laura per le splendide fotografie.

Cambiare l'aria.

E' un gesto che si fa in automatico, di solito. Sono usciti tutti, si rimane con le tazze sul tavolo, il pc lì vicino dove si sono già lette mail e notizie, cose sparse, appunti sulla lavagna, con le cose da fare. Si aprono le finestre, spalancate, in realtà. Entra un'aria gelida e a bollicine, c'è già il sole, e odore di erba bagnata e di umidità, la notte ha lasciato il suo profumo, come le donne sugli ascensori. Si apre e si scoprono i letti, si mettono i cuscini sul davanzale, l'ho visto fare mille volte, non so a che cosa serva ma lo faccio anche io, che mi costa, in fondo, fuori ho campagna e fiori e alberi da frutto e vigne e colline, mica tram, automobili, scooter e automobili. Spero che serva. A scuotere dal cuscino i pensieri che hanno reso la mia notte non proprio una delizia, un sogno tremendo dal quale mi sono svegliata con un salto, uno scatto, come certi bambini, quando sognano l'orco, ma che le scrivono a fare le favole con l'orco. Ho sognato male, di quei sogni che sono così veri che ci pensi ancora alla mattina, non vi capita mai? e ci si sente miracolati, sopravvissuti, e anche un pò scemi, era solo un sogno, sì lo so. Ma che paura ho avuto, e che reali mi sembravano persone e situazioni e piangevo, sono sicura, mi sentivo anche dormendo, mi sembrava tutto di gelatina ma io c'ero, e parlavo, anche, e mi faceva male il cuore, come adesso, a pensarci. Spalanco le finestre, tutte, fa freddo, lo so, ma sono sola, adesso e nessuno mi urlerà Mamma fa Freddooooo, sprimaccio per bene il mio cuscino, lo scuoto, cambio anche le lenzuola, già che ci sono, scaccio i pensieri che ci sono rimasti impigliati dentro, e quelli che rimangono, li infilo svelta in lavatrice. I sogni si dividono in due categorie. Quelli che tieni lì, e che non vorresti mai svegliarti per non farli andare via, quelli caldi che ti fanno alzare sorridendo. E quelli orrendi, da dimenticare in fretta, da berci tonnellate di acqua per farti passare la paura, quelli da lavare a 80 gradi per scolorirli, per farli perdere nei tubi dello scarico, centrifugandoli due volte. E senza ammorbidente.

21 marzo, 2007

Svegliatevi, bambine!


C'è da darsi una mossa, care le mie belle signore. C'è da portarsi avanti, da stare molto attente e con le antenne ben dritte, prontissime a non farsi scappare nemmeno il primo barlume di novità, per stare al passo e non rimanere indietro, incartapecorirsi, accartocciarsi su se stesse medesime, stare lì, immobli, a vedere le cose passare e non fare il benchè minimo sforzo per acchiapparle. Entusiasmo, signore, en-tu-sia-smo! Lo so, che non ne avete voglia, ma guardatevi in giro. E' vero che fa freddo, ma Cielo Benedetto, avete staccato il fogliettino dal calendario? Avete visto che giorno è? Allora, svegliatevi, e fatevi una bella doccia frescolina, uscite fuori nel sole, niente smorfie, stamattina, sono vietate. E fatevi un regalo. No, non sono diventata la moglie di Crepet (senza baffo, in realtà, è grazioso, ma non usciamo dal seminario), trovate del tempo per voi, e non dico parrucchiere e non dico lampada, e non dico nemmeno MaxMara. Dico solo Knit Cafè, ne parliamo da giorni, Un'ora o mezz'ora non è importante, basta che ci facciate un salto. Ci riconoscerete, siamo qui, abbiamo tonnellate di lana colorata e ferri di ogni foggia, è tutto gratis, si viene lì, si beve un thè, si fa una chiacchiera e qualche punto. Salutare, corroborante e rigenerante. Vi si aspetta, bambine. La primavera è già qua. Vorrete mica essere sfrontate e non salutarla nemmeno?

20 marzo, 2007

Son le sere.


Che si cena presto e si lascia ancora apparecchiato e si resta a chiacchierare per un po’ prima di salire, a ripassare, prima di mettersi a leggere una cosa o a ricamarne un’altra, o a niente fare, semplicemente, stare lì, un film, forse, dipende. Son le sere che fa di nuovo freddo, una specie di inverno ritrovato e mai vissuto, ma che fa, domani è primavera, si sente, c'è un'aria così bella, stasera, e belle le nuvole, sì, per una volta, povere nuvole, che male fanno. Son le sere che si esce, copriti che fa freschino, ma basta una felpa, e si porta il vetro alla campana, col cane vicino e un profumo di erba e di fiori. E' solo mia la convinzione che qualche volta, dalla collina di casa si sente il profumo del mare. Ma dove, il mare è lontano, nemmeno tanto in realtà, ma è bello pensare che sia lì, dietro una curva, improvvisamente il mare. Il vento ha fatto cadere i petali del ciliegio, e c'è un tappetino rosato tutt'intorno, che a camminarci sopra fai peccato. Pioverà, stanotte. ma domattina saranno ancora lì, i fiori gialli delle forsizie, le primule e le prime rose. Son le sere che ci si sente così in pace che a chiederci che vuoi? ci si dovrebbe pensare una mezz’ora prima di parlare, per non dire una cosa che si ha già, come le figurine, per non fare doppioni, ce l’ho, ce l’ho, ce l’ho. Son le sere che non è inverno e non è niente, son le sere di casa, di semplice e normale, di musica pianissimo, di risate sulle scale. Sere da raccontare, da conservare, da tenere lì. Sere di pensieri e di segreti, di progetti e piccole cose, che farò domani, dopodomani, chissà. E ci si culla un po’, che ancora non è notte e di dormire non se ne parla, non ancora, non è mica tardi, e di tempo ce n’è, è solo sera. Così, solo sera.

L'eco nel frigo.


Ho girato e rigirato, senza sapere dove andare, e invece un piffero, dove andare sapevo benissimo, di qua e di là, di sù e di giù, inconcludente, per un certo momento, ho una casa con troppe scale, e fai di qui e fai di là, ma il mio studiolo è proprio in piccionaia e spesso il cellulare sta di sotto, e allora, fàmose 'ste 4 rampe di scale, che il gluteo ne giova. Di lavoro in senso stretto, una parvenza, di riordino qualcosina, di cazzeggio, una svalangata. ma di chi è la colpa, se volevo avere dettagli su Mastrogiacomo, rispondere a qualche mail, vedere cosa c'era di nuovo sul sito Vuitton (il jeans, signora cara, il jeans), scaricare qualche schema gratuito per la lezione di oggi, guardare i blog amici e vedere se era ancora il caso di comprare le arance di Ribera. E poi, schizzare fuori e fare una spesa mondiale, di quelle che ti casca tutto dal carrello, che ieri i miei figlioli mi hanno detto, Hai Molto da Fare, vero Mamma?, perchè si sa, quando ho molto da fare non riesco a fare la spesa, e mi si perdoni il bisticcio di parole, ma stamattina da fare non avevo nulla o meglio, nulla ho fatto di quel che dovevo fare, ma Santo Cielo, sono una donna mica un frullatore, mica mi chiamo Girmi, e Pastamatic, la forza di venti braccia. E non sono il Mago Zurlì e la Fata Turchina e la spesa, figliolanza adorata, non riesco a farla comparire con la mia bacchetta, ma è, come dite voi, uno sbattone andarla a fare. Perciò e quindi, state buoni. Ho progetti. Ho lungimiranze. Ho cose. Ho eventi. Dal più serio al più frivolo, ma ce li ho. Prossimamente su questi schermi. La trottola, giragira. E magari, qualche cosa combina pure. E il frigo semivuoto, chessaramai, bisogna metterlo in conto. Vivere con una celebrità non è affatto facile. Deh, come vi capisco!

19 marzo, 2007

...

Alla fine, le tabelline le ho imparate. Fischiando, come dicevi tu. Ho fatto una quantità di cose, in questo tempo, belle e meno belle, qualcuna la condivideresti, altre nemmeno per sogno. E' stata una vita difficile, per un certo periodo, eri appena andato via, e un pò ti odiavo per questo. E' stato strano riprendere, incominciare, anzi, ricominciare o fare cosa, come si dice quando hai un vuoto dentro e tutto intorno e non hai forza nè voglia nè coraggio nè sai da dove partire, per fare le cose che devi fare. Studiare, lavorare, iscriversi all'università. Cocciuta la sono sempre stata, ma forse, un pò ti somiglio. Che dirti, adesso, che non ti abbia detto ancora, le volte che prego e bisbiglio e guardo in sù, ma non ti trovo. Che dire a me, che da quando sei via ho faticato a trovare la mia strada. Se l'ho trovata, non lo so. Sono felice, certo, volevi per me una vita perfetta, ebbene, ce l'ho. Ma non è vicino. E vicino a me, non ho nessuno. Nessuno di noi, intendo. Oh, sì, mi sono sposata, ma questo lo sai già. Te lo sono venuta a dire, un pomeriggio che piovigginava, da sola, e ho corso le scale di marmo che portano a te, e mi sono fermata lì davanti, a fissarti, a guardare i fiori di stoffa e quel sorriso che vedo che non è il tuo, ma fa lo stesso, che brutte sono le fotografie sulla ceramica. Il tuo sorriso è qui, dentro di me, da dove nessuno lo può portare via. E mille volte ti ho portato i miei bambini, e l'uomo che ho sposato che ha tanto di te, certe volte, e ti sono venuta a raccontare che è sempre così difficile non pensarti, e che non passerà mai, e che qualche volta sono così sola che urlerei, e mi viene così facile pensare che niente sarebbe com'è se fossi qui, le cose storte, intendo, perchè niente è stato uguale e ci siamo persi per strada. Se la mia strada l'ho trovata non lo so, ma sono contenta della vita che ho, e mi piacerebbe che i baci che i miei figli mandano al Cielo, potessero darteli sulla guancia con lo schiocco, di quelli che rintronano. E vorrei ogni tanto, farmi abbracciare e farmi dire non è niente, stai tranquilla, passa subito. Ma adesso il bacio al Cielo lo mando io, io, questa sciocca mamma che è anche figlia e che crede che la festa del papà si festeggi anche lì. Dove sei tu.

18 marzo, 2007

Provare, provare, provare e...

Dire che è semplice è una bestialità vera. E' un delirio. Imparare ad usare 4 ferri da maglia insieme, anche per chi lavora a maglia da parecchio, è impresa titanica. Almeno per la scrivente. Dire che è leggero, men che meno. So di persone che si sono talmente concentrate da essersi persino dimenticate di andare in bagno, con licenza parlando. E di un' altra che ad un certo punto, le è andata talmente insieme la vista (è un lombardismo, diciamo che le si incrociavano gli occhi), che ha acchiappato ferri e gomitoli, li ha fatti sù alla rinfusissima e ha detto, basta, non gliela fò. Dire che è stato gradevolissimo, piacevolissimo, interessantissimo e divertentissimo, è assolutamente d'obbligo. Siamo state d'incanto. Già la location faceva la sua parte, la Triennale, coi finestroni sul parco, le sedie di design e quella sua aria intellettual-chic, già da sola la fa da padrona.Le partecipanti poi, datesi appuntamento lì per imparare o insegnare la nobile arte del calzino ai ferri, erano davvero deliziose. Lì per lì mi è preso un colpo, quando hanno estratto, non solo calze che erano vere e proprie opere d'arte, ma un manuale di maglia in lingua estone. Va bene la cultura, mi accontento di parlare correttamente inglese e francese, mi manca il russo e il tedesco, ma all'estone, signora mia, proprio non ci avevo ancora pensato. Ma le fanciulle, pazienti e dolcissime, hanno dischiuso per le astanti un mondo difficile sì, ma fatto di chiacchiere sommesse e caffè in tranquillità, e pazienza se ho dovuto disfare il mio prototipo di calzino due volte due, e mi cascavano i punti, e mi trovavo nodi e pasticci che non sapevo dipanare, e mi intruppavo con ferri e fili. Bel pomeriggio, da ripetere, in assoluto.


Ma il vero colpo, signora mia, non ci crederà mai, è stato Lui. Era lì, a un passo da me, da tutte noi. Avrei voluto fargli una foto, o farla insieme a Lui, e invece niente, niente di niente, sono così timida in queste cose, e non dica Ma Mi Faccia Il Piacere, che è un'espressione che odio. Niente, non ho spiaccicato una sola parola, occhi bassi sul mio agglomerato di fili e ferri, non un gesto che mi portasse verso di Lui. Mi consolerò. Gli confezionerò un bel paio di calzini, da sfoggiare sulle fredde nevi del Sestriére o ad Aspen, magari. E Lui, stregato da cotanta casalinghitudine, sarà mio per sempre. Resta da perfezionare la tecnica del calzino. Sono indietro, mi sa. E tanto, anche.

15 marzo, 2007

Escape.




Avevamo voglia di andarcene per un pò. Scappare, ecco. Senza dire niente a nessuno, senza farci scoprire. E senza far del male a nessuno. Avevamo voglia di stare un pò insieme, a parlare o a stare zitti, in macchina, magari, che non hai idea di quante cose si dicono, in macchina, nei viaggi più o meno brevi. Avevamo voglia di fare qualcosa, ci vediamo così poco, in fondo, o meglio, poche sono le volte in cui decidiamo di fare le cose che ci vengono in mente, senza dover sottostare a dei disegni, delle cose già scritte, o assecondare i bisogni di chi vive con noi. Ne avevamo voglia, di curiosare una città che non è nostra, ma che lo è stata, per un pò, volevo portarlo a vedere quell'Eataly e avevo già visto da sola, ma che con lui è stata tutta un'altra cosa. Lui guarda le cose che io non vedo, osserva la ristrutturazione, la gente che c'è, io guardo le marmellate di Cedroni e lui i pavimenti, io leggo da dove viene la pasta e lui le targhe commemorative del vecchio stabilimento Carpano. Siamo tornati in tempo, per non destare sospetti, e per far fronte agli impegni che ci eravamo presi con le persone che amiamo. Scappare così, una volta ogni tanto, non può che fare bene. E lei, curiosa e odiosa, cara la mia signora che non vede l'ora di andare a spiattellare tutto a quella pettegola del quinto piano, quella che scrolla la tovaglia giù dalla finestra e sui miei gerani, a lei, dico che mi dispiace deluderla. Nessuna storia torbida alla data, nessun amorazzo da nascondere, nessun amante cui scrivere lettere melense profumate alla violetta. Quest'uomo qui è elegante e raffinato, colto e distinto, belloccio e affascinante. Da sposare? Già fatto, signora mia, già fatto!

13 marzo, 2007

Si knitta, signora mia!!!

Ah, signora! Mercoledì prossimo non si prenda impegni. Si faccia i capelli a modino, anche in casa, coi bigodini e uno spruzzo di lacca. Si metta la gonna carina e le scarpe nuove e via, venga con me, si và a knittare. E non faccia quella faccia, per piacere. Si dice knittare quello che una volta si chiamava lavorare a maglia. Tanto se ne è parlato: qui, per esempio. E anche qui. Ma mercoledì 21 marzo, dalle ore 16, siete attese tutte da McDonald's, ad Alessandria, per il primo Knit Cafè.
Ferri, gomitoli, lana e chiacchiere, scambi di consigli, un piccolo corso per chi vuole iniziare e piccoli accorgimenti per affinare la tecnica. E anche lei, prenda i suoi ferri e i suoi gomitoli, si faccia bella e sia dei nostri. Ma fino a mercoledì, un pò ogni giorno, scriva su un foglio knit, knit, knit. Vorrà mica fare brutta figura, no?

M'illumino di brillo.


Siamo sul frivolo. Si imparano tante cose dalle giornate dove entreresti di buon mattino dal fornaio, non già per comprare caldi croissant e pane fragrante, quanto per farti regalare un sacchetto marroncino da infilarti sull testa, non prima di averci fatto i due canonici buchini per gli occhi. Si imparano tante cose dalle giornate in cui non ce n'è per nessuno, che sei serpe e medusa, imperatrice e lavandaia, in alternanza e che davanti a scuola ne hai avute per tutti, e le tue sagge amiche si son guardate di sottecchi, dicendosi mute, massì, domani le passa. Stamattina va decisamente meglio. E quel che ho imparato lo metto a disposizione dell'umanità tutta. Ci si alza e si comincia a saltellare, si respira a fondo, si accende la musica, non troppo forte, si svegliano i ragazzi a baci, si abbraccia forte il tuo sposo in cucina, si fan due o tre cosine indispensabili, una rassettata qui, una merenda di là, ci si veste non troppo da corsa, tacco basso, signora mia, che magari si avrà pure il tempo di una passeggiata, o di un'escursione in centro con la bicicletta del Comune, quelle arancioni con la chiave, pedalare con la zeppa è una tortura, non lo sapeva? E poi, al trucco, per ovviare un pochino al color nebbia della faccia, via, lasciamoci conquistare da una passata di terra sberluccica e translucente, e già che ci siamo, e per niente farci mancare, che male fa una passata di quel mascara di Capodanno, coi luccichini. Effetto Fata Turchina? E se anche fosse? Meglio brillare che aver lo sguardo perso nel vuoto e l'umore più nero del nero di seppia. Il brillo aiuta. Si saluta la prima infornata di figlioli con una bel sorriso, si accompagna la picci e le si scrive in un biglietto "E' lucente il tuo mattino se hai in tasca un Pavesino", e si inzia, brillantinose e allegre, la giornata che c'è. Voilà. E speriamo che nessuno scambi i brilli per congiuntivite. Già successo, signora cara, già successo.

12 marzo, 2007

Niente.


Te ne stai lì. Di alzarti non ne avevi voglia, ma neppure di stare a letto o di fare qualunque cosa. Non è giornata, come si dice, si capisce da subito, da quando neppure ti guardi allo specchio o la radio ti dà fastidio e non ne hai voglia, semplicemente. E rispondi a monosillabi, fingendo una calma che non c'è, o forse c'è ed è troppa, chi lo sa, e quando è troppa non va bene. Definirla non si può. E' una specie di rabbia sorda, lo stomaco ammaccato, come dopo un pugno, come dopo l'altalena. Si capisce lontano un miglio, ho la straordinaria capacità di non sapere fingere, mai e in nessun caso. Non imparerò, mi sa, nemmeno con un corso accelerato di recitazione, l'Actor's Studio sarebbe acqua fresca, bocciatissima alla prima sessione, Miss FragolaInfinita non Ne Infila Una, ci dipiace tanto, che cambi mestiere. Che cosa c'è è una domanda cui non so rispondere. O meglio sì, la prima cosa che mi viene in mente è Niente. Niente.Quel niente che mi fa mescolare il caffelatte nella tazza come se dovessi farci un budino, che mi fa guardare fuori, un'alba lucida e bellissima e dire C'è Troppa Luce, o che non mi fa guardare le gemme delle ortensie e non vedere le foglioline del ciliegio, E' Ancora Secco, non fiorirà. Quel niente che mi rende insopportabile anche a me stessa, che mi fa notare il disordine in camera dei ragazzi, che mi fa urlare Sbrigatevi! e non mi tira fuori uno straccio di sorriso, per nessuno. Che cosa c'è, niente. Ma fortuna che questo niente dura poco.

11 marzo, 2007

Fiori d'arancio?

Immortalarli non è stato mica semplice. Lei faceva un pò la smorfiosa, come si addice la suo alto lignaggio, e saltava di quà e di là, impensierendo non poco il suo promesso sposo, pretendente e con un cerchio alla testa da qualche giorno in qua, nonchè da tempo immemore, perdutamente innamorato di lei. Hanno giocato un pochino, lui faceva il languido e lei la preziosa. Poi, sono spariti alla vista per una mezz'oretta. Quel che successe, ahimè, non è chiaro. Quel che si sà è che lei è rientrata, con la sua andatura sculettante, e non si è più mossa dal suo materassino a quadretti per un bel pò. Lui, invece, è rimasto alla mia porta, mugolante e stremato, finchè la sua padrona mossa a compassione non lo è venuto a ritirare. Lui certo è affascinante, con quella sua aria intellettuale. E lei deliziosa, con il suo nome scritto in viola sul collare. Una splendida coppia. Paparazzati in un pomeriggio di un bel venticello primaverile, i fiori e le viole, e l'erba verdissima. E come si dice in questi casi, se son cuccioli, nasceranno. Già, non avevo giusto un bel niente da fare, che occuparmi di una decina di cuccioli di labrador. Come ho fatto a non pensarci prima?

08 marzo, 2007

La classe, signora mia.

E non certo la seconda B, che il nostro amore è cominciato lì. La classe vera, autentica e innata che hanno pochissime, persone che conosco. ma poche davvero, sa? Non tanto per il valore monetario delle cose, macheccentra, quanto per il pensiero, per dire, ma guarda un pò, faceva la spesa per sè e mi ha comprato questi, lo sapeva che mi piacevano, mi legge e sa che i giorni scorsi ero un pò così, e allora si è presentata con questo regalino, preziosissimo per me. Nulla vieta di lavare i pavimenti con un velo di gloss sulle labbra, profumate di Chanel e con un bel jeans aderente, che male fa? Se poi, a tutto ciò, si aggiunge un tocco di classe spicciola, un bel paio di morbidi guanti di gomma in una splendida nuance fucsia e lillà, ma mi volete dire che meraviglia sarà? Giaggià, signora cara, lo sapevo da molto, ma oggi che è la festa della donna e lei è già lì che scàlpita che stasera cade il suo annuale giorno di libera uscita, che ha già preparato le fettine all'Osvaldo che stasera farà da solo perchè lei uscirà a mangiar la pizza con le amiche, glielo dico piano in un orecchio, cercando di non rovinarle l'impalcatura della cofana, piena di lacca che al buco dell'ozono ci ha messo il carico da 20: ognuno, cara signora, c'ha i vicini che si merita. E io, modestia a parte, come già dissi, la meritai.
Grazie, Marina.

Dolcemente complicate.


E' una festa che non amo, che non sento, o almeno non come è vissuta, da qualche anno in qua. Niente pizza e niente strip. E niente mimosa. Ma oggi, che tutti dicono la loro al riguardo, non potevo non mandare un abbraccio virtuale a tutte, proprio tutte le donne che passano di qua, e anche quelle che non ci passano, va bene lo stesso. Perchè, e non è affatto una novità, le donne, quelle vere, alle prese con mariti e fidanzati, figli che arrivano e che no, lavori da fatica o da scrivania, da zaino o da pochette, da computer o da bloc notes, da frittata o da sushi, da bicicletta o da SUV, da mercato o da Prada in Galleria, da salotto o da Rebibbia, da càmice o da tuta, da toga o da grembiule, da master o da licenza elementare, da ufficio o da marciapiede, dal Mediterraneo e dai Balcani, da Novella 2000 o letteratura russa, da ago o da missile, sono delle gran belle creature.
E' difficile spiegare.

07 marzo, 2007

Non li vorrei.



Non li vorrei. Lo so quando arrivano, e ho affinato una tecnica sofisticata per contrastarli, per non farmi prendere, per non farli vincere su di me. Non serve. Non li vorrei. Non necessariamente devo piangere, può anche succedere che me ne resti lì, un po’ rimbambita da un dolore sordo e cieco e muto, una specie di grosso macigno sullo stomaco, un peso, una zavorra che non so, e invece la so così bene che potrei dirla a memoria, ecco, fa così e fa cosà, esattamente, anche in rima, volendo, endecasillabi sciolti. Non li vorrei. Sono i momenti in cui niente e niente mi sembra come deve. E’ la solita storia, la solita menata, come, non lo sapevi? Ma certo che sì, eppure ogni volta uno schiaffo, una sberla in piena faccia. C’è voluta una stupida e insulsa trasmissione televisiva, quelle che si guardano stirando, ci si può concedere il lusso di un paio d’ore trash se questo ti consente di stirare 9 camicie senza battere ciglio, insistendo bene sui polsini e sul colletto, premere il tasto del vapore nel momento stesso in cui una lacrima scema è lì, in equilibrio tra le palpebra e le ciglia, quelle di sotto, quelle che le rarissime volte che ci passo il mascara faccio un pasticcio, ecco, quelle lì. Non per la trasmissione, no, e chissenefrega di quella lì, può anche darsi che non sia vero. Piango per me. Del niente che ho avuto. Dell’essere sempre la ribelle, e alle ribelli niente si dà. La sfacciata, e alle sfacciate, niente si dà. La forte, e a quelle forti, serve forse dare qualcosa? Piango per me. Perché adesso che sono grande e matura e sono cresciuta abbastanza per vedere tutti quanti senza i filtri che ti derivano dall’educazione e dalle convenzioni, adesso " parlare così non sta bene", mi dispiace tanto, ma non vale più. Mi sono educata da sola, in fondo e troppo rigidamente. Ho chiesto tanto e dato, anche, e sono sempre stata sola. Non ho avuto niente, io. E non è commiserarsi, né piangersi addosso. E’ sapere che è così, riconoscerlo e dirselo, serenamente, magari piagnucolando un po’ stirando, in momenti così, che arrivano così e non li vorrei. Niente di niente. Forse per questo ho desiderato e avuto una famiglia numerosa e chiassosa, forse per questo sono ansiosa e appiccicosa e un po’ noiosa, con loro. Non piangerò più stirando. Al massimo, per farmela passare, sarò forte e scriverò una poesia. Sono bravina con le rime, visto? Metto ogni mattina una poesiola nella merenda di mia figlia. Non endecasillabi sciolti. Solo la voglia di non fare gli errori che hanno fatto con me. Chissà se ci riesco.

06 marzo, 2007

Corri.


E veloce, anche. Corri, che il treno passa e l'autobus anche, corri che è tardi e non ce la farai ad arrivare in tempo. Corri, che la campanella suona, che il portone chiude. Sono giorni beati, di gemme sui rami, di viole, trovate per caso in mezzo alle foglie nel parco, è sempre una sorpresa trovare le viole. Da non cogliere, che è meglio, sono così belle lì dove stanno, non si trova mai un vasetto adatto per le viole. Ma tu, corri. Corri per fare tutte le cose che hai da fare, e anche quelle che vuoi fare, che vuoi leggere e sapere, e imparare, ancora e ancora, tanto che ti dici, ma quante cose ancora devo sapere. Corri, per prendere al volo le cose che vuoi, se stai fermo è facile che le cose ti pàssino sotto il naso. Corri, senza trafelarti, una corsa leggera, di quella che ti permette comunque di parlare a chi ti sta vicino, corri, da seduti le cose perdono di interesse, di forma e di colore, di entusiasmo e di bellezza. Corri, sarà più bello dopo, fermarsi e lasciarsi cadere di schianto, sull'erba, e guardare in sù. Per terra è umido, ancora, ma stiamo poco, a guardare questa sterminata distesa di celeste, le scie degli aerei che disegnano rotte, nitide o già sfuocate, e portano storie e misteri, da dove chissà, e dove chissà. Corri, è più facile, così. Un correre tranquillo e aggraziato, un correre scelto, non so, come a dire, sì certo, corro ma mi piace, non è che sono obbligata, mi piace e basta, così come mi piace prendermela comoda ogni tanto, ma è questo sole e questo tepore regalato, è primavera, di già, e mi piace fare le cose veloci e farne tante e tutte insieme, mi fa sentire che l'inverno ma cos'è, mi fa dire che è già chiaro al mattino presto e che bene si sta a stare in giro, i vestiti già leggeri e gli occhiali da sole. Corri. Per poi la sera radunare i pensieri e metterli in fila, saranno le cose di sempre, saranno le grane, saranno il quotidiano o lo straordinario, saranno il noioso o l'esaltante. Ma saranno tanti. E potrai sceglierli, stanca e felice, a quali dedicarti, perchè ne avrai un mucchio, se corri tanto hai più pensieri, hai più cose da cullare, e se ti concentri su una sola, rischi di perdere tempo a rattristarti o ad agitarti, e non va bene. Fai scorta di pensieri belli. Sceglierai loro. Da spolverare, tenere lì, o far volare, come le scie degli aerei. Da dove chissà e dove chissà.

04 marzo, 2007

Dieci.

Dieci baci. Di quelli a stampo, che lasciano il segno bianco, un po’ forti e un po’ leggeri. Dieci baci che ti fanno ridere, così, uno dietro l’altro. Dieci abbracci. Che stringono forte, che scaldano, che mi fanno sentire che sei tutta qui, morbidissima e burrosa e profumata di fiori e di zucchero già dal mattino presto. Dieci sorrisi. Perché i sorrisi servono sempre, sono i gommini sotto le sedie, per non rigare il pavimento, per tenere la tua anima bella lucida così com’è ora. Dieci risate. Sonore, e di musica, da togliere il fiato, che sembrano da solletico e invece sono di vita semplice, risate dal cuore, campanellini d’argento. Vorrei per te una vita bellissima, che nulla ti graffi mai, nemmeno i gatti, che nulla ti faccia del male, nemmeno se cadi dalla bicicletta, che niente ti rattristi, nemmeno una matita persa. Pura follia. Ma ti sto insegnando ad amare il mondo e la vita e i prati e le autostrade, i pastelli e l’inchiostro, i biscotti e la minestrina, il chinotto e l’antibiotico, i jeans e i vestitini, il sole e la nebbia fitta, Pattini d’Argento e i telefilm alla Tv, la playstation e l’uncinetto, gli uguali e i diversi, i collant e i calzettoni, il sapone di Marsiglia e il bagnoschiuma al cioccolato, i furbetti e i semplicioni, il burrocacao e il lucido coi brillini. Hai gli occhi di acqua di mare, quando il mare è verde e limpido e calmo e senza schiuma. Hai la dolcezza dei folletti, la tenerezza dei cuccioli, la forza di un generale prussiano, la precisione di un chirurgo, la fantasia di un musicista, la bellezza di una cascata, la fragilità di un cristallo, la prontezza di un atleta, l’intelligenza di un delfino. Sei per me il mio cuore più piccolo, la mia anima doppia, la mia storia rivista, una piccola me. E voglio per te tutto il bene del mondo, tutte le cose che desideri, che ti conquisterai, la vita che vorrai e le persone che vorrai vicino, tuo padre che si scioglie a guardarti e i tuoi fratelli, sentinelle del tuo piccolo mondo. E quando non saranno i gatti, la bicicletta e la matita, usa l’amore che hai dentro per cancellare i magoni, le lacrime e i giorni che non vorresti mai. E se non ce la farai, per tutta la vita, per sempre, la tua mamma vanesia, il tuo cuore più grande, la tua anima doppia, lo avrà pronto per te.

03 marzo, 2007

Voglio lui.


Non sono dotata del minimo senso dell'orientamento. Riesco a perdermi dovunque. Nei parcheggi sotterranei, nelle metropolitane delle città straniere, qualche volta nei centri commerciali che non conosco. Io non so, io non ricordo strade e percorsi, io non memorizzo paesaggi e itinerari, io non so leggere le cartine, io non, insomma. Vado in giro a naso, o con qualche anima pia che mi accompagna. Mi diverto da morire, badate bene, sto persino organizzando un week end a Parigi toute seule,così posso girare e perdermi in santissima pace, non si ha idea di quanti posti insospettabili e meravigliosi si riescono a scoprire, a piedi, perdendosi in una città che ami. Quindi, a che mi serve un navigatore satellitare? A quasi nulla. E infatti, a nulla mi servirà Io, questo Buddy, lo comprerò solo perchè è troppo bello. Di un rosa ciclamino, metallizzato e con farfalle incise, direi che è un vero e proprio inno alla primavera. Mica lo userò nella sua vera funzione! Io, i navigatori satellitari, proprio non li sopporto. In macchina io voglio musica, o chiacchiere, o silenzio, e non prendere-la-seconda-uscita-a-destra, con quella voce metallica da professoressa di matematica perfettina che mi dà i nervi. E non li so neppure impostare, in verità. Solo, sulla mia macchina starà troppo bene. Farà un effettone. Ha soltanto in dotazione le mappe del Regno Unito, quindi, se cercassi un luogo dove fare una ceretta, che ne so, a Glasgow o a Dublino, lo troverei in pochissimi secondi. Ma dell'Italia, un bel niente. Però, è bellissimo. Lo acquisterò, lo appiccicherò sul cruscotto della mia automobile, lo terrò rigorosamente spento e continuerò a perdermi e a perdermi e a perdermi, per sempre. Però, lo farò con classe.

01 marzo, 2007

Marzo.


C'è un momento. Unico e un pò surreale, qualche volta. Un momento in cui non si è ancora del tutto svegli ma non si dorme più. L'odiosa sveglia non è ancora suonata, o sì?, e si sta lì, immobili, a riordinare i pensieri della notte, sbatterli per bene e ripiegarli. Serviranno poi, più tardi. Stirare quelli del giorno che và ad incominciare, prepararli, le cose da fare. Si sta lì, gli occhi chiusi, il respiro ancora regolare del sonno che è andato via, certo, ma basterebbero ancora pochi minuti e ritornerebbe, beffardo e meraviglioso, il sonno del mattino presto, quello che ti fa arrivare tardi al lavoro, che ti fa vestire a razzo saltellando per la stanza a infilarti scarpe lavandoti i denti e prendere dalla dispensa un pacco di biscotti, andiamo, la colazione si fa in macchina, non c'è tempo. Ma siamo qui, ancora. Il delirio della mattina ancora non è iniziato, fa caldo sotto le coperte, ma non abbiamo voglia di scoprirci, stiamo qui, che ora sarà?, la casa è ancora silenziosissima, si imprigionano sul cuscino gli ultimi minuti di questa beata pace. I sogni, si sa, sono irrequieti e capricciosi, non ne vogliono sapere di restare lì, e volano via, passando attraverso i vetri, nel cielo grigiazzurro di questa primavera precoce, regalata, benvenuta. Molte le cose da fare, in una mattina così, e allora, si sprono gli occhi e si sbircia fuori, fra i rami deli alberi, a vedere il primo regalo del mattino, e decidere se sarà un giorno speciale oppure no. Ci sarà il sole, quest'oggi. E sarà il sole di marzo. Più speciale di così!