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30 marzo, 2009

Piangi.

Piangi. Sono qui, di fronte a te, è un'immagine strana, tu seduto alla tua sedia che abbracci me, in piedi e statica, di marmo e di gesso, tu con la faccia affondata nel mio maglione, dentro alla mia pancia, abbandonato, che singhiozzi e piangi e mi stringi e piangi. Lacrime che si mescolano, le tue e le mie. Che cosa sono le tue lacrime figlio, che cosa sono per me se non punte di spillo conficcate nelle mani, schegge di vetro a trapassarmi il cuore, da parte a parte, lame affilate. Che lacrime sono, disperate e impossibili da asciugare, da cancellare, a dirti, dai, passa, non è niente. Non si può. E’ un grande dolore, per te, sterminato, figlio, e lo è per me, ma il mio fa fatica a contenere il tuo, dolore su dolore, lacrime su lacrime. Che dolore è il tuo, il vostro, di questo gruppo che è nato insieme, nelle case sulla collina, tutte in fila, i giardini ordinati, i ciliegi fioriti, i cespugli gialli, i lampioni. Insieme, a parlare fino a tardi sulle panchine, a far gridare i vicini, le moto, il pallone sul piazzale, gli schiamazzi dei vostri anni intatti e meravigliosi. Tu ora piangi, figlio, e io madre sono di gesso e d’argilla, e ti stringo a me a raccoglierti, potessi farti volare in alto e riprenderti come da piccolo, potessi cullarti cantando piano e toglierti via dagli occhi questa disperazione, scavare come nella sabbia, ripulirti il viso e l’anima da questo strazio e da questo struggimento che mi confonde. E’ un dolore più grande, il tuo, alla tua età ancora non si è abituati a farci i conti, è un dolore più impossibile, più grande del mondo, un dolore rabbioso e ingiusto al quale niente e nessuno può dare sollievo. Ma io ci sono, sono qui figlio, stretta a te, tu stretto a me, lacrime su lacrime, dolore su dolore.

04 luglio, 2018

I Saggi consigli del Giardino Abbandonato


Si scorgeva dalla strada, alzandosi in punta di piedi.
Doveva essere stata una casa meravigliosa, di quelle piene di bambini che correvano, e saltavano dai gradini della scala di pietra dell'ingresso, prima 1, poi, 2, poi dal terzo gradino. La prova di coraggio era saltare da 4, ed era affare riservato ai più grandi.

Bambini coi pantaloni al ginocchio, peraltro sempre sbucciato, bimbe con vestitini candidi e nei capelli fiocchi di raso, qualcuno che rimaneva impigliato nella siepe laggiù, accanto al vaso grande del ficodindia.

E grida, e passi sulla ghiaia piccola del viale e signori distinti, e signore vere, il vezzo di perle e i guanti di filo la domenica, e il velo di pizzo prezioso per andare a messa.
Profumi di timballo e torte per la merenda, limonate fresche in pomeriggi torridi,e rosolio in bicchierini fragilissimi, serviti in vassoi tondi d'argento bello, posati con cura sul tavolo in ferro battuto accanto alla voliera.

Era la casa del notaio Puglisi, un omone alto e baffuto, in paese stimato e rispettato uomo di buonsenso, così come la moglie Agata, insegnante di pianoforte e cuoca sopraffina. Sue le torte, le conserve, i biscottini e quei cannoli meravigliosi, fatti con la ricotta fresca che le portava il fattore, Salvo, devoto aiutante della famiglia.

Il notaio e la signora Agata avevano cinque figlioli, Cosimo, Antonio e Michele, e le gemelle Immacolata e Anna.


Ora la casa era silenziosa, abbandonata, e con lei il giardino.
E chissà quale tempesta aveva rovesciato quel vaso, quello grande delle piante grasse che ora crescevano disordinate e assenti lungo tutto il muro, o che strisciavano lungo il selciato fiorito di muschio o che tentavano di salire sul muro oltre la finestra.
Ovunque erbacce, piante secche, e lattine, vecchi giornali portati lì da chissà quale vento,  financo un triciclo arrugginito.

L'ibisco, invece, fioriva e fioriva.
A dispetto di quel degrado, di un rosso fiero, con i suoi petali perfetti e fuori scala.
E la pomelia, non lontana, con le foglie come zampilli verdi a coronare i fiorellini bianchi e profumati, coi quali le bambine di casa Puglisi si adornavano i capelli per giocare alle principesse.

Il giardino abbandonato non raccontava nessuna storia.
Ma a guardarlo, nella sua elegante desolazione, faceva pensare e, a suo modo, confortava.
E dava consigli, sottovoce, bisbigliando appena.

"Raccogli ogni fiore, ogni bocciolo, ogni piccolissimo germoglio, così come ogni ramo secco, pianta arida o zolle arse dal sole d'estate.
Non ti fidare mai dei rampicanti, sono campanule graziose e delicate alla vista, ma sono erba cattiva e arrampicandosi sul pino lo hanno soffocato in un falso abbraccio di bellezza e lo hanno fatto morire.

Non cedere all'inganno dei fichidindia, sono frutti dolcissimi ma hanno spine infide e velenose e raramente puoi raggiungere i loro tesori senza trovarti poi le loro spine sulle dita o sul palmo della mano.
Sorridi invece al rosso dell'ibisco, è quanto di più sicuro tu possa trovare in una siepe di rovi e rosmarino, è un fiore che non ha paura, che non capisce le regole dei giardini abbandonati e continua a fiorire perchè sa che può cambiarle e trasformare un abbandono in una nuova fonte di vita e di colore.

E piangi, piangi pure, piangi forte quando il tuo cuore sta per rompersi in mille pezzi, quando non riconosci più la strada che va dal cancello alla porta di casa, sono solo pochi passi ma sembrano mille, mille e mille ancora.

Piangi forte, quando non ti sente nessuno, siediti qui, fra queste bottiglie vuote e queste cartacce,  e asciugati gli occhi, quando senti che non hai più respiro vuol dire che è ora di smetterla anche di piangere, non darla vinta alle erbe secche e alle ortiche e a nessuno al mondo, perchè nessuno al mondo è padrone del tuo destino più di quanto non lo sia tu stesso.
Nessuno sa come si vive nelle vite degli altri, ma forse questo giardino sì.
Ne ha viste tante, di vite, la severità del notaio, la dolcezza di sua moglie e il baccano meraviglioso dei bambini.
E te lo racconta, e ti fa pensare e un pò sognare, su questa scala di pietra piena di petali della jacaranda sfiorita, lo vedi, c'è un gradino sbrecciato, saltane uno, poi due, poi tre, e poi quattro.

Sei grande abbastanza per saltarli tutti insieme.
Il giardino lo sa e adesso, lo sai anche tu.

Perciò, sorridi.



21 giugno, 2016

Gli esami finiscono.

E' una notte prima degli esami.
Una qualsiasi.
Non esattamente.

E' una sera, che la notte arriverà, e sarà forse silenziosa più di altre. O forse no. Ci si troverà in terrazza, le sere sono belle da qualche giorno in qua, e c'è profumo di gelsomino e una luna impossibile e così bella che staresti ore a guardarla e a pensare, bella scoperta, scrivere cose belle guardando la luna, non è tutta 'st'impresa, diciamolo.

No che non è una notte come le altre.
E' la quarta.
L'ultima, per me.
La prima, per la piccola di casa.
Che piccola, non è.

Domani, in questa casa iniziano per l'ultima volta gli esami di maturità.

E' stata una giornata fin troppo tranquilla, con un via vai di fanciulle con dizionari in mano, libri, fogli, chi si è fermato qui per la notte e ha fatto colazione nella mia cucina, con un gatto in braccio e gli occhi persi. Lei, invece, tranquilla.

L'ho scrutata nei giorni scorsi, coltivata un pochino, protetta, un pò viziata,  fatto finta di non vederla quasi,e invece, ad ogni scuotere di capelli, ad ogni sospiro, ad ogni guardare fuori dalla finestra, un punto indefinito del pratino, della collina, chissà, sapevo esattamente che cosa le passasse per la testa. Esattamente. Perchè lei è me. 

Sei me, figlia.
Sei me non solo perchè metti i miei anelli e mi rubi tutto, sei me perchè come me sei smarrita e forte, dolcissima e di roccia, sei me quando ridi, anche quando piangi e piangi poco per non farti vedere, sei me perchè sei ansiosa come nessuno al mondo e ostenti una sicurezza che non sai nemmeno dove vai a prendere e che qualche volta sembra vera. Non sempre, quasi mai, anzi mai. Chi ti ama davvero conosce il tuo segreto, ed è bello arrendersi, qualche volta.

Sei me perchè abbiamo le mani uguali, lo stesso sorriso, per questo lo riconosco, le volte che non è brillante luminoso come sempre. Sei me perchè sei una bufera, perchè parliamo allo stesso modo, perchè hai la camminata che un pò ciondola, come me.

Sei me. Per questo so.
So che domani è il tuo giorno, so quello che provi, che ne hai voglia e scapperesti, che non vedi l'ora che finisca ma forse no, che sai che a tratti sarà un trionfo o uno sfacelo, e ogni quarto d'ora cambi idea.

Vivi questa sera, figlia.
Perchè sarà una di quelle sere che non scorderai mai.
mai nella vita, mai.
Uguale solo alla sera prima di andare sposa all'amore della vita, e forse neppure. Lì non avrai paura, domani invece sì.

Non è vero che le paure fanno crescere, le paure fanno paura e basta, forse, l'unica cosa che puoi fare è un pò imparare, perchè dalle paure si impara, come dal freddo,che ti insegna a vestirti di più, come dall'amore, che ti insegna a non difenderti mai. Dalla paura si impara il modo per averne di meno.
E' complicato da spiegare, lo capirai da sola.

Fai di questa paura una delle più belle della tua vita, fai di quest'ansia l'ansia migliore che si possa avere, lo so che ti senti come dentro a una tempesta di vento, fa che sia allora il vento più bello e profumato e conosci. E' solo così che sarai salva. 

Domani non comincia e non finisce nulla, non si girano pagine e non si mettono punti, nè a capo, nè maiuscole. Domani, è un giorno speciale che vivrò insieme a te, nel modo migliore che so. nel modo che tu stessa mi insegnerai.
Ti aspetterò alla fontana davanti al liceo, per tutto il tempo del tuo tema, sei brava a scrivere e non sarà difficile per te, ti penserò così forte che i miei pensieri li vedrai passare dalla finestra, se guarderai fuori.

nessun esame sarà mai come questo.
ma io, io sarò in tutti gli esami che avrai, oggi e sempre, figlia che sei me.
















04 marzo, 2014

StellaLucente.


Sei stella lucente, per me.
Sei il mare e la luna e il sole e tutto il mondo
Lucente e perfetto, mai in disordine come qualche volta la tua stanza, mai triste come qualche volta tu.
Sei la parte di me che vedo, la sintesi perfetta delle cose belle, il garbo, la dolcezza,  sei bella perfino quando piangi, quando ti scontri con quel fratello grande che ti adora, quando guardi i film, somigli a me e piangi per nulla, lo so.

Ho cercato di insegnarti delle cose, sembrava le sapessi di già e mi meraviglia ogni volta vedere te che fai me,  non solo perché spesso hai i miei anelli e le mie borse  e i miei occhiali e ti dico Ti chiamano Laura Oggi? E tu ridi, ridi come me  e scuoti quei capelli di seta che hanno cambiato diciotto colori dal rosa al blu.

Sei la me che avrei voluto essere alla tua età, e che non sono stata.
Alla tua età, figlia, la vita mi ha chiesto di  smetterla con le cose da nulla e mi ha tolto tanto, portato via per sempre, e per sempre è mai, e mai è mai più e dai mai più non si torna indietro.

Hai giorni bellissimi e intatti davanti a te, in questi diciassette anni che fai oggi e che ho quel tuo faccino dolcissimo della prima volta che ti ho visto vicinissima e che mi hai sorriso, lo sai? e che è iniziato con te il mio viaggio di mamma di femmina, dopo tanti maschiacci meravigliosi.

La principessa di questa casa, la dolcezza , quella che canta e corre per le scale, che mi incanta con quei suoi occhi di mare, lo stesso mare che vorrei regalarti oggi, adesso, qui, anima piccola che mi stai nella mano, cuore dolcissimo grande come il cielo, che il mondo sia per te tutta la bellezza, tutta la musica, tutta le cose belle del mondo,  il mondo bello come te, figlia uguale, parte di me, stella lucente. 


20 aprile, 2006

Senza titolo


Ci si vergogna. Di avere iniziato la mattina lagnandosi di una cosa e di un'altra, cretinerie assurde, chiacchiere da lavandaie, cazzate, non mi viene in mente un termine più adatto. Ci si vergogna non appena arriva, come una staffilata, come un schiaffo in pieno viso, una notizia. E allora tutto perde senso o ne assume, forse, di nuovo, e tutto sembra così uguale a un attimo prima ma no che non lo è, e pensi che è tutto così triste e senza soluzione, così incredibilmente vero e non saprai come dirlo ai ragazzi, e piangi, piangi quelle lacrime fredde che non pensavi, che non credevi. Non serve. Non servirà. Nemmeno dire se avessi detto, se avessi fatto, se lo avessi chiamato, se avessi potuto deviare di un millimetro solo il suo percorso, forse non sarebbe successo. Non è così. Resta solo un pianto sconnesso, un senso di leggerezza e totale inutilità, una voglia di ripetersi ma no che non è vero. E invece, lo è.
Ciao, Andrea.

06 gennaio, 2019

Disfo l'albero.

Lo faccio oggi, subito.
Altrimenti, rimarrebbe lì per giorni, e disfarlo sarebbe un compito gravoso e non mi ricorderei per questo di quanto mi sia piaciuto.
Guardarlo,anche se senza lucine e con le gocce di vecchi lampadari e i nastrini dei regali, guardarlo, dal posto d'angolo del divano candido, è casa nuova anche per lui, in fondo, si è dovuto ambientare.

Lo disfo oggi, subito, l'ultimo giorno di queste vacanze d'inverno, che se ne sono andati tutti, e la casa è silenziosa e un pò vuota. 
Lo disfo, avvolgo tutto con cura e lo sistemo nella scatola, quella che ha ancora scritto Natale Rosso 200004 con la grafia incerta di non so quale bambino.

Si guarda avanti, lontano, si fanno piccoli sogni di neve, in questo mese lieve che è gennaio, si procede lenti verso l'allungarsi delle giornate, ci vorrebbe solo la neve e la sua luce, perchè anche la neve ha la sua luce, tutta bianca com'è..
Si fanno liste di cose, o anche solo a memoria, a volte faccio liste delle parole che mi piacciono, basilico, sorriso, Elelys che era una fabbrica in Val D'Aosta, sillabe, frantoio. Chissà perchè mi piacciono le parole e il suono che hanno, al di là del senso e del significato. Chissà.

E' una domenica più domenica di tutte le domeniche dell'universo creato.
Disfo l'albero con calma olimpica, un pò alla moviola, mi fermo a guardare le cose, e quello che mi piace di più è guardare dentro il boule de neige, dopo averlo scosso un pochino.
Si crea una tempesta perfetta al suo interno e tu puoi decidere dove vorresti essere, se Parigi o in piazza Genova, e osservi tutti i minuscoli fiocchi di neve, e pensi che lì dentro è così bello stare, in quella bolla al riparo da tutto.

Ognuno ha il suo boule de neige personalissimo e privato, il luogo del cuore dove rifugiarsi per non sentire, per non ascoltare, per non vedere altro che fiocchi e brina, e strade bianche e sentire i rumori ovattati, e tutto il bianco intorno che ti fanno male gli occhi dal bianco che c'è, come quando piangi tanto, o pensi tanto a qualcuno, o prendi freddo in bici o in moto, sì, anche gli occhi fanno male, certe volte.

Affido al boule de neige qualche segreto, prima di riporlo nella scatola del Natale, accanto allo gnomo e ai campanellini, gli racconto che è stato un bel Natale e lo ringrazio, di vero cuore, per avermi ospitato al suo interno.

Ho vissuto in una bolla, di calma e di pace, e di cose belle e semplici, e di calore.
E ho cambiato idea.
Disfo l'albero, sì.
Ma questa bolla resta.
Resta.

Di quella volta che un boule de neige salvò la vita a una sognatrice disordinata.



17 marzo, 2016

Le Cose Belle




                                ph. La Douleur Exquise

le cose belle arrivano sempre.
Non senza fatica, non senza pensieri. Non senza piangerci, almeno un pò. E piangere qualche volta cura, solleva, ti fa sorridere fregandoti gli occhi, o asciugandoli con le dita, mai con il dorso della mano, le donne hanno uno strano modo di asciugarsi gli occhi, lo fanno con discrezione, e controllano che poi sia tutto in ordine, come a dire, Sì, Piango, Ma Voglio essere Ancora io, Sono Sempre Io, Non è Niente, MI Passa Subito, sono ancora a posto, non col trucco sbavato e gli occhi pesti. 

Le donne si asciugano le lacrime con timidezza, come a scusarsi, come a non farsi vedere, come a volerle ricacciare indietro, da dove sono venute.

Sono più brave degli uomini.
Forse, perchè piangono di più.

Le cose belle però arrivano.
Arrivano notizie, arrivano parole, arrivano gesti. Sorrisi immaginari. Baci da lontano. Progetti che si avverano. Arrivi e partenze. E molto altro.

Le cose belle sono dentro a un cassetto, nemmeno tanto segreto.
Non è nemmeno chiuso a chiave.
Perchè le cose belle le vai a vedere spesso, e disordinata come sei, la chiave la perderesti ogni volta.
E' bello guardarle, anche se non hanno ancora preso forma, e finchè sono lì, sono ancora così tue e così perfette che quasi quasi, sarebbe bello anche lasciarle lì dove sono.
Ma sarebbe un peccato.
Mortale, per giunta.

Le Cose Belle Mie sono un migliaio circa.
Ho un cassetto enorme a contenerle tutte, e ogni tanto lo apro, le riordino, è il cassetto più ordinato che ho, mica come quello della biancheria, o il Cassetto del Tutto sotto al forno in cucina.

Le Cose Belle sono lì, aspettano con pazienza di diventare cose vere, di diventare bei pensieri e non restare progetti o idee o sorprese da fare, che bisogna starci attenti, o feste da organizzare o piccolissimi viaggi, anche solo un giro lungo verso chissà dove. Sono lì, incartate con la carta colorata, con i nastri giusti, perfino coi quotidiani, ho da sempre questa mania di incartare i regali coi giornali e le riviste, e vengono dei pacchetti meravigliosi, che forse, sono ancora più belli del contenuto.

Succede che le Cose Belle abbiano una pazienza infinita, e qualche volta tardino ad arrivare, o qualche volta smarriscano la strada, e siano così in ritardo da farti arrabbiare, come i 120 minuti del Frecciarossa quella volta, o le volte che fai errori grossolani di valutazione e temi e modi e luoghi, e allora le Cose Belle un pò si risentono e senti una voce dal cassetto che dice Non E' Il Momento, non ancora, e allora sì magari ti risenti pure tu, e ti ci incazzi pure, e piangi e urli e strepiti e dici la qualsiasi cosa e fai volare telefoni e sbatti la testa al muro e le mani sul volante, casomai,e  una quantità di situazioni differente, a scelta, come le caramelle.

ma le Cose Belle sono sempre lì, nel cassetto ordinatissimo che sai solo tu dove sia.
E aspettano.
E tu aspetti loro.

C'è un arrivo, una partenza, un'altra festa di laurea e mille altre Cose Belle da preparare, lassù, nella Casa in Collina.

Non è detto che non si piangerà più.
Ma adesso, sorrido, sorrido così tanto che mi fa male la faccia.

che avevo perso l'abitudine
ma sorridere, più di piangere,  è la cosa che mi riesce meglio.










04 marzo, 2015

Dei miei passi invisibili.

Le volte che ti ho camminato davanti.

Saltando sugli scogli, Metti Il piedino Lì
 a schivare il fango, o nella neve, Così Non Ti Bagni.  O sulla sabbia, Così Non Ti Scotti.

Vicino a te con la paura delle giostre, e che coraggio hai avuto e che fiera eri, quel pomeriggio a Gardaland.

E quella volta che ti ho perso nell’erba alta, se chiudo gli occhi ti rivedo, la gonna provenzale e i sandaletti rossi, due anni nemmeno di occhi sbarrati sul mondo. Alta come l’erba alta, bionda come il grano, non hai pianto quando ti ho abbracciato così stretta che nemmeno respiravi,  ma quelle manine a stringermi, se chiudo gli occhi, le sento ancora.

Oggi hai diciott’anni.

Sei la piccola di casa, l’unica, la Princi sempre, il diamante purissimo, per tuo padre e i tuoi fratelli una specie di tesoro da custodire, nascondere un pochino, proteggere, quella che non si sgrida, quella che conquista tutti a sorrisi e dolcezza, a occhioni verdi e baci piccoli.

Che dirti figlia, in questo oggi che diventi grande, ma grande la sei diventata già, in questi giorni che sono scivolati via, che nemmeno mi hanno dato il tempo di vederli bene.

Io che con le parole ci gioco sempre, oggi, faccio fatica a metterle in fila.
Tanto da dirti,
Poco che mi venga.

Se non di fare tutto, tutto  quello che puoi, che sai che è bene, tutto.
Divertiti e gioca e balla e salta sul letto,  e ridi e piangi, anche, perchè è il solo modo che hai per prenderti davvero cura dei tuoi sbagli, tienili in serbo, non dimenticarli mai, tienili lì, accanto ai tuoi sogni, che qualche volta sogni e sbagli sono la stessa cosa. Ma non farli sarebbe un peccato.

Non perdere mai un’alba da una spiaggia, una lotta coi cuscini,  il mare di notte, l’emozione di aspettare qualcuno e di farsi aspettare, il primo gelato della stagione, una corsa sotto il temporale, l'emozione di un concerto, l'abbraccio di un amico, la magia della notte di Natale.

 Regala fiori, e baci, e disegni, e scrivi lettere d’amore, sii una buona amica, quella che sai ci sarà sempre, che abbraccia, sgrida e consola e sta zitta quando serve. E fa ridere, o piangere, a seconda. 

  Lascia bigliettini nei cassetti,  chiedi perdono se sai di aver sbagliato, difendi i tuoi pensieri e le tue debolezze, pretendi rispetto per te e per la tua anima, scrivi sui vetri appannati, chiacchiera ore sulle panchine, leggi tanto, canta sempre, suona ancora.

E ama, figlia, ama più che puoi, ama tutti come sai, come si deve, come ti ho insegnato,  come forse hai imparato da sola, ad amare un pò si impara e un pò si sa, e di amare c’è un solo modo, uno soltanto.

Ama il mondo, la vita, le cose che hai, le persone che incontri, ama davvero, senza filtri, ama tanto,  ama anche gli uomini sbagliati,  perchè è  attraverso di loro che saprai riconoscere il vero e solo custode del tuo cuore.

Vivi questa età intatta, a metà fra la bambina che eri e la donna che sei, ma  non crescere mai del tutto.
Lascia sempre una te scellerata e vanesia, che gioca con la te ragionevole e seria. E’ il segreto della felicità più perfetta. Le scommesse della testa con il cuore, è sempre il cuore a vincerle, lo sai.

 Ora, non cammini più dietro di me. Ora, le mie orme nella neve non ti servono più.
Ora, sono io a seguirti.
E i miei passi invisibili, leggeri che non li senti, trasparenti che non li vedi, sono sempre lì.
Se ti volterai, in qualunque posto al mondo ti troverai,  mi troverai.


Ai tuoi diciott'anni lucenti, alla mia Emma con le trecce e lo zainetto, tutto l'amore che ho,  il mio amore che sa, il mio amore infinito, invisibile come i miei passi.



25 maggio, 2012

L'invidia.

E' un sentimento cui sono poco avvezza, non mi entra in testa, non mi sta appiccicata addosso, non la capisco, non mi piace e non riesco a praticarla. Ieri, la sono stata invece. Invidiosa di un'invidia buona e solare, che forse non so nemmeno se si chiami così, dovrò cercare meglio sul dizionario. Ma l'ho invidiata, sì. Ho Invidiato quel suo essere agitata e presa già dalla settimana prima, a contare i giorni sul calendario, dire ai suoi fratelli, Ma Ci Pensi? Ho invidiato quel suo modo di arrivare a uno degli eventi che ricorderà per tanto tempo, certo per sempre, alternando la gioia all'ansia, il parlareparlareparlare a momenti di silenzio, persa chissà dove, per quali sentieri, per quali pensieri. A quindici anni è tutto così bello e intatto, così tutto una figata, così tutto che ci sta, ti aspetti sempre il meglio, sempre il bellissimo, sempre. Ha quindici anni, i capelli lunghi e tanti buchi alle orecchie e le mani candide, gli occhi così trasparenti che ti ci puoi specchiare, verdi di un verde dolce, di lago, forse, e di mare, il mare verde esiste. Così, l'ho invidiata. Ho invidiato il suo cantare a memoria le canzoni dell'iPod, le sue Superga distrutte, i suoi jeans un pò strappati, la sua emozione, che dava anche a me, che mi passava intatta, attraverso quegli abbracci e quegli sguardi complici, a dire, So Che Sai Che Cosa Provo, e questo è il regalo più bello che un figlio può farti. Abbiamo camminato, un pò in gita, a zonzo per una città che conosco come le mie tasche e che è stata la mia per un bel pò, e che amo, per quei suoi angoli così perfetti, i tavolini al sole, il profumo di certi bar, i giardini, i viali lunghissimi. L'ho accompagnata all'Olimpico, e sono stata in disparte, a vedere con me la se la cavavano, la sua amica e lei, fra migliaia di persone, per la primissima volta in mezzo al mondo. Ho lasciato che vivesse ogni momento, che si mescolasse alle persone, che prendesse confidenza con la folla e quel delirio di bandiere e quella fila interminabile e il caldo e la gente, i controlli all'ingresso e il chiosco dei panini e quell'odore di sagra che c'è sempre, o forse te lo immagini solo, quando c'è una festa. Ho invidiato la sua sicurezza e il suo smarrimento mescolati in parti uguali, e l'ho lasciata sul cancello, salutandola da lontano, TI Aspetterò Qui. Ti aspetto sì. Lascio che il tuo concerto che aspetti da mesi abbia su di te l'impatto che deve, voglio che tu veda tutto dall'inizio, non lo dimenticherai per tutta la vita, è così che succede, e ancora fra cento anni racconterai di questa volta, perciò, vivi tutto come devi, le bandiere e i bagarini, e canta, canta tutto e salta e balla, e piangi anche, perchè il cuore a un certo punto ti scoppierà sul serio e  quel boato all'inizio lo sentirai anche nella pancia e e quei fuochi d'artificio sembreranno caderti addosso in miliardi di briciole luminose e ti sembrerà che mai posto al mondo sia stato più bello di quella tribuna di stadio. Come faccio a saperlo? Lo so. Perchè trent'anni fa in questo prato c'ero anche io, e avevo le stesse Superga e gli stessi jeans un pò strappati, e i capelli lunghi come te e mille braccialetti e buchi alle orecchie,  e anche io cantavo e ballavo e saltavo e anche piangevo ed ero così felice e anche a me scoppiava il cuore proprio come a te. 
Sono tornata ad aspettarti, e ho cantato da fuori le canzoni che dentro stavi cantando anche tu.
Il mio cuore e il tuo, così vicini e complici, ognuno al suo posto, a cantare la stessa canzone. Forse no, nemmeno stavolta, l'invidia non c'entra.




18 aprile, 2012

Suonano le sette.

Si sentivano le campane stamattina presto, non so bene da quale campanile, qui siamo un pò circondati, ce ne sono almeno tre e poi le campane si sentono da così lontano, non saprei dire. E' un giorno liquido se guardi fuori, promette tanta di quell'acqua come se non fosse piovuto mai, come se tutti non si aspettasse nient'altro dal cielo. Invece proprio no. Si fa fatica. Fatica a fare qualsiasi cosa che non sia stare lì belli e imbalsamati a guardare fuori, a leggere i giornali, a guardare nel vuoto ripassando a mente le cose da fare, dimenticandosi volutamente quelle che ci piacciono di meno, quelle che metti sempre all'ultimo, come quando stiri, che cacci in fondo e cacci in fondo e poi alla fine la dannata camicia, quella che non si stira nemmeno si ci piangi sopra, quella di lino, alla fine arriva anche lei. La mattina di oggi fa fatica a partire, come me, è ombrosa e malinconica come me, è noiosa e angosciante. Come me.  Che vorrei essere diversa e più forte, che non mi piace quando tornando a casa dal giro dei ragazzi a a scuola mi viene il magone a guardare le nuvole bianche laggiù in fondo dopo le colline più lontane, e non so se sarebbe meglio per me silenzio o confusione, se tapparmi le orecchie con la musica più forte e cantarci pur sopra, o se giocare al gioco del silenzio, e stare attenta a non muovere nemmeno un muscolo, nemmeno a respirare, nemmeno a girare gli occhi, immobile, così. La mattina di oggi è una di quelle mattine che mi fanno paura, e anche schifo, perchè so che questo peso non se ne andrà tanto facilmente e che gli occhi pizzicano, pesanti e svogliati, e sembrano biglie di vetro, le stesse che hanno i ragazzi nel bagno blù, un vaso pieno, che a metterci le mani dentro è bello, quella volta che qualcuno le ha rovesciate un pò meno. La mattina di oggi non mi è simpatica, cercherò di ingraziarmela in qualche modo ma io non sono brava a fingere, lo sanno bene le mie Amiche che mi dicono Cos'hai quando ancora stanno entrando dalla porta e nemmeno mi hanno guardato in faccia, a loro basta vedere come sto seduta, o come cammino, o come dico loro Ciao, chissà come fanno, e forse hanno un segreto che non so, e che mi farò dire un giorno o l'altro e adesso mi sa che metterò la musica a mille e la sfiderò questa mattina che non mi piace, e cercherò e farò e disferò, alle mattine così non è che gliela si debba dare vinta, alle mattine come questa si deve fare un marameo, avendone il coraggio, non si deve dare loro troppo peso, tanto, prima o poi, anche le mattine più stronze del mondo, alla fine, finiscono anche loro.

13 dicembre, 2011

Non è che mi son persa.


Ero solo concentrata. Ero in fissa, si dice. In fissa. Facevo cose. E ne ho fatte tante. Non importanti, in verità, non tutte, tranne una. Ho spostato dei mobili in casa, dando un diverso assetto, un pò più da vacanza invernale, un pò più da starci e non come nella casa del vento, mia nonna lo diceva sempre, Questa è La Casa del Vento, nel senso che non aveva mai chiaro chi stesse e chi andasse. Ho fatto cose, sistemato cassetti, che è la mia specialità, eliminato orpelli e cose dai ripiani, fiori secchi ormai troppo secchi, cose appoggiate lì un attimo e ivi rimaste sei mesi circa, buttato copie di Elle del marzo 2010, ma erano così belle tutte, sembrava un tavolino alla fine, ma l'Adorato e Glorificato Sposo rivolgeva loro occhiatacce da paura, tanto che mi son stupita che non si fossero eliminate da esse stesse, in  autocombustione, per dire. Ho capito cose. E non solo che se piangi da coricata le lacrime ti vanno nelle orecchie, quella è una mia  vecchia scoperta, avevo non so più quanti anni, meno di dieci, non so. E nemmeno ho perfezionato il teorema della fetta biscottata, anche quella, roba già vista. Ho capito che mi piace fare delle cose che piacciono a me e che piacciono anche agli altri. Ho capito che se fai una cosa che ti piace, tante persone la fanno insieme a te e allora viene fuori un bel progetto, grande, grandissimo, e c'è un sacco di gente che ti dice Ma Che Bello, non pensavo, e tu sei lì che ti senti la padrona del cielo, e delle nuvole, anche, e ti dici, ma come, questa cosa qui che sembrava una cosa da niente ora è diventata così? E chi sarà stato mai? Sono stata io e mi dico brava. Non voglio essere modesta e fare quella timida, non la sono, non sono timida, non la sono mai stata, ho la faccia come il, no, questo non si può dire che siamo in avvento, però è vero. Stasera è una sera bella, di quelle sere che staresti ore a guardare le lucine dell'albero e a non fare nulla, ci sono lucine sparse ovunque, anche dentro ai vasi di vetro e sembrano di più, perchè si riflettono e sono mille volte più belle. Ecco, sono una lucina di queste, e le persone vicine a me, sia in casa che fuori, sono loro a farmi brillare di più, a centuplicare la luce di un'insignificante minuscola lampadina, cristalli trasparenti, giochi luminosi, riflessi brillanti, intermittenze ipnotiche, bagliori silenziosi nel buio che c'è, persa? nemmeno per sogno. 



02 maggio, 2011

Già maggio.

Troppo in fretta, troppo improvviso, troppo tutto. Già maggio, eh già. Maggio, le rose e le spose, e il sole e le fragoline selvatiche in fondo al pratino, che sono pochissime ma così buone, il ribes, che è verde ancora ma che fra poche settimane sarà già pronto per la raccolta, ci si prepara, una scodella basterà per il raccolto, mica un cestino. Stamattina è mattina di aria fresca e di cose, di finestre spalancate per far entrare il sole, peccato che ci sia polvere dovunque e formiche, pure loro arrivano di maggio, accidenti. Mattina di panni profumati a stendere sul filo che dal ciliegio va al cancelletto, ben nascosto ieri alla vista del Regio Arredatore, mi avrebbe tolto il saluto mi sa. E si sarebbe portato via la bolla, minimo. Mattina di scartoffie e di menate e di file, sicuro, e poi un caffè al volo con l'Amica delle Perle, Amica Risanata, per giunta. Perciò, buon maggio. E' un mese fiorito e profumato e pieno di promesse e cose belle, e frutta deliziosa, e desideri da esprimere, sottovoce, anzi, in silenzio, lo sanno anche i sassi che se i desideri li dici ad alta voce, non c'è niente da fare, non funzionano nemmeno se piangi cinese. Non so che desideri avere stamattina, forse che mi passi il mal di testa feroce che ho da questa notte, che il mal di testa di notte fa più male di quello di giorno, perchè ci pensi di più e non riesci a dormire e ti chiedi ma come mai, e poi sei sversa per tutto il giorno, ma come, per un banale mal di testa, e invece è così. Ma è maggio, fiori e rose e tutto il resto, sandalini con camelie di stoffa grossi come pagnotte, la borsa di paglia come per la spiaggia, il golfino slacciato, il profumo che sa già d'estate. A maggio, nessuno può prendersi la libertà di stare male, per il mal di testa ci sono le bustine rosa o le pastiglie buone da prendere senz'acqua, innaffierò le  surfinie e mi darò una mossa, a maggio, si sa, ogni minuto sprecato è un minuto perso per sempre, c'è un sole buono e un cielo pallido, un cielo che sa, che forse racconta, è un cielo un pò magico, in giro si dice  che fa passare anche il mal di testa, è maggio, eh già.

10 giugno, 2010

Suona.

Sono giorni di studio e studio, lassù nella casa in collina, l'esame di pianoforte arriva come il profumo dei tigli nel viale che porta in città, passando dalla strada stretta, quella in campagna, che ci si deve fermare per far passare i trattori. E' una fine di scuola incerto, questo qua, vorrei che arrivasse e che non arrivasse mai, non so, è una strana sensazione di vuoto imminente, di vertigine, come un burrone, come in cima a un grattacielo, come non so. Lei suona. Suona veloce e senza incertezze, le note scivolano fuori dalla sua stanza, dalla finestra con le tende leggere che dànno sulle rose, dalla camera colorata e in disordine, pile di libri, bigliettini, fotografie e mucchi di scarpe, ha la stessa mia mania, le scarpe e il disordine, eppure era così ordinata da piccola. Ma piccola non lo è più da un pezzo, lo si capisce da quei suoi bronci, dai magoni, dai silenzi a tavola, dalle litigate feroci coi suoi fratelli, non sta più zitta, ribatte, tiene testa, un caratterino. Lei suona. Suona la sua vita, suona i giorni di questa età così bella e spietata, suona i suoi capelli che vorrebbe un giorno più lunghi e il giorno dopo più corti, suona i suoi pensieri segreti, le cose che non dice, i suoi spartiti serissimi accanto alle stringhe coi teschi, le mollettine coi fiori, la maglia I <3 NY. Suona e suona, Principessa della Rose, suona e raccontami la donna che diventerai, suona e sorridi, per niente al mondo mai vorrei vedere le lacrime che ti scendono giù, silenziose, gli occhi bassi sull'orlo del piatto, sono di un verde disarmante quando piangi, sono lucidi di pioggia preziosa, brillano smarriti e io non so nemmeno che strada dirti di fare, per uscire dal bosco. Suona, bambina, suona per gli altri abitanti di questa casa, che nemmeno respirano quando ti sentono suonare, sono note profumate di bellezza, sono note rotonde e colorate che rotolano sotto i letti, esplodono contro il soffitto, scendono dalle scale, se guardi bene le vedi rimbalzare in cucina, in giardino, sul prato arruffato con l'erba già troppo alta. Suona per noi, suona per me, mamma smarrita come e più di te, mamma confusa e inafferrabile e incapace, suona e suona, Figlia del Cielo, mio cuore disegnato, mia copia più chiara, suona  per me, bambina, sarete tu e la tua musica a indicare a me la strada sicura per uscire dal bosco.

25 agosto, 2009

Status: arrived.

Alla fine, è arrivato. In leggerissimo ritardo, ma non era importante, suo padre ed io eravamo lì già da un pò, minuto più, minuto meno non faceva differenza. Abbiamo sbirciato dalla porta scorrevole dell'aeroporto, lato arrivi, un aeroporto rimesso a nuovissimo per quel G8 a Maddalena che non c'è stato. L'ho visto subito che aspettava i suoi bagagli, una maglia rossa con la scritta Phillies "per farmi riconoscere". Mi ha sorriso di un sorriso di luna, che belli sono i sorrisi che non vedi da un pò, mi sono venuti i lucciconi, ma agli arrivi è vietato, si piange solo alle partenze, questo si sa, e poi il mio Sposo Illustrerrimo mi ha fulminato "cosa piangi a fare". Già, che piango a fare. Non so, invero, ma se c'è da frignare certo non mi tiro indietro, e adesso sono qui, che abbraccio il mio pallido, spilungone, meraviglioso figliolo che riede dopo un tempo che sembra lunghissimo, lontano come nessuno di loro è stato mai, nemmeno i suoi fratelli più grandi. Che piango a fare, se finalmente ce l'ho qui, e non mi dannerò più di telefonate e messaggi e mail e Facebook, per vedere se ha messo qualche fotografia, per vedere cosa scrive, come sta. Racconta a raffica, non sa da dove cominciare, e io accoccolo i miei occhi su di lui, e sono così felice che sia qui, sembra più alto e ancora più bello, e mi ubriaco di queste mille cose che racconta e che sentirò ripetute tra non molto ai suoi fratelli. Poso i miei occhi su di lui, e lì ce li lascio, come sorpresa di averlo qui vicino, beata e felice, innamorata di questo sorriso, impertinente e dolcissimo, che non vedevo da un pò.

10 agosto, 2009

Stelle.

Ossì che le guarderò, anche stasera, come ogni anno, da una vita. Non che in altre sere non le guardi mai, questo no, ma quelle di stasera, chissà perchè, hanno un valore speciale. Sarà perchè difficilmente si è da soli, si rastrellano amici e amici di amici, i figli no, quelli vanno alla diga a guardarle, e quanti fidanzamenti e sfidanzamenti la notte di San Lorenzo. SI preparerà qualche dolcetto, un mirto ghiacciato, si disporranno cuscini e tappeti perchè le stelle le vedi meglio col naso per aria, certo, che scoperta, ma da coricato ne vedi molte di più. Ci vuol mestiere, anche a guardare le stelle, cosa credi. Serata di stelle, perciò. In questa estate farlocca, tarocca, che non è d'oro come le altre, e prova un pò a morderla, vedrai che è così. E non bagnarla che diventa brutta, come i braccialettini luccicanti delle bancarelle, che ti lasciano poi tutto il segno sul polso eppure, erano così luccicosi sotto le luci del mercatino. Un'estate un pò falsa, che non sai bene se sperare che finisca in fretta o aspettare che inizi. Strani pensieri affastellati senza ordine, accumulati come le cose da stirare che non ne hai voglia nemmeno se piangi, e passi per le magliette, ma le camicie un colpo di ferro ce l'han proprio bisogno. Seratona nel patio di casa, a guardare in sù, a sperare di vederne una dozzina e forse di più, a gridare VISTA! e a tenere il conto per sapere chi ne vede di più. Ne vedrò una sola mi sa, non ho mai grosse fortune in campo stellare, ma dovrà essere bella grossa, di quelle che fanno la scia. Non ho nessun desiderio da affidarle, ma almeno, che si faccia vedere, e che trasformi per me questa estate di latta in un'estate d'argento. D'oro no, pare troppo.

28 marzo, 2009

Lo scazzo.

E per una volta, massì. lasciatemelo dire, senza occultarlo con chioccioline e roba del genere, forse, sc@zzo sarebbe stato più elegante, ma non rendeva così bene l'idea. Come a dire, sì, mi girano, eccome, senza un vero motivo, e centomila motivi insieme, i figli, il gatto, questa pioggia novembrina, quelli che attraversano sulle strisce uno per volta, m'è preso secco, mi girano e basta. Lo scazzo è in sè uno stato d'animo che non riesci a definire in altro modo, se non con la parola medesima. Esso ti assale non proprio all'improvviso, magari ti ha dato qualche avvisaglia tempo prima, che so, un paio d'ore, che hai urlato per un niente, ringhiato nel telefono, mandato affan qualcuno, così, che forse non era nemmeno il caso, e poi sei scesa in lavanderia e ti sei detta, fanculo tutti quanti. Che gran signora, che grande dama di compagnia, che gran principessa reale, che altezza serenissima. Ma quale serenissima, sono una iena, giratemi al largo o darò il peggio di me, se ancora non l'ho dato. E poi, non è che è un malessere identificabile, che so, hai mal di testa, ok, sciolgo una pastiglia in un mezzo bicchiere d'acqua, aspetto mezz'oretta e passerà. Col cavolo. Lo scazzo, quello vero, assoluto, inconfondibile, non se ne va nemmeno se piangi cinese, è lì, beffardo, e ti trasforma in una donna assurda, gradevole come la sabbia nel letto. e dai colpa all'influenza che ancora non ti è passata, accidenti a lei, e a questo tempo di m., e a questo week end che non si farà un bel niente, ma il bel niente da schifo, non il bel niente che ti fa stare bene e in pace col mondo. Così, in questo sabato sera che m'impicccherreeeeeeeeeiiiiii, che toh, gurda, c'è una partita alla tv, che piove e piove e all'inferno pure il tempo e il mondo intero, e magari leggo qualcosa, o mi faccio un bagno che mi rilassa, ma troverei qualcosa che non va anche lì, e allora, ok, lasciatemi stare, che scazzata sono e scazzata rimango. Fine.

07 ottobre, 2006

Il nastrino bianco.



Ottobre, il 7.
Sto in piedi. Rigida. Proprio, di sedermi non mi riesce. Ho la sensazione indefinibile che mi fa sentire le gambe a tratti mollissime e solo un attimo dopo di piombo. Pesanti. Ho mio fratello accanto, ogni tanto, mi sfiora il braccio con la mano, non so se per farmi coraggio, per prenderne, o per sincerarsi che io sia ancora lì. Mia madre è seduta , ferma, anche lei. Non mi guarda. Forse per non trovare altre lacrime, per non doversi occupare anche del mio, di dolore. Ne ha già abbastanza del suo. Ho una gonna blù a pieghe che non metterò mai più. E quando la vedrò nell’armadio la toccherò appena per mesi, fino a buttarla via, di nascosto, un pomeriggio di sole. Ho diciassette anni da cinque giorni, una treccia lunghissima fermata da un nastrino bianco e un dolore che mi squassa, senza lacrime, così grande che sembra che mi avvolga e un po’ mi soffochi. Da non credere, quasi. Le mie compagne di scuola sono tutte qui. Loro sì, mi guardano da lontano, senza sapere bene che cosa fare e dire, proprio a me, la più irrequieta della classe, adesso lì,immobile e assente e zitta, di un silenzio arido di cartone. Mia nonna sembra ancora più piccola e più bianca, di cera. Ogni tanto, soffoca un grido muto in un fazzoletto e muove piano le labbra in una preghiera senza fine. Bisbigli e abbracci, e gente anche mai vista, nasi soffiati, strette di mano e odore di candele, di vestiti sfregati, di fiori, di umidità, scalpiccio di scarpe in corridoio, dove qualcuno, chissà perché, ha coperto lo specchio con un telo. Aspettiamo. Che arrivi il momento. Ho qualcosa di simile alla paura, spero che gli uomini che ho visto in cortile non arrivino mai o che arrivino in fretta e che tutto questo finisca, adesso, domani, mai più. Mi sento persa, galleggio in qualcosa che non conosco, è allora questo il dolore vero, quello che sta ancora aldilà di quando piangi, perché ce n’è talmente tanto che nemmeno a piangere, ce la fai? Dormirò in questa stanza stasera, e per molte sere, per respirare le cose di te che lasci qui, adesso, che hai gli occhi chiusi e la camicia celeste e le mani bianchissime con il rosario. Svegliati, adesso, sorridimi ancora e ancora accarezzami e anche sgridami, dammi una sberla, ma non andare via. Dove andrai, che farai e che faremo, ci lasci qui, a vagare in una vita che non sarà più la stessa per nessuno di noi, ti aspettavo per il mio compleanno, mi avevi detto in ospedale che saresti tornato e che avremmo fatto una festa bellissima. Dove andrai, se nessun sentiero è tracciato in cielo per te, magari ti perdi, se nessuno ti indica la strada, dove andrai se nessuno sa da che parte cominciare a cercarti, dove andrai, se nessuno ti potrà trovare, mai. Nemmeno io. Arrivano gli uomini del cortile, e vogliono farmi andare via. Mia madre, ora, non la vedo più, c’è confusione e un pianto forte, adesso, ma non è il mio. E prima che tutto inizi, prima che chiudano i tuoi occhi chiusi, prima che tu vada via per sempre, da questa stanza, da questo mondo, da me, senza che nessuno mi veda, tolgo il mio nastro dalla treccia e te lo metto lì, accanto alle mani immobili, accanto al rosario. A cosa ti servirà, papà, il mio nastrino, per il tuo viaggio nella Luce?

Per Sempre Glicine.

E' stagione di glicine. Lo amo, e tanto anche.  Il colore, la forma, il suo modo di essere.  Non si può cogliere, non si può te...