23 aprile, 2008

Closed for bridge.

Oh, yes, si è fatto di tutto in questi giorni, spaccato un computer, registrato un marchio, fatto scarpine, ripassato inglese, ritirato copertine, ricevuto complimenti e abbracci, comprato un profumo, preparato valigie. Già perchè sì, noi si và, non tutti ma quasi, qui transumanze di amici e fidanzate, biondine si dice, eggià, qui oltre alla Biondina di sempre, dicono che si aggiri un'altra Biondina dall'Occhio Languido, Ingegnera, dicono, o almeno così pare e allora che ghiotta occasione di portarla testè, com'è che si dice quando il gatto non c'è, o era il topo, ma che cosa importa in fondo. Biondine o non Biondine, noi si và. E allora, mi si scusi tantissimo, immensamente, si chiuda la porta, si cazzi la randa, per la Costa Azzurra? Si và per di là.

21 aprile, 2008

Fari e lampioni.


Ma sì che è bello guidare di sera. Che si è usciti al volo, vestiti da casa, la maglia persino un pò scucita, come si conviene alle cose per casa, che possono concedersi il lusso di non essere perfette, stropicciate, un pochino, larghe, comode, da casa, appunto. Mi piace guidare di sera perchè ci si sente come dentro una bottiglia di inchiostro, non è proprio buio buio, non ancora almeno, e l'asfalto è lucido e brillante, con tutta quella pioggia e i fari spuntano dal nero e i lampioni illuminano il viale e la strada fino in fondo e anche più in là. Che belli i pensieri della sera, quelli che lasci andare, come le colombe davanti alla chiesa, come i palloncini. Escono fuori e vanno via, semplici, senza filtri. Che liquidi sono i pensieri che pensi la sera, guidando per un pò, non molto in realtà, con una musica appena appena, di sottofondo, che non canto perchè non so. Sono pensieri che non sai bene nemmeno tu, che passi da un pensiero all'altro, senza un senso, sono pensieri distratti o attentissimi, importanti o un pò scemi, morbidi in un certo senso, diversi da quelli del mattino, che devo fare questo e questo e questo e questo. Di sera no, da fare si ha così poco, oramai. Si guida piano, a pensare il niente della sera, una leggera, beata stanchezza che ascolti con sollievo, quasi, e i pensieri, quelli che scivolano via, quelli che non schizzano ma fluttuano, quelli che tieni lì e non sai bene se i fari delle macchine e i lampioni del viale, li riescano ad illuminare così bene da farti credere di averli già pensati. Una volta almeno.

Pagina Cinquantaquattro.


Ma no che non lo sapevo, giuro, beh, sì, certo che avevo scritto, ma scrivo talmente tante cose che insomma proprio perdo il conto. E poi, ieri pomeriggio, in una domenica uggiosa, l'sms della mia Amica dei Tessuti, ma come, si parla di te e nemmeno me lo dici? Ma se non lo so. E invece, eccomi qui. La mia mail pubblicata su Elle, signora cara, non proprio sul giornalino della parrocchia. E poi, l'indirizzo delle Fragole, ossì, pure quello, e la cosa più importante e più bella è che parlano di lui, del mio Cuore di Maglia. E tutto questo, tutte queste righe mi hanno fatto saltare come un grillo salterino, perchè si sa che è una bella cosa, le prime cento pagine di un mensile sono quelle più importanti, ma lo sanno anche i bambini, come fa a non saperlo lei? Tutto questo mi fa sentire così felice e orgogliosissima e soddisfatta e se non fosse che mi vergogno mi darei una bella pacca sulla spalla, ebbrava, e mi stringerei la mano e mi direi ma guarda un pò tu che cosa che hai combinato. E ringrazierei, una ad una, tutte le persone straordinarie che hanno reso possibile questo progetto, la Filatura di Crosa in primis, tutte le mie Amiche del Knit Cafè che si sono tuffate con me in questa avventura bellissima. E a tutte quelle che non conosco, che mi hanno scritto con la voglia di esserci anche loro. Grazie, grazie, grazie. Per i ringraziamenti dei diretti interessati, si sa, bisognerà aspettare qualche anno. Ma in fondo è bello così. Sarà una festa che non finisce mai, di quelle che se ne parla per mesi e mesi, e sapere che i piccini sono lì, nei loro lettini speciali e trasparenti, con le cuffiette glamour, le scarpine corte mezze pavesino e le coperte, sono il regalo più bello. Grazie, Elle. Anche da chi non parla ancora.

18 aprile, 2008

Tenerezze.

L'unità di misura è il pavesino. Queste scarpottine morbidissime, con un pon pon che è la misura più piccola possibile in assoluto, ma che applicato du di esse appare gigaenorme, misurano appunto mezzo pavesino. Suppergiù. La suola di queste calzature per elfi del bosco e del sottobosco, è corta cm 5. E non è che me lo sono inventato, sa? Ho il mio bel documento. La dottoressa mi ha fornito un bello schema, l'impronta, presa direttamente dall'incubatrice, la misura giga e la misura mini, molto più frequente. Queste qui vanno a pennello. Per lei e per lui, con tacchetti regolamentari e vezzoso fiorellino. E sono chiccosissime. Mezzo pavesino di amore e di calduccio per dei piedini che, lo so, diventeranno da ballerina. O da calciatore. Con tutto il Cuore.

A catinelle.

Fuori è proprio meglio non guardare. Ci si alza già con una smorfia di disgusto, inversa, non so, ma accidenti piove di nuovo? No, non di nuovo. E' che non ha mai smesso, è questa la sottile differenza. La pioggia in questi giorni dell'anno ti fa odiare l'armadio e tutti i vestiti in esso contenuti, compreso quelli sparsi alla rinfusa sulla poltrona, che tanto li metto spesso e allora meglio lasciarli lì. La pioggia di aprile ti fa essere in uno stato confusionale, in un mix di assurdità, una sequela di controsensi, come, senza calze e col maglioncino? E lì, sandali di corda e stivali? E stamattina che avrei voglia di quel twin set fucsia, cosa faccio, lo sacrifico sotto l'imper e vada come vada? Son cose da non sottovalutare, lo sforzo mentale richiesto in un venerdì mattina piovosissimo, uggiosissimo e noiosissimo, che pensi con grande pena a quei sandalini che ti aspettano dalle Sister Berry, a quei capri pants della vetrina, che sembrano rosa, ma, imperdonabile errore, essi sono a righine, una bianca e una rossa, impercettibili e finissime, ed evocano pomeriggi assolati di primavera inoltrata o già un anticipo d'estate, passi sul legno del pontile, o tolti al volo per un giro sulla spiaggia e infilati con noncuranza, suola contro suola, in una cesta di paglia dai manici di corda. E mi si perdoni l'assurda, incontenibile voglia di frivolezze e amenità, questo bisogno di leggero, di futilissimo, di vagamente snob e assolutamente chic. Ci vuole, in un giorno di simil novembre che è già week end ma che razza di, a contare le gocciolone dai vetri, a tenere a bada la malinconia, ad inventarsi stupidaggini per non andare a fondo. Urge una scorsa alle tendenze per l'estate, mi sa che quest'anno và il quadretto vichy, uno stile semplice e rigoroso e tanto tricot. Perchè va bene che piove e piove, ma, benedetto il Cielo, smetterà pure prima o poi.

16 aprile, 2008

Che giorno è.

E' un sole che acceca, quest'oggi, che spruzza sulle colline una luce quasi metallica, che spara, in un certo senso, come il flash del fotografo alla Prima Comunione, sorridi, così. E' un sole rabbioso, non caldo, che ossimoro, il sole freddo, questa poi. E' un sole che non mi piace, sembra appiccicato con la colla, sembra come di fretta, lo vedi, sono qui, ma tra un poco me ne andrò, a giocare con le nuvole cariche di pioggerellina fina fina, quella che ti rende nevrastenica, quella che non serve il tergicristallo, quella che non fa rumore e che viene giù per giorni e giorni e giorni. Che giorno è oggi. Da lavorare, o da santificare al niente del tutto, da leggere tutto il tempo, da guardare in sù, da fare un giro nei prati, che è ancora bagnaticcio, e l'erba è così verde e alta, nel pratino di casa, ma come, non l'abbiamo tagliata da poco? Che giorno è, a controllare i gladioli che nessuno pianta più, il lillà che si sforza di fiorire, e fiorirà già un pò sfiorito, secondo i mille misteri del pratino, nascono le fragole, le margherite, c'è una talpa che fa i buchi, un serpente, una volta, due topolini catturati dal gatto, un microcosmo. Sarebbe un giorno da spendere nel sole, e invece, che razza di giorno è, se fra poco ci si troverà tutti, o quasi, a guardarsi come marziani, a pregare a bassa voce, a baciarsi leggero senza dire niente, in una chiesa sconosciuta, ci sarà odore di incenso e di legno e di marmo, credo, e di muffa e di fiori. Saremo là, a salutare, a dirgli buon viaggio verso il sole, oltre le scie degli aereoplani, oltre le nuvole, al di là. Saremo là, a guardare da lontano sua moglie e i suoi figli, a non sapere cosa dire, dove stare, a mormorare cose, a tossire piano, a piangere anche. E il sole, lì dove saremo, di sicuro non ci sarà.

14 aprile, 2008

Cielo di malva.

Che dire, tira un'aria strana stamattina da queste parti. Primo fra tutti, il cielo. Violetto, tendente al nero, quel bel color malva che mi piace tanto, certo, almeno fino a quando non si sentono i tuoni in lontananza e allora pensi che sì, forse è proprio il caso di ritirare i piumoni messi fuori a prendere aria, come fanno le bravissime massaie, quelle che sbattono i tappeti dalle finestre col battipanni, le maniche rimboccate e i bigodini in testa. Ben lungi da questa immagine, riedo testè da una mattinata tranquilla e normale, come lo sono spesso i miei lunedì mattina: spesa per le Regie Truppe di Sua Maestà, dacchè pure l'Universitario stamattina prima di raggiungere in calesse il luogo dove forma la cultura ingegneristica, ha fatto razzia nel patrio frigorifero, manco fossero previsti nel Regno Sabaudo giorni di peste e carestia. Tranquilla e normale un paio di cavoli. Sono stata minacciata. Sì, insomma, non proprio, ma ho passato un cinque minuti non proprio gradevoli. Una donna, sconosciuta, mai vista prima, di quelle facce comuni e comunque, non nel mio database, mi ha sibilato, che sì, io non mi ricordavo di lei ma lei di me sì, e che non si era dimenticata, perchè lei non dimentica niente, soprattutto le cose che riguardano i bambini. Panico. Io non ho nemici, o almeno così credo e sì, qualche volta mi sarà pure capitato, avendo figlioli da anni in scuole di ogni ordine e grado, di avere qualche piccola discussione con altri genitori, che ne so, la recita, la gita, e il tuo ha detto al mio, o quella volta che Emma ha dato un calcio nel sedere a quel Ruben, un bimbetto così pacifico, ma che le aveva sputato addosso e morsicato una manina in prima asilo, e la Ruben-nonna, terrorrizzata, aveva detto che sì, la perdonava, in fondo una bambina con tutti quei fratelli non poteva che comportarsi in quel modo (sic!), mentre io mi sperticavo in scuse e controscuse, e Non Lo Farà Più, Glielo Prometto, ma la PrinciFurbetta, trecce biondine e occhi di bosco, Sì, Va Bene Ma Se Non Mi Sputa Più E' Meglio. Insomma, cose da poco. Ma fatto sta ed è che è tutta la mattina che penso a questa qui, che non credo di aver mai fatto torti a nessuno, o almeno non così gravi e terribili da essere ricordati nei secoli dei secoli, onte da lavare col sangue e disonori da cancellare. Si è dissolta in un secondo, e dopo il primo attimo di smarrimento sono uscita dal negozio e ho cercato di rincorrerla, ma niente, come nelle migliori sceneggiature, la creatura sibillina era sparita, puff!, volatilizzata. Voglio darle l'attenuante di essersi sbagliata, ma in ogni caso, certo non son cose così rosee da vivere, un lunedì mattina di aprile verso la metà, che il cielo di malva, manco a farlo apposta, sta rovesciando sulla città e sulle colline goccioloni grossi come biscotti, che fanno rumore sui vetri e le bolle sul terrazzo e che se sto bene attenta, tra un attimo, al lampo seguirà un tuono e via così. Film dell'orrore? Ussignur, tra minacce e temporale stamattina sto proprio messa bene.

13 aprile, 2008

Prima di tutte.

E' la primissima. La prima di tutte, in assoluto. Certo, la mia Amica delle Perle non è una da farsi cogliere impreparate, perciò ha lavorato indefessa per portarsi avanti. Le coperte di Cuore di Maglia stanno diventando sempre di più, anzi, l'approvvigionamento santamente offerto dalla Filatura di Crosa è già terminato, contro ogni previsione. Complice, il gruppo torinese delle knitters, che ha in Cristiana il suo angelo custode. Sono loro, infatti che hanno accolto questo progetto con grandissimo entusiasmo e collaborazione, e che si sono date da fare, sabato mattina al loro Knit Cafè, a cercare modelli, a discutere di colori più adatti a di tipologie di filato. I bambini nati prematuri e ricoverati presso l'Ospedale Infantile di Alessandria avranno perciò le copertine più calde e glamour di tutto il pianeta. E questo, ne siamo sicure, li farà guarire e crescere molto in fretta e darà una mano anche alle loro mamme a non farsi prendere dallo sconforto. Noi ci proviamo. Di solito, i progetti, grandi o piccoli che siano, danno più calore se fatti con un entusiasmo così. Figuriamoci questo, che è pure di lana!
Un grazie speciale a tutte le donne che ho incontrato sabato mattina al Lingotto, a chi mi ha chiamato e scritto, a chi, sconosciuta, mi ha raccontato un pò della sua vita, Sai, Non Ne Posso Avere di Bambini, Mi piacerebbe Aiutare Chi Ha Bisogno.
A loro, a tutte loro, alle mie amiche che mi supportano in questi progetti in cui mi lancio, alla mia Amica delle Provette, delle Perle e della Pastiera, e anche a Biancaneve, voglio dire che sono speciali, nel frivolo e nel serio, a spasso e a far qualcosa di importante, a chiacchierar di gossip e a fare una cosa che, lo so, sentono molto, molto vicina.
Non capita tutti i giorni di scoprire di avere amiche così. E io, come dico spesso, modestia a parte, la capitai.

11 aprile, 2008

I vetri.


Eppure non c'è stato nessun temporale a far sbattere la finestra socchiusa, sbamm!, così da ridurre in frantumi i vetri della finestra, con quel rumore che senti nei film , quando saltano giù dai palazzi. Non c'è stato nessun vento e nessun bicchiere spaccato, scivolato dalle mani, mentre l'asciughi, che poi succede che esplode, quasi e vetri e schegge li raccogli per giorni, ma guarda un pò dove c'è un vetro, nonostante ci abbia passato per bene, scopa e paletta, mica l'aspirapolvere. I vetri appaiono, improvvisi e appuntiti, in una giornata normale all'apparenza e terribile nel profondo. Non cammini, scivoli, non sorridi, fai smorfie, ti sforzi un pochino, anche, ma è tutto inutile, se ne accorgono in mille, lo sai, appena hai qualcosa. Già, e che cosa non si sa. Sono i vetri che trovi all'altezza del cuore più o meno, che graffiano e fanno male, eppure da dove arrivino nessuno lo sa. Sono i vetri, pesanti, difficili, un fardello trasparente, pericoloso e insopportabile. Dormiresti, o faresti cinquecento cose insieme pur di non sentirli. Ma i vetri, beffardi ed inutili, pungono anche quando respiri, quando parli, quando ti guardi e ti dici, no, per piacere, no. E' una malinconia pungente, che non si sa da che arrivi, una tristezza sconfinata e nebulosa, un'inspiegabile apatia. I vetri, si sa, si scopano via, con quel rumore di campanelli, scopa e paletta, o si frantumano coi sassi, coi baci, magari, con forza, per ridurli in polvere e guardarla poi, magica poltiglia dai mille riflessi, perchè almeno così non fanno più male.

09 aprile, 2008

"...e c'è una parte della vita mia

che assomiglia a te

quella che supera la logica

quella che aspetta un'onda anomala."

Fiori e meringhe.

Ti dico un segreto, son fiori e meringhe. Ti faccio un regalo, ti guardo da qui. Son petali lunghi, e steli sottili e nuvole bianche di zucchero e niente. Ti porto lontano, ti aspetto da un'ora, ti faccio un disegno, mi piace così. E fuori che piove, c'è aria d'autunno, ma in fondo che importa, non piove che lì. Si appannano i vetri, si spezzano i cuori, si strappano i fogli, lo vedi? così! Cammino sul filo, sorrido, se posso, un pò mi nascondo, è un gioco, lo sai. Così, in equilibrio, mi faccio un giretto, racconto due storie, chissà che ora è. Lo sanno anche i sassi, è il cuore che parla, così, a raccontarla, che storia sarà. Son cose da donne, perfette e solinghe, son fiori e meringhe, si vede da qui.

Stop.

E basta, che non se ne può proprio più di tutti questi giri in giro, e di qua e di là, e di sù e di giù, per diletto e per lavoro, ebbasta. Da oggi e per un bel pò, niente più transumanze e valige, e preparativi e organizzazione della metà dei figlioli rimasti a casa, e le ospitate della Princi dalla sua amica del cuore, che in effetti era un pò delusa, ieri, davanti a scuola, Come, il Congresso è Già Finito? Yes, baby, e scusa tantissimo se stasera dormi a casa tua. Voglia di fermarsi, per un pò, mica per sempre, solo, desiderio di ritmi normali, come possono essere normali e noiosi e lenti i tempi miei, di questa casa, di questa falange armata, di questo convitto, di questo collegio, di questa comunità collinare, di questo adorabile plotone. Per cominciare, si riprendano con tranquilla, provincialissima e benedetta abitudine i riti consueti. Le amiche, signora cara, quelle che con cui scambi le ricette, i libri, e le chiacchiere e le confessioni, di quei peccatucci da niente, s'intenda. E poi la casa, silenziosa o confusionaria niente ci fa, la casa purchessia. Giorni, morbidissimi e normali, senza dover dire o fare nulla che non si abbia voglia di dire o fare. la quiete, mi pare. Il lusso, mi sembra. La felicità, ne sono certa.

07 aprile, 2008

La furesta.



E no che non è un errore di battitura. Furesta, intesa come forestiera, straniera, di passaggio. In stretto dialetto lombardo, con quella cadenza, che hanno solo qui. Vado poco al camposanto, o meglio, vado quando sono ispirata, preferibilmente sola. Ho voluto portare dei fiori nuovi, più colorati e più belli. Ci venivo da bambina, distratta, per passatempo, quasi, ad accompagnare mia nonna in visita. Si faceva spesso, allora, e lei si fermava a chiacchierare nei vialetti, l'innaffiatoio in mano, i fiori dall'altra, con le amiche che incontrava lì. Qualche giorno fa ci sono andata, sola come sempre. A sorprendermi di come i passi sulla ghiaia facciano sempre troppo rumore in un posto così intatto, come sotto una bolla. Di un un rumore sfacciato, che rimbomba troppo, che ti vine voglia di andar più leggera, non so, nei corridoi con gli archi e le volte, e sulle scale. Arrivavo, camminando quasi in punta di piedi, e due donne che chiacchieravano, ora come allora, si sono accorte di me. Chi è? Chiede una all'altra. Nessuno, risponde, Una Furesta. Io. Io sono una furesta. Io, che conosco questo paese palmo a palmo, che manco da molto ma che ci torno sempre così volentieri e lo amo, sì, lo amo come si ama il posto da dove vieni, dove tutti sanno chi sei e chi erano tuo padre e tua madre e i tuoi nonni, pure, perchè sembra così strano ma anche io ho una storia e un percorso e un passato, e ce l'ho qui. Vengo da qui, dove ho passato i miei anni più lucidi e disperati, dove ho conosciuto le cose più belle e le più tragiche, dove ho riso da morire e pianto come si piange poche volte nella vita, dove ho cantato, ballato, e giocato a bandiera scalza sulla piazza, dove mi sono innamorata tremila volte o giù di lì, come ci si innamora a quindici anni, io, ribelle e un pò fuori dagli schemi, io, che ho cantato nel coro della chiesa, che ho girato questo posto in motorino, in vespa, in bicicletta e a piedi, io che ho preso due schiaffi da mio padre una sera di maggio, proprio lì, accanto alla fontana, io che torno in questo posto come si torna a casa, io, per queste donne del camposanto, sono e resto, la furesta.

06 aprile, 2008

Fregata dalla regata.

Vento non tantissimo, mare quasi piatto per un pò. Undicesimi. Su undici. Un equipaggio di tutto rispetto, gli altri agguerriti, noi tranquillissimi, a sgranocchiare taralli e a prendere tutto il sole possibile, e poi, Pronti a Virare? Ah, sì, già che siamo in regata. I prodieri, la Princi ed io. Non proprio da Coppa America. il Capitano rilassato e divertito, tutto contento per quella sua velona sottile e frusciante di un bel turchese. Sette metri di velo color del cielo, chiedeva la fata Smemorina per il vestito di Cenerentola, e lì, diciamo che un bel vestitino drappeggiato per la Princi e per me ci verrebbe di sicuro. E ne avanzavamo ancora. Ma di gennaker si parla, signora cara, mica di tailleurini Chanel. Ultimi con grande onore, che di tattica di regata e di altre corbellerie il Capitano le sapeva sì, ma con due femmine a bordo, più attente al look che alla direzione del vento, ma si poteva fare davvero i Paul Cayard del Monferrato?

03 aprile, 2008

E via!


Non che una debba stare lì, a spiegare con tanti particolari perchè mai questa sia una giornata speciale. In realtà nessuno lo sa ancora, si deve prima uscire fuori, annusare l'aria con il naso all'insù, provare a distinguere. Il profumo, per esempio. Che è quello dei primi fiorellini del ciliegio o del tappeto di violette che si stende là, sotto ai pini? O ancora, saranno forse i bocciolini delle rose inglesi, mannò, è impossibile, sono ancora così piccini che quasi non si vedono, eppure hanno foglioline verdissime e già robuste, dopo il trattamento che amorevolmente ha risevato loro il mio Sposo, corteccia di pino, sissignori e una specie di intruglio contro i pidocchi. Il profumo c'è. E quindi? E' profumo di cose. Di cose di ogni giorno, di figlioli spediti a scuola, arruffati, belli come il sole quando il sole è appena spuntato là dietro, arruffati, come il gomitolo caduto nelle grinfie di un gattino dispettoso. Di baci scomposti e spiaccicati e di sfuggita, che hanno così sonno che non capiscono mica ancora tanto bene, sa? E' profumo di torta per la colazione, di semini e briciole messi sul ramo per la famiglia Pettirossi, di pensieri tranquilli, si và la mare, quello vicino, per questo week end. E poi, accidenti, oggi è profumo di progetti, di Knit Cafè, alle 3 al solito posto, che quest'oggi siamo tutte così gasate per questo evento, per questa cosa inventata che ci piace già, prima ancora che cominci. Profumo di cose belle, semplici eppure così lucide, quotidiane, normalissime, ma che basta così poco a rendere così speciali, la mimosa del mio vicino esplosa di un giallo soffice, un'aria frizzante e avvolgente e quel profumo, misterioso e affascinante, che ancora non si è capito bene da che parte arrivi, che cosa è di preciso, se fiori, mare o tutt'e due, ma che è bello sentire che c'è.

02 aprile, 2008

Ode alla camicia bianca.

Bella scoperta. Certo, non la scopro io questa mattina, ma la vera essenza di un simile capo di abbigliamento non la si esalta in inverno e neppure in estate piena. E' in queste stagioni di transizione, non troppo calde e non troppo gelide, che la camicia candida dà il meglio di sè. Non sacrificata sotto un maglioncino accollato, ma portata con disinvoltura senza niente, magari un golfino morbido coi bottoncini ma da tenere così, impertinente e sbottonato. Molto bon ton. La camicia bianca illumina e risolve. Profumatissima di appretto, impeccabile in una stiratura piuccheperfetta, vi fornirà un'immagine di voi medesime così lucida, dallo specchio, da farvi sentire magnifiche, nonostante l'umore grigiolino, la tosse o la nessunavoglia. Versatile, trasformista, può essere all'occorenza maliarda e innocente, vacanziera e professionale. Chicchissima con una gonnina nera al ginocchio e tacchi importanti o pronte per un traghetto o una passeggiata sul pontile, con sandali ultraflat e pantaloni Vichy. La candida camicia è un jolly da giocare, un terno secco sulla ruota di Napoli, una tombola. Unico accorgimento. I bottoni. Essi vanno abbottonati con cura nella parte centrale, lasciati sbottonati l'ultimo e i primi...vediamo, tre, quattro? A seconda di quanto maliarde si vuole essere, un balconcino che occhieggia con elegante innocenza farà con grande dignità la sua bella figura, sia esso rosso bordello, nero misterioso o lilla ammiccante. Perchè camicia candida sì, ma perdiana, le educande, signora mia carissima, hanno fatto il loro tempo.

01 aprile, 2008

Slow Fish.


Non sono così brava a fare scherzi, nè sorprese, mi faccio subito scoprire, mi viene da ridere, per un pò reggo e poi crollo, miserabilmente crollo, insomma, non mi riesce. Perciò nessuno scherzo per me, forse ne sarò vittima, chi lo sa. Nel frattempo, mi trastullo bellamente con le questioni quotidiane, i figli, per cominciare, tutti, di ogni ordine e grado, che il mio Sposo è in Riviera e non riederà che questa sera. In verità sono un pò scollegata, avrei bisogno di un reset, non so. Questa vicenda dell'ora legale fa sì che mi senta sempre un pò galleggiante, penso che sia un'ora e invece è un'altra, ed è sempre troppo presto o troppo tardi e alla fine non mi riesce di combinare un granchè, a pensarci bene. E poi mi dico che sono stordita, un pò appannata, come dire, eppure non ho mai sofferto di jet lag o robe del genere nemmeno dopo viaggi dall'altra parte del globo terracqueo. Sarà la primavera. Sarà che è così bello lasciarsi un pò cullare, ove si possa, lo faccio ora o lo faccio dopo? ma sì, che anche dopo va bene. Alla fine, le cose da fare, le questioni da gestire, le vicende da dipanare sono in realtà piuttosto numerose, ma che fa, le si mette tutte in fila e una per volta, alè, si troverà il modo di redimerle, aggiustarle e catalogarle come fatte. Buon aprile, mese della lentezza e della calma, del tranquillo svolgersi delle cose, della beata semplicità, dei primi assaggi di vacanze e week end al mare e pic nic sui prati, con la frittata e le uova sode e il termos con il caffè, e se si è un pò risciacquati, squinternati e sciaborditi, e un pò improvvisati e leggeri, un palloncino che vola, un pò così, trasognati, prendendo quello che viene, in fondo, ma dimmi un pò che male fa.