28 aprile, 2009

Lez gò.

Liquido.

Come tutto intorno, ormai, da qualche giorno in qua. Liquido, come le goccioline sulla finestra, come i goccioloni che scendono giù, quelli che senti anche se non li vedi, che fanno quel bel rumore, senti che bel rumore, ma un rumore è bello se dura poco, non giorni e giorni e poi ancora giorni e pomeriggi interi, liquidi, fradici, di fango e di pozzanghere e di spruzzi e di laghi per la strada, e di impronte sul pavimento e di ombrelli, come non sopporto gli ombrelli, io. Io amo il sole e il caldo a stecca, e l'afa e la sabbia bollente e le finestre spalancate e il profumo dei fiori e le cicale e il grano appena verdolino, e i papaveri lungo i fossi e i sorbetti e pranzare in terrazza, e poi scappare dentro, c'è troppo sole. E invece, un bel niente. Il fiume limaccioso, rabbioso e altri mille aggettivi in -oso, schifoso, pure, pericoloso, forse. E il ponte chiuso e lunghe file per arrivare in città, e insomma, di questo liquido proprio non se ne può più. Quel che c'è da dire è che il pratino ne trae vantaggio, è di un verde smeraldo appena tolto dai gioielli della corona, le ortensie si sono colorate di quel rosa caramella, persino la regia salvia è diventata un cespuglio che ha sommerso il cartellino di terracotta con la scritta Sage, non perchè la debba riconoscere, ma perchè ci stava così bene e allora mi sono detta perchè no. L'unico ad essere depresso in questa casa, in questa specie di giardino di elfi e gnomi e coniglietti selvatici, pettirossi di Gucci, ramarri verde acido, talpe che fan danni ma che son così carine, ricci timidi e smarriti, cucù petulanti al mattino e barbagianni di sera, l'unico scemo di questo microcosmo è proprio lui, il basilico. Tanto ha fatto e tanto ha detto che si è ammutinato, è naufragato nel suo vaso di terriccio apposito, scelto con massima cura nel vivaio, e insomma, ha tirato gli ultimi, diventando un ammasso informe di foglie che nulla hanno a che vedere con le belle foglione rigogliose e turgide del terrazzo della mia Amica. Sob. Colpa dell'acqua, dico tra me, anche un pò colpa mia, và, che quella ce l'ho sempre. E intanto, piove e piove, io mi sforzo di pensare a sandali e parei, e granite e scottature, ma un bel niente: qui tutto liquido rimane. Per i sandali turchesi che sonnecchiano da mesi nel ripiano più alto del mio armadio, ancora tempo ci sarà. E chi se ne frega del basilico.

24 aprile, 2009

StrawberryTherapy.

Meglio. Oggi mi sento Donna Letizia. Onoratissima di esserlo, intendiamoci. E posso, in grazia di Dio, tiramela un pochino. Darmi un pò di arie. Fare un pò la boccuccia della Bellucci e lo sguardo da orata al forno. Mi volete proprio bene. Perciò me la tiro. Ho ricevuto mail, anzi emeils, messaggi, oltre ai commenti qui sulle Fragole: preoccupati per me, a dirmi Dai, Puoi Farcela, a consigliarmi, a dire, Anche Io, Sai? E' una soddisfazione enorme. E' un calore, non so. E' una vittoria, un fiocco su un pacchetto, una cosa bella. Non vi ho abituati a botte e risposte, qui non si finirebbe più, io scrivo e scrivo anche per capire delle cose di me, e questo mi fa bene, mi guarisce, fa un pò parte della terapia, per colmare da quei buchi dove inciampo ogni tanto, e quando finisco in fondo al pozzo, ma per fortuna, tardi o tosto, trovo sempre appigli e scalette e cordicelle e salvagenti per uscirne. Sarà così anche stavolta. Ho i miei globulini omeopatici in triplice confezione, nella tasca interna della borsa. E poi, oggi il mare, il mare che racconta e guarisce, che canta e sussurra, che culla e gioca. A voi tutti, che sapete, che provate a volte le stesse cose che provo io, che sentite il vuoto e la disarmonia, il disagio, la mancanza e l'impotenza, a voi tutti un abbraccio un pò speciale, siete tanti, conto i clic e non mi pare vero, e da tutto il mondo, c'è in Bolivia qualcuno che mi legge ogni mattina, e a Singapore e la mappa è piena di puntini rossi e allora grazie, grazie, grazie dalle Fragole, lo so che è autocelebrazione, ma l'avevo detto, oggi me la tiro, e allora, ok.

23 aprile, 2009

Ferma.

Come l'acqua dello stagno. Come il brodo nella pentola, se lo metti fuori, d'inverno. Ferma, come il ghiaccio sui rami, come i fiori nei vasi, come i libri sotto la polvere, vecchie scatole in cantina, le ragnatele, il grano sotto il sole di giugno, con le cicale. Ferma, così, Legata, tipo, come dicono i miei figli, A Che Ora Arrivi, Non so, Tipo le Quattro, ma che razza di lingua è. E' una specie di paura, una cosa che è così strisciante e vergognosa e bastardissima che neanche lei stessa sa bene che cosa è. Un pò ansia un pò tristezza, rincorsa come sei dai pensieri più cattivi, più disperati, dalle ipotesi che fai, e smettila un pò di fare la lagna, ma non ce la fai, ho pianto come una scema stamattina alle quattro, e sarei uscita fuori nel prato, avrei fatto una corsa intorno alla casa, come a scappare, come a dire, non mi prendi questa volta, e ho ripetuto fra me, guardando fuori che era ancora notte, e molto buio, che avevo mille cose da fare e che bello era stato ieri a Torino, e che belle cose sto facendo, e che presto farò un bel viaggio coi miei figli più piccoli, e che avventura sarà, e che oggi dovevo fare questo e quello e passare di qua e passare di là, ma niente, quel peso sul cuore, quello stato che odio e che non riesco a vincere mai, che mi blocca e perseguita e che non se ne va. E che mi fa male, mi fa stare di merda, si dice così, e sarà per questo e sarà per quello, sarà che son stati giorni brutti e che non passa in un momento, sarà, sarà. Ma intanto sto qui, è questa cosa che vince, che mi lega l'anima alla sedia, che mi fa guardare il niente fuori, che non mi fa venir voglia di uscire nemmeno da questa stanza in disordine dove vengo solo io e che mi fa essere così come non sopporto di essere, che è triste e impaurita e disperata tutto insieme, ferma, tipo.

21 aprile, 2009

Di Swiffer e BlackBerry.

Non è farina del mio sacco. Il titolo, intendo, dacchè mi è stato servito su un piatto d'oro, d'argento e tutto tempestato ecc., dalla mia Amica del Pesto, e che magari fosse del pesto accidenti, ma questa solo lei la può capire, perciò. E' una mattina di quelle miste. Variegata. Non precisa. Ibrida. Così, crema e cioccolato. Caffelatte. Solino e pioggina. A vela e a motore, ussignur. Nè splendente nè tremenda. L'ansia, quella c'è, e che te lo dico a fare. Ma non è sola, alternata com'è a un torpore, ad una narcolessi, ad una situazione di assoluto stordimento. Insomma, non è chiaro come io stia. Ma mi organizzo. E un pò me ne frego, o cerco di. Noi qui, quando si è in crisi, si fanno i mestieri. E non già il falegname, il muratore o l'architetto, ma fare i mestieri è un bel lombardismo che adoro e che significa fare le faccende domestiche. A piccole dosi, con metodo, con chirurgica organizzazione. E con molte, molte pause. Si sarebbe andato a correre nella brughiera, stamattina presto, ma dato uno sguardo al di là del vetro si è detto che no, non era cosa, chissà che freddo che fa e poi tempo ve ne sarà, nel maggio odoroso, di prepararsi come si conviene all'estate duemilanove, e presentarsi colà con chiappa soda e coscia tornita. Si pensano a sciocchezze invereconde, si riceve nell'ordine, all'alba o quasi, una telefonata da Genova e un sms da Perugia, dall'Amica del Muretto, giusto per iniziare bene la giornata. E poi, si vola con lo Swiffer, canticchiando sommesse e sforzandosi un pochino, che mica si può stare tutta la mattina ad ascoltare la voragine che hai nel cuore, quel vuoto sordo, quella sensazione di cui troppe volte si è parlato e cercato di descrivere, e che adesso basta, non se ne può più. E poi si guarderà la posta e si sbrigheranno faccende telematiche, che io di stè cose elettriche non tocco niente ma insomma, il giusto. Oggi sarò regina incontrastata del domestico focolare, e cercherò, mi impegnerò, e spero, promitto e iuro che non cederò, che non mi farò prendere dalla paura e dai magoni e non menerò il torrone e non mi lagnerò come una scolaretta e non frignerò e non mi rintanerò da sola in un angolino a pensare alle cose che mi schiacciano e mi annientano, e che insomma, cercherò di stare bene. L'ansia e la paura, il torpore e l'assenza si mandano via. Tra Swiffer e BlackBerry, tra diavolo e acqua santa, da bosco e da riviera.

19 aprile, 2009

Bello.

Les passions sont les vents
qui enflent les voiles du navire;
elles le submergent
quelquefois
mais sans elles
il ne pourrait pas vaguer.
Voltaire

Fiori dentro.

Perchè di fuori piove. Fiori, di un profumo sottile e discreto, il lillà del pratino, le rose, una viola strappata e rinata nel bicchierino da rosolio di mia nonna. Fresie candide e qualche tulipano. Fiori dentro. Perchè è domenica, la prigra, magnifica domenica di noi qui, qualcuno dorme ancora, c'è chi studia e chi suona, chi niente fa, imbambolato sul divano, che bello è l'imbambolamento della domenica mattina, non sai se fare molto o fare niente, ma hai davanti a te una giornata dove tutto può accadere se lo vuoi, puoi cucinare per ore o fare un uovo sodo, leggere un libro tutto d'un fiato o sfogliare annoiata una rivista, che potrebbe essere di due settimane fa. E' una domenica di pigrizia assoluta, si voleva il sole, ci si deve accontentare di quel che c'è, di questa pioggia di traverso sui vetri, del niente. Coraggio, una spinta, via le tazze della colazione, via i biscotti e le briciole e le cartacce e i cucchiaini appiccicosi e il bicchiere vuoto della spremuta e il tubetto delle vitamine. E tùffaci il viso in questo mazzo delicato, e vai col pensiero mille miglia lontano, al sole, alle cicale e ai pic nic, e a sederti nell'erba verdissima, e a passeggiare di buon passo fino alla chiesa. Tu, sparecchia le tazze e ogni tanto, annusa, e ruba questo profumo di fresco e questi colori teneri e la bellezza. Fuori la pioggia, dentro questi fiori e se ti guardano storto, che male c'è.

17 aprile, 2009

Tema.

Oggi vi darò da fare un tema, disse la maestra. Parlate delle vostre amiche. Prendete il foglio a righe, e mi raccomando, in bella scrittura. Le mie amiche. Svolgimento. Le mie amiche sono tante. O meglio, sì, sono qualcuna. Perchè si dividono in quelle che vedo sempre, quelle che vedo poco e quelle che invece non vedo mai e sento soltanto. O ci scriviamo. Le mie AmicheDiQui sono quelle che ho da quando vivo qui, appunto. Mentre le mie AmicheDiLà, sono quelle che ho ancora da quando vivevo là. E per là si intenda Casteggio, Torino, Agliè, Ivrea. Ma adesso che ci penso ad Ivrea non ne ho nessuna. A Rivarolo sì e anche a Forno, ma a Ivrea no. Le mie amiche sono belle. E lo sono anche quando piangono, quando hanno il nervoso, quando non sono in forma, quando fanno la spesa di corsa, quando bisticciano col loro sposo, o appena uscite dalle udienze. Belle, anche se non sono neppure riuscite a lavarsi i capelli e sono un pò in disordine, e si sono vestite al volo e sono in ritardo ma hanno gli occhi che brillano e allora sono belle uguali. Le mie AmicheDiLà quando le vedo è una festa vera e sembra che ci siamo lasciate il giorno prima e ci mettiamo tre ore a raccontarci le puntate precedenti e ridiamo come sceme, come in treno andando a scuola, come in due sul motorino, come me con la seconda pancia, una sera d'estate, che abbiamo riso e riso e poi è andata a casa e dopo due ore ho detto, beh, mi sa che devo andare in ospedale e alla fine è nato quel che adesso è il Liceale. Le mie Amiche sono quelle che ridono con me sulla foto del matrimonio, ma solo perchè il fotografo era così carino, ma così carino e loro mi dicevano Ma Insomma, Sei Sposata da Mezz'Ora. Le mie AmicheDiQua sono quelle che vedo ogni giorno o quasi e se non le vedo ci scrivo (erroraccio da segnare in blù) o ci telefono o che ne so. Sono quelle che sanno quando ho bisogno di stare con loro e quando invece di stare da sola, quano sono inversa e quando il mondo mi sorride, quando sono giù di tono o quando invece spaccherei il culo ai pàsseri che non si dice nei temi, ma non trovo un'altra espressione più adatta Le mie AmicheDiQua sono quelle che mi hanno accolto nella loro città, con la terza pancia e una sfilza di figlioli, che mi hanno consigliato dove comprare il pane più buono e il gelato e le torte e i cannoli più speciali del mondo. E che mi hanno portato una piantina viola quando ero in ospedale, ma non per la pancia, per qualcos'altro, e che se hanno uno di miei figli a pranzo non fanno una piega e aggiungono un piatto, perchè mi dicono Se Si Ferma A Dormire E' Un Grande Piacere. e che hanno per me pensieri così delicati che forse, nemmeno loro lo sanno. Mi tranquillizzano, guarda non c'hai niente, un pò mi sgridano, qualche volta mi proteggono, mi dicono Ma Smettila. Sono quelle delle risate e dei singhiozzi, del caffè del mattino e del gossip, della festa e della tragedia, delle frivolezze e dei guai. Le mie Amiche non sono gelose delle loro ricette, mi consigliano libri improbabili, mi insegnano per la quindicesima volta il MagicLoop, passano da casa e mi portano una torta ancora calda di forno, ci invitano anche se siamo in 7, si divertono a leggere le mie Fragole, non sanno cosa significa farmi uno sgarbo, mi seguono nella rutilante avventura di CuoreDiMaglia, vengono al giapponese con me anche se gli fa schifo (un altro errore, accidenti), sopportano stoicamente il fatto che non so fare di conto e mi vogliono un bene che sento e che so. Lo stesso, probabilmente, che io voglio a loro, io, pasticciona e vanesia, che sa di avere un bene prezioso da custodire, che ieri sera siamo state così bene e abbiamo fatto ben le 22,15, io, fiera e felice di essere loro amica, la loro amica foresta che non sa fare di conto.

16 aprile, 2009

Spring Affair.

Bello non è. Piove e piove. Sulla salvia e sull'avulso basilico, sul lillà in fondo al pratino, sulle violette e sul ciliegio fiorito. No che non sono Ermione, ma ieri era tutto un altro vedere, il giardino col sole, sembra un altro posto nel mondo. Non se ne può più. Mattinata di casalinghitudine, e di cucina forsennata, dacchè, occerto, oggi è un giorno un pò speciale. Un knit cafè, per cominciare e una sera di ciàccole, per finire. Ancora non è chiara la meta, di sicuro non il jap come l'altra volta, non vorrei che la mia Amica delle Provette avesse un'overdose di grissini, sai com'è. Si deciderà all'ultimo. Che grande forza è un gruppo come questo, che bella cosa che abbiamo fatto mai, le ho chiamate anche dalla vacanza, così, per farmi passare un pò il magone. Và meglio, un pochino. Deve essere così, se non c'è scelta, non è come una scatola di cioccolatini o una vetrina di scarpe, che fai, latte o fondente, flat o tacco 12? No, non si sceglie. Si prende quel che arriva, fine della storia. Magari un piccolo aiuto, quello sì, un pomeriggio regalato a chiacchierare, a fare il punto sulla situazione di Cuore di Maglia, qualche gossip appena appena, una bella risata, di quelle che poi ti lacrimano gli occhi, se non è terapia questa. Intanto fuori piove, sulle tamerici salmastre, sulla favola bella che ieri t'illuse e che oggi m'illude, massì, un pò di poesia, sarà un giorno luminoso, salvia bagnata salvia fortunata, l'unico inghippo è che non si possono mettere i sandali, però, se smette, forse sì.

12 aprile, 2009

E siccome si vede Giannutri.


Si è lasciata la città un pò alla spicciolata, non se ne aveva voglia nemmeno un pò, ma ci si è detti che sì, in fondo andava bene così, si era già organizzato tutto, nonostante l'Amico Dei Gioielli si fosse infortunatissimo sugli sci, che peccato, però. Alla fine si è partiti davvero, un pò elettrici, come capita qualche volta, e l'A10 è stata teatro della litigata più litigiosa degli ultimi 10 anni, di quelle che fanno vibrare i vetri della macchina, come si litiga bene in macchina, però, le parole escono fuori come sibili, attutiti dall'abitacolo, e poi, vuoi mettere la scena, dici una cosa e guardi fuori, il guard rail, le erbacce, gli alberi, la campagna, le fabbriche, dica pure quel che vuole, io guardo fuori, la Princi ha l'iPod e non sente quasi,che parli pure, lui, e chissenefrega. Poi ci si rende conto che basta, ok, volevamo litigare, ok, abbiamo litigato secco, fine delle trasmissioni, va bene così. Ogni tanto, ci vuole. E' uno strano week end pasquale, che di pasquale ha proprio pochino, in realtà. Neppure l'uovo di cioccolata, ci mancava solo lui. Mare e mare, e ansia e ansia e tanta anche, possibile che non si riesca a staccarsi nemmeno qui, dai pensieri più tristi, dagli spaventi, dalle tragedie, dalle malinconie. Possibile? Sì, possibile. Ci si concentra sul mare, sulle previsioni del tempo, un pò di pioggerellina, ma a noi che c'importa, ce ne staremo rintanati da qualche parte, abbiamo libri e film da guardare e compiti da fare e cappellini da finire, adesso che abbiamo imparato il Magic Loop, ma chi ci ferma più? Così, si rientrerà tra qualche giorno, sperando di lasciare questa tristezza e questo male al petto e questa peso sul cuore, ormeggiato da qualche parte, dove prima eravamo noi, zavorrato e che scenda giù giù, fino accanto al relitto di quella nave romana che si è vista in fotografia, non fa freddo per fortuna, c'è un sole timido e sornione che un pò va e un pò viene, ma siccome si vede Giannutri, vuole dire che piove.

08 aprile, 2009

E' il caso di dirlo?

Buona Pasqua, intendo. Ma buona di che? Ho comprato delle uova giorni fa, così, per una specie di tradizione, per vedere la sorpresa, perchè si fa così. Zero voglia di zero, di niente, di niente, di niente e di zero. Rende l'idea? Ci si recherà da qualche parte, le previsioni son così così, ma siamo incollati ai tg e alle notizie e i pensieri hanno un colore grigio che sa di magone ricacciato giù, per molte cose. Che giorni di tristezza assoluta, di inadeguatezza, di incapacità, di impotenza. Si fan chiacchiere con le amiche, ci si sforza un pò di dire scemenze per non perdere il giro, perchè altro non si può fare, perchè non trovi nemmeno una parola che serva e che sia utile e che ci stia bene. Per nessuno. Nè per qui vicino nè per là, lontano. Che Pasqua è mai questa, ma quali colombe e quali uova, e le campane e l'ulivo, e la Resurrezione, poi, ma andate a spiegarglielo voi.
Thanks to Little Cotton Rabbits.

06 aprile, 2009

Il pigiama disegual.

Che non sia un momento di fulgida serenità e chiassosa allegria, lassù, nella casa sulla collina, non è mistero. Son giorni pesanti, normali, sì, ma come trascinati, ci si sforza un pochino, si osserva ogni mossa del figliolo, non si dorme finchè la chiave non gira nella serratura, lo si abbraccia con forza, lo si guarda tanto, lo si trova di una bellezza, un pò più alto, un pò più magro, dovrà tagliarsi un pò quei riccioli, ha dei meravigliosi denti un pò storti, e gli occhi opachi certe volte, brillanti certe altre. E tutto và avanti, prosegue la sarabanda di eventi e chiacchiere e fatti e misfatti, si pensa molto, si è data una nuova collocazione a molte cose e la sezione Cazzate, mi si passi il termine colorito, è aumentata a dismisura. Orsù, si va. E stamattina, in ritardo classico, uno sguardo allo specchio appena appena alzata, ha dato vita ad una riflessione che frivola sembra, ma che sembra soltanto. Ho il pigiama diverso. Cioè, non uguale. Cioè, non in sincro. Cioè, spaiato. Il sopra a oche, il sotto a righe. Non che il sotto a oche o il sopra a righe non esistano. No, ci sono, ben piegati nell'armadio. Solo, ieri sera è andata così. Nell'apparecchiarmi per la notte, nella penombra dell'armadio, che era l'una passata ma che non avevo ancora sonno, ma che forse era proprio ora di andare a dormire, ho preso a caso ed ecco qui, arruffata, scomposta, palliderrima, non proprio una bellezza e col pigiama non conforme. Ognuno di noi ha una specie di spia per capire se si sta bene o no, se si è stanchi o straniti o solo tristi e amareggiati o malinconici o depressi, arrabbiati o addolorati. Io ho questa. Un pigiama preso a caso dall'armadio, senza fare attenzione, le rose con le rose, il grigio con il grigio, che può far sorridere o dire Ma Che Scema, eppure ci ho pensato, stamattina a colazione, righe con oche, sembra sia frivolo e invece non lo è.

04 aprile, 2009

Beata innocenza.

Villa Villacolle, cucina, verso sera.
Suo Fratello Liceale: "Sai, domani alla partita di beneficenza, ci sarà anche Versace"
La Sua Mamma: "Sì, ma Santo Versace. Gianni Versace è morto anni fa."
Lei: "E lo hanno fatto santo?"
Abbiamo riso tutti, finalmente.

03 aprile, 2009

Venerdì.

Ore strane, nelle case della collina. E' un venerdì di cielo vuoto, di pioggia che è lì lì per cadere, ma che non si sa bene se lo farà oppure no. Certo, è brutto. Più brutto, stavolta. Ci si concentrerà sulle cose da fare, che van fatte eccome, mica si può stare tappati in casa a cucinare l'impossibile come ieri mattina, quella torta profumata che ha riempito la cucina di un aroma di cannella e di zucchero, ma che profumo ha lo zucchero, sa di torta, ecco di cosa sa. Oggi è un oggi diverso, di un silenzio masticato, di una specie di convalescenza, da cosa poi, di un sonno ristoratore di mio figlio grande, che dorme e dorme dalle 9 di ieri sera, sul quale sonno ho vegliato, mille volte dalla porta socchiusa, si è addormentato di schianto, vestito, e sua sorella lo ha coperto, silenziosa e compunta, con la trapuntina di Bambi. Ho indovinato i suoi pensieri che uscivano dal respiro schiacciato sul cuscino, ho amato con una forza nuova quei suoi ricci scomposti, ho raccolto e piegato con cura il suo dolore, l'ho messo lì, accanto alle fotografie, ai bigliettini, alle cose. Ci penserà lui. E così come la mia mente rifiuta di elaborare un pensiero che ho fisso da giorni ma che non riesco a formulare, penso a quanto sia tutto così fatale e leggero ed evanescente, e strano e ridicolo, se ci pensi bene, e il destino e il caso e e il disegno che Qualcuno ha già tracciato per te e per i cari che hai, e allora ti chiedi a che serve, e alterni pensieri filosofici a DevoFareLaSpesa, e a quel pensiero, quel pensiero che non riesci a scacciare perchè non ha forma nè colore, ma che è lì, quel pensiero che ti segue come un'ombra me che ti giri di scatto e non vedi più, quel pensiero straziante che non hai il coraggio di dire a voce alta a nessuno nemmeno a te, figuriamoci a lui, ma che sai che sa e allora dormi, figlio, dormi qui, con la coperta di Bambi e i pantaloni da casa, veglio sul tuo sonno e sulla tua vita, con l'amore più grande che so e che posso perchè di piangere basta, ma di amarti, figlio, è tutto quello che posso fare.