05 maggio, 2006

Siccome immobile.

Che il 5 maggio, quest'anno sia di venerdì, è una gran bella cosa. Personalmente non ho mai stimato tanto il povero Bonaparte, nonostante abbia avuto un ruolo piuttosto importante in quella che da dieci anni è diventata la mia città. Va meglio con Manzoni, che ho letto con gusto a scuola, raro, lo so, ma mi sono appassionata alla saga Mondella Tramaglino e so a memoria alcuni Inni Sacri, è davvero tanto disdicevole? Ma oggi, anniversario della dipartita del buon Napoleone, in qualche modo va commemorato. Resta da decidere in che modo. Io, un'idea ce l'avrei. Decisamente, è estate, più o meno. Non foss'altro per le allergie da pòllini incombenti e per le vetrine, e anche per il sole, velato o meno, a seconda dei giorni, ma dai, siamo ottimisti, è estate, punto e basta e finiamola lì. So che Napoleone sarà felice, a modo suo, amante com'era del lusso e delle cose belle, se lo ricorderemo in un modo, come dire, inusuale. Costumi!!!!! Da spiaggia e da piscina, interi o bikini, tutti tempestati di pietre preziose, o rigorosissimi in tinta unita, sexissimi o castigati, da bosco e da riviera, da diavolo e acqua santa, da yacht e barca a vela, da isola o spiaggiona. Merita un attento esame, come sempre, la collezione Fisico,per rimanere sul sempiterno. O Miss Bikini, se si vuole puntare su cuori un pò dovunque e fogge anni 60. Oppure, contagiate dalla febbre dell'oro, se proprio insistete Pin Up Stars. Napoleone ne sarebbe felice. In fondo, alla sua epoca Sant'Elena era proprio deserta e la Corsica, dove è nato, vanta spiagge incantevoli e rocce bianchissime. Resterebbe di stucco, di sicuro. Non già percosso. Attonito, ecco.

04 maggio, 2006

Dove.

Dove vanno, nessuno lo sa. Si può provare ad immaginare, farsene un'idea, supporre e azzardare, ma il luogo esatto, nessuno lo sa. Nessuno può arrivare a dire con certezza, ecco, sono qui. Qui a sinistra quelli della scuola, da ragazzini, a destra per i maschi, a sinistra per le femmine. In questa scatola quelli velocissimi, durati una settimana, in quest'altra quelli durati mesi. Per gli anni, invece, bisogna guardare un pò più in basso. Tutti ne abbiamo almeno uno e lo teniamo lì. E non ci fa nè caldo nè freddo, non ci rallegra e non ci dispera, semplicemente, è lì. E non ci pensiamo mai o quasi, e qualche volta ne ridiamo con mariti e figlie, forse ci ha fatto così male che lo abbiamo cancellato o stropicciato e buttato via, come si fa con gli scontrini e le vecchie liste di cosa comprare. Totalmente inutile. Ma nessuno di loro lo è per davvero. Ciascuno ci ha insegnato qualcosa e lasciato qualcosa, tutti ci hanno fatto molto ridere o molto piangere o tutto insieme, ma nessuno è passato così, veloce, come acqua fresca. Ciascuno ha insegnato, a modo suo. A chiudere il dentifricio, a non essere troppo presenti nè troppo assenti, a conservare uno spazio segreto e a non chiedere mai, sì, ma quanto. Sono lì, quelli di un mese e di mille anni, quelli veri, grandi da non dormirci la notte, quelli noiosi, quelli da film, quelli politically incorrect, quelli per la vita o per il week end. Ognuno di noi ne potrebbe parlare per ore, raccontarli e un pò riaverli, per un secondo, ma nessuno al mondo mai saprebbe dire dove sono andati, gli amori finiti. Perchè nessuno, in fondo, lo sa.

03 maggio, 2006

Serata trash.


Inutile andare tanto per il sottile. Quando si deve confessare una cosa, meglio farlo e togliersi il pensiero. Stasera ho guardato La Fattoria. Ecco, l'ho detto. Se guardare significa complessivamente 34 minuti di trasmissione, ebbene sì, l'ho guardata. Giusto in tempo per vedere l'eliminazione di Selvaggia Lucarelli, personaggio interessante, direi, l'unica dei presenti che sa infilare una bella frase soggetto predicato complemento, che ritengo piuttosto intelligente anche con uno suocero che fa Pappalardo di cognome. In 34 minuti ne ho viste abbastanza. Serpenti a sonagli e lavandaie, il nulla cosmico e la fiera del silicone, il mercato del tacco 12 e della coscia scolpita e troppo fintamente per caso esibita. Ne ho avuto abbastanza. Ogni tanto un pò di trash male non può fare, anche se mio figlio grande era piuttosto preoccupato, Come, Guardi La Fattoria????Sì, l'ho guardata per poco più di mezzora, adesso vado a dormire, mi sa, e senza leggere. Prima, però, mi faccio una camomilla. Non vorrei che in sogno mi apparisse il marito della Cavagna. Tre bustine, basteranno?

Grazie, ma no.

Una rielezione mal si confà. Ha detto proprio così, no grazie, carissimi, troppo gentili, ma non farò più il Presidente della Repubblica. Mi dispiace. A me, Carlo Azeglio ispirava. Il suo accento strascinato e mai celato, tanto che, nei discorsi ufficiali, mi aspettavo da un momento all'altro una saetta, un'esclamazione tipica toscana, irripetibile, perlopiù. La sua grisaglia impeccabile, quel suo piglio un pò da nonno un pò da maestro elementare. Uscito da Cuore, ecco. E poi, la first lady, ma ne vogliamo parlare? I tailleurini di lana bouclè, il mezzotacco e la calza riposante, la spilla importante e 4 giri di perle. Impagabile, quando a Giovanni Paolo II, appena uscito dal Gemelli, la sciura Franca se n'è uscita con quel Santità, Si Riguardi, come si direbbe al bidello, all'amministratore del condominio, al commercialista. Che donna di semplice classe, di bonario umilissimo rigore, mai fuori posto, sempre due passi dietro l'Illustre Marito, ma sempre lì. La signora Franca che guarda la Tv e la commenta. E passa il dito, me la vedo, sui quadri preziosi del Quirinale, per vedere se son spolverati bene, con questo smog, cara la mia signora, non si finisce mai. Il capello cotonato di fresco, l'occhiale fumè, il rossetto rosa corallo. E ora, che farà? Si occuperà della casa, andrà in vacanza alla Maddalena, come sempre, preparerà ribollita e cantuccini col vin santo, nel dopocena. E ricorderà, senza ombra di rimpianto i suoi giorni ai Passi Perduti. Dove transitava con le pattine, per non lasciare quei segnacci sul pavimento. Illustre, ancorchè.

Il bianco incontra.


Lo si sa, il bianco è il colore dell'estate. Evanescente quanto basta, sia esso una t-shirt banale o un semplice pantalone di cotone, il bianco da tempo immemore c'ha il suo bel perchè e mi si passi la sgrammaticata mattutina, in fondo di licenza poetica potrebbe ben trattarsi. Il bianco è usato dai più verso la fine dell'estate, per risaltare i residui di un'abbronzatura che è stata e non è quasi più, per sentirsi elegantissimi e virginali anche in pizzeria e il Cielo voglia che non si debba imboccare la creaturina inappetente, pena il veder stampato sulla manica o sulla coscia, a piacere, un triangolino di margherita doppia bufala o una bella impronta di spaghetti pomodoro e basilico. Di bianco ci si veste ovunque, forse non ai matrimoni, ma si ovvierà all'imbarazzo evitando chilometri e chilometri di taffetas, tulle e affini. Se bianco deve essere, che sia lino. E con accessori colorati. Sconsigliato per scampagnate e grigliate all'aperto, assolutamente deprecabile per accompagnare i bambini dal gelataio all'angolo. Nutro forti dubbi per le merende a pane e nutella. Ciò detto, un must have della stagione appena iniziata è una bella maglietta, un golfino romantico, una canottiera. Bianca, assoluta e purissima. E, già che ci siamo, una confezione di Viavà. Non si sa mai.

02 maggio, 2006

Due Maggio ??!!


Proprio maggio non pare. Già liberati dall'armadio deliziosi sandalini capresi e pantaloncini leggeri leggeri, magliette impalpabili e canottiere tutte tempestate di pietre preziose, già rovistato nella scatola dei costumi per fare il punto della situazione, ecco, si guarda fuori, si guarda in sù e la voglia scappa da tutte le parti. Voglia di fare qualunque cosa, dall'uscire dal letto all' andare in ufficio, dall'azionare il microonde a firmare un diario, a versare il latte al gatto.. Il nulla cosmico. Una vera ricetta non credo esista, per scrollarsi un pò di dosso questa polverina di indolenza e di latente incazzatura, che non è proprio che si è arrabbiati, no di certo, però, si accettano proposte per esserlo, ecco. Che fare? A nulla servirà l'organizzarsi, pianificare, ritagliarsi un paio d'ore di scialo totale in palestra, che poi tanto scialo non è ma fatica da miniera e che non mi sentano gli operai del Sulcis, per i quali nutro grande ammirazione. Ma questo è. Recuperare in men che non si dica una lampada munita di Genio, quella delle favole. Strofinare con grazia e chiedere, con umiltà, una mezza dozzina di desideri esauditi ( lo so, erano tre, ma signora mia, con l'euro, tutto è aumentato). Comincio io. Dunque, una Prada in canvas, una gonnina di voile e un sole lucidissimo, di quelli da mal di testa, di quelli che ti fan dire, che caldo che fa, quel sole discreto ed educato di maggio, che ti porta il profumo dei tigli, quello lì. Forse non funzionerà, ma provare, in fondo, non costa nulla.

30 aprile, 2006

Buongiorno.

Ultimo nato. In una domenica mattina che mi sa che piove, tra un pò. Ma che ieri ci ha graziato, la grigliata in giardino, decisa così, al volo e come tutte le cose, riuscitissima. E poi penso. E decido che in fondo, sono fatta così. Non ho mezzi termini, non sono per le indecisioni, le cose a metà, i progetti a matita, le brutte copie da ricopiare in bella, i forse e i ma. Troppo diretta, forse, o tutto o niente, o bianco o rosso, o Gucci o Prada, o con me o contro, o limone o panna, o al latte o fondente nero. Sono un'amica faticosa. Impegnativa, lo so. Perchè pretendo esattamente quello che dò. Cioè, il massimo. Pochi lo sanno e condividono, quasi nessuno capisce. Ma non importa. Negli anni ho affinato una tecnica minuziosa e precisa, spietata, perlopiù. Io chiudo, sparisco. Non dopo aver dato qualche possibilità, lo si intenda bene, non dopo aver cercato di capire, di spiegarmi e farmi spiegare, di chiarire, a costo di prendermi delle grandissime porte sulla faccia, schiaffi, figurati, certo, ma che bruciano come quando si prende troppo sole, anche se non rimane il segno. Non visibile dal di fuori, almeno. Ho poche amiche. Ho pochissime amiche. Forse 3. Quelle vere, intendo. E una la sto perdendo, forse l'ho persa già. senza un motivo vero, o forse sì, e non mi ha spiegato o forse l'ha fatto e non ho capito, ma allora, che amica è?. Troppi forse per i miei gusti, per la mia legge, per la mia educazione, per il mio modo strambo di vedere le cose, per il mio tutto o niente, per il modo di essere che sembra ma non è, un pò Trilli un pò Giovanna D'Arco, tutto sembra per caso ma niente, niente, niente lo è. Queste le mie riflessioni del mattino, mentre stiravo la mia nuova creazione, mentre ho alzato le spalle e mi son detta, un'altra volta, fa niente, una domenica mattina che tra un pò piove, mi sa.

28 aprile, 2006

Echantillon gratuit.


Qui ci vuole un bel giro in profumeria. Giusto così, per sentire che c'è di nuovo, annusare nuove fragranze, guardare un pò i colori e via. La cosa che guardo più di tutte in assoluto, sono i packaging. Che a volte sono davvero geniali, siano flaconi di profumo, siano rossetti o palette. Soprattutto le edizioni effimere, cioè quelle che ci sono per un pò e poi basta e potresti anche piangere, ma proprio, quell'indispensabile braccialetto Dior con i due gloss, mi dispiace signora, è già esaurito. Tragedia. Ma da simili calamità mi riprendo molto in fretta, non c'è che dire. La profumeria è una specie di parco dei divertimenti, dove si può provare un pò di tutto, quel lillino lì, un rosa più acceso, osare un viola choc, profumi a manciate, dal kiwi alla tuberosa, dal ribes alla magnolia. La beatitudine. Un'altro aspetto non secondario sono i campioncini. Le commesse più zelanti e professionali sanno che il campioncino in sè e per sè è una garanzia di sicuro e costante acquisto per il prossimo quinquennio, se consegnato nelle mani della persona giusta. E io, modestia a parte, la nacqui. Così, anche quest'oggi ho avuto il mio bel regalo. Lillipuziane pastiglie di rossetto, un profumino da collezione, svariate creme in microtaglia, un bagnoschiuma. Il tutto racchiuso in un astuccino elegante e morbidissimo. Ero felice. In una giornata cominciata un pò così, i campioncini Chanel hanno fatto la loro bella parte. Ma ai profani o semplicemente ai pragmatici, leggi, mio marito, l'operazione campioncino suona maledettamente beffarda. Egli si domanda, infatti, nella più totale innocenza, di quale entità deve essere l'esborso in euro, per godere di tali dorati privilegi? Beata ingenuità. Meglio non sapere.

Ansia a colazione.


Una definizione vera non ce l'ho. O meglio, ho quella del dizionario ma non serve. E' una cosa strana, che solo chi ha provato sa. Non occorre che succeda qualcosa, per fartela venire. Arriva e basta, come un parente all'improvviso, passavo di qua. E non ha un momento esatto, nell'arco della giornata. Quando arriva, arriva, un pò come Natale, come le vacanze, come la rosolia. Si sta male. Non è una risposta alla domanda cos'hai, certo, ho l'ansia, si risponde, ma esattamente, che cos'hai, accidenti? Niente, e tutto. E' come se qualcuno avesse lasciato aperta la finestra, e la porta, anche e facesse corrente, una corrente d' aria che ti corre proprio lì, nello stomaco e un pò più in sù, come quando hai la tosse, che si sente il vuoto. E respiri a fatica e sospiri, anzi, per colmarlo una volta per tutte, il vuoto che c'è. Non servirà. Ti attardi sotto la doccia, gli occhi chiusi e il getto forte, a tratti caldissimo a tratti freschino, vediamo, adesso passa, adesso passa. Tutto è faticoso, persino versare il latte o lavarti i denti, e ti guardi e ti dici, ma che cos'ho e in fondo lo sai benissimo, che non è urlando ai ragazzi che svanirà, che non è comprando qualcosa o facendoti una lampada come ti consiglia chi non gliene importa proprio niente di te, della tua ansia e dei tuoi fatti, te lo dice così, meccanico e molto finto. Ma lei, rimane lì. Un vento non troppo forte, che ti fa essere, a seconda dei casi, troppo attiva o troppo ferma. Non ho ancora imparato a dominarla, a fermarla, a vincerla. Nè mai imparerò, mi sa. Vorrebbe dire che sì, forse dovrei prendere le cose con buonsenso e leggerezza, con tatto e diplomazia, e che finalmente ho trovato il modo di chiudere a scelta, la porta o la finestra, in modo che non sbatta più. Impossibile, mi sa.

27 aprile, 2006

Il grissino.


In un periodo dell'anno in cui il 99 per cento della popolazione compresa tra i 18 e i 75 anni, in previsione di impietose prove costume si mette a dieta, parlare di cibo assume via via sembianze da peccato mortale. Ma tant'è. Non so se avete mai fatto caso, ma il momento immediatamente successivo alla spesa, se essa viene fatta in prossimità dell'ora di pranzo, è una strisciante e subdola trappola. Ella passò dal fornaio, quello che fa i grissini così buoni, adorati dalla famiglia tutta. Li comprò e commise l'errore di sistemare il crepitante involucro, non già nel baule dell'auto, a distanza di sicurezza, ma proprio lì, accanto a sè. Lo sgranocchio del grissino è specialità tipicamente femminile, nel lasso di tempo che và dalle 12 e 30 e le 13. Osservare intorno per averne conferma. Il grissino si sgranocchia con gusto, in un momento di sbrano, come lo chiamano i miei figli, che lo yogurt delle 10 è lontano e i figlioli escono a rate dalle rispettive scuole, in un giovedì come questo, e del marito non si ha notizia, almeno se riederà per pranzo oppure no. Il grissino si gusta non già con gli incisivi, che fa troppo Lavinia Borromeo, ma di lato, di guancia, insomma. Per salvarsi in tempo, a casa, ci gusteremo (!) un meraviglioso finocchio scondito, a fettine sottilissime. E domani, doppia razione di aquagym. Un'unica raccomandazione è d'obbligo. A misfatto compiuto, spolverarsi con grazia e noncuranza: le briciole sul decolletèe, che volgarità.

Svegliarsi col cucù.


Possiedo una di quelle sveglie che, a mio avviso è stata smontata dalla MIR e regalata a me. Non si limita a segnare l'ora e a svegliarmi. Fa strane cose. Fruscii, cinguettii, rumore di vento e di onde, sibili e cose così. Tecnologia alla massima potenza. Stamattina, però, è stata battuta sul tempo. Ne sarebbe felice Ermete Realacci. Perchè stamattina, appunto, la mia sveglia è stata, intorno alle 6, il canto del cucù. Meraviglia del creato, il pennuto ha preso casa o meglio nido, credo sul ciliegio, forse sull'acero, nel mio giardino. E credo anche che ci sia stata una bella lite di condominio, nel senso che Federico il pettirosso, da qualche giorno non si vede. Il mistero si infittisce vieppiù. Il suo cibo è ancora lì, forse al cucù non piace. Magari è un cucù vegano. Lì per lì, a sentire al fiorir del giorno quel suo cucù, cucù, cucù, ti verrebbe voglia di tirargli qualcosa, che so, il libro che ti è cascato sul naso ieri sera, il nano che hai accanto al letto, un qualsiasi corpo contundente che non gli faccia male, per carità, ma che almeno lo zittisca, ancora 5 minuti, per piacere. Ma poi, in fondo penso che sono proprio fortunata. MIR o non MIR, svegliarsi così ti fa sentire in pace con la natura circostante e l'Universo tutto. Solo, che nome posso mai dare ad un cucù?

Odore di dicembre.

  Che non è pino, non è neve, non è gelo, non è niente. Non c'è dicembre in questi giorni, non c'è niente del genere, non ci sono le...