31 gennaio, 2007

Oro, argento e bronzo.


Va bene, Natale è passato da un pezzo, siamo ai giorni della Merla, cara signora, non se ne era nemmeno accorta. E col Natale, via le luminarie, i lustrini e i lamè. Mica tanto, però. In questa giornata più grigia del grigio e più fredda del freddo, un giro per il centro, di sfuggita che siamo di corsa e che devo stirare, ohibò, che snob dire non che vado in palestra, vado a farmi un massaggio o dal parrucchiere, e invece no, signora mia, vado proprio a stirare, sìssì, con le acque profumate da cambiare a seconda dell'umore, oggi, per esempio, stiro alla Felce Azzurra, ogni pieghina un bacino d'amor. Beh, vabbè, mi lasci pure cantare una canzoncina alla sua portata, signora cara, che se mi metto a cantarle Bersani o Ligabue lei mi và in confusione. Insomma, un giro in centro. Un caffè alla nocciola con la mia Amica, qualche spesuccia innocente, e la baguette del Corso, che almeno si fa finta di essere a Parigi, Gliela Taglio? Mappercarità, sacrilegio tagliare in due una baguette. Il guaio è che la profumeria la piazzano proprio lì. E mica si può cambiare strada. Il richiamo di una sirena. E tu dici, massì, un giretto da niente, mi spruzzo un pò di profumi a caso, mi provo un rossetto, che male faccio, in fondo. E invece il male lo faccio eccome, adocchio una Limited Edition Chanel che ha turbato i miei sonni nelle ultime settimane da desperate housewife o presunta tale. Oro, argento e bronzo, nossignora, non sono medaglie, ma puro lusso dove tuffarcisi-vi-ci, una magica polverina, misteriosa quanto basta, lucente e perfetta per occhi fataturchinosi, per sguardi da cinema. E' mia. Da qualche ora, la Chanel Polverina fa bella mostra di sè sul ripiano del mio bagno. Usare con parsimonia. Un brillo qui, un altro là. Che stiriate o spazzate, di Pronto o di Vetril, almeno, che lo facciate con classe. Da medaglia.

30 gennaio, 2007

...com'esuli pensieri.


Guidare mi piace. E guido da maschio. Lo so, non è un'affermazione felice, ma è così. Guido meglio di tanti uomini, soprattutto di quelli col cappello. E di quelli con la Duna. Parcheggio con scioltezza e precisione. Di muso e di...retromarcia, và. Posso guidare per ore senza stancarmi, con tutti che dormono a fianco e dietro di me. E dietro dietro, dato che da un pò ho un macchinone a 7 posti. Non avrò altri figlioli, mi sa, anche per il futile motivo che non saprei più che automobile comprare. Ciò detto, stasera ho guidato con la nebbia. Così come mi affascina a guardarla dalla finestra, ben accoccolata sul divano e col camino di sottofondo, così mi indispone a guardarla dalla macchina. Soprattutto se guido io. A nulla serve cantare, come faccio spesso se sono sola e anche quando no, a nulla serve allargare bene gli occhi e andare piano piano, senza sorpassare. I fari sono puntini evanescenti e polverosi, la strada la indovini, quasi, e non vedi l'ora di arrivare a casa, di vedere il campanile allo svincolo dell'uscita che è la tua. Con la nebbia, a pensare non si riesce molto. Si rimane così, un pò imbambolati col volante in mano, a passare il tergicristallo non serve a nulla, quel cotone che c'è fuori, così affascinante eppure così infido, è sempre lì. E se d'improvviso, così come la trovi, svanisce appena sali un pochino per la collina, ti sembra così strano che il mondo che attraversi sia lo stesso di un secondo fa.Ma come, è tutto così lucido, qui, e le luci delle case si distinguono così bene, e i giardini e le cose, e solo un attimo fa ero immersa in un mare opaco e lattiginoso. Ma non importa più. Sarà anche una questione di altitudine e di temperature, a far sembrare la strada verso casa, la più bella che c'è.

29 gennaio, 2007

Felicità.


Ma sì che lo sapevo. Lo sentivo, ancora prima di svegliarmi, nell'istante immediatamente prima che suoni la sveglia, sono sempre stata convinta di svegliarmi un secondo prima del biiiip biiiiip, altrimenti, come farei a sentirlo sempre così bene. E poi, qualche volta ci tirerei sopra un cuscino, qualche volta il mio sposo glielo tira per me, oppure, insomma, ma non era questo che volevo dire, non certo raccontarvi nel dettaglio una mattina qualsiasi in una casa qualsiasi, alle ore 6 e 30. C'è roba più interessante in giro. Dicevo, sapevo che sarebbe stato un giorno un pò speciale, di quelli che non filano via normali. Già a colazione, quella striscia rosa laggiù, dietro la collina, e quella luce così limpida che si vede che fa freddo. E' stata una mail con una notizia, una specie di invito, una cosa nuova. E' stata lei, la mail, appunto, che ho letto, riletto e riletto. Lei che mi ha fatto scapicollare giù dalle scale per andare ad aprire la porta al mio sposo e al liceale che tosto riedevano al desco famigliare per consumare un frugale pasto. E' stata lei che mi ha fatto saltare e ballare in cucina, rendendo noto ai miei famigliari il contenuto. Della mail, e di che cosa se no. Nulla svelerò, per ora. Curiosi come il mal di pancia, diceva mia nonna. Massì, si saprà presto il motivo di tanta beata euforia. Vi dò qualche indizio: non ho vinto al Superenalotto e non mi ha scritto Guido Barilla. Fuoco fuochino.

Ode all'Atene.

Non so che cosa mi spinga a comprare, a volte sì, a volte no, il biscotto Atene. Forse, perché era, insieme ai Mattutini e agli Steccalatte, uno dei pochissimi biscotti della mia infanzia e, non c’è niente da fare, quella ogni tanto salta fuori. Il biscotto Atene è un bel biscottone senza tante pretese, con quel suo gusto ruvido e un pò contadino, senza nessun spot pubblicitario, senza concorsi a premi e senza sorprese dentro la scatola, che poi è un sacchettone dove gli Atene riposano beati, divisi in pacchetti. E’ un semplicione, ecco. Sa benissimo che lo si riconosce tra mille, per quella sua dimensione inusuale, certo, ma soprattutto per quei suoi tre buchi che lo fanno assomigliare al portone di uno scrigno magico, da dove si possono agevolmente spiare tutte le cose all’interno. I tre buchi del biscotti Atene attirano da sempre le attenzioni di intere generazioni di bambini intenti nella colazione del mattino. Appena prima di tuffarlo, con una semplice ed abile mossa che lo bagnerà soltanto fino alla metà del secondo buco, sfido chiunque a non avere la tentazione fortissima di brandirlo con dolcezza, avvicinarlo ai propri occhi e guardarci dentro. Si narra di mirabolanti avventure viste da lì, viaggi fantastici su tappeti volanti, battaglie di pirati con uncini e tesori annessi, meravigliosi paesaggi esotici con spiagge candide e palme spettinate dal vento e tutto senza nemmeno essersi mossi dalla sedia della propria cucina, in pigiama e con la scodella davanti. Guardare il mondo attraverso un biscotto è quanto di più poetico e terapeutico si possa mai consigliare. Meglio se di lunedì mattina.

27 gennaio, 2007

A sei mani.


Lo avevamo deciso da settimane. Solo, non avevamo ancora individuato la sera giusta, con tutti presenti e non via per lavoro, per diletto o dove diavolo. Una cena a sei mani è quanto di più stimolante e divertente possa esserci per movimentare di un pochino le sere d'inverno, il venerdì, per la precisione, che a mio parere ha il titolo di essere il più bel giorno del week end. E' la vigilia della vigilia, si possono fare una serie di progetti e congetture e programmi che nel novanta per cento dei casi vengono disattesi, ma che fa, in fondo il divertente è pensarli, mica farli per davvero. Che poi il sabato ci sono varie commissioni da fare, magari, e la domenica si ozia con classe, si guarda un film, si gestiscono senza troppo impegno compiti e lezioni, si firmano cose, ma poi già col pensiero si è al giorno dopo e tanta della magia è già andata via. Ma il venerdì è qui, intatto e lucido, pronto da vivere. Ognuna di noi ha fatto qualcosa. E vedere arrivare le mie Amiche coi cestini e le patate per i gnocchi, e la pentola del coniglio appena tolta dal fuoco, mi dà un piacere sottile. E' come dire sì, guarda, ho cucinato a casa mia e ti ho portato questa meraviglia, questo trionfo di profumi e stiamo insieme, questa sera, i figlioli grandi in settimana bianca arriveranno domani, qui ci sono i piccoli e i grandi-grandi. Possiamo chiacchierare fino a tardi, spettegolare un pochino, appena appena, programmare un giro in barca a vela tutti insieme la prossima estate, raccontarci qualche segreto e qualche spavento, passato, per fortuna, e qualche sogno, perchè ne abbiamo tanti e metterli in fila sono come perle, tonde e perfette, ed è così bello tirarli fuori, stasera. Abbiamo preparato gnocchi per un reggimento, ma in fondo un reggimento eravamo, siamo sempre e allora va bene. E torte e pane e ragù da rivista e il coniglio che ha mandato tutti in visibilio. Semplice e grandioso. La cena a sei mani necessita per forza di cose un menù non troppo elaborato, una tavola apparecchiata con mazzi e contromazzi, e degli amici. Veri, vicini, di sempre. Niente di più si aggiunga.

25 gennaio, 2007

Chiedi chi era Braccobaldo.



Ci sono volte in cui ci si sente troppo grandi. Un po’ obsoleti, come dire. E tutto quel fantastico bagaglio che è costituito dai nostri ricordi bambini, non è nient’altro che una specie di termometro per capire quanto si è diventati grandi e in troppo poco tempo e quante cose ancora fare e da spiegare e da provare, sperimentare, insegnare. Anche se in fondo si è rimaste un pò oche, ecco. Troppa filosofia, stamattina. Ma ieri, la Princi mi ha sbalordito. Non sono giurassica, sono nata nei primissimi anni 60, dico sempre per tirarmela, figlia del boom economico, con la 500, la lavatrice e le gite fuori porta. E mi è rimasto molto di quegli anni, come a tutti, credo. I miei figli sono figli fortunati, sono sani, piuttosto furbi e, com’è ovvio che dica, bellissimi. Ma si sono persi molto. Per esempio, la TV dei Ragazzi. Cominciava alle 4 e finiva alle 5, se non sbaglio, sul primo canale. Io impazzivo per Giocagiò, una specie di Art Attack che richiedeva in ogni esperimento la famigerata forbice con le punte arrotondate che io non avevo mai. Credo di aver riportato seri danni psichici per questo, insieme alla tristissima vicenda del Dolceforno. Ma tutto questo giro di parole per dire che ieri sera, appena prima di dormire, giocavo con la Princi sotto il piumone, appena prima di quel bacio che accompagna i bambini nel loro viaggio attraverso i sogni di zucchero e di brillantini, che li scorta e un pò li protegge, tra i peluche e il cuscino e il pigiamino coi bottoncini a cuore, e i denti lavati e i capelli spazzolati, e quel vago sentore di borotalco e di inchiostro e di quaderno nuovo che hanno tutti i bambini prima di andare a dormire, che te li baceresti per delle ore, e nemmeno quando pungono di barba e brontolano e un pochino ti respingono perché sono grandi e non si fa più, smetteresti mai. Ieri sera, appunto, cantavo alla Princi “Siamo tutti qui, e tutti insieme, vogliam vedere, Braccobaldo Bauuuuuu!”. Orrore. Chi diavolo è Braccobaldo. Come. Era il mio cartone preferito. Era un cagnetto delizioso, un po’ sfigatello, in realtà, col nasone e la cravatta. Lo adoravo. E tu, Principessina che usi il computer quasi come me, che non riesci a concepire una vita senza telefonino e senza bancomat, e senza supermercato, che i gettoni telefonici non sai nemmeno che cosa sono, che una volta mi hai chiesto se quando andavo a scuola io esistevano già le penne biro, tu, bimbetta quasi decenne che hai un canale tutto per te e che se solo hai voglia di guardare un cartone basta che accendi il decoder e non devi aspettare come noi bambini, le 4 perché inizi il tuo programma, che prima ci sono le previsioni del tempo di Bernacca e dopo Sette Giorni al Parlamento, tu…..mi vieni a chiedere CHI E’ BRACCOBALDO???? Ma hai ragione tu, cuore della mamma. Io ci provo a non farti vivere troppo nel tuo tempo, ti compro Piccole Donne da leggere e ti ho regalato un diario con lucchetto, da scrivere con la penna, e ti ricamo il nome sul grembiule della scuola, dove si va senza lucidalabbra e senza minigonna e senza cellulare, che si usa solo nelle emergenze, e quindi mai. Ma non so quanto resisto. E non so se faccio troppo bene. Forse, è il solo modo che ho per farti capire di tenere quel tuo cuore di bambina così com’è, per molto tempo ancora, e di non fartelo troppo annacquare dall’aridità degli sms, dagli automatismi dei copia e incolla, dalla freddezza delle mail. Scrivi biglietti e lettere, e ricopia a mano, amore mio. E ricordati delle canzoni dei tuoi cartoni preferiti. Le canterai, fra vent’anni, a un’altra bambina, che avrà i tuoi occhi, e che saprà di borotalco e di inchiostro, e che avrà un pigiamino coi bottoncini a cuori. Lo conserverò per lei.

24 gennaio, 2007

E chi lo sa.

Pioverà, non pioverà, ma tu dimmi chi lo sa. E se poi nevica, alla fine? La vicenda mi tocca poco, quasi niente, se non fosse per il Giovane Principe, in settimana bianca con la scuola media, felice e poco incline a chiamare a casa, Mi Diverto un Casino, Mamma, serve che si aggiunga dell'altro? Giornate tranquille, nessunissimo attacco di ansia e/o panico diffuso, un pò di lavoro da casa, il riassettare e riordinare che ha anche i suoi bei lati positivi, mi sento un pò una donna anni 50, mi manca solo la gonna a ruota, il tacco a cono e la messinpiega boccoluta, per il resto ho quasi tutto. Il mio sposo dice che mi vede una faccia distesa e rilassata, e infatti, modestia a parte, la tengo. Ho cucinato una torta salata da primato, certo, un bel niente di straordinario, ma a vederla lì sfrigolante nel forno, accanto ad una mini teglia di lasagne al pesto, mi fa sentire bene. Mi sto aggravando? Non credo. Che male c'è ad innamorarsi un pochino di più delle proprie cose, a viverle in un modo diverso, non di sfuggita e di lato, come si faceva prima. Bisogno di lentezza, di tranquillità e di cose normali. Un libro, un ricamo, ma anche la spesa, le amiche al telefono, figli, marito e frivolezze, certo, anche quelle, ma in una vita serena fatta di semplice quotidianità. E' la normalità la vera rivoluzione? Beh, Muccino aveva già ragione tempo fa. Che figliolo lungimirante!

22 gennaio, 2007

Passa in un attimo.



Non che sia un fiore di maggio, quest'oggi. Certo, nulla di grave, un raffreddore in piena regola, mi sento un pò scentrata e anche un pò rincoglionta, si può dire? anche perchè mi sono ostinata in questo inverno tardivo a circolare sulle strade del Monferrato senza calze. Vabbè, c'è di peggio. E dato che io appartengo a quella categoria di persone che non sta MAI male, neppure quasi partoriente e/o con nascituro pronto a diventare neonato, il fatto che io sia, come dire, fuori fase, rappresenta un'assoluta novità per me e per gli altri abitanti della mia casa. Coccolata, ecco. Mio marito è premurosissimo, acquista per me confettini per il mal di gola e si è offerto volontario di gestire tutte le transumanze dei figlioli, pur di compiacermi. ATTENZIONE. Questa magia durerà soltanto fino alla mezzanotte di oggi. Dopodichè, il mio sposo scuoterà l'amato capo e sentenzierà che forse non è il caso di farla tanto lunga per un raffreddore da niente, e che, cribbio, non era nemmeno il caso di andare in giro discinta in pieno inverno, e che forse, a quarant'anni e spingi, madre e moglie esemplarissima, un pò di sale in zucca lo dovrei testè apporre, no? Come dargli torto? Ma, signora mia, il collant è così out nella stagione invernale duemilasette! Che fare? Idea. Ho acquistato giorni orsono, in un anonimo discount, un termometro di rara bellezza, viola, appunto, bellissimo ma costantemente fermo sui 39 gradi. Dopotutto, per 1,99 euro, cosa pretendevo? ma ecco che mi accorre in soccorso. Mostrerò al mio sposo il termometro e dirò che sì, son cagionevole di salute, mi trascinerò caracollante al più vicino supermercato per fare la spesa, ma come vede, tale sforzo potrebbe essermi fatale. Non voglio uscire. Voglio stare qui, al caldo del divano, coi fazzoletti, i giornali, il pc e la tv, voglio fare il pieno di trasmissioni trash, cercando di resistere almeno una mezz'ora, voglio sorseggiare compunta thè fumanti e tisanine, spremute e bustine al sapore di menta. Coccolatemi ancora un pochino, vi scongiuro. Scriveranno per me Ode all'Amica Risanata, se soltanto Foscolo abitasse due isolati più in là, ma vi prego, lasciatemi soffrire in silenzio (buuuuu, per un raffreddorino?). Verò è che stanotte avevo un criceto che mi girava nelle orecchie e un riccio di mare al posto delle tonsille, ma nessuno in casa mia tollera di vedermi fuori fase per più di ore 24. Tanto per cominciare, domani ho un bell'appuntamentino a Milano. E la mia influenza, voilà, sarà già passata. Per amore o per forza. Ma, mi sovvien, non è forse ancora stagione di saldi? Molto bene benissimo, mi recherò con gioia. E farò incetta, manco a dirlo, di calze e collant. Di cachemire, però.

19 gennaio, 2007

Pericolosissimo.


Potrebbe suonare alquanto strano, ma questa settimana tra le domestiche mura me la sono proprio goduta. Sollazzata, direi. In realtà sono una casalinga impropria, nel senso che chiunque, vedendomi all'opera, direbbe che tutto son, fuorchè casalinga. Il look, innanzitutto. Bigodini e vestaglia gettati alle ortiche, ci vuole un certo glamour anche con l'aspirapolvere, signora mia. Un bel jeans Cavalli direi che va bene. E un velo di gloss, e un'idea di fard, ma di questo ne avevo già parlato. E poi, la mattina si snocciola via con serenità e metodo, senza farsi prendere dallo sconforto di fronte alla rivoluzione russa che regna nella mansarda dei figlioli, e nel mucchio selvaggio lasciato dal metti e togli della Princi, che prova abbinamenti di nuance alle sette e venti del mattino con un occhio critico che neanche Krizia ai bei craxiani tempi d'oro. Ma vabbè. Si aggiunga ancorchè il momento più atteso della mattinata, che in realtà sono due: le pause. Sì, perchè se fisicamente in ufficio non ci vado, resto però in contatto con il mondo esterno e professionale attraverso il pc. Ed è un rispondere a mail, telefonate, ricerche su internet eccetera. Ecco, appunto. Il pericolo è testè individuato. Secondo un complicato e diabolico piano, accantonati con grazia strofinacci e spruzzini, scope e piumini, io sorseggio beata il mio thè all'arancia di metà mattina e nel frattempo...compro. Sissignori. E' di una magia ineluttabile e piacevolissima scoprire come, ad una leggera pressione di un insulso tastino, ti vengano recapitate a casa ogni sorta di meravigliose corbellerie. Libri di ricamo dalla Francia, caffè da Londra, e come non parlare delle aste on line, dove riesci anche a trovare il pathos del rischio e dell'attesa, e dove ti puoi accaparrare in tutta scioltezza, improbabili bicchierini da liquore, manifesti di vecchi film, zuppiere della nonna e Gucci vintage da oltreoceano. Le americane, si sa, si stufano assai presto dell'Italian Style, e se la borsa non la vedono più al braccio delle loro attricette filiformi e plurimaritate, via! via!, si cambia soggetto.Compro. Per gratificarmi, per rendere meno solinga la mia mattinata, per tirarmi un pò sù. Invero, non ne ho granchè bisogno, ho ancora necessità di una leggera organizzazione, ma, c'è da crederci, sono già ad un ottimo punto. I miei figlioli felici come Pasque, che non trovano il solito appiccicoso fusillo al sugo Barilla, perchè magari riesco anche a lanciarmi in un sugo degno. Ma vedo lievemente preoccupato il mio Sposo. Ti stuferai, mi dice sconsolato, e dovremo ricominciare a cercare qualcuno. Ma per l'amor di Dio! Non ancora, Maestà. L'asta di quel bauletto Dior scade giusto fra 6 giorni. Fino ad allora, mi dispiace, di qui non mi muovo. Al resto, ci penseremo.

17 gennaio, 2007

Ode al ferro da stiro.


Oh, è raccapricciante lo so. Da me, poi. Una lode al ferro da stiro, l'oggetto forse più odiato dalle casalinghe più o meno disperate, dalle costrette alla vita domestica, dalle italiche massaie, dagli angeli del focolare sù e giù per lo Stivale. Ebbene, raccapriccio o no, io credo che in questi giorni, Lui, debba essere in qualche modo rivalutato, sdoganato, ecco. E vado ad illustrare la mia diabolica quanto inusuale teoria all'uopo concepita. Non ne ho fatto mistero, mi sto occupando medesimamente e personalmente della faccende domestiche, del riordino e del rassetto della mia umile magione. Direi che mi piace, almeno per ora. Mio marito nicchia, sostiene che, tra qualche giorno, sbatterò con forza piatti e stoviglie, e, scavalcando un mucchio di biancheria che attende di essere introdotta con leggiadria e mestiere in lavatrice ove troverebbe degna lavatura, mi avvierò alla porta e non mi vedranno per le ssuccessive 8-10 ore. Ma mi sa che ha torto. Per ora. Oggi, riflettevo sulle sorti umane. Stirando, per l'appunto. E' un lavoro non faticoso. Non implica alcuno sforzo, se non il chinarsi a prendere le cose dal cesto e la leggera pressione sul tastino del vapore. Permette di sciogliere come trecce scomposte i pensieri più arditi e complicati, li concilia, non so come dire. Sei lì, sul collo di una camicia e la tua mente vaga, lontana o vicina non è mica importante, basta lasciarla andare. meglio se con una musica di sottofondo, o un film in bianco e nero, quelli che se anche non li guardi non fa niente, basterà alzare gli occhi ogni tanto e il senso della pellicola non svanirà. Ogni capo, un pensiero a sè stante: gli strofinacci e le lenzuola piane chiamano i pensieri semplici e piacevoli. Le camicie e quelle dannate lenzuola con gli angoli, che lasci e prendi e lasci e prendi, e giri e comunque ben stirati non sono mai, portano invece pensieri contorti, un pò bislacchi, da cacciare subito via o comunque non dar loro troppo peso. Occorre poi un attento studio sugli orpelli da usare. Appretto o acqua profumata, urge una sessione nella corsia dei detersivi per farsi una vera cultura in merito, prendendo appunti, acquistando l'intera gamma di quello Al Profumo Di Vento del Nord, di Primavera Giapponese o di Serata Nella Steppa. Una vera e propria Vestale dell'Asse. Da Stiro, ovvio. Come si dice, necessità fa virtù? Ecco, appunto.

16 gennaio, 2007

Lo sbianco.


Ci sono delle giornate che non sai mai se non vedi l'ora che arrivino o che passino in fretta. Ci sono giornate in cui appena apri gli occhi e realizzi che è proprio quel giorno e che devi fare quella cosa che non vuoi fare, vorresti coprirti la testa col piumone così, da non respirare quasi, e farti sottile, spiaccicarti contro il materasso, farti pesante sul letto, rigida, e ripeterti non mi alzo, non mi alzo, non mi alzo. E poi, improvvisa ti viene un'energia insospettabile, una voglia di fare, di toglierti di mezzo l'impiccio, la preoccupazione e l'ansia subdola che ti accompagna da qualche giorno in qua, anche se non le hai dato ascolto, sei stata "brava a tenerla brava", quieta e zitta in un angolino del cuore, come in castigo. Ma lei era lì. E ti ha fatto pulire la casa da cima a fondo, cucinare per un plotone, telefonare a destra e a manca per fissare appuntamenti, una visita, per cominciare, e un esame del sangue, per finire. Già, perchè c'è una cosa che ti scava nello stomaco e nella testa, come un piccolo scalpello appuntito, creandoti un dolore sibilante e continuo: ed è quando uno dei tuoi figli ti dice Mamma Non Sto Bene. Come non stai bene, figlio. Ti ho fatto tutto in ordine, a posto, hai diciassette anni e sei di una bellezza che inquieta, come non stai bene, non puoi non stare bene tu, che giochi a pallone e corri e salti e hai un'allegria che contagia e a volte strema, tu che ascolti la musica a manetta ed è tutto uno zunt! zunt! zunt! che fa andar fuori di testa anche chi passa per caso da camera tua. Mamma Non Sto Bene, ed è un mesetto che non sta, che sta così, che è stanco e non ne ha voglia, che a volte non ha fame e troppo caldo o troppo freddo. Bene, in questi casi, alla pagina 539 del Manuale Del Perfetto Genitore, c'è scritto Fare Accertamenti. Così, si va. Con il cuore ridotto a un gomitolo sghembo, lo stomaco sigillato, come di pongo, una specie di tremore non palesato, Mica Posso Farmi Vedere Preoccupata. E invece la sono, porca miseria, la sono da morire, ostento una tranquillità che mi fa paura, sorrido molto, respiro molto, di quei respiri che conosco bene, di quelli lunghissimi che ti fa fare il dottore quando hai la bronchite. Allora, si va. Stamattina niente scuola, ma è una vacanza che non piace a nessuno dei due. In fondo, sono io l'incaricata della salute, in famiglia. Io che distribuisco vitamine e sciroppi, antibiotici e goccine, dove necessitano.Mio marito si chiama fuori. Ma stamattina, sulla porta, nemmeno lui era tanto normale e si vedeva da lontano, aveva quel passo a scatti che gli riconosco quando c'è qualcosa che non va. Fatte la analisi, dalla mia Amica Dottoressa, che gli ha fatto un prelievo come una carezza, ridendo delle sue scarpe di due colori diversi e di quel suo piercing in quella parte d'orecchio che non è il lobo e che per questo mi sa che fa un male orbo. Ma lui era teso. Mi ha rivolto quei suoi occhi da Bambi, quel suo viso angiolesco e quel piccolo broncio. Mi parla con quegli occhi, che sono i miei, il suo cuore tocca il mio, senza parlare, senza bisogno di dire. E so esattamente che cosa prova adesso, così bene che lo potrei disegnare, o farci un film. Che cosa sorregge un genitore quando non sa bene se suo figlio sta bene oppure no, che cosa lo fa respirare e deglutire, camminare e muoversi, se è lì ad aspettare. Aspetteremo poche ore,per fortuna. Anche dall'Amico Medico, una visita minuziosa, una lastra. Poi, in tarda mattinata, la telefonata dal laboratorio. E' tutto a posto, a postissimo, proprio tutto. Solo il valore del ferro, dovrà prendere quei botticini che sanno di chiodi che prendevo quando aspettavo, lui e i suoi fratelli. Fine dell'avventura. Hai Visto, Te L'Avevo Detto. E adesso, qui. Qui, come se mi avessero preso a botte, a manganellate sulla testa, lui, sereno e io spossata, come se avessi scaricato un camion di arance, come se non avessi dormito per settimane. I figli non crescono, sono fragili e cristallini anche da grandi, alti due metri e con un accenno di barba. I figli sono crochi nella neve, stelle lucenti di sabbia e di brina, micini con gli occhi chiusi, fili di seta anche se sembrano di acciaio. I miei figli sono la parte di me che avvolgerei, che terrei sempre al caldo, che difenderei sempre anche dal raffreddore, dai ragni, dall'umidità e dalle cattiverie. E dalla paura. Con la loro cancello la mia, per un pò, e mi sento forte e inattaccabile, per poi trovarmi, come ora, totalmente svuotata, felice e stravolta. Eppure, dovrei esserci abituata, a sbianchi del genere. Mi sa che dovrò applicarmi, forse non ho studiata abbastanza e perciò dovrò ripassarmi quel Manuale. Ma forse, a pagina mille non sarò neppure a metà.

15 gennaio, 2007

Coraggio.


Tutto daccapo. So bene che non è un problema serio, certo che lo so. Però, per me, è una vera necessità. Il fatto di avere un aiuto in casa non consiste nell'opportunità di stare lì, libera e bella, a darmi lo smalto e fare zapping sbadigliando in vestaglia e pantofole, magari coi bigodini (orrore, non li ho mai messi in vita mia, ecco la sesta cosa che di me non si sa). Ma mi permetterebbe di andare, infinita libidine, a lavorare. Ma si vede che in questo periodo, gli astri mi sono contro e così, anche Svetlana, la spia che venne dal freddo, fisico da top e fanciulla poco incline a lavare pavimenti e preparare pastasciutte, mi ha dato il benservito, ieri sera, dopo una sola settimana di lavoro, col suo bell'accento russo che ti aspetti da un momento all'altro che ti dica Ti spiezzo in due, come in Rocky NonRicordoCheNumero. E così, bonjour, sono la Schiava Isaura, qui per spazzare, spolverare, aspirare, sbattere, lavare, stendere, lucidare e riordinare. Non che non mi piaccia. Beh, sinceramente c'è di meglio, ma non posso mica lasciare la mia casina in balia di acari e polvere e disordine cosmico? E' solo una questione di organizzazione. Un grazioso cestino provenzale contiene tutti i prodotti e gli strofinacci che occorrono. Un bel jeans e una T-shirt, meglio se a maniche corte. Capelli raccolti con un mollettone con gli strass, un velo di fard e una passata di gloss, signora mia, metta che càpiti così, a sorpresa, mio marito a farmi un salutino, mica posso avere un look stile Mrs. Doubtfire? Tirerò a lucido questa mia magione, almeno fino a quando non troverò un'altra ancella. Già, ma quando? Nel frattempo, c'è la spesa da fare, e portare il cane dal veterinario e due/tre telefonate di lavoro che proprio non possono aspettare. Ce la farò. Ho un Cd di Giovanni Allevi che mi rimette in pace col mondo, un sms del liceale che mi informa che ha preso 7 in matematica e fuori, oggi, non c'è nemmeno la nebbia. Coraggio, sarà una passeggiata. I sogni son desideri. Chi lo diceva?

13 gennaio, 2007

5 cose che non si sanno di me...


Non so mica se mi conviene. Ma, come si suole, colgo la palla lanciata da Cabiria, e partecipo con massimo entusiasmo a un altro di questi graziosi giochini in cui ci si imbatte ogni tanto...
E il fatto che l'invito mi sia stato inviato da Perec, aggiunge un che di divertente ed intrigante a tutta la vicenda, perciò, voilà.
Ecco le cinque cose cinque di me che, forse, era meglio non si sapessero tanto in giro.
1) Ho un passato da alcolista. A 9 anni, golosissima di cioccolato, ho sgraffignato di nascosto dal mobile della sala, quello con sopra la tv in bianco e nero senza telecomando, con il primo, il secondo e la Svizzera, una scatola di cioccolatini Mon Cheri alla ciliegia. Col liquore, ovvio. Ne ho mangiati una decina. Dopodichè, ho iniziato a dire frasi sconnesse, a scoppiare in risate fragorose e senza motivo e a parlare come Don Lurio. Mia madre, seriamente preoccupata, sospettava un improbabile attacco di meningite, ma, avendo scoperto le cartine rosa metallizzato tra i cuscini del divano, ha compreso. E giù di Citrosodina. Inutile dire che mi sono addormentata di schianto sul divano suddetto, e al mio risveglio sono stata sgridata per benino, con il divieto di raggiungere i miei amichetti in cortile per giorni due. Ed ora mi vedo costretta ad ammettere con orgoglio e vergogna che quella è stata l'unica volta in vita mia che mi sono ubriacata. I miei figli non ci credono e intuisco il motivo. Ma come si fa ad avere una madre che si è ubriacata coi MonChèri? Meglio rimuovere. E fare finta di niente..
2) Leggo i quotidiani al contrario. Cioè, non proprio. Leggo la prima pagina, poi li metto al contrario e inizio da lì. Spettacoli, locale, sport, fino alla pagina della politica, saltando la Borsa, della quale non me ne importa una beata. E non sopporto che nessuno lo legga prima di me, e se lo fa non lo deve stropicciare. E non tollero che chi lo legge prima di me mi anticipi le notizie. E detesto che qualcuno mi legga da dietro, sbirciando sulla mia spalla, io seduta e lui/lei in piedi. Son guai seri. E poi, udite, leggo i necrologi. Qualche volta di sfuggita, qualche volta mi ci applico. Ma deve essere un retaggio dell’infanzia trascorsa con mia nonna materna che accoglieva mia madre al ritorno dalla spesa con la frase Chi è Morto? con una punta di sottile soddisfazione nella voce, a dire, beh, finchè lo chiedo, và tutto bene.

3) Non mi piace la frutta lavata. O meglio, la frutta bagnata. Non lavo mai le mele d’inverno e le pesche d’estate. Qualche volta, giusto per non prendere una qualche infezione o rara malattia tropicale, mi inganno da sola: le lavo, le asciugo e le mangio il giorno dopo, fingendo di dimenticarmene. La mia Amica Logopedista direbbe che sono psicotico-ossessivo-compulsiva, ma io, che non so proprio bene che cosa significhi, credo che esageri un pochino, so che mi vuole bene e non faccio altre domande.

4) Ho un rosario nella borsa, che porto sempre con me. E un altro accanto al letto,in una scatolina, regalo di un’Amica Cara. A volte, lo recito sottovoce, un po’ di nascosto, non so. Sono stata militante di Azione Cattolica e catechista e soffro da morire a non poter avvicinarmi a nessun Sacramento, confessione compresa, E neppure fare da madrina di battesimo o testimone di nozze, per espiare la colpa di aver sposato in Municipio un uomo divorziato, e, benché i miei figli siano cresimati e battezzati, essi sono nati fuori dal matrimonio cattolico e quindi Nostra Romana Chiesa di me non sa proprio che farsene. E io ci piango ogni volta.

5) Sono un’ansiosissima e lo sanno anche i sassi. In tempi non sospetti, prima delle Torri Gemelle e quindi una decina di anni fa, mio marito viaggiava spesso in aereo. Dato che per me ogni partenza, sia transoceanica che il tratto campo di calcio- scuola media, è passibile di tamponamenti a catena, voragini improvvise, inondazioni non previste e terremoti di catastrofiche dimensioni, ero usa telefonare all’aeroporto per tranquillizzarmi(ancora non avevo scoperto la valeriana e altre corbellerie). Un giorno, e fu l’ultima volta, chiamai Napoli Capodichino, per avere notizie sul volo dove viaggiava beato e ignaro, il mio sposo. L’omino che mi rispose restò un attimo in silenzio e poi mi disse, con marcato accento partenopeo, “E chevvulìte, signurì, che l’aereo abbia caduto?” Lì per lì non ci avevo pensato, ma credo che l’omino, rientrato a casa, abbia raccontato al desco famigliare che quella mattina una stordita aveva chiamato per sapere se l’aereo Torino Napoli fosse arrivato, e che in giro era pieno di gente bizzarra e che non aveva niente di meglio da fare, e tutta la famiglia ha convenuto con lui che in effetti quella lì doveva essere parecchio strana. Se lo facessi ora avrei già la Polizia alle calcagna, mi sa.

Di me non si sa molto altro. Ma dato che questo Meme si accontenta solo di 5 cose, direi che mi è andata di lusso. E a voi, anche.
E la mia palla, a spicchi viola, la lancio con grazia a Sigrid, Ruben e Daniela.
Vediamo un pò.

Quando le sorprese.


Arrivano così, inaspettate, altrimenti avrebbero un altro nome. In realtà io sapevo che Gourmet aveva in serbo per me un pacchettino, ma, per l'appunto,mi aspettavo un pacchettino, una cosa da infilare in borsa, ringraziando felice, che so, un barattolino di marmellata, un vasetto di sale o di conserva. Ebbene, è arrivato tutto insieme. Sel de Guerande, Lenticchie blasonate, spezie per la tajine, composta di peperoni e di ananas, riso carnaroli di nobilerrima provenienza, insomma, un trionfo di leccornie, molte fatte da lei, ed elegantemente accomodate in un vassoio di cartapesta home made che ha già trovato una sua collocazione nel salone di casa mia. La meraviglia. Anche io, c'è da dirlo, avevo il mio bel pacchettino, che aveva passato tutte le vacanze di Natale sotto il mio albero zen, in attesa di giungere alla legittima proprietaria. Ora, i rispettivi pensieri sono a dimora. Speriamo di poter ripetere spesso l'esperimento, di ricambiare questo invito a pranzo graditissimo, nonostante la dieta ferrea che mi ha fatto guardare sospirando il dolce di nocciola e cioccolato che lo chef del Cubico proponeva. Ma va bene. Conserverò gelosamente anche il libriccino di lasagne e torte salate. E, già che ci sono, occulto la tavoletta di cioccolato alla cannella. Con le iene che mi girano per casa, qui, niente è al sicuro.

12 gennaio, 2007

Perchè Fragole.



Mi chiedono spesso. Perchè proprio Fragole? E perchè Infinite, poi. Che strano titolo, che vorrà dire? Mi piaceva. Per il suono che ha, perchè adoro le fragole così come sono, senza panna, senza limone e senza zucchero, intere, da mangiare in un morso solo, una per volta, come le ciliegie , e lasciarci solo quel ciuffetto verde che le rende graziose e un pò buffe, eleganti, quasi. Fragole perchè hanno una bella forma, un pò a cuore, tanto per dire. E Infinite perchè non cominciano e non iniziano, non c'è un C'era una volta una fragola e nemmeno E così le fragole vissero felici e contente in un cestino fatato. E perchè mi piace il suono di Infinite, è una bella parola, sottile, dolcissima, non separi quasi mai le labbra per dirlo, e non si grida, è più bello sussurrato, appena appena, solo un pò, infinite. E alla fine perchè, a ben pensarci, le fragole sono un pò come me. Mi somigliano. Le vedi e dici, beh, discrete ma insulse, un pò vuote, danno allergia, qualche volta e sono troppo care. Poi scopri, in un mercato di Torino, che a metà gennaio le fragole costano un euro al cestino, bella scoperta, vengono dal Marocco, mica dall'orticello dietro casa, anche se con questo caldo, non mi stupirei nemmeno tanto, chi può dirlo. E insulse, no, proprio no, e qui un'altra bella scoperta, tirano sù il morale a trovarle in tavola, hanno proprietà digestive e sono piene zeppe di vitamina C. Eh, signora mia, che sottile lezione questa mattina. Mai fidarsi delle apparenze. Nemmeno al mercato, badi benissimo. Nemmeno con le fragole. E nemmeno, manco a dirlo, con la scrivente. Voilà.

10 gennaio, 2007

Non si è vista.


Che peccato, ce la siamo persa. Doveva farsi vedere questo pomeriggio alle 5, l'ho sentito alla radio, e già mi ero in un certo senso preparata e un pò emozionata, anche, come tutte le volte che succede qualcosa di straordinario che riguarda la Volta Celeste, che mi attira e mi affascina e un pò mi spaventa, come tutti, credo, per la magia e il mistero e per la nostra totale, completa, assoluta impotenza e ignoranza, anche un pochino, in una materia così...così...celestiale, appunto. Insomma, le questioni delle stelle, delle eclissi e delle comete mi piacciono un sacco, che male c'è? Forse perchè ad Hale Bopp, nella foto, ho legato la nascita della mia picci, anzi, le abbiamo ricamato una storia che nemmeno Asimov, raccontando a Emma che l'aveva portata la cometa, con la sua scia luminosa e bellissima, che vedevamo ogni sera dalla finestra di Pila, a fine febbraio di quel millenovecentonovantasette e le dicevamo, ma quando ci lasci quella bimba che hai lì, seduta a cavalcioni sulla tua coda d'argento? Alla fine, il 4 marzo, la cometa si è decisa e prima di sparire ci ha portato questa bimba burrosa con gli occhi di lago. Beh, insomma, la cometa di oggi invece, non si è proprio vista. Non già perchè fossimo fuori portata, ma Lei, la Cometa, si deve essere un pò scoraggiata. Ma come, si è detta, vivo a due passi dalla Via Lattea, da casa mia posso vedere con facilità Saturno e i suoi anelli, Marte e il suo lago, e pure quella smorfiosa di Venere, e dovrei andare proprio lì, a vegliare per un pò quella distesa di cotone, anzi no, forse si tratta di panna montata scaduta, o meglio, quell'abito da sposa lavato male in tintoria? La nebbia e la pioggia e il buio di questo pomeriggio le hanno fatto cambiare idea, alla Cometa. Ma io, io che con le Comete, come dire, c'ho feeling, io che quando non so cosa dire, un pò balbetto e un pò tossicchio ma alla fine me la sfango sempre, a Lei, vorrei dire una cosina. Spero, Cometa che passando sulle nostre teste e decidendo di non farti vedre, abbia almeno lasciato cadere un pò di quella polverina argentata che ci piace tanto. E' vero, la vendono in barattolini all'Ikea, ma non è mica la stessa cosa. La tua polverina ci serve, sai? Ci serve a fermarci un pò, e a pensare. A non vivere le nostre vite di corsa, a non sprecare giorni e cose, a sorridere un pò di più, a parlarci di più, accontentarci di quel tutto che c'è. Ci serve un pò di giudizio, serve per fermarci un secondo a pensare prima di ferire, serve a non essere privi di contenuti e di traguardi. E di sogni, anche. Spero che mi ascolti. Domani, cercherò la sua polverina nell'aiuola delle rose, guarderò per bene dietro al vaso della miseria e tutt'intorno al rosmarino. L a troverò, lo so già. La conserverò in un barattolino che terrò sul davanzale, e che luccicherà, da lontano, per mille giorni ancora, fino al prossimo inverno, fino alla prossima favola, fino alla prossima Cometa.

09 gennaio, 2007

Vertigo.

Sarà che ci siamo svegliati al volo. Sarà che stamattina qualcuno aveva rubato la collina, sostituendola con una tenda grigiolina non bella a vedersi. Sarà che non ne avevo voglia e basta. La vertigine è una sensazione sfaccettata, non sai mai se stai bene o se stai male, in fondo star sospesi può avere anche i suoi vantaggi, a dire, guarda qui, vi guardo tutti dall'alto o dal basso e mi gira tutto intorno in una danza silenziosa e soffice che vedo soltanto io, e che mi fa sentire, in un certo senso, privilegiata. E nessuno sente neppure questo ronzio celestiale, questa eco che ovatta il rumore del traffico e i passi sulle scale e la musica alla radio. Mi gira la testa, oh yes, ma non sto mica male, scelgo di non farmi troppo prendere dalla non voglia, dal non entusiasmo, dalla mia non propensione per alcunchè, quest'oggi. E la lascio andare, così com'è. Presa, scossa, buttata e frullata in una fredda mattina di inizio gennaio, farò le cose una per volta, spuntandole dall'elenco stilato sulla mia agenda nuova di zecca, dove ho solo scritto il mio nome e la mia mail. Mi sono spruzzata più profumo del solito, ho raccolto i capelli e ho dato il via alle danze, vitamine, spremutine, merendine, e via, in ufficio. Frullata o non frullata, con la testa che và a farsi un giro e vive di vita propria, con questa sensazione da Houston Abbiamo un Problema, mi manca giusto una bella tuta da astronauta per essere pronta all'allunaggio. Qualcuno telefoni a Tito Stagno, che stavolta sulla luna ci andiamo per davvero. Profumatissime, perdiana!

07 gennaio, 2007

La Tombola degli Orrori.


Ormai, un appuntamento fisso. Da tre anni in qua, il giorno dell'Epifania ci si raduna a casa di qualcuno e si dà luogo all'attesissima Tombola degli Orrori. Il procedimento è molto semplice. Chi di noi non ha in casa da tempo immemore quel vaso finto cinese della zia Palmira che non abbiamo cuore di buttare, anche perchè, con la raccolta differenziata, non sappiamo bene se vada nel vetro o nei Diversamente Smaltibili? E chi non riceve, ad ogni Natale, qualcosa di veramente orrido e inguardabile? Bene, la Tombola è nata così. E' un riciclo, invero. Un'arte sopraffina per disfarsi del brutto che, se brutto per noi, non è detto affatto che lo sia. Ho vinto l'anno scorso delle tazze a forma di cuore che mi hanno mandato in visibilio, e delle quali vado fierissima. Ma anche l'occasione per fare un pò di bene: la vendita delle cartelle, infatti, darà origine ad una somma che quest'anno spediremo ad una missione in Africa per i bambini malati di Aids. Bella cosa. La T.d.O. ha un suo cerimoniale ben specifico e delle regole ferree. Per esempio, non si conosce mai il numero esatto dei partecipanti. più si è e meglio è. Ciascuno degli invitati deve portare con sè uno o più Orrori, catalogati in base al valore (ambo, terno, cinquina o tombola) e ben impacchettati per l'effetto sorpresa che non è certo da sottovalutare. E qualcosa da mangiare per la cena che ne segue. Fatto. Il resto è divertimento allo stato puro. Ieri, casa mia ha ospitato la Terza Edizione della Tombola degli Orrori 2007. Con gli amici più cari, le persone che contano davvero per me, le amiche dei quindici anni, andavamo in due in motorino e adesso, guardaci lì, a parlare di figli e di vecchi fidanzati. Un bel pomeriggio. A chiudere questa kermesse di feste e festine, a ricaricarci per questo anno che viene, a prepararci, che domani ri-iniziano le danze, quelle vere. Ho messo insieme molte delle persone che amo. Non tutte, ma quasi. E pazienza se se ne sono andati via con vasi orribili, libri di porcellana e orrende bottiglie. Una se la sono dimenticata nel mio frigo, insieme ad un salmone di dimensioni quasi umane. Brindiamo con una pregiata bottiglia di Mò Esce Antonio a quel che vogliamo. Alla festa di ieri, alla tombola folle, agli affetti che erano qui con noi e a quel che di bello ci sarà. Che sarà tanto, lo so.

03 gennaio, 2007

Buttare via.


E solo da calcio. E qualcuna da calcetto. E parastinchi. Che non vanno più bene a nessuno. Tre figlioli calciatori hanno il loro perchè, cara la mia signora. E questa distesa di scarpe inutilizzate e ahimè, ormai inutilizzabili perchè, come si dice, piccoli piedi crescono, la dice lunghissima. Oggi, col mio sposo, mi sono dedicata ad una emozionante pratica, che si fa raramente, invero, perchè comporta un notevole dispendio di energia e molto tempo a disposizione. Non già un nuovo capitolo dell'Ars Amatoria, signora, non mi faccia arrossire, bensì, ecco, non so come dirglielo...il riordino del garage. Lo so che non è propriamente una poesia, ma va fatto e allora si fa. E si fa di sci, di ogni misura, ne ho contate 13 paia, e scarponi e bob, e tute da sci, e pantaloni da sci e occhiali da sci e guanti da sci e caschi da sci e biciclettine e biciclettone e mountain bike e monopattini e cap da cavallo e pattini in linea e zainini da asilo e cartelle con scritto Classe I, e scarpette da ballo e tutù minuscoli e zaini da liceo e cerate da vela e cuffie da piscina e cose, cose, cose dovunque, non buttate mai, tenute lì, conservate. Questa pratica non mi entusiasma. Mi costringe a buttare cose che davvero non userei mai e vorrei tenere solo per ricordo, di quella volta che e allora io e allora lui e poi alla fine. Fosse per me non butterei niente. Ho ancora il mio Ciao blù classe 1978, non venderei le macchine, ho ancora i biberon e i ciucci appiccicosi dei miei figli, i lenzuolini con i ricci ricamati e tutte le bavaglie coi loro nomi, sono una novantina, ne farò una coperta, mi sa. Ma buttare serve. Serve a capire. Serve un pò a crescere, a staccarsi, a guardare in là, ad aspettarsi le cose più belle, ancora più belle di quelle che sono qui. E allora, chiudo gli occhi e butto via, non cancello, ma butto via, e riordino, fuori e dentro, e faccio spazio, e invento una nuova stanza, un salotto anni 60, coi mobili di recupero e la specchiera sulla credenza, dove leggere e stare con gli amici e accendere il camino, e uno studio tutto mio, dove ricamo e scrivo e progetto e penso, e faccio di un garage disordinato e pieno di cose un magazzino ordinato e con un senso, e una dispensa che nemmeno Palazzo Reale. E fra mille anni, quando di nuovo riordinerò, che di nuovo avrò accumulato e mai buttato, ritroverò cose e penserò ancora a quella volta che e allora lui e allora io, e ricomincerò da capo, e rifarò tutto. Sorriderò. Perchè forse, ritroverò parecchie delle cose che ho qui ora. C'è da giurarci.