30 marzo, 2010

C'ha pure le ruote.

Proprio non ho resistito. Potevo forse lasciarlo dov'era? Mi succede spesso, sono quella degli acquisti scellerati, delle cose totalmente inutili e totalmente assurde. Già con questa qui non mi avevano compresa, non avevano colto il mio raffinatissimo gusto, la mia sottilissima ironia, la mia metafora, il mio intrinseco, eccetera. Ieri, sono arrivata con lui. E' un cestino da lavoro, abbèlla, lo avevamo capito. Ma è un cestino da lavoro anni 50, con tanto di cassettini interni, che vanno sù e giù, è di legno ma non so quale, ha le sue belle maniglie in orozecchino tutto tempestato di pietre preziose, un bel ripiano in fondo, e, meraviglia, c'ha le ruote. Questo particolare me lo ha fatto adorare pressochè da subito. Come, le ruote? Mai visto un cestino da lavoro con le ruote. La mia amica Nicoletta, che di queste cose se ne intende, e infatti, arriva proprio dal suo negozio, dove io mi perdo ogni volta, ha capito subito. Al mio OOOOHHHHH di giubilo non ha potuto far altro che aggiungere, Ok, Prendilo. Tanto, sapeva che sarebbe finita così. L'ho pulito con la massima cura, lucidato no, perchè ha quell'aria saggia e austera e un pò passata che mi piace tanto, ho lucidato con delicatezza le maniglie e le ruotine, e ho cominciato a riempirlo. ora, il mio cestino da lavoro nuovo di zecca fa bella mostra di sè nella mia cucina, proprio accanto al divano. Il resto degli abitanti della casa in collina, manco a dirlo, l'hanno guardato con sospetto prima, e con noncuranza poi. A Cosa Serve. Che Roba è. Ussignur. Questi i commenti. Stavolta, nemmeno la Princi mi ha dato manforte. Ma Mamma, è Da Zia. Vedi, bambina, io zia son del suo scellerato cugino e quindi, già ci siamo. E poi, fossi una zia con le calze riposanti, la lacca e lo smalto perlato, capirei. Ma ancora lontana sono da quegli orpelli, in grazia di Dio, e poi, tu sai, la tua mamma si fa dei viaggioni, soprattutto quando va da Nicoletta e vede cose e cose che provengono da case e case, e allora immagina, inventa, lo sai, questo cestino magari era di una signora coi capelli raccolti e la gonna di tweed, ci teneva le sue cose del cucito accanto a una poltrona di velluto verde, ascoltava la radio a valvole nel salotto buono, mentre rammendava calze con l'uovo di legno dentro e ricamava cuscini a piccolo punto. Suo marito insegnava filosofia all'Università, lei dava lezioni di pianoforte. La sera, sul tavolo della sala, portava una zuppiera bianca col bordo dorato, ascoltava i figli, chiedeva loro della scuola, e lanciava loro certe occhiate se non sistemavano con cura il tovagliolo in grembo e poi...e poi...Ok, Mà, Vado Di Sopra, Carino 'Sto Coso. Ingrata figliola.

29 marzo, 2010

Se prego a che serve.

Ci ho anche provato. Ci avevo, anzi, stamattina, e anche ieri, a pensarci bene. Ho cominciato e smesso almeno dieci volte, così non va bene. Che qui, nessuno dimentica e allora magari non ne parla per un pò, ma poi tutto diventa così prepotente e vivo e il ricordo così ruvido e ingombrante che si fa fatica ad evitare, non si può, nè si vuole. Il giorno, è lo stesso di un anno fa, persino il tempo, fiori un pò dovunque e aria bassa, ma limpida, come sciacquata, pulita. C'è una messa, dicono, da qualche parte, in paese, forse, o al camposanto, forse ce ne sono addirittura due, perchè due erano loro e allora due sono le messe. Ma io prego da me. Prego sommessa, a mente, senza nemmeno bisbigliare, è così che mi hanno insegnato. Ma prego perchè. Prego a chi. Prego cosa. Prego per cosa. Prego e ringrazio? Di non essere io la mamma di uno dei due? Che non so cosa dal Cielo ha voluto così, che non fosse lui, che non fosse il mio, che non fosse lì? Prego chi? Un Dio in cui credo e che non trovo? Un Dio che punisce e dispera? Un Dio che è troppo lassù e distante e che forse nemmeno mi sente, adesso? No, invece, adesso ascoltami. Io non so se le mie parole arrivano fin lì dove sei tu e non so nemmeno dove sono loro adesso, se nella luce che dicono sia Tua o sopra le nuvole, o a quella Festa Eterna a guardar giù, a guardare dall'alto quelli che hanno lasciato qui, sgomenti e straziati, occhi asciutti, fiori freschi e passi stanchi sui ciottoli del camposanto. Ascoltami, se pregare non so, se dire non so quel che sento davvero, ascoltami le parole che non escono da me, ma che penso e immagino e restano lì, come attaccate, ascoltami i pensieri, ascoltami i singhiozzi di mio figlio che sento ogni tanto dalla porta chiusa, ascoltami le fotografie e i cd che tiene sul tavolo da quel giorno, ascoltami i silenzi, ascoltami la rabbia e la tristezza, ascoltami il parlare fitto sulle panchine, fino a sera tardi. Ascolta, Dio del Cielo, ascolta se vuoi, ascolta se vedi e sai, ascolta e consola, e tu solo che puoi, abbràcciali, abbràcciali per me.

26 marzo, 2010

Hanno rubato il cielo.

Chi si è fregato il cielo, stamattina. Lo hanno rubato le anatre, come quelle del lago gelato, e adesso il lago è da qualche parte in Georgia. Lo hanno rubato i pettirossi e se lo sono portato via, il cielo è indaco, questa mattina, è un colore che si abbina al rosso delle loro piume. Chi ha colorato il cielo, chi l'ha lavato con la candeggina, come quando un calzino blù finisce nella lavatrice delle lenzuola bianche, e allora sì che si ride di gusto, bel colpo, l'intero bucato color topo ma chiaro, che non è grigio e non è bianco e sa soltanto quello che non è. Sì, lo so, è una delle mie frasi preferite, ma non si cerca nella letteratura russa del XIX secolo, è una frase di un film di animazione che piaceva tanto ai miei figlioli maschi poco più che treenni, e quante volte a rimettere la cassetta nel videoregistratore, sì, la preistoria, alla fine, quando il gabbiano diceva "Non è cane, non è lupo, sa soltanto quello che non è" e io, loro mamma inesperta coi capelli lunghissimi e una treccia fino al sedere, che mi venivano gli occhi lucidi mentre tagliavo la banana a rondelle per merenda. Hanno rubato il cielo, lo hanno piegato per bene, messo in una valigia senza ruote, e portato via, era un signore col cappello, un forestiero, lo hanno visto sparire in fondo al viale, e non è tornato più, aveva un cappotto marrone e uno strana luce negli occhi, un ghigno beffardo di chi la sa lunga, di chi non sa nè da dove viene nè dove andare, ma cammina e cammina, finchè diventa un puntino laggiù, e i bambini del quartiere a corrergli dietro, e a dire, Ridacci Il Cielo, ma forse lui nemmeno parla la loro lingua o fa finta, o chi lo sa, perso dietro ai suoi pensieri, distante da ogni cosa. E il cielo che non c'è è lì, piegato dentro la sua valigia di cartone, e lui cammina e cammina, ha le scarpe rotte e il cappotto liso, e alla fine si fermerà stremato, e si allenterà il collo della camicia e si siederà al bordo del fosso e si asciugherà la fronte con un fazzoletto stropicciato e aprirà la sua valigia di cartone, e scrollerà quel cielo che ha ben piegato e lo guarderà splendere, lucido e luminoso, era un forestiero, un saltimbanco, un sognatore, un uomo solo e perduto che voleva il cielo tutto per sè.

25 marzo, 2010

U-gua-le!

Arancionissimo.

L'ultima produzione in lana di questa stagione invernale che sembra non avere fine. L'ultima copertina in lana per Cuore di Maglia, dopodichè, solo cotone, cotone e cotone. E' un arancione carichissimo, è morbida e avvolgente, ha due belle trecce, si fa coi circolari, la lana è Debbie Bliss. Poche, basilari informazioni. Arrivano da ogni parte d'Italia le copertine e i cappellini e le scarpine per CdM e forse dovrei parlarne qui, ma in fondo il confine non è poi così netto. Oggi un altro Knit al BioCafè, è giovedì, bellezza, giorno di chiacchiere e di scialo e di progetti, il Camp che va alla grande, le consegne e le spedizioni, e già, nelle città troppo lontane, ma niente è lontano per CdM e allora va bene. Si prendono appunti per una giornata gradevole, si trovano situazioni e spigolature, fermo immagine e inquadrature, per fare andare tutto come devo andare, nei binari giusti, nel modo giusto, alla giusta velocità, nel senso di marcia che va bene, non come in treno che a volte sei seduta al contrario e vedi le cose scappare via, no, ci si deve sedere con grazia e cognizione, e vedere le cose che vengono incontro, avere il tempo anche di leggere il nome delle stazioni senza farsi venire mal di testa. Quando ci sta la salute, e personalmente ci ho già pensato questa mattina, un bicchierone d'acqua fresca dove ho sciolto ogni tipo di vitamine, magnesio, e chissà cos'altro, dacchè al Supradyn mi sono assuefatta e, mi aiuti a dire, c'ho bisogno di roba più forte, per farmi dei viaggioni, dicono i miei figli, per tirarmi sù, dico io, che è meglio. L'intruglio non è male, certo, sa di medicina, ma chemmimportammè, basta che funzioni. In the frattime, mi preparo al knit di oggi, indolente ma lucida, lenta ma presente a me stessa, storneggiata ma andante, allegra ma non troppo, una cosa che va bene, alla fine. Finirò questa coperta arancionissima, farò un pane, imbastirò una cena dacchè tardi arriverò al desco familiare, tiro giù la serranda e per qualche ora non ci sarò per nessuno. Il magnesio fa miracoli. Come, di già?

24 marzo, 2010

Se sto così.

E se sto così, sarà la primavera. Così. Come non me lo spiego, così. Piatta e confusa. Assonnata e inconcludente. Energia, come Bolzano, -2. Che bello quando leggevano le temperature alla tv. Bolzano era sempre -2. Come me adesso. Meno due o meno mille, che differenza c'è. COme se mi avessero messo le pile al contrario, sono nuove, ma vedi, ancora non hai imparato a mettere quella piatta vicino alla molla e quella col pirulino dall'altra parte. Si impara così, si imparano così le cose, ci si danno dei codici, si insegnano anche, la destra è la manina bella, la sinistra quell'altra, a fare i nodi alle scarpe, prima fai un pancino e poi ci leghi intorno la stringa, lo vedi? Che mi insegni qualcuno a uscire da qua, dalla latta di vernice collosa dove sono scivolata, da queste sabbie mobili scintillanti di glitter, ho pitturato oggi, sto facendo delle cose per il Camp, sarà quello che mi suggerisce tutta questa metafora, sono in un barattolo di Vinavil, mi ci sono fatta la doccia e adesso il Vinavil è diventato secco, e nessuno che prima che si asciugasse mi ci abbia incollato una figurina con un sorriso, un fiorellino, qualcosa di buffo. Non sto male. Sono un pennello lasciato fuori e non sciacquato, inservibile, ci devi lavorare per farlo tornare utile, sono carta stropicciata, e nemmeno i fiori che ho visto finalmente, son serviti, margheritine, nontiscordardime, persino le violette in fondo al pratino e che delizia lasciare la finestra spalancata e respirare l'odore che c'è di sera se è una bella sera, terra, forse, foglie nuove, fiorellini appena appena, le gemme, i germogli invisibili delle ortensie, l'erba fresca, il cielo, finalmente, allora è vero, se sto così, sarà la primavera.

23 marzo, 2010

Le cazzate son carezze.


Ho creato un caso. Strano orpello, questo del blog. Una si sveglia, si sente storta, stortissima, inversa come Po e che fa? lo scrive. E scrive subito dopo che, magari per non farsi prendere dagli eventi, dalle cose, per non centrare in pieno l'entrata del tunnel ma di scansarlo via via, pensa a una cretinata, che so, calze a pallini, un profumo che sa di bosco, e, alla fine, l'Introvabile Smalto. Il delirio. Sù e giù per lo stivale tutto, in ogni angolo recondito dell' Italica Penisola, tutte a dannarsi, a farsi degli sbatti da cinema per trovarlo. Ho perciò una mappa ben precisa di tutta la vicenda. A Firenze, lei lo ha trovato, alle amiche non è granchè piaciuto ma lei chissenefrega, lo ha adorato all'istante. All'alba di stamani, da Perugia, la Vicina del 12 mi manda un secco Quaggiù Niente e dopo qualche ora, TrovatoMaCheGuerra, che già me la vedevo, compunta ed educata a strattonare il prezioso boccettino dalle mani di un'altra sciura, indegna di tale sciccosissimo liquido color tortora/mauve. Due Avvocate a Torino, dieci minuti in Corte d'Appello e tutta la mattina in giro per negozi e vetrine e scintillar di cose, anche loro in missione, ancora non so l'esito ma relazionerò appena saprò. Da Alba invece non si va tanto per il sottile, si scorre mentalmente la rubrica, Vediamo, dice, Potrei chiedere a, nientemeno che in Azienda maccerto, come ho fatto a non pensarci. La mia Amica della Moda lei sì che ci sa fare, se ci fosse ancora la Coco buonanima, non si farebbe scrupoli a suonarle il campanello, Scusi, Avrebbe un Dado, e mentre c'è, venti boccettini di smalto, lo sa che le mie amiche ne vanno pazze? Questo è l'antefatto. La tesi è. Che mi ci hanno fatto pensare, che ognuna di noi ha figlioli scellerati e mariti complicati e impegnativi, e case cui badare, e lavori, che vanno sì, che vanno no, che vanno così, e ansie e paure, e casini inenarrabili, e questioni e debiti e faccende e depressioni e nervosi e cattiverie e grane e situazioni. Che a pensare alle cazzate, si dice a Perugia, male non fa. Stacchi un momento, non è detto che le cose si risolvano, anzi, certissimo che no, ma almeno lo fai un pò sorridendo, che non ci hai pensato per un pò e già ti senti meglio. E con una manicure piuccheperfetta, che di questi tempi, mi aiuti a dire, son soddisfazioni.
Alle mie Amiche sparse un pò dovunque, felice di farvi una carezza anche da qui.

Anemoni e pastelli.

Li vuoi? Sono i tuoi fiori preferiti, un pò volgari, a dire il vero, con quel bottoncino nero al centro e tutti quel colori forti, e quei petali sconnessi e scomposti. Non hanno il rigore delle rose, la semplicità delle margherite, la complessità delle ortensie, l'eleganza delle orchidee. Ma fanno allegria, disordine, un allegro disordine, un'allegria disordinata, per giocare con le parole. E' divertente. Fuori la nebbia fitta, qui gli anemoni colorati. La mattina va così. Pioviggina e pioviggina, non fa nemmeno un bel rumore, anzi, se non guardi bene nemmeno ti accorgi che piove, devi strizzare gli occhi o guardare i tetti o per terra, per poi di dire, Ma Di Nuovo. Sì, di nuovo. Un mazzo virtuale di popolani anemoni, villani nella loro colorata sfacciataggine, ce li avevo anche nel mazzo da sposa, non era mica usuale, tutti volevano mughetti e rosine candide e io no, voglio gli anemoni, li han trovati chissà dove, il fioraio era impazzito, mi ricordo bene. Impazzirei anche io se li volessi trovare stamattina, ma che m'importa, ce li ho, è una bella foto, li posso guardare e guardare, colore e colore per il seppia che c'è fuori, una fotografia dentro a un baule, di quelle di cartone spesso con il nome del fotografo stampigliato in oro, io no, voglio una foto colorata sul BlackBerry, altro che cartoncini polverosi di muffa e naftalina, la stessa del mio cervello, credo, che non ne vuol sapere ogni tanto, ma se ne sta lì, sotto sale, bello spianato a non funzionare, a non fare nulla, odioso di un cervello. Confusa più di ogni mattina, sciroccata più del solito, oggi non cedo al grigio, oggi non mi lascio catturare dal Totano Gigante, oggi voglio colori e colori, oggi non penso, oggi il mio cervello balla e corre, non mi immusonirò, non starò lì a frignare e a lamentarmi del tempo e del raccolto, mi metto un rossetto, mi faccio la coda, gli occhiali da sole, oggi coloro, mi porto i pastelli, non si sa mai.

22 marzo, 2010

Voglia è un'altra cosa.

Ci si è fatti una specie di training, questa mattina, Alzati, che è Meglio, Vedrai che Giornata Luminosa. Sì, certo, come no. A guardar fuori vien la nausea, a guardarsi allo specchio uguale, un bel colorito nebbia, sono tutt'uno con l'universo e l'universo è parte di me, mi sono mimetizzata col cielo, ho una faccia color di niente e gli occhi fermi, e ferma sono anche io, ma si può iniziare la primavera in questo modo, e non solo per il tempo atmosferico, echissenefrega alla fine, ma con questa ciondolante indolenza, con questa zero voglia di zero, con questa faccia un pò così che abbiamo noi, e nemmeno ci vado a Genova, che magari là c'è il sole e col sole cambia tutto, cambia il riflesso, cambia la prospettiva, cambia la luce, cambierebbe anche la mia faccia, mi sa, che nessun fard illumina, stamattina, che di cose un mucchio e di voglia nessuna, eppure ero partita bene, oggi sarà una bella giornata, più che un proponimento una supplica, eddai, fai di quest'oggi un giorno decente, ho adocchiato due margheritine nel prato, si vede che la primavera non ne può più di giocare a nascondino con la pioggia e il gelo e le calze e gli ombrelli, e allora, che salti fuori, accidenti a lei, e dia una mano di colore tutto in giro, così, a casaccio, che rovesci la vernice un pò dove capita, compresa la mia faccia, e che mandi del seltz, della Citrosodina, del gas nonsocosa per darmi un tono. Nel frattempo, porto in giro una faccia di seppia, mi trascino ciondolante, guardo fuori e mi vien la nausea. Bel colpo.

19 marzo, 2010

Introvabile.

E' un colore non definito, tra il mastice, il tortora, il beige, il marroncino. Quel che so è che è un must. Mi piace, sì, o meglio, comincia a piacermi, nel senso che appena l'ho visto ho fatto bleah!; il quarto d'ora dopo mi sono detta Mah! e adesso lo adoro. Banderuola che non sono altro, ma in effetti è un pò azzardato, dopo anni di militanza Rouge Noir, passando per il Blue Satin, approdare con leggerezza a questo 505 Particuliére che è già esaurito dovunque. Le fashion addict lo ben sanno, è così cool, così improbabile, così bon ton, così dannatamente chic. Si vedrà. Certo, il colore dà il meglio di sè sotto il tiepido sole primaverile e questo fine settimana tutto promette tranne che sole, venticello e fiori di pesco. Ma intanto, si fa una specie di esercizio, lo si guarda con attenzione, si cercano sfumature e somiglianze, sembra anche un pò mauve, a guardarlo bene, come fa a non essere bellissimo? Un oggetto del desiderio, la vera novità di questi giorni imperfetti, un cucchiaino di frivolitudine nel folle impasto di una vita frenetica e incasinata, tra figlioli e questioni, mariti illustri e amiche storneggiate come e più delle scrivente. Si prova un pochino, appena dopo la doccia, si stende con cura, su un dito soltanto e lo si guarda da lontano, la mano tesa, la faccia dubbiosa, a dire, Come Sta? Lui, il famigerato 505 Particuliére va provato nel chiuso della propria magione prima di sfoggiarlo in pubblico, eccerto, dacchè io già lo possiedo. Imperfetta sì, storneggiata anche, ma dilettante, giammai.

Preparativi.

Non è che si sta lì a guardar per aria. Non è che che si sta in panciolle, noi qui. Ce la suoniamo e ce la balliamo. Nel senso. Da qualche giorno in qua, diciamo pure un bel due settimane, noi qui, si lavora. E non solo le occupazioni canoniche di ciascuna di noi. Noi, si prepara. Si organizza. Si prenota. Si fa. Si trovano location, si stendono programmi, tentativi di agenda, si invitano ospiti e relatori, si cerca di spuntare prezzi e regalie, si scelgono menù, ci si divide i compiti, allora tu fai questo e io quello, la scrivente, la Vice detta Vais, Biancaneve, la Stilista, insomma, tutte a dannarsi per organizzare nei dettagli più nascosti quel che sarà una delizia. Noi, ci si incontra a maggio. Noi si è inventato un Camp unico nel suo genere, per ora. Noi di Cuore di Maglia si ha voglia di guardarci in faccia, di sapere chi è da Roma e chi dall'Aquila, chi da Firenze e chi da Torino. Noi ci si trova. un week end di maggio, sulle colline. Chiacchiere, workshop, regali, cose serie, anche, abbiamo voglia di mettere insieme le cose che abbiamo fatto, le cose che abbiamo fatto insieme e dare un volto a questo insieme, vogliamo fare una festa, farci un regalo, una cosa così. E poichè saremo tante, affrettatevi entro domenica 21 a prenotare qui, saranno due giorni bellissimi, ci sarà il sole, i fiori, le colline, un sacco di cose da dire e tutte noi. Pare poco?

18 marzo, 2010

La pago.

Pago le gite. Pago l'andar via. Pago il fatto che per due giorni due, e dico, solo due giorni due, non sono stata ad occuparmi della casa in collina. Cose e cose mi han portata lontana da qui, una consegna di Cuore di Maglia, per cominciare, e altre vicende, per finire. Ora, il delirio. la tempesta dopo la quiete, il dovere dopo il piacere, come si dice. Ovunque io posi il mio occhio castagna, cose da fare, da riordinare, da sistemare. Esagerata. Forse, ma non troppo distante dal vero. Pago la mia vaghezza nel ciondolare ieri, nullafacente, nel sole. Le vetrine, i tavolini fuori, persino la passeggiata verso un colorificio in periferia mi è sembrata una meraviglia. E io c'ho il passo veloce, bello deciso, mica da lumaca, sa? Pago la leggerezza, pago il mio sentirmi un pò in gita, il non guardare l'orologio, il fermarmi se mi va, andare se mi va, sfogliare duecento libri in libreria, entrare da San Carlo ad annusare tutte le candele Dyptique, e il rito impagabile del cappuccino più buono che c'è. Così, pago. E non in moneta sonante, che sarebbe così semplice. Magari. Io pago in Merito, Glassex e Folletto. Nel senso che stiro e ammiro, spolvero, e intrattengo rapporti torbidi con l'aspirapolvere. Non è gran cosa, detta così, ma quassù, nell'umilissima magione della scrivente, sembra che a stare assenti due giorni dalle domestiche faccende, il marcar visita, il prendersi due giorni di permesso giammai retribuito, sia peccato mortale. Espierò le mie colpe quest'oggi, complici i nuvoloni che si avvicinano inesorabili, stirerò e stirerò sino a farmi venire la tosse asinina, luciderò argenti e ottoni (!), spazzerò e pulirò, rassetterò e riordinerò. E alla fine, stremata nel morale e nel fisico, il ferro da stiro fulminato, un flacone vuoto e il mio amante verde finalmente zitto, mi lascerò svenire sul divano. Sventurata me.

16 marzo, 2010

Calze a pallini? Massì.

Ogni tanto, qualche volta, ci si veste pure da donna. Nel senso più pieno del termine, la gonna, per cominciare, e le calze, per finire, che sono giorni che vado in giro senza e le boccacce farò alla mia Amica delle Foto, quella che mi somiglia tanto, quella col marito figo, a dirlo sottovoce, tanto lo sanno tutti che ho fatto il patto di sangue, lo abbiamo fatto tutte, tranne forse la mia Amica della Pastiera, che lei lo sa che è lei, quella coi due figlioli più due, che cucina per reggimenti ogni volta, e per forza, i miei più i suoi fanno già un bel numero. Sì, stamattina ci si veste da donne fatte, un pò da sciure, và, che ogni tanto non fa male, un vestitino accollato, il tacco no, ancora non me la sento e poi, decisamente, il tacco si mette solo per incontri torbidi, nel caso e qualora, ma dato che qui di torbido, che il Cielo mi ascolti, un bel nulla c'è, lasciamo le scarpe da viale nella loro bella scatola e nel loro bell'armadio, che è meglio. Ma le calze, stamattina, van messe, signora mia, mi andrà mica in giro col tubino Prada e la gamba nuda, bianchiccia, nemmeno tanto tonica che ancora la sua amica Afef non ha iniziato gli allenamenti con lei, si dice la prossima settimana che si andrà a correre agli argini e io già tremo al pensiero, Afef lo sanno tutti è quanto di peggio si può scegliere per andare a correre, chiacchiera sì, ma non si ferma un secondo, nemmeno per respirare un pochino, nemmeno per bere, o mettersi la felpa o per salutare qualcuno, maleducata, lei saluta e se ne va, le buone maniere non sa neppure dove stanno, sciagurata Afef. La calza, signora mia bella, in questa primavera appena accennata ma già così bella, anche se incolore, nessun fiore, ha visto? solo quelli al mercato, nei vasini, da mettere nelle aiuole, ma la calza, dicevo, mi va a pallini. Impalpabilissima, trasparentissima, appena appena, peccaminosa ma nemmeno un pò, dipende da che parte la vuole guardare, i pallini sono discreti, danno un tocco un pò anni 30, non so bene dire come, ma mi piacciono e allora ok, vada per i pallini, stamattina. E poi, si dice che presto arriverà un regalo lassù nella Casa in Collina, una bicicletta nuova di zecca su sui sfrecciare per la città, un bel cestino di vimini, si parcheggia lontano e poi via. Così, tra Afef e la bici, ci si prepara ad un'estate bella soda e bella tonica. Per ora, calze a pallini e scarpe rasoterra. A voile, chiffon e tacco 12 si penserà poi.

15 marzo, 2010

Pavimenti Chanel.

L'efferato delitto si consumava giorni addietro, lassù, nella Casa in Collina, ma solo in queste ultime ore ne viene data notizia. Distratta son, sbadata son, non è mistero. Mi accingevo a dare una sistemata alla mia umile magione, senza voglia alcuna e con una discreta premura, in verità, dacchè qualche scellerata compagna di merende mi attendeva in città per una chiacchiera veloce e un accenno di gossip, così, per non farsi mancare niente. Ora, mi capita ogni tanto di ricevere in dono campioni di profumo non mio, così, per farmi provare, per farmi annusare cose differenti, e dato che alla Princi piacciono molto, li accetto di buon grado anche se fedelissima son ai miei profumi del cuore, ciclicamente. Ora il mio cuore batte forte per questo qui. Mi apprestavo perciò a rassettar con grazia, quando un mio sbadato gesto fece precipitare nel vuoto una preziosa mignon di Chanel n.5, disintegrandola, e rovesciando il suo aureo contenuto sul pavimento. Deve essere una moda in casa mia, disintegrar cose, dacchè il mio Sposo, sabato sera, ha ben pensato di scagliare con forza il telecomando contro un figliolo insubordinato, che, furbescamente, si era già dileguato. L'oggetto si è così infranto contro il muro e poco dopo si poteva assistere alla gustosissima scena della scrivente carponi sotto il prezioso tavolo del bis-bis-bis nonno a raccattare pile, molle e componentistica elettronica varia. Tornando a Chanel. Che fare? Mica potevo raccogliere il profumo con le mani. Mica mi ci potevo strusciare come una salamandra per cospargermi e non sprecarlo. Lampo di genio. Ci lavo il pavimento. Così, ho preso il mio attrezzo delle pulizie più cool del mondo, e l'ho pucciato con eleganza nel liquido suddetto, avendo cura di lavarci tutto il pavimento. L'apoteosi. L'inconfondibile bouquet di Chanel n.5 si è impossessato della mia casa, o almeno, di quella parte di casa, e benchè siano passati due giorni, si sente ancora, forte e chiaro. Sono certa che nemmeno Victoria Beckham lava i pavimenti in siffatto modo. E la prossima volta che l'Illustre Uno e Trino avrà voglia di dilettarsi nel lancio del telecomando, se non altro ne raccoglierò i pezzi da un pavimento impeccabile e profumatissimo. lassù, nella Casa in Collina, si fa di necessità virtù. E non è mica poco, sa?

12 marzo, 2010

Ode al Caffè d'Orzo.

Quelli che scrivono bene esordirebbero con un bel occorre fare un distinguo. Io non esordisco per niente ma dico subito che il caffè d'orzo può anche essere non liofilizzato mentre il Nescafè è per forza liofilizzato sia che sia d'orzo, sia che sia no. E già qui mi sono impasticciata. Ma andiamo con ordine. Nulla è più magico del rituale di preparare una caffettiera. Si svita con cura l'attrezzo, si riempie d'acqua fino a dove si deve, si mette il filtro, facendo strabordare un pochino l'acqua dei buchini, e questo mi ha sempre affascinato. Poi si mette il caffè senza schiacciare, orrore, si riavvita e si mette sul fuoco, pregustando il momento in cui la caffettiera farà scccrrrrscccscs e la casa sarà inondata dall'aroma . Io no. Io voglio tutto e subito. Io non ho tempo di aspettare. E poi, a dirla sottovoce, il caffè della caffettiera non è che mi faccia impazzire. Potrei fare un'eccezione per quello Nespresso, che si fa in un secondo scarso, ma ahimè, il mio gusto preferito, albicocca, lo hanno fatto solo per Natale, perciò, addio. E comunque, riservo Nespresso per i momenti della giornata in cui mi sento a terra, o quando passa un' amica in visita pastorale, o quando mi fermo un secondo e mi dico, Mi Faccio Un Caffè. Colazione, signori, qui si parla di co-la-zio-ne. E' risaputo che, nella casa in collina, ognuno si fa la colazione che vuole, sia essa un bicchiere di latte al volo, un caffè alle 6 e un altro alle 7, latte-e-cereali, latte-e-nesquick, latte-e-biscotti-e-nutella-e-brioche-e-mentre-ci-sono-anche-un-toast, ma questo è il Liceale, predatore eppure ossuto, ancora non me lo spiego. La colazione ideale della scrivente fatta è di riti ancestrali, di lentezza cosmica. Si scalda il latte nel microonde, attendendo il bip appoggiata al lavandino, solitamente sbadigliando, ma con eleganza, lo ben s'intenda. Dopodichè, un cucchiaino e mezzo, non un grammo di più, non un grammo di meno, del caffè liofilizzato di turno, ora orzo, ora orzo e caffè in magica mistura, ora cappuccino, ma già bell'è pronto, che abbronza il candido liquido della tazza, lo rende di un bel tortora carico, dacchè già dal colore posso capire che quella mattina son stordita e ne ho messo troppo o troppo poco. E poi, la terapia. Si mescola. Piano pianissimo, in senso orario, giammai il contrario, lentamente, per qualche secondo, guardando di fuori, cominciando a proferire qualche parola all'Integerrimo, che lui è già sveglio da ore, pinto e tratto e tu lì, scarmigliata e pigiamatissima, come a dire, è tutta una finta, faccio colazione con te ma poi torno beata tra le coltri. Non succede mai. Si può intendere il mio stato d'animo e il mio equilibrio psicofisico della giornata che verrà, semplicemente cronometrando l'atto del mescolare. Se dura più di 15 secondi, ahimè, tira brutta aria. Il mio caffè liofilizzato è quel che mi serve per un inizio di giornata alla grande, solo dopo averne sorseggiato un pò mi sento, benchè pigiamata, o camiciata, già pronta per il mondo, per l'umanità tutta, per i figlioli e per il Capitano, che all'alba ha già ventidue cose da dirmi. Il mio simil caffelatte liofilizzato pronto, tiepidino e non bollente, mi aspetta anche quando sono tutti usciti fuori casa sciamando festosi, e io ne ho lasciato un pò nella tazza per leggere in pace i quotidiani e la posta prima del delirio. E stamattina, la mia prima mail era un invito di nonsochi e nonsocome, VideoChatta Con Valerio Scanu. Con un invito così, deh, non c'è caffelatte che tenga.

11 marzo, 2010

Anche volendo.

Sù, sù, che non è che si sta qui a guardar per aria. Alle spalle la giornata simil-letargica di ieri, un giorno vinto alla fine, con tutti qui fiocchi e quel guardar fuori ogni dieci minuti, e anche stanotte, alle 2,22 ero lì che giravo per casa, a vedere se tutti respiravano, se tutti dormivano, se tutti erano lì nei loro letti, animali compresi, e dove dovevano essere se no, lo so, un giro di notte ogni tanto lo faccio, non sono insonne, proprio no, solo, mi sveglio e faccio un giro, così, mi dà sicurezza, mi fa sentire protetta e protettrice, riparata e al sicuro, chi me lo spiega. Oggi, hop! hop! che non è più inverno e non lo sarà più per i prossimi, vediamo, sei mesi, ma chi lo ha detto, poi, ma è bello sperarlo, di vedere finalmente quei fiorini gialli nella curva e un pò dovunque, il ciliegio fiorito o almeno con qualche gemma, accidenti, non ne ha nessuna, povero, ho già controllato, e vedere le viole spuntare tra le foglie secche. Sarà così. E' stato un lungo inverno, è stato freddo e gelo, ma alla fine, il bello e il caldo e il sole esploderanno tutti insieme e ci sarà da strizzare gli occhi per tutta quella luce, improvvisa, e tutti quei colori, abituati come siamo alla gamma dei grigi e dei bianchi e dei niente. Sarà tutto un fiorire e un cambiare e uno sbocciare e un crescere, colorare, profumare, l'azzurro del cielo e chi se lo ricorda, ma arriverà, arriverà, è una promessa, e di questi giorni pesanti e soffocati, di questi vetri sporchi e di queste orme sulla neve, e questi brividi e queste lacrime gelate, di freddo e non, nessuno ci farà più caso, nessuno ci penserà più, nessuno se ne ricorderà più, anche volendo.

10 marzo, 2010

Semovibile Saroyan.

Eccolo, alla fine. Il progetto di domenica, già realizzato il mercoledì, e t'ho detto tutto. Complici questi bei giorni di bruma e caligine e tormenta, che sembra essere finita, mentre scrivo ma non si sa mai. Così come il Malefico Mormor, il Semovibile Saroyan ha un suo perchè. E' sciarpa e scialle, è due cose insieme, due gusti, due baci, come dirlo meglio. E poi, fatto con la Noro, signora cara, è tutta un'altra suonata. Il Semovibile Saroyan si fa veloci veloci, me lo ha detto anche la Silvia e la sua Emma piccinissima, si indossa con grazia, ci si avvoltola alla bell'e meglio per andare a buttare il vetro, ma non oggi, per carità, che fuori è una coltre candida, magari domani o dopo, se la programmi questaggita alla campana del vetro, prima o poi, vorrà mica essere sommersa dai vasetti e dai bicchieri rotti? Elegantissimo, non è viola e non è verde, a tratti turchese a tratti verde bosco, una meraviglia di sfumature che lo rendono unico, e fanno coloratissimo un dieci marzo che nevica a stecca. Ma, pensò Ella, se invece di questa Noro qua, si usasse un bel cotonino leggero, magari con qualche brillo, non è che appena appena il Semovibile Scialle mi si trasforma in pareo? Shhhhhh! non mi bestemmi, signora mia, che la parola pareo, se guarda di fuori, ha il suono della peggio parolaccia. Però. Non c'ha mica tutti i torti.

Neve di Marzo.

E' neve di marzo. Inconsueta, annunciata, certo, ma fa sempre un bell'effetto. Si sbuffa, ogni tanto e si dice, Noooo, di nuovo, eppure, la neve mette allegria, a me almeno. Ne ho bisogno, sono stati giorni da cancellare, il cuore pesante, la mente ferma, la faccia grigia e gli occhi spenti, no, non ero certo un bello spettacolo, nemmeno per me. La neve di oggi mi piace, mi fa stare in pace, barricata lassù nella Casa in Collina, più in disordine del solito, in verità, ma chi se ne importa, magari oggi avrò anche il tempo di renderla più umana, alla fine. Nevica di polvere, a fiocchi leggeri e disordinati, un pò di qua e un pò di là, ma viene giù a nastro, sottile sottile, implacabile, meravigliosa. E' un giorno tutto da scrivere, oggi non si metterà il naso fuori dalla porta, se non per una passeggiata un pò da matti, fare a palle di neve è terapeutico certe volte, me lo prescrivo da me, sono io il luminare di questi stati emotivi che ho qualche volta, so bene quel che è bene (!) e quel che è male. Intanto, un caffelatte silenzioso, a guardar fuori dalla finestra della cucina, quanta ce ne sarà, non sono brava con metri e centimetri, facciamo che ne è venuta un botto e non se ne parli più, e che bello è vedere il Candido Gatto mimetizzato che fa gli agguati ai pettirossi, e questa polverina che vien giù e vien giù, le sveglie staccate, una giornata in regalo, è neve di marzo, paura non fa.

08 marzo, 2010

La Mia Mimosa.

Ne hanno comprato un mazzolino dagli ambulanti lungo la strada. Lo hanno pagato a mezzi, contrattando sul prezzo, 2 euro al posto di 3, mamma, il Liceale è imprenditore nato, da qualcuno avrà pur preso. Non hanno molti soldi in tasca i miei figli, mai, e perlopiù monetine, resti non restituiti, o pescati nel vaso dell'ingresso, per la merenda a scuola. Sono arrivati col loro mazzolino, L'Idea è Stata Sua, ha detto il Giurisprudente con quella faccia da bello e dannato, Adesso Però Non Ti Mettere a Piangere. Non piango no, e io la mimosa non me la sarei comprata mai, e figuriamoci vostro padre che queste cose proprio non le sopporta, e solo mio nonno, anni fa, arrivava con la mimosa per me e per le sue figlie, ma è passato così tanto tempo che nemmeno mi ricordavo alla fine. Siete arrivati voi due, miei figli maschi, per vostra sorella e per me, un pensiero dolcissimo, due mazzolini di un bene che si tocca, che si accarezza guardandovi, io, fiera di come siete, fiera del vostro modo maturo di essere ragazzi, fiera di questi occhi e di queste braccia che mi stringono, di questo vostro amore per me, di questi baci e di questa barba che pizzica, fiera e felice di questa sorpresa, di questa attenzione tenerissima, un prezioso mazzolino di mimosa, il più bello del mondo, 2 euro invece di 3, dall'ambulante lungo la strada.

07 marzo, 2010

Vado di Saroyan.

Ogni domenica che si rispetti, nella scellerata casa in collina, porta con sè almeno tre cose: spignattamenti, letture, compulsive o meno, e progetti di knitting. Fuori la tormenta. Dentro, La famigliola tutta riunita, sparsa, esplosa nelle varie stanze, il Capitano Stubing bloccato da un feroce mal di schiena che lo ha fatto mestamente rinunciare ad una delle sue gite nel Mar dei Sargassi, programmata a brevissimo. I figlioli pascolano bellamente, salgono sù , sulle sudate carte, disfano valigie, singhiozzano pensando alla Biondina Non Più Biondina partitita in missione nei Carpazi, ripassano brani di Schumann, e via così. La scrivente nicchia e cincischia, l'Amica delle Perle l'ha ripresa stamani al telefono, Scrivi delle Robe Inquietanti, Checcè? Ma niente, che c'è, un bel niente e un bel tutto, lo sanno anche i sassi che ogni tanto dò di matto. Mi salva la mia casina in collina, il mio scrivere e la maglia. Già. Quest'oggi infatti, m'è punta vaghezza, come mi piace questa espressione, di fare un Saroyan. Uno schema non proprio facilissimo ma proprio per questo adattissimo alla bisogna. Non ci si può distrarre, si deve stare concentratissime, a gambe incrociate sul divano, a ripetere in inglese perfetto purl two, slip slip knit, make one left e cose del genere, una specie di mantra che aiuta. Aiuta a non avercela col tempo da Dottor Zivago che c'è fuori, a sorridere ogni tanto, a chiacchierare amabilmente ma solo nelle parti dove non si ha da contare, ad assistere con solerzia e condivisione l'Illustrissimo Uno e Trino, che ha un faccino sofferente e l'espressione mesta, Deh, Guarirò? Gli uomini son così, non ci si può far nulla, se non accudirli e coccolarli nel loro letto di dolore. Se hai bisogno di qualcosa, qui sono. Ma a giri alterni, please, che se sbaglio il Saroyan, disfarlo è un delirio.

06 marzo, 2010

Il sole falso.

Sono in còllera. Con questo sole falso e rabbioso, che si pavoneggia e fa così il figo e ti fa vedere le montagne da lontano e ha lucidato il cielo, colorato col pennarello azzurro scuro, faccio finta di niente, non durerà, non mi ci voglio affezionare, domani nevica, lo sanno anche i sassi, anche lui non è qui per restare. Sono in còllera, con questo sabato che non decolla, che è un sabato di attesa, il JuniorIng che riederà solo stamattina, il Liceale in gita scolastica che riederà invece questa sera, è un attesa gradevole, ma mi fa sentire un pò sguarnita, Napoleone senza soldati, come dire, anche se in grazia di Dio sono quei venti cm più alta e sono decisamente più belloccia. Ma chi può dirlo alla fine, magari era un figo da cinema e ha solo beccato il pittore sbagliato che l'ha ritratto male. Farnetico, lo so. Questo sole scivoloso mi rende inquieta e insofferente, che hai da guardarmi così? che m'importa se sei lì e potre andare in collina e sfondarmi di camminare e camminare fino alle rose, fino all'alloro, fino in paese, addirittura, passando dal sentiero, ma c'è un tratto sotto gli alberi dove tu non arrivi e ci sarà fango e fanghiglia, e pozzanghere e freddo, non mi ci azzardo, non stamattina, che ho ancora il pigiama a righe che mi sta largo e la maglia di NewYork, chi ne ha voglia di vestirsi e uscire fuori, non chiamarmi, sole, non verrò, non mi becchi stavolta, hai mai provato a prendere i pesci rossi dalla boccia, sembra che e invece no, ti scivolano via, ti guizzano dalle mani, non si saprà mai se son furbi loro o scema io, non si prendono i pesci rossi con le mani, nè dalla boccia nè dalla fontana alla stazione, dove vanno a finire tutti i pesci rossi vinti al tirassegno, e diventano squali rossi perchè mangiano di ogni, patatine, noccioline, merendine dei bambini che arrivano fin lì col nonno a vedere i treni. Resto qui, sole falso ed effimero, domani sarai già via, inutile innamorarsi di te, scivolerai, ti nasconderai e mi fari la lingua, lo vedi? c'ero e non ci sono più, sei più furbo di un pesce rosso, più scemo di me, ancora non so.

05 marzo, 2010

Potevo esimermi?

Ma certo che no. Potevo forse lasciarli nel negozio di Caterina? Certo che no. Potevo forse dire Belli sì, ma Non Fanno Per Me? Ma come. Questi sono i miei. Le mie. La mia. Il mio. Ecco, il mio va meglio. Perchè infatti, quello raffigurato lassù nient'altro è che...un auricolare. Giaggià. Ci si può sentire in tutta scioltezza, correndo nella bruma, nella neve, nella tempesta, la propria musica dal proprio iPod. Oppure, ci può collegare il BlackBerry e ciaccolare con grazia, avendo però le orecchie bene al caldo e non avendo alcuna tema di beccarsi un'altra multa per Guida da Oca Chiacchiericcia Senza Auricolare, è così che si chiama. Il fatto poi che sia knittato in lana morbidissima e foderato di una specie di peluche lo rende unico nel suo effimero e frivolo genere. In casa mia han detto Adìo, come dicono di solito quando compro qualcosa di improponibile, ma la Princi lo guarda già con aria rapace, Che Bello Mamma. Giaggià. Lo userò per pascolare i cani in collina, nelle fredde mattine di marzo, nel ventaccio of the fork che c'era quest'oggi, nella neve che ci sarà domenica. Ci andrò a correre, dovrò ben ricominciare prima o poi, e non avrò paura di buscarmi il mal d'orecchie, ben protette esse saranno. C'è da sperare che faccia ancora un freddo becco per un pò, così lo potrò per ben sfoggiare, anche sul corso, epperchennò. Felice di questo frivolo acquisto, stasera lo mostrerò al mio Amico Artista, e so già che commenterà Dove C'è Gusto Non C'è Perdenza. E io lo adorerò, seduta stante.

04 marzo, 2010

Il cuore con l'elastico.

Ci si sforza a dare un nome alle cose, catalogarle e definirle, sono questo, sono quello, questo mettilo lì, l'altro spostalo di là, incasellato per bene, definito, si sa cos'è. E' il business, bambina, sono i casi della vita, il destino, le cose, i sentieri che il Cielo ha tracciato per te, l'esistenza stessa. Che importa se il mio cuore và in pezzi e si frantuma e si sfascia, e nemmeno lo sento battere più, non come quelle volte che impazzisce, adesso è lì, sembra sonnecchi in un angolo come fa il gatto, ma non dorme mica, è che non respira e non si muove, sta lì e basta. Sono passata da un posto dove ce l'ho lasciato, il mio cuore, un pezzo di me, un pò della mia storia, ognuno di noi se ne porta appresso una, di storia, e se la inventa ogni giorno. Ho lasciato il mio cuore in questo posto e adesso sono qui e mi sento estranea e a casa, e ho un magone così forte che non riesco a fermarmi e non mi fermo infatti, è come se all'improvviso tutto si fermasse, e non ricordo nulla e ricordo tutto, ogni quadro, ogni angolo, ogni singola mattonella scheggiata, e di scheggiato ora ho solo il mio cuore che non ne vuol sapere di venire via con me e vorrei un cuore con l'elastico per riportarmelo via, me lo legherei per bene al polso, come si fa coi palloncini e coi bambini, e io che bambina non sono, ho sola voglia di uscire di qua e alla svelta, che m'importa della storia che ho scritto qui e di tutto quello che qui dentro è successo, delle puntate della mia vita che ho registrato qui, è un film che nessuno vedrà mai, ma adesso fatemi andare, fatemi andare via che mi è scaduto il tempo, ho finito l'aria dentro al serbatoio, vado via e non so nemmeno se mai ci tornerò, un cuore con l'elastico ma l'elastico si è rotto e il mio cuore, forse non tutto almeno un pezzo, è rimasto qui, nascosto sotto una mattonella scheggiata.

03 marzo, 2010

Un giorno così.

Si guarda dall'alto. O almeno si cerca. E' talmente deprimente, così assurdamente brutto e triste guardarlo bene, che si cerca di essere in qualche modo distaccati, elevarsi, nel senso figurato del termine, anche. Ci si appollaia su pensieri discreti, si cerca di non perdere il filo, il lume della ragione, il sentiero, la pazienza, quante cose possono perdersi in una volta sola, e in un momento, mi ha sempre affascinato la differenza fra perduti e persi, intatti eppure distrutti, perfetti eppure mancanti, che bello giocare con le parole, dare loro un senso diverso da quello che hanno in realtà, liberarle, aprire il cancello e dire, Bene, Da Oggi Tu Significhi Questo, non sarà per sempre, solo per un pò. E' difficile da capire, non me lo spiego nemmeno io, è un concetto che so bene e che ho chiaro, ma lo capisco io sola e lo tengo per me. E' un lento pomeriggio, come tanti, da tanto in qua, è un pomeriggio che non và via, ti si appiccica come la colla, l'odore della candeggina, i peli del gatto, è un pomeriggio che non suona, non ha colore e non ha sapore, non ride non balla, non fa nulla, è un pomeriggio fatto a matita, di plastica, farlocco, di latta, di cartone molle lasciato alla pioggia e sfasciato, di un fazzoletto di carta disintegrato in lavatrice. Lo si guarda da qui, si cerca il sentimento nelle cose più semplici, si è fatta una torta di mele, solo per avere il profumo in casa, è così buono il profumo della torta di mele, ce l'avevo anche spray, una volta, ma non era la stessa cosa. Guardo dall'alto questa roba che scende dal cielo, il giardino stanco, e stanca forse mi sento anche io, e non lo dico mai, non sopporto quando chiedo ComeStai? SemprediCorsa, mi dicono a volte, ma che risposta sarà mai, essere di corsa non è stare, come stai tu, che cosa senti, che cosa vedi in un pomeriggio del genere, se pensi anche tu che a farti un caffelatte e mescolandolo piano ci si possa forse sentire un pò meglio, se magari tra un pò avrai anche il tempo di fermarti e fare in modo che il di fuori non combaci col di dentro, e che la tua anima resti a colori, intatta e ciarliera, e la tua risata suoni e i tuoi pensieri escano fuori selvatici e veloci, non rattrappiti e legati, e stropicciati come tenuti troppo in tasca e sgualciti e rovinati per sempre, fai attenzione ai brutti pensieri, bottiglie rotte e carta vetrata, quelli belli invece vanno incartati per bene, lucidàti ogni tanto, tenuti nella vetrinetta in salotto, e non importa se il salotto nemmeno ce l'hai e figurarsi la vetrinetta, tu consérvali e non lasciarti abbindolare, ripàrali e proteggili, sorreggili e correggili, qualora il caso, può succedere di tutto in un giorno come questo, appiccicato di foglie bagnate, lento e immobile, che non ha suoni e colori, che non ride e che non balla.
tumblr.la douleur exquise.

02 marzo, 2010

Colori.

Sì, ne ho voglia. Di colori a manciate, ne ho la nausea di nero e di grigio e di calze e di maglioni e maglioncini. Ho voglia di colori acidi e diversi e pastello, anche, sarà questo sole romantico, questa luce che c'è, si dice che domani pioverà di nuovo e per settimane, ma oggi chissene, alla fine. Ho girato il divano dall'altra parte, per vedere meglio di fuori, non so se ad est o ad ovest, l'ho girato di là e basta, ogni di là ha un di qua, che si chiami est o ovest, o sopra o sotto, è solo una convenzione. Filosofia spicciola. Spesa fatta, il Povero Orfano Frigo era vuoterrimo, deserto, assolutamente lunare, tristissimo. Ora, sorride beato anche lui, ben rifocillato, rimpinguato a dovere dalla Vivandiera che sento di essere, qualche volta, la spesa è roba da donne, si chiudano le orecchie le femministe all'ascolto, sembra che comprare un etto di prosciutto e sei uova causi danni cerebrali irreversibili agli abitanti di sesso maschile della Casa in Collina. Che sono la stragrande maggioranza, se si escludono i due cani, femmine, e il gatto, transgender. La Princi ed io ben lo sappiamo, e incassiamo con eleganza. La voglia di colore si specchia anche nella spesa, ho comprato mele Fuji rosse e verdi, acquistato ogni forma di biscotto solo per avere due tazze panciute bianche e verdi e azzurre, per farci colazione, per metterci le penne, le viole quando ci saranno, il rametto dell'alloro vicino alla radio della cucina. Il sole quieto che c'è fuori, il verde timido dei prati mi dice che non è qua per restare e che non durerà. Che m'importa alla fine, è bello guardare la luce che 'è ora, qui e adesso, e quel che sarà domani, che sia, se ne ha voglia, io qui sto, a tutto c'è rimedio, financo al bug della Playstation 3, colori, sì, laverò tutte insieme le coperte della sera, quelle per guardare la televisione, e le stenderò in terrazza, modello Ponticelli, per il solo gusto di aggiungere colore a colore, certo il sole non le asciugherà, è ancora troppo pigro, mi sa, ma sarà bello vederle lì fuori, e alla luce di questo mi sa che il bug della Play3 non ha risparmiato nemmeno me. Mi sa proprio, mi sa.
tumblr.la douleur exquise

01 marzo, 2010

A casa.

E alla fine sono a casa, due giorni di piccola vacanza, di una Roma calda e primaverile e lenta e caotica, rumorosa e silente come solo Roma sa essere, e così bella, sempre. Torno a casa, che tanto c'è da fare, altro che stare in giro a fare la scema, ma quale scema, ho incontrato persone così speciali, donne così belle, che siamo state a parlare delle ore, a prenderci sottobraccio e a ridere come fossimo cognate ad una festa, hanno attraversato per me il traffico e la città, mi hanno accompagnato nei deliri delle strade, fatto piantine su fogli giallini a righe, per paura che mi perdessi, chiamato poi, per sincerarsi che non fossi finita chissaddove. Torno a casa, dopo la Rai e dopo il sole, torno qui, se la sono cavata così bene ma hanno una specie di muso verso di me, sei tornata? ah, bene, ma nessuno di loro ha voglia che me ne vada ancora, eppure forse succederà, non subito certo, ma succederà, per poco, certo, ma succederà. Non sono convinti, non la sono nemmeno io, e mentre mi giro nella testa la lista delle cose da fare e realizzo che nessuna di queste mi piace almeno un pochino, che avrei da scrivere e da leggere e da organizzare quel Camp di cui si parla da un pò, e forse, da organizzare per bene e daccapo c'è soltanto il mio frigorifero, la mensola del bagno, il cassetto dei rossetti e tutta la mia vita, penso a come mi sento, opaca dopo aver brillato, ferma dopo aver corso, impantanata dopo aver volato.