30 novembre, 2006

Figlio del cuore.


Sì lo so che non è niente e che lo fanno tutti i calciatori. E che nemmeno gli faranno l'anestesia totale e che non sentirà male, me lo hanno ripetuto in mille, solo un pò di fastidio dopo e la lagna della riabilitazione, il tutore eccetera. Un intervento al legamento crociato, soprattutto se fatto da un luminare, oggi rappresenta un inghippo paragonabile all'estrazione di un dente suppergiù. Ma non è questo. E' che io non distinguo. Il mio cuore non distingue. Che di figli ne ho avuti tre e ne ho vinti altri due, e che questo, questo qui che ha 21 anni e mi abbraccia stretto come ne avesse 7, come quando era un bimbetto sdentato che non sapeva se guardarmi con ammirazione o con sospetto, quando gli insegnavo a disegnare le fragole coi puntini, nei week end in cui stava col padre e quindi con me, questo ragazzo che è un uomo, oramai, che studia da ingegnere e che si siede in cucina a parlare con me, che mi chiama Là e che racconta, non molto in realtà, ma che so da come apre la porta se qualcosa gli è andato storto, questo figlio acquisito che non è un "astro", suffisso bandito nella nostra famiglia, che mi dice Parla Tu Con Papà, e mi scrive nei post it Grazie e io ci piango come una scema, che conservo ancora quella melanzana salterina che mi ha regalato per la festa della mamma dieci anni fa. A lui, che stamattina ho fatto ridere sulla porta con le mie stupidaggini alle 6 del mattino, che aveva un pò paura ma non lo dava a vedere, ma sa che io so, a lui vorrei mandare, adesso, il più stretto dei miei abbracci, quelli che scaldano e danno coraggio, anche se è grande e sa che non è niente e che domenica sarà già qui, a casa, a casa sua. Non sono sua madre, ma da undici anni è come se. Il cuore non distingue, se i figli vengono dal cielo o dal mare. E i figli del cuore, col cuore, lo sanno.

29 novembre, 2006

Il cappotto di astrakan.


Maccerto, non è mica di astrakan, non sono mica scema, e poi, sotto il sole turco, ma mi volete dire chi se lo mette l'astrakan? Era solo così, per vezzo, perchè mi sembrava un bel titolo, rubato alla storia della cinematografia italiana, e per giunta, girato a Pavia, la città dove sono nata. Ma passiamo oltre. Vi era mai capitato di vedere un papa col cappotto? A me no. Certo, fa la sua figura. Da che mi ricordo, e io di papi ne ho visti 4, da Paolo VI in giù, passando da Papa Luciani e giungendo a Woiytila, per poi approdare a Ratzinger, nessun pontefice aveva mai osato tanto. Avevano il loro bel vestitino candido, magari osavano un cappellino o una giacca a vento quando erano in vacanza, ma nelle visite ufficiali mai. Si vede che non ho guardato bene. E dire che io della figura papale ho sempre avuto un pò soggezione, da quando, giovinetta e militante di Azione Cattolica, mi sono recata in visita alla Basilica di San Pietro e ho incrociato gli occhi di Paolo VI, che passava nella navata centrale e guardava proprio me. Avevo 13 anni, creatura, ed è stata una grande emozione, che ancora ricordo e porto con me. Ho traslato quindi su tutti gli altri la stessa aura di santità, come è giusto che sia, pur non avendoli mai visti così da vicino. Solo Ratzinger all'Angelus, lo scorso anno, nei primissimi giorni del suo Pontificato. Su di lui si è detto molto, ovvio, fatto vignette satiriche e al limite del blasfemo. Io non farò niente di tutto ciò. Mi proprongo solo per un piccolo regalo. A lui, nessuno farà nulla per il Santo Natale, no? Magari padre George arriva con una scatola di cioccolatini, ma, povera Santità, nemmeno un pacchettino da scartare per indovinare che cosa c'è? Così mi è fulminata l'idea che vado ad esporre: una bella sciarpa, fatta ai ferri, magari di un bel rosso ciliegia (rosso cardinale no, non va mica bene, non lo vogliamo mica far retrocedere di grado), che ben si intoni alla scarpina Prada che sfoggiava scendendo la scaletta in suolo turco. Che poi, curiosamente, nelle immagini del Tiggì, si è intravista l'interprete ed era proprio lei, Serra Yilmaz, l'attrice turca preferita da Ferzan Ozpetek, quella de le Fate Ignoranti e La Finestra di Fronte. Ma non divaghiamo. Eravamo rimasti alla sciarpa rosso ciliegia. Secondo me sarebbe gradita al Pontefice. Con tutta quell'aria che si prende da quella finestra, signora mia, con tutte stè bronchiti che ci sono in giro, non sarebbe meglio si coprisse un pochino, il nostro caro Benedetto? O, in alternativa, se l'idea della sciarpa fosse troppo come dire, plebea, si potrebbe ricamare su una tovaglietta di lino per le colazioni,il suo nome, abbreviato però, che per intero è troppo lungo e non ho tempo, con tutto quello che ho da fare. Basterebbe "Ben". Come dice? Ricorda troppo la Petacci? Meglio di no, allora. Non mettiamoci nei guai. Facciamo così, firmo anche io il bigliettino di Padre George e chi si è visto si è visto. Speriamo solo che la cioccolata non gli faccia male.

28 novembre, 2006

I ricami di Natale.

Si fa così. Si acquistano una serie di matassine, che tanto in casa ne hai già millecinquecento, frutto di 17 anni di ricamo, ma non quel verde lì e non quel rosso lì, e poi, vogliamo parlare di quelli metallizzati, mooooolto natalizi? Poi, si fa una rapida cernita di schemi, sia quelli già in possesso che quelli acquistabili via internet (un vero attentato). Successivamente si stila un elenco dei regali da fare, giacchè quest'anno ti è solleticata l'idea di fare tutto da te medesima. Giusto, non hai niente da fare e passi i tuoi pomeriggi a metterti lo smalto e sbadigliando guardar fuori. L'elenco degli eletti è mostruosamente lungo, il tempo per eseguire le tovagliette da colazione, i famosi strofinacci e altre corbellerie, impietosamente ristretto. Che fare? Organizzarsi è la parola d'ordine. Si allestirà un graziose cestino con all'interno tutto l'occorrente, forbicine a gabbiano comprese, e si vivrà inseparabili da lui fino al compimento di tutte le Grandi Opere progettate. Il che significa che, fino all'antivigilia, ogni mezz'ora che di solito viene dedicata allo svago, sarà testè occupata dall'arte ricamatoria. D'altra parte, non sono nuova ad esperienze del genere. Già con le bomboniere del cresimando avevo ricamato nei luoghi più improbi e alla fine il risultato è stato davvero grandioso. Per le Opere in progetto manca solo una cosa: l'ispirazione. Forse è troppo presto, ma quest'anno lo spirito natalizio non si è ancora posato sul mio bel capino, e al solo pensiero dell'affanno e degli auguri e del BuonaFineEBuonPrincipio mi viene la tosse. Ma, signori miei, non perdiamoci d'animo. La pace natalizia arriverà, tra borsellini vuoti e suocere da sopportare, tra arrosti venuti male, e regali da sbattere fuori dalla finestra, tra Capodanni da suicidio collettivo e maionesi impazzite. E ci si sentirà veramente in pace quando si potrà dire, bene, anche quest'anno ce lo siamo tolti di torno. Ma fino ad allora, un pò lo ameremo. Tanto vale cominciare da subito.

27 novembre, 2006

Passa.



Passa la pioggia, il freddo e le patate nello schiacciapatate. Passa il tempo, la febbre e la tosse, la stanchezza, passa il mal di testa e la paura. Passa il bruciore agli occhi, il male di una storta, il rosso di uno schiaffo. Passa la domenica. Che è stata bellissima, fino ad un certo punto, e che poi mi è scappata di mano e si è rotta, disintegrata in mille schegge, non sapevo proprio di avere domeniche di porcellana finissima, come le tazzine. Fortuna che durano un attimo. Ci si mette poco a scopare via i cocci, si raccolgono con la paletta, si cancella tutto e via. Si resta solo come intorpidite il giorno dopo, convalescenti, ecco, un po’ stordite, dispiaciute, anche, per aver sciupato qualcosa, come quando si rovina una maglia in lavatrice, o si scolorisce un tovagliolo con la candeggina, non sarà più uguale agli altri, che peccato, un servizio così bello. E allora ti dici che solo chi è capace di grandi amori e di grandi comprensioni, e di grandi affetti travolgenti e assoluti, è capace di grandi collere e grandissimi rancori, seppur brevissimi. E questa cosa fa di lui un essere speciale. Che importa se qualche volta frantumeresti la sua testa come la tazzina di cui sopra, che proprio diventa sordo e cieco e non vuole né ascoltare né parlare e tu vai in bestia e lo legheresti ad una sedia, imbavagliato, bene, adesso mi ascolti, e lui no, testardo e cocciuto come tutti i suoi figli, ecco da chi hanno preso allora. Ma che si deve fare, l’amore è porcellana e seta pura, cristallo di Boemia e di Murano, cachemire a mille fili e champagne millesimato. E l’amore, ma che ve lo dico a fare, no che non passa.

26 novembre, 2006

Fiocco rosso.

Mai più senza. Il corteggiamento è stato lungo, ma alla fine, LUI, è mio. E per sempre. Una specie di matrimonio, io vestita carina, jeans aurei e magliettina smilza. Alla ricerca di una ricetta per la nostra prima sera insieme, che potesse essere davvero indimenticabile. Viola, in sovrappiù. Deliziosi muffin ai mirtilli, un impasto di un colore da perdere la testa, ci avrei pitturato anche la candida parete di fianco, se avessi potuto, un punto di viola signora cara, che era un amore. Letta la ricetta su Kitchen, una rapida verifica degli ingredienti con la testa infilata ora nella dispensa ora in frigorifero, un figliolo che mi dettava e la Princi che aiutava, lesta e felice di questo nuovo giocattolo che troneggia da sabato sul ripiano della mia cucina, con il filo arrotolato e fermato con un fiocchetto di velluto, un elettrodomestico che ha un che di umano, che guardiamo ogni tanto come si guarda un parente stretto, un nuovo nato, un cucciolo appena arrivato. I muffin, buoni. Gustati per la prima colazione di domenica. Quando sono scesa ho guardato per bene che ci fosse ancora, e che avesse passato la notte tranquillo, nella nuova casa, fuori dal suo imballo e dopo quel lungo viaggio. E che nessuno si fosse intrufolato, nottetempo, per trafugarlo e strapparlo alla sua nuova famiglia. Fidarsi è bene, signora mia, e a pensar male si fa peccato, ma conosco due o tre individue (si può dire?) che farebbero carte false per averlo, nella loro casa arancione, o nel palazzotto, o nella dimora montana. Perciò, lo blindo. E' vero, faccio peccato, ma a pensare male ci prendo sempre. Non fa così anche lei?

24 novembre, 2006

Friday.


Ci si è vestiti un pò a caso. Non cosparsi di vinavil e rotolati nell'armadio, ma quasi. E' una piccola libertà che ci si concede, a fine settimana, un gesto di grande menefreghismo e che dà un senso di libertà, come a dire, ok, sono qui ma da domani non ci sono per nessuno. Il bello delle settimane frenetiche è che si inizia il fine settimana già dal venerdì mattina, scegliendo un jeans sobrio e un maglioncino, e niente tacchi e tailleur. Già in relax. Stasera, Grand Soirée con la picci, che è agitata da una settimana e che mi ha chiesto venti volte se sapevo la strada, non fidandosi del mio esiguo senso dell'orientamento. Ha ragione, creatura, ma mi sono preparata. L'aspetto positivo dell'aver avuto 7 giorni da miniera è rappresentato dal fatto che si diventa un pò bradipi, si ha voglia di nessuno o di pochissimi, di mangiare quando capita, cucinare forse, un film, perchè no. Niente vetrine e niente centro. Nulla o quasi. E niente potrà il tempo, che piova pure, che geli, che nevichi, se vuole, nulla ci smuoverà. Il fine settimana è tutto lì da disegnare, un gessetto e una lavagna, di quelle enormi e girevoli, quelle dei castighi, che dietro avevano scritto le cose più turpi, a quadretti da una parte e senza niente dall'altra, dotate di cancellino di feltro, rotondo a forma di frittella, che ci si tirava all'intervallo. Oh, yes, grande invenzione il venerdì. Peccato non conoscere Leopardi di persona. Gli avrei detto due paroline.

23 novembre, 2006

Diamo a Cesare...


...la ciambella col buco, o la moglie ubriaca, a piacere. E' tardi, lo so, anzi è presto, troppo presto, ho i pantaloni di velluto e la maglia del pigiama e devo schizzare via, tra pochissimo, i figlioli già a scuola e io a Milano, il mio sposo già via, con i suoi progetti e i suoi sogni che, stamattina, prenderanno forma e colore e dimensione e si potranno vedere e toccare. E' una mattina di colori lucidi di pastello, in un cielo di vetro e di cotone, non so bene, che buffi gli alberi gialli e rossi, come capovolti in una latta di colore e poi scrollati, per farli asciugare, ma lo sai che così le foglie cadono? Ho pochissimi secondi, giusto il tempo per raccontare, a queste Fragole che ormai che amo come se fossero vive e mie, del mio corso di cucina di ieri sera, che mi esalta e mi fa bene, mi fa sentire come se costruissi qualcosa, non so bene, se imparassi cose solo per me e non solo per me, è difficile da dire, ma so che un pò si capisce. Pochissimi secondi. Ma, Cielo, questo non è mica un blog di cucina, il blog di cucina ce l'abbiamo eccome, anche se di cucina si parla poco e si danno gli ingredienti e le dosi in ordine sparso e creativo, qualcuno mi ha detto che bisogna prima tradurle le ricette, per realizzarle, ma che ci fa? Racconterò presto su Santa Polenta le vicende di ieri sera, le tagliatelle, il nonnino, i miei compagni, la mia Amica, le crepes bruciacchiate e la Maestra. Non qui. Santa Polenta potrebbe offendersi. Così, ora corro verso il grand Milan, corro si fa per dire, ci sarà la fila e arriverò in ritardo, ma potrò mettermi il gloss nello specchietto, sentire la musica a palla, ripassare un pochino le cose da dirsi e fuori avrò un cielo di vetro e di cotone. E allora andrà bene.

22 novembre, 2006

Si va.


Si sa. Il mercoledì, è giorno di scuola. Di cucina, intendo. E di giornata libera, di scialo pressochè totale, non prima aver preparato la cena di stasera, non sia mai che gli infanti e lo Sposo muoiano di stenti senza neppure un tozzo di pane nero per combattere i morsi della fame. Così, si va. Seconda lezione di cucina, stasera, signora mia, i primi. Dettagli, domani, o qui o su Santa Polenta. Che mai, nemmeno dopo questa scorpacciata di sapere culinario diventerà un vero blog di cucina. mai e poi mai. Del resto, signora cara, c'è chi nasce cuoco e chi portinaio. E chi regina. ma che glielo dico affare!

21 novembre, 2006

Soirée.


E' una sera normale. Una casa normale, una famiglia normale o forse non proprio, ma chiassosa e colorata, impegnativa e bellissima. Si è cenato tardi, con le tagliatelle comprate al volo rientrando dalla piscina con la picci. E i mandarini biologici. E un quadretto di cioccolato fondente, mentre si chiacchiera attorno al tavolo, la gita, l'insufficiente di matematica, le 30 vasche, mi serve un paio di jeans nuovi. E mille cose. Il cane russa sotto il tavolo, si sa, non è una principessa, nonostante l'alto lignaggio, si siede male, rosicchia ogni cosa e russa. Ma è deliziosa. I gatti sono sparsi, Philadelphia dorme beato sul cuscino che ha eletto sua dimora personale. E quando tutti tornano nelle loro stanze a ripassare, a guardare la tv o a disegnare, si rimane sul divano, a chiacchierare, a non dire niente, a scrivere o leggere o a pensare, c'è un gomitolo di lana infilzato su due ferri, un libro, Olive Comprese, che vorrei finire, la posta da aprire, due cose da firmare. Non farò niente. Starò qui, a coccolare con gli occhi le cose che ho intorno, a fare un inventario, si fa sempre a fine anno, no? delle cose che ho stasera e a concludere che nessuna, nessuna, nessun'altra al mondo mi serve, adesso. Sprofondata nei cuscini, qualcuno chiede piove ancora? e chi lo sa. Il lusso vero è considerare che non ci importa nulla, che piova pure, se vuole, siamo qui, le gambe incrociate, i calzettoni a righe, la maglia di Topolino e una pace diffusa. C'è profumo di burro e di pino, per via di quelle goccine della farmacia che ho messo nel diffusore. E silenzio. Un telefilm al piano superiore, sommesso e discreto, ogni tanto una risata, vocina di zucchero o vocioni da uomo fatto, a scelta. Nient'altro serve. Ci si potrà anche regalare, tra una mezz'ora, una coperta leggera e un cuscino più morbido e leggere un poco, con lentezza esasperata, sapendo che magari, gli occhi si chiuderanno piano, nel calore che c'è, la giornata è scivolata veloce, che rara soddisfazione addormentarsi sul divano, un pò barboni un pò prìncipi. Il cuore sorride, lo si sente se lo si ascolta bene, sorride di una serenità semplice e ricercata, banale eppure rara, scontata eppur perfetta. La sera, in una casa qualsiasi, in una famiglia qualsiasi, è un magico senso di appagamento e di immortalità, di soddisfazione e di silenziosa felicità. La stessa che fa di un barbone, un principe.

Come se avessi accettato.

Alla fine, ha rinunciato. Sarà un'altra delle storie irrisolte di questo splendido, buffo, assurdo, meraviglioso, spietato Paese. Dove dall'America vengono per sposarsi in un castello ritagliato da un libro di fiabe, e pazienza se si dimenticano di invitare il Sindaco. Dove gli studenti di un liceo possono in tutta scioltezza allagare la scuola causando milioni di danni senza avere la minima conseguenza. Dove devi stare attento a non sbagliare bagno. E a non essere sommerso dai rifiuti. E a non fare telefonate torbide. Dove se sei rampolla di una famiglia di albergatori di lusso puoi spiaccicare due parole incomprensibili in uno spot per la 3. E prenderti gioco di tutti. Dove se fai la maestra puoi prenderti la licenza di fare educazione sessuale con lezioni di laboratorio e puoi legare i bimbetti con lo scotch se ti disturbano, in fondo, facevano un chiasso! Questo è il mio Paese. Non meglio e non peggio di altri. Guardo pochissimo la televisione, leggo i giornali sul web, non ne posso più di Porta a Porta, Matrix e altri capolavori. Prego solo per quel bambino. Non che abbia giustizia, che si trovi il colpevole, che qui e che là. Che abbia nuvole a sufficienza per giocare a nascondino. E che impari ad andare senza rotelle. E a giocare a pallone, lì dov'è. E che ricordi il volto della sua mamma, mentre cucina, si pettina o fa il caffè, mentre lo cambia o fa la spesa. Nient'altro.

19 novembre, 2006

Adesso, è Natale?


Personalmente, a vedere le luminarie e gli auguri e le luci natalizie già dai primi di novembre, mi mette una leggero e neanche tanto vago senso di nausea, con qualche capogiro. Considerando che non aspetto un altro bambino, direi che ho già dato, devo ricondurre questi semplici sintomi alla convinzione che i festeggiamenti e i preparativi andrebbero iniziati all'unisono l'8 di dicembre, col ponte dell'Immacolata. Prima di tale data, nessun lustrino, nessun nastrino, nessun abete e nessun Buon Natale dovrebbe comparire in giro, pena multe salatissime. Perchè, diciamola tutta, quando arrivano i giorni di festa tu ne hai già una noia mortale, hai presenziato a una dozzina di cene e aperitivi, accumulando una quantità indegna di calorie, la sola parola "salmone" o "vol-au-vent" ti provoca conati di vomito che nulla può la Citrosodina, hai speso una cifra invereconda in regali e regalini, hai detto circa 30 volte che no, per Capodanno ancora non avete organizzato niente e farete tutto all'ultimo minuto, ti sei, come ogni anno, imbufalita con la tua famiglia d'origine che avranno evitato casa tua scambiandola, come ogni anno, per il laboratorio dove è isolato il virus del vaiolo, e chi lo sa, magari si rompe un'ampolla. Le vacanze di Natale mi piacciono solo perchè si fa l'albero e sono così fiera del mio albero Zen, recuperato sulla spiaggia lo scorso anno e decorato in modo improbabile e moooooolto chic. Mi piace perchè c'è odore di mandarino e rumore di pacchi scartati e la sceneggiata per Babbo Natale che per la picci arriva ancora e passa dalla finestra e stropiccia la tovaglia e mangia i dolcetti e prende le carote per le renne. Mi piace per la musica, mi piace per le sorprese, per la neve, qualora, per il camino acceso e le candele dovunque. Odio gli sms di auguri la sera della Vigilia, odio le mail di auguri, odio le poesiole idiote, e i disegni di Santa Claus in pose erotiche, me ne sono arrivate a dozzine, l'anno scorso, anche da insospettabili commercialisti, che mi hanno lasciato di stucco. Odio i regali sbagliati, quelli che si vede lontano un chilometro che non ci hanno pensato nemmeno un pochino, a te, o, peggio, che è un riciclo bello e buono. Ma io mi sono portata avanti. In questa domenica di niente fare, ho creato il mio bel quadernino, dove scriverò tutte le cose che devo fare, le cene, di lavoro e di scialo, che cosa regalerò a chi. Saranno cose fatte da me. Il tempo lo troverò, in qualche modo. Odio che si parli troppo di Natale. Ne abbiamo quasi 20 ed è ancora novembre, e io sono già qui a parlarne. Non è mica un bel segno.

17 novembre, 2006

La collezione.



Non c’è un motivo. Del magone ne avevo già ampiamente parlato. Potrei brevettarne la descrizione, lo conosco bene, potrei commercializzarlo in deliziosi astucci color lavanda, con tanto di istruzioni per l’uso, un bigliettino con indicazioni, controindicazioni, composizione e posologia.
- Indicazioni: stato confusionale, smarrimento generale, ricerca di un senso delle questioni più disparate. Offese ricevute, mancanze di tatto, mancanze di cose e/o persone, mancanze e basta.
- Controindicazioni: luogo non consono, presenza di figlioli e/o consorti e/o serpenti a sonagli che ti chiederebbero MaCheCosHai per il solo gusto di sapere con un velo di soddisfazione immotivata.
- Composizione: vuoto nello stomaco, occhi umidicci, una specie di pigna nella gola, che ti sforzi di mandare giù e giù e giù, ma lei, legnosa, se ne sta lì e non si schioda.

- Posologia: quando vuoi. In un giorno che non gira nemmeno a spingerla, in un giorno che non ne hai voglia per default, in un giorno che ti avvicineresti ad un check-in e chiederesti, Per Di Qua, Dove Si Va? Ok, vengo anche io. E ci andresti, così, senza bagaglio e senza niente, forse un maglione e uno spazzolino, e l’iPod e un bel libro, in fondo, nient’altro serve. In un venerdì di nebbia dovunque, fuori e dentro di te, che niente di niente ti serve da faro. Grande concorso. Raccogli i punti dei magoni. Ogni dieci magoni un bel pianto a fontana, asciugandoti gli occhi con uno Scottex con le fragole, appallottolato per bene in fondo alla tasca. Ne ho una collezione. Non rara, credo.

16 novembre, 2006

E siccome si vede Giannutri...


…vuole dire che piove. Non si sa che cosa voglia fare, in realtà. Se piovere o no, intendo. La mattina è grigia, nebbiosetta e, diciamocela tutta, non proprio uno splendore di mattina, di quelle che ti alzi e spalanchi la finestra e ti senti piena di energie e di progetti e di cose da fare ah, e mi devo ricordare anche e salti sotto la doccia felice come una Pasqua e ti insaponi con energia e canticchi e inventi le parole che non sai e ridi da sola come gli scemi. Diciamo di no. Però ci si salva uguale. Si butterà giù una brutta, così, a matita, su un foglio di recupero, un progetto di giornata, una lista di cose da fare, normali, tranquille ma trovandoci, come solo noi sappiamo fare, anche il suo bel lato gradevole. Anche la dimostrazione di un frullatore lo può essere, in fondo, se ti dà l’opportunità di stare con le tue Amiche, quelle storiche. Anche un corso di cucina a Torino, ieri sera, che bella è Torino in questi mesi, le luci e la magia di sempre sembrano moltiplicate, lucidate, Piazza Carignano ti toglie il respiro con i disegni proiettati sul pavimento e tu e la tua Amica della Pastiera sembrate un po’ in gita scolastica, nemmeno un figliolo da accudire, ne avete una decina fra tutt’e due, sia fatti che vinti, che si fa presto a dire, ma provate a metterli in fila e pochi non sono. E così, solinghe, di una solitudine un po’ meritata un po’ temuta e così beatamente assaporata, prima a guardar vetrine e poi a imparare la frolla salata, rende davvero eccezionale una sera normale, che è novembre e fa caldo e si cammina volentieri, e il tratto di autostrada verso casa sembra veloce e leggero, e avendo in tasca tutto questo ieri, anche oggi guardi fuori e pensi che è novembre e che fa caldo, che stai bene e sei felice e che no, non pioverà. Anche perché, da qui, Giannutri non si vede.

14 novembre, 2006

Ode al pavesino.



Lo adoro. Lo amo. Mi fa tenerezza, anche. L’avulso Pavesino, il povero diavolo d’un Pavesino, un po’ sfigato, si può dire? Il Pavesino non piace a nessuno. E’ il compagno di scuola del terzo banco, quello che non noti quasi, perché non è il secchione del primo e non il furbastro dell’ultimo. Sta lì. Senza pretese, ti guarda dallo scaffale e ti dice, ma dai, ma perché non mi compri nemmeno oggi? Pavesino, ti scongiuro, non fare così, tu non puoi tendermi simili trappole, che sono di fretta e mi sono dimenticata la metà delle cose e non ho tempo di tornare indietro, ho un carrello che pesa quanto una Smart e sono qui ai biscotti per comprare….oh, Cielo, le Macine, i Pan di Stelle, per non parlare dei ruvidi Molinetti e dei sublimi Digestive e tutti quei biscottini che, non offenderti, sanno di qualche cosa. Sai, tengo famiglia, e devo accontentarli tutti, ma ho il cuore tenero e non sono mica sorda alle richieste dei biscotti bisognosi. Io sono super partes, mi nutro a colazione di due assurde fette biscottate, non faccio testo. Ma faccio affari. Così, io e il Pave, ( e sì, signora mia, siamo entrati in confidenza) abbiamo fatto un patto. Io continuerò a comprare burrosissimi e cioccolatosissimi biscotti per i maschi di casa, e serberò un pacchetto di Pavesini solo per la mia colazione e per gli attacchi di sbrano. Il Pavesino, lo sanno tutti, è un biscotto riconoscente. Considerato il suo insignificante contenuto di calorie, mi regalerà alla prossima estate un fisico da very top, cosce affusolate e un sedere, con licenza parlando, che avrà il suo bel perché. Bene, dove firmo? Siglato l’accordo, ma a firmare spostiamoci. Non vorrei che quel curioso Savoiardo, acerrimo nemico del Pave, vedesse la scena. E allora sì, che sarebbero guai seri!

13 novembre, 2006

Chiedi chi erano i Beatles.

Se vuoi toccare sulla fronte il tempo che passa volando.
Già. Stamattina ho spiegato a mia figlia chi è Stella McCartney. Non che ogni mattina le spieghi la vita e le opere di uno stilista diverso, certo che no, ma eravamo lì, un po’ di corsa come ogni mattina, i maschi già fuori, a parlare di vestiti. E non importa se ha soltanto anni 9, ma le piacciono le cose belle, impazzisce quando, mensilmente o quasi, stanzio una piccola cifra da spendere a suo piacimento nel paradiso degli abiti low cost, Zara e similari. E da lì, dal fatto che costare poco non vuol necessariamente dire che siano schifezze immonde, anzi, ci si sono messi pure degli stilisti di chiara fama a disegnare per loro, zac!ecco che si è arrivati, giocoforza, a Stella McCartney, che ha disegnato per H&M. ma chi è mamma? Ma come chi è, figliola, la figlia Paul McCartney. Ah. E chi sarebbe? Come chi sarebbe, COME CHI SAREBBE. Ma uno dei Beatles! Mi ha guardato, gli occhi di lago un po’ assonnati, i capelli che ancora non avevano incontrato la spazzolata mattutina, il pigiamino stropicciato, un’ombra di dentrificio all’angolo della bocca. Come puoi, figlia. Come puoi sapere, se di anno di nascita fai millenovecentonovantasette, chi erano i Beatles. Quelli di She loves you yè yè yè, quelli di Help, I need Somebody, Help!quelli di We all Live in A Yellow Submarine….. Come puoi. Mi sento giurassica a parlarti di loro, in realtà quando loro cantavano Help io non ero ancora nata, ma ho consumato le loro cassette quando avevo 13 anni o giù di lì, le cassette, lo sai, quelle cose rettangolari con il nastro dentro che gira, e che a volte si intruppava e allora si aggiustavano facendo girare dentro le rotelle una Bic Punta Fine. Che ne sai, tu, di quando per vedere le foto della gita si doveva portare il rullino dal fotografo e aspettare una settimana, tu, che scarichi le foto del compleanno quando ancora il tuo compleanno non è passato del tutto. E che dirti, allora, degli amici delle vacanze, ai quali scrivevo durante l’inverno delle lettere lunghissime, sui fogli di Snoopy e Holly Hobbie, e impazzivo a cercare il Codice di Avviamento Postale di Milano, in un libricino che conservava mia nonna in un cassetto della cucina, e aspettavo che il postino mi portasse la risposta, tu che racconti in Msn alle tue amiche che hai imparato la poesia di San Martino e che a Milano ci vai così spesso che scriverci una lettera sarebbe ridicolo. Ma tu, figlia, conserva un po’ di questa cose passate. Sono così belle. Ti farò sentire le canzoni dei Beatles, aiutano a imparare l’inglese, non lo sapevi, e poi quando sarai più grande, sarà così inusuale sapere a memoria Michelle Ma Belle che farai tendenza. E scrivi, figlia, scrivi, con la carta e la penna, scrivi bigliettini e lettere, falle trovare nei posti più impensati alle persone che ami, sono carezze per l’anima, che non si abitua alle mail, ai forward e agli attachment. Io conservo le lettere delle mie amiche, le leggo quando voglio sentirle vicine, senza telefonare. Mi piace di più. Scrivendo, lo sai, è il cuore che parla, esce il vero di te che non sai dire con la voce, a volte è così difficile. Scopri cose che non immagineresti neppure, e le fai scoprire agli altri. L’anima è una buffa cosa, fa tanto la spavalda ma poi va in sollucchero per una fotografia di carta da tenere in un libro, Ti voglio Bene su un bigliettino, la poesiola nella merenda, Ti Amo sul post-it allo specchio del bagno. E se non saprai bene che cosa scrivere, fermati e ascolta. Il tuo cuore, amore mio, lo scriverà per te.

12 novembre, 2006

Toujour dimanche.

Chi mi conosce sa di che pasta son fatte le mie domeniche. Tranquille, a casa, a fare niente o quasi. Un pò tutte uguali, in realtà, e per questo irresistibilmente sognate per tutta la settimana. Soprattutto questa, dopo una settimana così impegnativa. Ma questa, cara la mia bella signora, non era mica una domenica come tutte le altre, sa? Era la ur-domenica. E non importa che non sappia che cosa voglia dire, non ho mica tempo di stare qui a spiegarglielo, lei mi capisce, ho così tante cose da riordinare, adesso. Comunque, glielo dico, che so che è curiosa come il mal di pancia, e chissà da dove viene questo detto emiliano, ma fa niente. Tanto per cominciare oggi sono 18 anni che sto con mio marito. O meglio, 18 anni di stare insieme e non di matrimonio, e che mio marito non lo è stato da subito, si intenda, che il matrimonio è stato celebrato a giugno, se lo ricorda o no? Non mi faccia impappinare con le parole, che già sono in confusione che ho bevuto. Il brindisi, sa, che non ci sono abituata a bere e già un bicchiere e straparlo e rido come un'oca e divento rossa come una fragola, per l'appunto. Ma oggi, coi figlioli, c'era con noi una persona speciale. Ossì, mica una roba da niente, ma Un Tocco Di Zenzero, lo ben so che la faccio schiattare dall'invidia, ma è così. In casa, un pò agitati tutti, persino la picci che ha fatto il disegno sulla lavagna della cucina, per augurarle il benvenuto. Tanto una brava persona, sa? Non ha nemmeno fatto una smorfia di disgusto vedendo un altro dei miei mattoni da utilizzare al posto del pane. Ho dato sfoggio delle mie arti culinarie più semplici, un pranzo della domenica come una volta, sa bene che io non son tanto per le cerimonie e gli effetti speciali, e la Signora Zenzero, agli effetti speciali c'è già ben abituata, ma io che glielo dico a fare. Un pomeriggio sereno, nonostante qualche preoccupazione trasversa, ma gli amici, quando servono, sanno anche far dimenticare delle cose non piacevoli e fanno evadere, scappare un pò dalle malinconie, anche solo per strofinare un gatto, chiacchierare sul divano o vedersi accerchiata da figlioli di ogni ordine e grado, ognuno con una cosa da dire, da studiare, da fare. Spero che torni. Le farò trovare un tovagliato di fiandra, calici in cristallo di Boemia e ogni sorta di leccornia da mandarla in visibilio. Il calore, beh, quello non occorre prepararlo. La mia famiglia, la mia casa, mio marito, io medesima, ce l'abbiamo per default. E se il pane è insipiderrimo e la torta di verdure anche, ma, ditemi, è davvero così importante?
Grazie, Sandra.

10 novembre, 2006

Yawhnnnn!

La sveglia stamattina è suonata alle ore 5 o poco più. In casa tutti dormienti, oggi si dà il caso che sia la festa del Santissimo Patrono e quindi le scuole sono chiuse. Che fortuna sfacciata, per non dire di peggio, proprio oggi che devo fare la seconda puntata a Milano. Sì, due giorni e due viaggetti a Milano, avanti e indrè, per non lasciare sola la figliolanza dacchè, si sa, nessuna moldava, ucraina, peruviana, filippina, polacca o simili presta più servizio nalla mia umile casa. Me la cavo con Santo Domingo e "senza dormita". Ma non entriamo in dettagli ininfluenti. Dunque, stamattina ho condiviso la sveglia con i panettieri, i tranvieri e, forse, qualche minatore. Il delirio. Ho cercato a tentoni la gonna nell'armadio, ho sceso le scale con le scarpe in mano, sbadigliando e caracollando, strisciando i piedi fino alla cucina. Il mio sposo, un fringuello. Già preparata la colazione, disposto con grazia tazze e cucchiaini, assegnatomi persino quello viola a quadrettini, il mio preferito. Dovrò approfondire la vicenda: che cosa assumerà mai per essere già all'alba così presente a se stesso? Dovrò indagare. Controllare, per esempio, se dietro i vasi del davanzale sono comparse in circostanze misteriose, deliziose piantine dalle foglie a punta. O se il barattolo dello zucchero viene custodito gelosamente sul suo comodino invece che nella più tradizionale credenza. Fatto sta che lui è un fiore e io una frittata. E non sono nemmeno sollevata dal valzer di porta e riporta, posa e riposa dei figlioli, sarà pure il Santo Patrono ma le attività ci sono e tutte anche. Bene, mi appresto a compiere il mio bel giro. Ma prima annaffio i vasi del davanzale. E cerco il barattolo dello zucchero. Così, giusto per provare.

08 novembre, 2006

L'intolleranza.


Senza un vero motivo grave, stamattina m'è punta vaghezza di sottopormi volontariamente al test delle intolleranze alimentari. Una roba di moda, lo so, ma già avevo qualche sospetto, e volevo andare a fondo della questione una volta per tutte. Risultato. Sono intollerante ad una quantità spropositata di alimenti di consumo quasi quotidiano e che, disdetta, mi piacciono pure. Uno su tutti, il frumento. Grido di dolore, ma come, che ne sarà di me, se non posso mangiare le due uniche, insulse, avulse e convulse fette biscottate tuffate nel caffelatte che costituiscono la mia colazione? E che fine farò mai, se nemmeno un assaggino di focaccia o una forchettata di pasta avanzata dai figlioli, magari mangiata direttamente dalla pentola, che fa tanto zingaro ma ti fa sentire così libera e randagia e un pò homeless, in realtà, dandoti un gusto sottile di trasgressivo casalingo, potrà mai oltrepassare la soglia della mia bocca? Risposta non v'è. Staremo a vedere, il turpe esperimento dura solo due mesi in fondo, e posso sopravvivere. Ma oggi, mentre riflettevo oltre che sulle sciagure umane in generale e sulla mia in particolare, mi è sorta, spontanea, una domanda. Potrebbe esistere mai un aggeggio che stabilisce con esattezza matematica e senza tema di smentita, l'intolleranza a certi tipi di personaggi? Si potrà un giorno arrivare a dire, sono allergica al lievito, alle graminacee e agli ignoranti, ai beceri, ai superbi e ai coglioni, signora cara, io non dico parolacce, ma questa ce l'avevo qui, e proprio non ce l'ho fatta a trattenermi, abbia pazienza ma io, sinceramente, le cose che devo dire le dico e poi siamo amici come prima. Potrei offrire il mio corpo alla scienza e fare da cavia. Avrei anche già pronto un bel campionario di sagome da inserire nell'astruso macchinario. Solo, loro non si individuano come i cavolfiori, al contrario sono subdoli, striscianti e ben si nascondono ad una prima occhiata. Mah, signora mia, anche se quando li cucino il tinello mi si ammorba, beh, meglio i cavolfiori. Non lo pensa anche lei?

Trovato antidoto.


Proprio non sono il tipo che sviene alla vista dei vipspsps. Passando l'estate dove la passo, diciamo che è abbastanza normale imbattersi in volti noti, ritagliati dai giornali di gossip, quelli che si leggono dal parrucchiere o dal dentista e un pò ci si vergogna a comprare, allora ci si fa un personale Bignami all'Esselunga, passando lente davanti al chioschetto delle riviste, che già lì il traffico è intasato perchè qualcuno si ferma sempre a sfogliare La Gazza, e tu fai finta di imprecare ma dentro di te lo benedici e fai incetta, mentalmente, di chi fa le corna a chi, giusto così, per amor d'informazione. Detta premessa per raccontare quanto segue. Ieri ho incontrato un vip. Bah, che c'è di strano. Torino è diventata il centro del mondo, lo ben si sa. Ma Egli era di una tale beltade, che, forse, uno svenimento lì per lì ci stava anche anche bene. Bello, sì. L'Olimpico Aldo Montano è ben più che carino. E' proprio bono, signora mia, stò ragazzone, due spalle, stì riccioli scomposti, stà faccia da bastardo menefreghista eppure così tanto un bravo figliolo, sa? Povero, quell'Arcuri gli ha spezzato il cuore, proprio non se lo meritava, ma è una donna poco seria, e nemmeno tanto intelligente, uno così andava tenuto stretto. Va beh. Ieri, una via Roma già piena di luci, e che luci, ha fatto da sfondo a questo incontro che galeotto non è stato per niente, accidenti. Ho informato il mio sposo. Il quale si è sentito rassicurato dai circa 15 anni di differenza. Ma che ci fa? Non lo sa che la vera tendenza è il toy boy, Golino e Scamarcio insegnano. Come si nota, all'Esselunga studio bene. Ho omesso di dire che il Prode mi ha lanciato uno sguardo uguale a quello con cui guarderebbe un distributore automatico di bevande calde. Recava al suo fianco una figliola spaziale, magrerrima, alta tre metri circa e senza tacco, pallida e boccoluta. Sì, ma anche io mi difendevo per bene. Sfido chiunque ad incontrare per caso un tale Monumento con la messimpiega appena fatta. Sono cose da professioniste nate. E io, modestia a parte, la nacqui.

07 novembre, 2006

Inversa.


Niente di speciale. Non di grave, almeno. Niente che ti faccia sentire particolarmente male. Ma nemmeno particolarmente bene. Vedi tutto a testa in giù, storto, pasticciato, non fluido e regolare come dovrebbe essere. Un malessere. E dici che è influenza ma nessun bugiardino recita alla voce Indicazioni e Posologia, "adatto agli stati di buco nello stomaco, leggera vertigine, ansia moderata ma presente, nessuna voglia di alcunchè". Non è gradevole. Cercasi antidoto, in compresse o in confetti, che mi renda tranquilla, serena e in pace col mondo come, vediamo, solo ieri. Si sa, siamo così, è difficile spiegare, cantava la Mannoia, ma io posso spiegarlo benissimo, in italiano corretto e grammaticamente e sintatticamente pressochè perfetto, forse non nobilmente, ma comprensibilissimo. Mi girano. O forse sono io a girare intorno a cose che non comprendo, forse sono soltanto io a volere una vita così dannatamente e meravigliosamente normale e senza troppi sbalzi, scossoni, curve a tornante e correnti di gelo, forse sono solo io a voler proteggermi, cullarmi e un pò nascondermi, e poi fidarmi e trasalire, e poi amare e prendere calci in culo, signora mia, quando ci vuole ci vuole. Non sono brava col trapezio. Non ci ho nemmeno mai provato, a ben pensarci potrei aggregarmi al prossimo Cirque du Soleil che passa per di qua. E forse, non sono nemmeno così brava con l'italiano. Sintatticamente perfetto ma incomprensibile ai più. No, scommetto che non è vero. E che a testa in giù, in un giorno qualsiasi, si sentono in molti. Chiamo per il trapezio, allora.

06 novembre, 2006

La fiaba del mattino.


"...Ogni mamma , il lunedì mattina, và a svegliare i suoi bambini con un bacio.
Uno sulle orecchie, cosicchè, per tutta la settimana, sentano solo cose bellissime..
Uno sugli occhi, cosicchè vedano cose magiche e colorate.
Uno sul naso, per sentire profumi buonissimi, di viole e biscotti.
Uno sulla bocca, perchè dicano solo cose carine."

La princi ha sorriso e mi ha abbracciato, stretta, con gli occhi ancora chiusi e un sorrisino di zucchero.
Coi maschi manco ci ho provato.
I grugniti, dopo tanta poesia, non li avrei sopportati.

05 novembre, 2006

Caldarroste.

Una passeggiata in città, la domenica mattina, per noi che siamo gente di collina e che rifuggiamo la confusione, è un evento da raccontare. I nostri fine settimana sono da sempre caratterizzati dall' "Ognuno Fa Quello Che Vuole", basta che questo non implichi code, clamore, file e, passatemi il termine, casino. Inizia la stagione dello stare in casa, amici, libri, una torta, chiacchiere, coccole e qualche film. Ci si carica per la settimana successiva. Stamattina invece, qualcosa di diverso. Accompagnando il Mediano alla partita di calcio, avendo urlato da casa in città, 8 km, non di più, perchè il valoroso aveva ben pensato di scordarsi la giacca pesante e uscire in tuta al freddo e al gelo, un'inversione di rotta con la Princi al seguito. Lasciato al campo l'infreddolito e coraggioso fanciullo tuonando Andrai a Scuola Anche con 40 di Febbre, cosa peraltro assolutamente non vera (ah, se mi conosco), un giro sotto i portici. Il sole, la piazza con le bancarelle di cose totalmente inutili, che da sempre mi divertono. Immagino il salotto buono dove facevano bella mostra le poltroncine color cremisi, lise e un pò scalcagnate, magari avevano accolto un fidanzato, nei primi anni 20, che chiedeva timidamente la mano dell'amata. E poi ancora, i barattoli da cucina, i servizi di piatti scompagnati, le zuppiere, star indiscusse di tanti pranzi domenicali, quanto fumo di brodo uscito dal coperchio sollevato con grazia. Fascino allo stato puro, fantasia, storie incollate agli oggetti, agli abiti, alle case. E' un gioco che mi diverte da sempre. Anche mia figlia, benchè non abbia ancora il gusto di camminare alla scoperta di cose inusuali, osservava incuriosita i 45 giri, le tessere telefoniche, le grattugie per la mela, gli ombrellini da sole, le damine che stavano sui letti, i boule de neige, le copie dell'Intrepido. Altri mondi. Poi, la bancarella delle caldarroste, un fagottino a scaldare le mani, il profumo inconfondibile di autunno, di caldo e di freddo insieme, che non si spiega ma si sa. Unico tocco frivolo della mattinata: ci siamo chiuse in un chiosco per le fotografie, quelle dove anche Monica Bellucci risulterebbe come ricercata, e ci siamo fatte ritrarre, ridendo come oche, in bianco e nero. Bellissime, ovvio, con un baffo di fuliggine, stile spazzacamino. La caldarrosta, si badi bene, certo scalda, talvolta sporca. Ma niente ci fa.

03 novembre, 2006

Dal sandalo al piumino.


Una bella botta. Arresa, alla fine. Al piumino, alla maglia a collo alto, e, sventurata, alla calza. Il sole beffardo è sempre qui, mi piacerebbe che ci fosse uno di quei tempi da lupi che avallerebbe la mia non più prorogabile decisione. Fa freddo, certo, ma c'è il sole e se guardi dalla finestra ti dici, ma come, io, con le calze? E sì certo, è il 3 di novembre, bellezza, e forse è ora, non foss'altro per quella sequela di starnuti nemmeno tanto chic che ha reso partecipe il resto della casa del tuo risveglio mattutino. e che ti ha accompagnato, scarruffata e barcollante e imprecante e amabilmente orribile in quella vestaglia a quadrettini rossi che hai comprato la settimana scorsa, che è tanto country e che ti fa tanta allegria ma se chiedi a tuo marito avrebbe magari preferito un effetto più Ti-Vedo-e-Non-Ti-Vedo che non quello, ahimè, Sciura-Marisa-Che-Fa-I-Mestieri. Va bene. Arresa, si diceva, alla calza coprente. Nera come la notte. Ci si concederà qualche divagazione sul tema, non son tipo da reggicalze se non per occasioni, come posso dire, da combattimento. Ah, signora mia, l'uomo, si sa, ama il reggicalze, se lo faccia dire da me che modestia a parte ne so qualcosa, una vera donna toglie e mette il reggicalze con disinvoltura, così come prepara la caffettiera. Che donna sarò mai, allora, se ci metto un quarto d'ora ad agganciarlo, e poi mi dà noia e poi la calza mi scende, tapina, fino a metà coscia, e poi mi verrebbe voglia, magari nel bel mezzo di una cena stra-importante, di correre a casa e infilarmi un bel paio di calzerotti di spugna, quelli da tennis, col pomponcino rosa dietro alla caviglia? Ma il tubino nero si impone, cara la mia bella contadinotta, e che la calza sia velata. Farò un giro da Calzedonia, cercherò quelle Pierre Mantoux di pizzo che impazzavano negli anni 80. Ma la calza coprente è il mio must. Semplice, nera, non so quanti denari, ma coprente. Che ha i suoi bei vantaggi. Uno su tutti, puoi anche scordare di prenotare la ceretta. Se si chiama coprente qualche cosa vorrà dire, no?

02 novembre, 2006

Il sole.



Ci si è messo il sole. Inconsueto, piacevole eppure un po’ scomodo, inusuale in giornate come queste, dove era di solito la nebbia a far da regina, invitata non gradita, in questi giri di tristezza, a far tornar malinconie mai sopite, dolori mai cancellati, ricordi che non passano, mai. Si cammina facendo attenzione, si scoprono volti che non vorresti trovare lì, e ti dici, non lo sapevo, era così giovane. E ti sembra che qualcosa ti scivoli di mano, ti scappi via come le farfalle dal buco del retino. Faccio questa strada da anni, da quando ci andavo, bimbetta, con mia nonna, a portare i fiori nei sotterranei. Ero fiera di non averne paura, che strano senso del macabro hanno i bambini, ricordo le macchie di umidità, i fiori avvizziti e le fotografie dei soldati e dei bambini e delle giovani spose. Ho sempre giocato sulle scale che conducevano alla piccola cappella, mentre mia nonna si intratteneva con le amiche, si chiacchiera anche in posti così, una volta ricordo che aveva dato la ricetta delle ciambelle, quelle col buco e con tanto burro, che profumavano la cucina e che andavamo insieme a cuocere nel forno del panettiere, perchè a legna era meglio. E' un luogo che mi è famigliare. Sono stata mesi senza andarci, poi, d'un tratto, eccomi lì, tutti i giorni, tutti i santi giorni, appena dopo pranzo e appena prima dei compiti. Mi sedevo e stavo lì. Non facevo niente, non ho portato fiori mai, i primi tempi. Era come ammettere qualcosa che mi straziava, e non volevo. Una sfida. Voglio vedere, se adesso faccio finta di niente si stuferà, pensavo, e tutto torna come prima. Che sciocco modo di plasmare il dolore hanno i ragazzi di diciassette anni. Ieri ho compiuto lo stesso giro con mia figlia, sottovoce la stessa preghiera, a tutti, a mia nonna delle ciambelle che mi sorride col suo vestito della festa, a quel nonno mai conosciuto, allo zio fucilato e a tutti gli altri. A mio padre la stessa carezza di sempre, metà pizzico metà buffetto, lo stesso sorriso che ha perso le domande dei primi tempi, adesso il mio per lui è un sorriso un pò sconfitto e un pò soddisfatto, di portargli la mia bambina che non ha mai tenuto sulle ginocchia, i miei maschiacci che non ha mai accompagnato a pescare, ai quali non ha mai insegnato ad andare senza rotelle. E una specie di pace mi avvolge, non credo di aver mai recitato nessuna preghiera ma parlato tra me, come se mi ascoltasse davvero. I dolori come questo non passano. Ma ci sono volte che, chissà come, un pò ci si abitua, e no che non vanno via ma si sentono come più leggeri. Il sole di oggi era lì per questo. Ne sono certa.

01 novembre, 2006

Insisto.


Non mollo. Il progetto poncho non mi fa dormire la notte. Solo, io sbaglio. Ma non i punti, lavoro in velocità e scioltezza. Mia madre, in tenera età, mi ha insegnato i misteri e le magie del diritto e del rovescio (ci ha provato anche un maestro di tennis qualche anno dopo, con risultati pressochè inesistenti, tanto che il poverello ha messo un banco di frutta e verdura, non ritenendosi portato per insegnare il nobile sport). Ma tornando alla maglia, ecco, ho comprato questa lanona enorme, bellissima e morbidissima, e dei ferri in bachelite n.12 che, per le loro dimensioni, potrebbero alla bisogna agilmente rendere i loro servigi anche per mescolare la polenta o riattizzare il fuoco del camino. Ebbene, il risultato delle prime righe mi dissaude dal continuare. La consistenza del risultato ottenuto non è tanto dissimile dall'armatura di Lancillotto. Pesa. Rimane rigido. Insomma, più che un poncho un Eternit, quelle che usavano in campagna per fare coprire i pollai. Non è cosa. Così, se fare e disfare sono due lavori ben distinti, come diceva mia nonna, oggi mi occuperò del secondo. Disferò, con le lacrime agli occhi. E riproverò, non so come, ma riproverò. Repetita juvant. Sì, ma a tutto c'è un limite.