30 ottobre, 2006

Il mercato.


E' giorno di mercato, il lunedì. Non ci andavo da tanto, avevo voglia di un giro nel sole prezioso di questi giorni. E voglia di pensare. Penso meglio se cammino. Questa bancarella mi piaceva, nella sua semplicità barocca, nella sua approssimativa precisione. Carina. Non tanto diversa da me. Io sembro molto. Distratta. Ma non mi sfugge niente o quasi, non un gesto, un'occhiata, un trasalimento, un velo di tristezza, l'ombra di una cattiveria, due occhi che brillano. Superficiale. Ma ho nel cuore cose pesanti come sassi, difficili e che segnano, per sempre, forse. Sfacciata. Ma a volte mi sforzo di esserlo, per poi trovarmi spossata e un pò stupida, mi intimidisco davanti alle decisioni, bianco o nero? ma non si può decidere domani, che non mi sono preparata, che non ho studiato, per favore, adesso no. Sembro. Sembro, che niente mi smuova, che le cose mi passino sopra come l'acqua sulle oche, ma sarà vero, l'acqua sulle oche, intendo. Sembro sicura, sembro un pò vuota, sembro che un'alzata di spalle e chi se ne frega. E invece, mi intenerisco, ci soffro, e mi taglierei a pezzettini per chi amo e anche per chi non amo, se serve, e non serve quasi mai, e mi dico una dozzina di volte che la colpa è la mia, e di chi se no, e non mi sento adeguata e mi dicono che parlo troppo poco di me qui, ma non lo faccio per gli altri, lo faccio per me, e agli altri, di me, quasi niente importa, lo so. Quasi. Ma quasi nessuno sa. Quasi nessuno sa le cose di me che davvero contano, quasi nessuno che sappia come sono sul serio, se ho paura e di cosa, cosa mi fa immensamente felice e cosa non sopporto, quasi nessuno che avrebbe scommesso, ma dai, che avrei fotografato la bancarella delle noci. Perchè è barocca, semplice e piena zeppa di cose. Un pò come me.

28 ottobre, 2006

Grazie.


A Parigi, a Daniela, a Calme et Cacao, grazie. Infinite. Come le Fragole.

In giro.


Raramente vado in centro il sabato pomeriggio, non amo la confusione. Oggi però sono stata invitata, nell'ambito di alcuni eventi riguardanti il mese della prevenzione, a vedere la presentazione del tanto chiacchierato Kitchen Aid, di un bel colore rosa pastello. Complice un teporino quasi primaverile, la presentazione si è svolta in un suggestivo vicoletto, apparecchiato a festa e tirato a lucido per l'occasione. Bello.


Non è propriamente scoccata la scintilla, nel senso che l'oggettino ha il suo perchè, è carino e funzionale, e mi servirebbe pure, non ultimo non starebbe nemmeno male sul ripiano della mia cucina (e lì rimanere, non è quel genere di cose che si usa e si ripone, è pesantuccio, il ragazzo, e vuole un luogo tutto per sè). Ma insomma, non mi ha convinto. Vedremo. In compenso, adocchiati piatti...


....posate....


...e una quantità invereconda di oggetti di desiderio.

Felice di esserci stata, felice del pomeriggio inusuale, felice della passeggiata, seppur brevissima, con la mia Amica. Rallegramenti a me medesima.

Il lusso.


Non è Gucci e non è Bulgari. Anche, intendo, mai disdegnare. Ma quello di stamattina è un regalo vero. Ci siamo regalati un giorno di ponte, privatissimo, solo per noi. Nemmeno il liceale è andato a scuola, complice un influenza vera per metà e un infortunio verissimo giocando a calcio. Servono caldo e coccole. Per tutti. Dormo con le persiane aperte da sempre, inverno ed estate. Raramente guardo la sveglia per sapere che ora è. Mi regolo con la luce o il buio, come le contadine. Un pò la sono, in fondo. Mia nonna mi raccontava spesso delle risaie, devo aver preso da lei. Stamattina ho considerato che, alle 8 scarse, potevo già aver assaporato qualche privilegio. Dormire accanto all' uomo che amo, che non è tanto una cosa da nulla, per cominciare. E il profumo di pulito della federa, il calore morbido della coperta, il gatto che faceva le fusa. Alzarsi piano, aprire appena appena le porte dei ragazzi, della picci, guardarli dormire e provare una soddisfazione sottile nel non doverli svegliare, stavolta, ma richiudere, shhhhhh, che dormano ancora. E fuori, una nebbiolina di minuscoli brillanti, lattiginosi e splendidi, un paesaggio ad acquerello che fa sentire bene. Un fine settimana intatto e ancora da scrivere, qualcosa da cucinare, qualche amico da vedere. Non Gucci, non Bulgari. Molto di più.

27 ottobre, 2006

Business is business.


Non sono nuova ad esperimenti del genere. Mi piacciono quelli che, qualche anno fa si studiavano nell'ora di applicazioni tecniche, quelli che sono noti, mi fa orrore dirlo, come lavori femminili. Ricamo in maniera magistrale, lo sanno tutti e oggi mi va di stimarmi, si può fare, purchè a cadenza semestrale, non di più. Mi diletto inoltre con maglia e uncinetto, mentre sono una bestia col decoupage. Fine della presentazione. Il tempo non è moltissimo, non è che passi i miei pomeriggi a fare zapping o a soffiarmi lo smalto appena steso. Però, ogni tanto mi acchiappa. I risultati sono, in qualche caso soddisfacenti. in altri invece assumono dimensioni di disastro senza precedenti. Ma tant'è. In questi giorni, mi è punta vaghezza di confezionare per l'infanta un poncho, indumento ritrovato, riesumato dagli armadi delle ex ragazze iscritte al collettivo, e catapultato su tutte le passerelle e riviste di moda. Non possedendo uno schema preciso mi sono affidata ai consigli di un'amica, non molto più esperta di me, ma già autrice di innumerevoli capi similari. Devi mettere 101 punti e diminuire qui, poi vai sù ad occhio e poi cuci qui e qui, vedi? il posto per le braccia e quello per la testa, vedi? ti faccio un disegno, è semplicissimo. Orbene. Semplicissimo è un superlativo assoluto che non si confà alla missione citata. Mi sono impegnata,ho fatto tutto per bene, ho messo i punti giusti, fatto i due pezzi, combaciano, cucio, voilà, Gulp. Il poncho è finito. Bello morbido, di un color glicine da perderci la testa. ma è misura anni 2. Facciamo 3, se la bimbetta è inappetente. Peccato che l'infanta, tra 4 mesi, di anni ne compia 10. Da ore mi lambicco il cervello chiedendomi dove ho sbagliato. Forse i ferri troppo piccoli, forse la lana troppo sottile e chi lo sa. E pensare che davanti alla scuola avevo molto pubblicizzato l'iniziativa, raccogliendo centinaia di prenotazioni e immaginando già un fiorente mercato di poncho fatti ai ferri, che son tanto di moda, e se va in centro costano una cifra, sa? Tutto ciò cade miseramente. Dovrò perfezionare il settore Progettazione. Addio sogni di gloria? Neanche per idea. Mi specializzerò lo stesso e i miei poncho andranno a ruba. Dovrò solo cambiare il target. Cos'è quella faccia? Mai vista una Barbie col poncho?

26 ottobre, 2006

Cavoli, a merenda!


Non capita spesso. Essere da sole in casa è un evento che succede raramente, facciamo una volta ogni sei mesi. Qualche figlio a scuola, qualcun altro in giro, a godersi questo tepore regalato da un autunno di puro lusso. Niente musica. E' piacevole ed inusuale in una casa diciamo molto popolata, fermarsi per un pò e sentire per esempio, le lancette dell'orologio, o il ronzio del frigorifero. E' bello e dà pace. L'ora della merenda in una cucina silenziosa, con le colline di fuori rossastre e gialline, una nebbiolina discreta, un odore di bosco che non si vede, quello no, ma tu immagini e lo sai, c'è di sicuro. Ci vorrebbe un caffè. Io non amo il caffè della caffettiera, trovo che abbia un gusto di pneumatico e in più non mi fa dormire. Compro quelli aromatizzati, dai gusti improbi, a mio parere buonissimi. Diventano un caffelatte. Così, ci si avvicina con passo vellutato al microoonde, si scalda un mug di latte e ci si scioglie un cucchiaino scarso di caffè solubile all'arancia. Ci vorrebbe un'amica. Detto, fatto. Si compone un numero da un telefono inusuale anch'esso, quello con la rotella e coi numeri, che le amiche di mia figlia ancora dicono Che Strano, loro, della SIP, ma che ne sanno. Ci si siede per terra, il telefono in una mano, la tazza nell'altra e si chiacchiera, tranquille, prima dell'arrivo degli indiani. Momenti come questo dovrebbe passarli la mutua. Si beva in letizia questo caffelatte insieme a questa beata pace, che da lontano, mi sa, odo i cavalli. Forse Sioux o Pellerossa. Stanchi, scarmigliati e bellissimi. Ma sempre indiani sono.

Frivolissima.


Sù, sù, poche storie. I blog non si nutrono di piagnisteo, lo sapeva? Si è fatta mica contagiare dal reality virus, Dio me ne scampi e gamberi, signora mia, che io quel Raffaello Balzo lo vedo così sciupato, ma così sciupato che magari uno zabaglione glielo farei pure. Ma secondo lei, ma quanti soldi devono prendersi questi qui, per accettare di trasformarsi da gran bel pezzo di figliolo in una versione, tisica e malconcia dell'ombra di se stessi? E poi, via, quella bestemmiaccia in diretta, ma non si fa così, ma dove andremo a finire, signora cara, ora vado che mi si attacca il sugo e devo tirare la sfoglia. Orbene, si parla di frivolo. Borse, nella fattispecie. Folgorata da quest'immagine non già sulla via di Damasco ma diciamo in Via Sant'Andrea, o Montenapoleone, via, non andiamo tanto per il sottile. Fendi e Moncler hanno dato vita a questa creaturina. materiale: piumino d'oca. Quel piumino d'oca. Celebrato negli anni 80. Che con Timberland, Burlinghton e Nay Oleari ha dato vita all'ormai giurassico fenomeno dei paninari. Un mito. Questa borsa è un mix azzeccato. Chi aveva 20 anni nell'83, era forse un pò grandina per fare la paninara davanti alle vetrine di Burghy. E, alla data, ha abbastanza buon gusto da poter distinguere in tutta scioltezza una Spy da una Kelly, una MammaZucca da una Bagonghi. Qui c'è la Sorbona, bellezza. In fin dei conti questa borsa è bellissima. A vederla viene da stropicciarla e, manco a dirlo, da correre a comprarla. Disponibile da novembre, non si scapicolli, signora, che con questo tempo ballerino le vien la cervicale. E sia un pò più frivola, d'ora in avanti, a nessuno al mondo interessano le sue melense recriminazioni parentali. Se proprio deve, le scriva su un foglietto e le tenga lì. E sul blog, quello che leggono in molti e che le dicono che tutte le mattine è un'abitudine irrinunciabile, scriva dell'altro. Ma, detto fra noi, sto Raffaello Balzo, lei sa chi è? Lui no, ma le sorelle Fendi le cito a memoria. Una per una.

Tutto bene?

La domanda che viene fatta più di frequente, in un luogo qualsiasi, ad una persona qualsiasi è Tutto Bene? Alla qual domanda si risponde, in automatico, Sì e Tu?. Già il solo fatto di rispondere ad una domanda con un'altra domanda implica che non si ha molto da dire o che forse se ne ha troppo. Verrebbe da fare un elenco di tutte quelle cose che in una giornata vanno storte, benino, o non vanno affatto. Personalmente la scrivente sta bene. E' in buona salute, è felice di questo clima che c'è, felice di aver cantato in macchina questa mattina con la figliola più piccola una canzone di 25 anni fa (già, ma come fa l'Infanta a conoscere Vamos a La Playa?). Insomma, bene. Si rattrista però in pochissimi istanti quando si accorge di non contare un fico secco. Di non essere presa in considerazione. Di essere sempre quella che sta bene, troppo bene, che non ha bisogno di nulla, che tanto ho le spalle grosse e ben sopporto, anni di nuoto servono a questo, che cosa credi, mica solo a tornire le cosce e farti un sedere da assicurare ai Lloyds. Ebbene, criptica ed ermetica, come poche volte riesco ad essere, stamattina mi sono sentita triste e un pò abbandonata. Sola, ecco. Le cose mi scivoleranno addosso come ho imparato a fare da qualche anno in qua, anche se, ogni tanto, avrei proprio bisogno che mia madre mi chiedesse davvero come sto e se mi serve qualcosa, si è sempre figlie anche quando si è madri a nostra volta e ogni tanto si hanno cose da raccontare e segreti da sussurrare e chiacchiere da fare e confessioni e consigli da chiedere e pettegolezzi da fare a bassa voce, e risate, anche. Mi piacerebbe. Ma ho imparato per bene, ho centinaia di impermeabili invisibili, quelli che si mettono sul cuore e fanno in modo che non ti arrabbi e non ti rattristi, non più di tanto, almeno. E nonostante tutto riesco ancora, con intonata eleganza, a cantare in macchina alle 8 del mattino. Non è poco.

25 ottobre, 2006

In equilibrio.

Facendo bene attenzione a non scivolare. mantenere una specie di controllo, un'energia per non farsi girare la testa, per resistere alla tentazione fortissima di stare lì, un pò nascosta, a fare solo cose che non servono a niente, ghirigori distratti su un foglio di carta, il mento sul pugno, alzando la testa di quando in quando e solo per vedere che ora è, non già perchè interessi, ma per cambiare posizione. Si potrebbe stare così per ore, inseguendo dei pensieri disordinati e senza nè forma nè colore, senza inizio nè fine, cosa farò per cena, chissà dove ho messo quella maglia, devo comprare la sabbia del gatto. Non sono bei momenti. Ci vorrebbe un tagliando per rimettere tutto a posto, bielle e pistoni e ingranaggi di un cervello, qualche volta, ne hanno bisogno. Il tempo non aiuta, ma non ci si illuda troppo, sarebbe lo stesso anche col sole a picco e quel vento profumato che adoriamo. Ma si deve fare. Perciò ci si sforza un pochino, che un pochino è un eufemismo, e ci si tira sù, si fanno le cose di sempre senza voglia e senza poesia, si sorride a fatica e ci si domanda per quanto durerà. Di solito non molto. Basterà poco per guarire. Non l'aspirina, giacchè siete allergiche, non la citrosodina. Qualcosa succederà. E adesso, forza, andare si deve, che di ghirigori su quel foglio, non ce ne stanno più.

24 ottobre, 2006

Il frullatore.



Non è mistero. Vorrei comprarmi un frullatore nuovo. O un robot da cucina o un impastatore o uno modello Alì Babà che faccia tutte queste cose insieme e che all’occorrenza dia anche il bianco alle pareti e stiri i fazzoletti. Lo desidero. Ne ho bisogno. E già sto facendo qualche giro di ricognizione e raccolta informazioni presso le mie amiche, più addentre, ancora per poco, bellezze, all’affascinante universo della cucina home made. Quello che non volevo era, nel frullatore, di finirci io. E’ quanto mi è successo questa mattina. Capita che uno si sia svegliato in una qualunque mattina a scelta, si sia fatto una bella doccia rigenerante e preparatoria, e lì, sotto il getto trepidino, avesse ripassato mentalmente tutte le cose, non poche, signora mia, non poche, da portare a termine non già nell’intera giornata ma nell’ancor più breve lasso di tempo che copre la sola mattinata. In linea di massima non erano le solite 15 da compiere entro la una, diciamo soltanto sei. Peccato che, alle ore 8 e 40 erano già diventate quarantacinque. Nessuna preventivata, nessuna preparata. Bel colpo. Sicuramente c’è di peggio, la miniera, per esempio, o le piantagioni di cotone. Però, arrivate le 13 uno si chiede se e come arriverà all’ora di cena. Ci si consolerà. Del fatto che l’attività rende scattanti e pimpanti, tonifica chiappe e cervello, non permette ai neuroni di addormentarsi sbadigliando annoiati. E poi, comunque, la doccia di stamattina a qualcosa è servita. Saremo pure state frullate dagli eventi non previsti, avremo fatto la spesa a razzo che è finito il detersivo della lavastoviglie e non se ne era accorto nessuno, saremo anche andate a sentire dai professori del liceo che il tuo figliolo, miracolo, sembra aver messo la testa a posto, e tu non hai avuto cuore di chiedere se per caso si stessero confondendo, avremo gestito 3 o 4 grane noiosissime, ma avremo fatto tutto ciò e un centinaio di altre corbellerie, avvolte in un aurea di frutti di bosco che ci ha reso invitanti e appetitose come un cesto di more di gelso. Che, se ci annusiamo il braccio, un po’ si sente ancora. Cose da non credere.

22 ottobre, 2006

Lo sbrego.


Molte le disavventure che possono accadere a un motorino. Per cominciare, si può graffiare. Succede, non si son prese bene le misure, ed ecco fatto, un bello sbrego sul parafango. Il discorso si complica quando dal motorino si cade, e lo sbrego magari ce l'hai sul gomito o sulla gamba, che la fai lunga e tragica, e mi fai gli occhi da Bambi, che grande come sei hai ancora bisogno di sentirti dire che non ti verrà il tetano perchè sei vaccinato fino al 2015, che è un graffio da niente e che l'acqua ossigenata non brucia. Lo so come sei. La terza opzione, invece, è la più grave. Lo sbrego c'è, eccome, ma non si vede. Ed è quando il motorino, dannazione, te lo rubano. E' successo ieri sera. Hai svegliato tuo padre e me quando sei tornato dalla festa, era lì e non c'è più, l'avevo chiuso, e c'era anche il casco dentro alla sella. Smarrito, spaventato, deluso, ferito. Quello sbrego, lo capisco. Sono quelli fatti proprio lì, in un punto esatto, fra l'anima e il cuore, che si nutrono di rabbia e di delusione cocente, e non ci credi e ti chiedi ma perchè, non era nuovissimo ma tu ci tenevi così tanto, il passaporto per essere autonomo, per quanto si possa esserlo a sedici anni. Se sapessi chi è stato, Pietro, lo picchierei, giuro. Due schiaffi, così, diritto e rovecio, quelli col sonoro, a mano piena, sciaf! Non sono il tipo di madre che vi vuole protetti e transennati, so per certo che le cose della vita, le più sgradevoli, fanno crescere migliori. Ma prego che ti succedano solo cose che io, madre, riesca a spiegarti, a darti una ragione, un senso. E questo, spiegarti non so. Quel che vorrei è che tu non ti lasciassi prendere e che tutto questo ti passasse sopra e di lato e che ti lasciasse così, felice e intatto come sei ora, bello e dannato, romantico e disincantato, musone e irresistibile, così come sei. Il mondo, anima mia, non è propriamente quello che ho apparecchiato e che vorrei per te. Ti deluderà, ti tradirà, ti esalterà, certo, ma mille altre volte ti stupirà per la sua bellezza, la sua stranezza, la sua cattiveria, la sua incredibile malvagità. Ti farà innamorare e ti ferirà. Ma tu, tu non fermarti. Non perderti, mai, cùciti le tasche per non smarrire i tuoi sogni lungo la strada, tienili così, lucidi e perfetti, anche quando tutto il mondo cercherà di strapparteli di mano. Fa di ogni delusione, di ogni dolore, piccolo o grande che sia, di ogni sbrego come quello di oggi, una lezione, una biglia colorata, un modo un pò brutale per diventare un pò più grande, ogni giorno un pò. E quando questo, fra mille anni, potrà esserti diventato insopportabile, tu torna, figlio, torna da me. Perchè non si è mai troppo grandi, troppo forti e troppo cresciuti per non volersi sentir dire, ancora una volta, che è uno sbrego da nulla, che passa e che è soltanto acqua ossigenata. E che non brucia.

21 ottobre, 2006

Satisfaction.

Viene da stringermi la mano e darmi una bella pacca sulla spalla e dirmi ma brava da sola. Complimentoni, vividi e sinceri, i più cari a formularsi. Per la prima volta nella mia vita, l’ho fatto. Ebbene sì, via le paure, il timore di non essere all’altezza, la confusione tipica di queste vicende. L’ho fatto, sì, e me ne vanto. L’ho fatto e anche in scioltezza, senza sbagliare. Ho assemblato per la prima volta un mobile Ikea. Anzi, due. Una libreria e un tavolo. Sto allestendo il sottotetto, trasformandolo in un delizioso studio per me medesima. Solo mio. Riceverò i ragazzi e il mio sposo ad ore prestabilite, che potranno facilmente annotarsi leggendo il cartello affisso sulla porta scorrevole nuova di zecca. Quel che un tempo era denominata l’avulsa Camera del Disordine, dove si poteva giocare, imbrattarsi di tempera e scrivere sui muri, è diventato, col pomposo nome di studiolo, alternato ai più plebei loggione o piccionaia, un luogo di culto. Ripulito per bene, accatastati con ordine i quaderni finiti, buttati i giochi rotti, i mazzi di carte incompleti, le bambole senza un occhio. Arredato con sobria essenzialità, non superato il budget di euro 100, con quel suo tetto spiovente ha davvero un fascino bohémien. Ivi leggerò, ricamerò, sono già sul natalizio, signora mia, di questi tempi è meglio portarsi avanti, rifletterò sulle umane sciagure, mi ritirerò dopo una giornata da rodeo, in mistico silenzio, mediterò acquisti sconnessi di articoli di abbigliamento e/o accessori, scartabellerò le riviste di moda alla ricerca del prossimo trofeo. Un'isola, insomma. Qualcosa mi dice che questo luogo rimarrà esclusivo per giorni 1, dopodichè tutti verranno a farmi visita. In effetti, non sono molto distante dal resto della casa. La camera dei ragazzi dista cm.23, quindi non è propriamente un luogo isolato. Tutt’altro. Ma averlo è già gran cosa. Aver montato tutto da sola, poi, mi fa sentire una specie di Zaha Hadid di noialtri. Io, la cui avversione alla precisione è nota al globo, maneggiavo con destrezza e rara maestria cacciaviti a stella e brugole, viti e rondelle. Il mondo del bricolage non ha più segreti per me. Di stucco il mio sposo, oramai sono lanciata sulla via dell’architettura e della minuteria. Resta solo un quesito. Dove occultare la manciata di viti che ho avanzato. Ma a questo, penserò poi.

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Quello che cerco.



Gli amici. Bella questione. Ho molti amici, ho pochi amici, non ho nessun amico. Gli amici sono rari. Inesistenti, forse. O meglio, esistono solo nella definizione personale che ne dà, ognuno di noi., e cambiano, nel tempo. Gli amici di scuola, che mi piacerebbe tanto sapere che fine ha fatto la mia compagna delle elementari, quella con gli occhiali spessi e la coda riccia, che portava fasci di rose alla maestra ed era svenuta dalla paura per fare la vaccinazione antitubercolina, quella che ti lasciava i quattro puntini sul braccio, che io dicevo con un nome così buffo ma come farà a fare male. E poi alle medie, quello carino della 3^I, i pionieri che facevano inglese al posto di francese, che mi mandava i bigliettini chiusi con lo spaghino, come piccole pergamene e che aveva confessato alla professoressa di matematica di volermi sposare. Gli amici lontani, che non vedi mai, ma che basta fare un numero e sentirli ancora lì, adesso, con figli e mogli e mariti e cose, ma sempre vicini alla tua vita, anche se tortuosa, cambiata, complicata, ma loro no, hanno assistito a tutto, hanno pianto e riso, e sanno tutto e non occorre riassumere, ricordano, comprendono, ascoltano. Gli amici persi, quelli che le strade si sono divise, ma come mai, eravamo così simili, facevamo le stesse cose e si stava così bene insieme e poi è bastato un niente e si sono dileguati, ma sei sicura, forse sei stata tu a indicare la strada perché se ne potessero andare via. Capita che nel mondo si faccia un pezzo di strada insieme e poi uno prende per il bosco e l’altro per il mare. Amici di convenienza, di rappresentanza, e di tornaconto. Non conosco il genere, mi spiace. Amici cari. Quelli che vorresti avere seduti accanto al cinema, in aereo e in autobus, quelli con cui chiacchierare delle cose che ti passano per la testa, quelli che chiami quando hai un nodo in gola che proprio non và giù, quelli che stimi, quelli che sono da sempre tenutari dei tuoi segreti, dei tuoi pensieri e dei tuoi guai. Dell’amicizia si è scritto così tanto. Che è un po’ come l’amore, in fondo, che non esiste, che è difficile da trovare, che si esaurisce, che cambia, che delude. Tutto vero, anzi no. Ho pochi amici. Facciamo, una decina? Cerco in loro tranquillità, una famiglia allargata giacchè la mia di origine è un po’ sparsa e scombinata, forse per questo non ho una famiglia ma un plotone, una falange armata dico spesso, che con altri plotoni e altre famiglie crea un piccolo clan, dove stare al caldo, non dover pensare prima di parlare, dove si può stare anche in silenzio e non dire nulla, dove si litiga qualche volta, dove si cucina insieme la domenica mattina. Un amico. Che ti racconta e ti ascolta e ti contraddice e un po’ ti riprende, laddove necessita, e ti spiega senza saccenza e non ostenta una serenità che non ha, e che ti dice sono nei guai sapendo di non trovare un ghigno sornione e beffardo ma una preoccupazione sincera, forse un aiuto, certamente una parola. E non si risente se non chiami da tre giorni, e non si offende se domani proprio del cinema non ne hai voglia, e accetta gli inviti anche all’ultimo secondo, ho cucinato per un reggimento, ci siete anche voi? Amo i miei amici di un affetto profondo e vivace, di una sincerità che si vede, li stimo, mi piacciono. Perché sono intelligenti e carini, perché fanno quasi sempre la cosa giusta al momento giusto, perché amano in blocco tutte le cose che sono, anche quelle sgradevoli, perchè mi conoscono a memoria. Lo stesso per me. Ecco, l’ennesimo trattato sull’amicizia. Ma ci pensavo da un po’. E se dopo una cena insieme di chiacchiere ed esercizi di cucina, passando sul divano che è quasi mezzanotte e si continua a parlare, vi capiterà di addormentarvi di schianto coi vostri ospiti ancora lì, tranquilli. Un vero amico non lo racconterà. Al massimo, inizierà a parlare sottovoce. Per non svegliarvi.

20 ottobre, 2006

Week end fra le lenzuola.


Potrebbe essere il titolo di una serie televisiva. O di un film piccante. Ma niente di piccante e torbido c'è in questa mia decisione. Le idee malsane arrivano quando meno te le aspetti, improvvise, come la puntura di una zanzara. Sei lì che fai altro e zac!, magari cercavi una federa che non trovavi o una copertina leggera nell'armadio della biancheria. E lì, rinvenendo una maglia che da secoli cercavi e cercavi, che hai chiesto al mondo intero se per caso l'avessi scordata da qualche parte, hai deciso che forse, quel luogo candido tanto più candido non era. Troppe mani mercenarie e straniere e incapaci ci avevano frugato ed era ben meglio dargli una sistemata. Mi sto mettendo un ginepraio, lo so. Ma l'armadio di casa mia, quello adibito alla custodia del corredo nuziale (!), dei lenzuolini dei bambini, dei copripiumoni, delle coperte di pile, delle trapunte, sembrava, ieri sera, un bazar di Ouarzazate. Cinture di accappatoi senza il loro padrone, guanti di lana, pantaloni di pigiama dati per smarriti (che a parte gli hotel, dove diavolo si possono perdere mai dei pantaloni di pigiama? Che il mio sposo, padre e compagno esemplare, abbia una storia torbida a mia insaputa? E se sì, consuma le sue nefandezze tutto a modino, portando con sè pure il pigiama?). Mah. Fatto sta ed è che la decisione è presa. Rimetterò ordine nelle lenzuola. Nell' armadio delle lenzuola, specifichiamo. Così, avrò le federe rosa con le lenzuola rosa, che sembra un'ovvietà e invece non la è per niente, non a casa mia, almeno. Sembra un lavoro da niente, ma so già che mi occuperà un bel pò. E qualche scatto di rabbia, nel constatare il disordine che vi regna sovrano. Però, un aspetto positivo lo troverò pure in questo frangente. Alla domanda "Come passi il week end?" risponderò con finta noncuranza "Fra le lenzuola". E avrò fatto, manco a dirlo, la mia aurea figura.

18 ottobre, 2006

Un regalo per lei.



Mi somiglia. Anche se ha gli occhi verdi di suo padre. Ma è me. Forse più precisa, più ordinata, più razionale. Ma vanesia e femminile. Nonostante l'improba convivenza. Scarpacce da calcio e ciabattine coi pinguini. T-shirt dalle scritte improponibili e pigiamini con Biancaneve. Cori da stadio e canzoncine tenere. Lei, resiste. Agli attacchi ai suoi pupazzi, alle volte che la sfiniscono di battute che forse non comprende, ride per educazione, di una risata d'oro e d'argento. E i disegni. A tonnellate. E i bigliettini sparsi, per me, lasciati nei miei cassetti, sul comodino, in bagno. Braccialetti coi campanelli, e fiori e stelle e cuoricini. Adoro di lei quel suo non scomporsi mai, di soffrire, ogni tanto, ma fare finta di no. E' di zucchero. Sa ascoltare, mi racconta i suoi sogni, mi chiede della mia scuola e com'ero io e che cosa facevo. E più di tutto, più spesso, mi chiede di quanto ami suo padre, di quanto sia contenta di averli, i suoi fratelli e lei. Li giustifica, quando escono sbattendo la porta, Avrà Preso un Brutto Voto, Mamma. Li adora, assolutamente, li vede grandi e bellissimi, e non rivela a nessuna fanciulla il loro numero di cellulare. E canticchia per la scala e salta la corda in salone e avvolge il gatto nella coperta. Dolcissima e spietata, poesiole tenerissime e sequele di parolacce, ove richieste. Vezzosa, le scarpe dorate, le maglie di Zara, i bagni lunghissimi, di vaniglia e borotalco. Dorme in un letto pieno di cuscini, glieli regalo ogni tanto, una piccola collezione. E ogni tanto, ricamo per lei. E' il cuore più vicino al mio, ci specchiamo insieme al mattino, e mi specchio in lei, ricordo i miei 9 anni, la bicicletta e il cortile, e vorrei per lei una vita di rosa e di meringa, soffice e luminosa, com'è lei. Questo che ho finito stasera è il mio ultimo regalo, la bustina per la tovaglietta della mensa. E avrei potuto scrivergli una frase di un suo cuscino, A Mother's Love Knows No End. Ma questo, anche in inglese, lo sa già.

Si và.


Risvegli alla moviola. Non ce la posso fare, non ce la posso fare. Eppure, ce la si fa sempre o quasi. Si comincia a tirar fuori dal letto un braccio e poi si sprofonda con la faccia sul cuscino per spremere ancora pochissimi secondi di pace perfetta, prima che inizi la sarabanda. Spremute, vitamine, colazioni, e su è giù per le scale, e le mie scarpe? e baci volanti sulla porta e grugniti e scatti e sbuffi e posso mettermi il lucidalabbra per andare a scuola? Spiegare che a scuola si và candide come angeli e soltanto a 18 anni compiuti, magari, al liceo, si potrà osare uno smaltino incolore e una passata di lucido, per adesso accontentiamoci del burrocacao, grande lusso, alla ciliegia. Le mattine a casa mia sono a metà tra una puntata di Zelig e una tragedia greca. Non so bene dove è meglio collocarsi. Comincia, ineluttabile, un'altra giornata di giri di giostra, di frullamenti vari, di impegni e di questioni da gestire, appuntamenti e vicende, piacevoli e meno. Si sopravviverà con grazia, inventandosi lì per lì, piccoli accorgimenti per tirarsi fuori, anche solo una mezz'ora. Chiamare, magari il Parrucchiere Famoso per un cambio di stile, non urgente, per carità, ma auspicabile, ogni tanto. Che di massaggi e palestra, cara la mia signora, non se ne ha mica il tempo, sa? Che le giornate dovrebbero essere di 30 ore, per riuscire a fare qualcosa anche per sè, non capita anche a lei? Così, ci si organizza. E si sfrutta l'attesa in piscina per chiacchiere rilassate, e qualche bonaria malignità, che male c'è. E si progetta un acquisto importante, un frullatore cosmico, magari, o uno stivale da combattimento. I pensieri aiutano, lo sanno tutti. Ma attenzione a non fantasticare ferme al semaforo. Il clacson dell'auto dietro vi scuoterà, riportandovi meste alla lista Things To do. E il gesto che vi verrà spontaneo, signore care, non è da voi. Per niente.

16 ottobre, 2006

Per amore e per forza.


Detto, fatto. Un invito per andare in barca a vela, quando da settimane in casa mia non si parla d’altro o quasi, che di Bavaria e Grand Soleil, e di piedi e di posti barca, beh, è stata una succulenta quanto gradita occasione per il mio sposo e me, anche perché ci si ritrovava a festeggiare il compleanno di un Amico di quelli che non se ne trovano tanti. Così, si parte. Affidata la figliolanza al figliolo universitario, dietro compenso, signora mia, al giorno d’oggi, nessuno fa niente per niente. Il mio sposo elettrizzato, io bardata come da manuale: scelta accurata della calzatura, un modellino argenteo Prada Luna Rossa, che famosa son per aver fatto una camminata in montagna con sandaletto a zeppa e top di seta. Stavolta non ho sbagliato, o quasi. Cerata e felpa in tinta, maglie a strati, occhiale giusto. Pronta. E’ inziato tutto nel migliore dei modi, andatura sciolta, vento discreto, mare un po’ agitato, in realtà, skipper rassicurante che schiudeva per me un mondo che ahimè, dovrò imparare a memoria. E cazza e lasca, e fiocco e randa, e via così. La foto documenta che mi sono messa al timone per, vediamo, un quarto d’ora? E ho provato l’ebbrezza di governare un veliero in mezzo al mare. Emozionante. Meta, l’isola di Bergeggi, dove si è data àncora e consumato un lauto pranzo a base di focaccia ligure, mandarini e pandolce genovese. Fin qui, la perfezione assoluta. Al ritorno, la catastrofe. Caratterialmente e contrariamente alle apparenze, la scrivente non è per le avventure estreme. Mi butto ma soffro in silenzio. Famosa è la scena di me che prego ad occhi chiusi quando, caricata a forza su un canotto, calcatomi in testa un orrendo caschetto e un giubbotto salvagente nemmeno di Gucci, mi hanno scapicollato giù dalla Dora Baltea a fare rafting. Non fa per me, che ci devo fare? 39 nodi di vento e mare incazzato. Io, raggelata dall’ansia, tutti ridevano e se la divertivano un mondo, io pensavo al mio divano e ai miei ricami e ai miei libri e ai miei figlioli abbandonati a casa, tristi, laceri e affamati. Fradici i miei bei jeans Parasuco, fradici i capelli, fradicia la felpa sotto la cerata, secchiate di acqua ogni 3 minuti, occhiali bagnati e inutili, acqua perfino nelle mutande, con licenza parlando. E mio marito al settimo cielo. Gulp. Mosso a compassione, il festeggiato ha ben pensato di porre fine al mio supplizio, che di penitenza ne avevo già fatta abbastanza, e ha riportato a terra me e la mia Amica della Pastiera, in preda a una leggera nausea e, forse, anche lei poco avvezza a simili avventure, anche se, va detto, più coraggiosa di me. Tesi. Non son fatta per la vita di Lupa di Mare. Non son fatta per la vela. Ci verrò, certo, per sincero e assoluto amore coniugale. Uscirò solo con mare piatto e bonaccia. Cucinerò per tutto l’equipaggio. Mi occuperò della cambusa e confezionerò dei parabordi all’uncinetto che sono un amore. Terrò lustri fiocco e randa, li stirerò, se necessario, avrete sempre in sottofondo musica chill out e profumo di incenso. Ma vi supplico, nella buriana no. O perlomeno, avvisatemi. Che così non mi faccio la messinpiega.

14 ottobre, 2006

Ode alla fetta biscottata.

Falsa. Fedifraga. Insulsa. Infingarda. Beffarda. Però, insostituibile, nel suo genere. La fetta biscottata, dopo la Multipla, l'Isola dei Famosi e George W.Bush, è il più grande inganno che mai posò piede, o briciola, sul globo terracqueo. Ha un bell'aspetto, nulla da eccepire. Quel suo quadrato elegante, un pò stondato in cima, che a vederla così diresti che è una fragrante fetta di plum cake appena tolto dal forno. Menzogna! La fetta biscottata è quanto di più insipido possa mai consumarsi, in un giorno qualunque, all'allegro desco della colazione domestica. Triste, direi. Ma obbligatoria, se si vuole cercare di seguire un regime alimentare povero di calorie,(scena con lei che ha il petto squassato dai singhiozzi). Si consuma, tuffandola mestamente nella tazza del latte, come un comune, succulento biscotto. La versione del tuffo nel thè và riservata unicamente in caso di influenza e/o mal di pancia, il che aggiunge un che di straziante all'intera questione in oggetto. Lei, la Cenerentola della dispensa, sopporterà in silenzio gli improperi a lei diretti. Vi ricambierà, facendosi trovare nello scaffale del supermercato, in mille versioni diverse, al farro, ai cereali, al malto d'orzo. E rimanendo, fragrante e croccante, fino all'ultima fetta, passando a pieni voti il crash test del volo mattutino del pacchetto dal tavolo. Attenderà, umile e silenziosa, con quella modestia un pò guerriera alla Lucia Mondella , il giorno del suo matrimonio. E allora sì, sarà il tripudio. Si ricoprirà di nutella, bene ai bordi e bene agli angoli, compiendo romantici ghirigori col cucchiaino, azzardando inedite opere d'arte, crema su fetta. Verrà portata in trionfo, da due dita soltanto, che la sorreggeranno con delicatezza, ai lati. E se la dolcezza paradisiaca che la ricopre, esonderà un pochino, niente panico. Si potrà, con un gesto furtivo, risucchiare con grazia proprio lì, dove l'ambrosia è caduta. L'avulsa Fetta Biscottata, maritata Ferrero, sarà felice. E voi con lei.

13 ottobre, 2006

Stasera.



Il venerdì, di solito, noi si riceve. Nel senso che, finito il delirio della settimana, è piacevole invitare gli amici e cucinare per loro. Magari qualche volta si prende una pizza e via, ma stasera mi sono dedicata con passione e devota cura alla preparazione di una cena coi controfiocchi. Il menù molto presto qui. Per il momento già la tavola a vederla mette allegria. Siamo tanti. Bella scoperta, siamo già in tanti noi medesimi e in condizioni normali. Se poi si invita una famigliona più o meno come la nostra, si fa presto a scambiare la nostra cucina per la mensa di una colonia. Ma che meraviglia. Si starà insieme, chiacchiere e un pò di gossip, delicato, appena appena. C'è un momento, però, prima di tutto questo, che ha qualcosa di affascinante e di magico insieme. E' la mezz'ora prima che gli ospiti arrivino. Si controlla la tavola, è tutto pronto, si appiattisce un tovagliolo con la mano, si controlla il forno, si allinenano bene le posate. Un piccolo regalo per gli amici che tra poco saranno qui. E una pace, silenziosa e soddisfatta, proprio lì, vicino al cuore. Bello davvero.

Tremate!


Note sono a tutti le mie insane passioni. Il viola, gli occhiali, gli oggetti di culto. La lista è piuttosto lunga e si rimpolpa, vieppiù. Non saprei stilare una classifica, vado a momenti. Questo è catalogato come Il Momento per L'Insana Passione per i Libri di Cucina. E mica Suor Germana, badate bene, cui và tutto il mio rispetto e la mia devozione, qualche santo in paradiso, signora cara, male non fa, coi tempi che corrono. I libri che adoro alla data sono quelli così belli che li terresti a far da soprammobili, spolverandoli con cura, tenendoli come il vaso della zia Cesira, per capirci. Se poi alla bellezza, ti insegnano pure i pilastri fondamentali della vita di una donna, tipo la differenza tra uovo sodo e uovo in camicia (non è da tutti, sa?) e come disporre con elegante maestria un aperitivo tra amici, beh, è un invito a nozze. Ne ho comprati 3 in un colpo, già ne possedevo alcuni, per l'estate e per l'inverno. Comincio con Kitchen, il più corpulento. Seicento ricette e fotografie bellissime, prendo appunti, esamino, sperimento, mi applaudo da sola. Me la canto e me la suono, come si dice. E prego. Che rimangano così, belli lucidi e stirati, con quel buon profumo di cartoleria, di appena stampato, un pò di colla, anche. Usandoli, li terrò a distanza di sicurezza da ciotole e fornelli, e poichè sono un pò miope, stringerò gli occhi modello talpa per vedere meglio 200 grammi di, e cose del genere. Che se per purissimo caso ci casca uno schizzo di sugo, di olio o di albume montati a neve ben ferma, sono panata. Ecco, mi sono già calata nella parte. Son cuoca, che ci volete fare.

Un vestito nuovo per le Fragole.


La sorpresa del week end che sta per iniziare. Le Fragole si cambian d'abito. Carine, non è vero? Tranquilli, niente scene di delirio o standing ovation. Anzi, una soltanto. Per il mio personal webmaster. Uomo integerrimo e di sanissimi principi, ha saputo interpretare ogni mio desiderio, anche il più complicato, e tramutarlo in grafica. Forse, però, solo grazie non basta. Che succede se lo bacio, con ardore e voluttà, sulla porta di casa, prima che esca ad accompagnare i ragazzi a scuola?

12 ottobre, 2006

L'epidemia.


Diffusissima, in questi giorni. Non si sa bene da che cosa dipenda, se serve per recuperare un'estate di follie o semplicemente, si abbia soltanto voglia di tana, di casa, al caldo, che non è che ancora proprio si geli, ma insomma. E' ufficiale: il popolo italiano ha sonno. E non ne ha voglia. Ci si impigrisce, si diventa broccoli sul divano dopo cena, persino con un libro nuovo e profumato in mano, l'ultimo di Niccolò Ammaniti, che si leggono 5 pagine e poi si sprofonda in un sonno pesante, quello coi respiri lunghi, che nemmeno l'ennesima lite Sgarbi-Mussolini in tv potrà mai destare. Ci si risveglia intorno alla 1, tutti dormienti quelli che prima avevano diari da firmare e temi da farti leggere, e partite da guardare, qualche luce accesa, ma un silenzio che fa bene all'anima, che bella è la notte in una casa tranquilla. Si fa il giro dei letti, si sposta chi si è addormentato in un letto non suo. Da sempre, guardare i miei figli dormire mi dà un senso di pace, di assoluta invincibilità, di altissima bravura, anche, per aver saputo dar vita ad esseri tanto perfetti. Cuore di mamma, perdonate. Un giro in cucina per bere, ci vorrebbe una tazza di camomilla tiepida, quella con la vaniglia e il miele, ma si ha ancora tutto il sonno da ultimare nel letto, svegliarsi del tutto sarebbe un peccato. Le tazze per la colazione all'indomani le ha già predisposte il mio sposo, pianissimo, per non svegliare me, poco distante, il libro sul naso e gli occhiali ancora addosso. Raccapricciante. Dovrei avere una vestaglia di raso, che so, un baby doll conturbante e assumere una posizione da calendario, invece di essere raggomitolata, tutt'uno col gatto, acciambellato accanto a me. Ma si sa, cara la mia signora, l'amore non è polenta, e qualche volta si chiude un occhio, anzi tutt'e due. Appunto. Mi rifarò.

10 ottobre, 2006

Ancora libri.

Il mio pacco di Amazon è arrivato questa mattina. In effetti, è stata l'unica cosa carina della giornata, considerando una serie di piccoli inghippi che hanno fatto sì che oggi mi senta più frullata di altri giorni. Ma si procede. Ho comprato questi 4 libri perchè attirata dalle copertine, già a Manualmente. Sono libri storici, in un certo senso, perchè recuperano i disegni di vecchi imparaticci, qualcuno addirittura datato 1820. Hanno fascino. Una volta le bambine imparavano l'arte del ricamo già da piccolissime, intorno ai 6 anni. Un altro volume invece è dedicato ai monogrammi, quelli rinvenuti sui corredi delle nobildonne alla fine dell'800. E infine il Cartonnage Brodè, sapiente arte che mette insieme il saper fare le scatole con il saper ricamare. Sto seriamente pensando a come ho potuto resistere tutta la vita senza una scatola per i bottoni ricamata a mano e con la scritta Boutons in francese. Però, la sciccheria è impareggiabile. Così, la prossima volta che a mio marito scapperà un bottone della camicia, cosa che succede regolarmente sul pianerottolo di casa, alle ore 7,20, quando magari ha un aereo da prendere e/o è in ritardo cosmico sulla tabella di marcia, farò sfoggio della mia scatola ricamatissima. Ad ogni buon conto, terrò a portata di mano quei minuscoli set che regalano negli alberghi, quelli con l'ago già infilato. Meno belli, ma più pratici di sicuro.

09 ottobre, 2006

A piedi nudi nel parco.


Film cult di, vediamo, 30 anni fa o giù di lì. Quello che si gira questa mattina dalle mie parti. Non mi piego. Al fatto che è già autunno e che c'è la nebbia e che fa freddo e che ieri si son fatte già le castagne sul fuoco, in campagna, e si sono cercati funghi e persi nel bosco, anche, giusto per aggiungere un pò di brivido a tutta la vicenda. Non mi piego. Ai vetri appannati, al riscaldamento in macchina, alla coperta di pile aggiunta al lenzuolo, alle foglie spiaccicate per terra. Io, le calze, ancora non le metto. Resisto, come dire. E vedo da giorni stivaloni e giacconi ma io ancora leggerina, la t-shirt, il tailleurino che non tiene nè caldo nè freddo, insomma, mi aggrappo, speranzosa, al fatto che, se guardi bene oltre la nebbia, verso mezzogiorno un pò di sole uscirà ancora e allora vorrò vedervi, voi con gli stivali! E che l'autunno, quello deciso, venga pure. Lo aspetteremo, gambe accavallate e faccia fiera, ma senza calze, per carità. E prontissime a brindare. magari, con un'aspirina. Che male, non fa.

08 ottobre, 2006

La gastronomia.


Domenica mattina. I grandi non si sentono, qualcuno ha fatto tardi, qualcuno è già a calcio e riederà verso le 13 con uno sbrano barbaro. Meglio portarsi avanti, con un arrosto che troneggia nel forno e invade la casa con un profumo caldo di spezie. La princi fa i compiti, Ho Tanto da Studiare, Mamma, e Non Ne Ho Voglia. Quarta elementare, cominciamo bene. Oggi è proprio autunno, da queste parti, ci si rende conto alzandosi, fa freddino con la sola camicia da notte, meglio infilarsi un golf per scendere le scale a colazione, piano piano, la domenica è il giorno dei pensieri liberi, delle cose in punta di piedi, dei bisbigli, del pigiama fino a mezzogiorno, dei libri e dei ricami, della colazione con calma, dell'avere la beata sensazione che non si ha quasi nulla da fare o che si potrà decidere al momento, se si avrà voglia di no, un film alla tv, magari, o al cinema stasera, un pomeriggio in campagna o una pizza al volo. Ma per ora, devo sentire una lezione. E ridere di gusto, intenerita, scoprendo che, per mia figlia di quarta, la scienza che studia i pianeti si chiama Gastronomia. L'eclissi della Frittata, la scoperta del Pianeta Pesto, Missione nello spazio con la navicella Scalogno III e cose del genere. Ridere di gusto insieme, le teste vicine in cucina, di domenica mattina, un pò scarmigliate, con le tazze del latte e le briciole sul tavolo, cancella in un secondo la malinconia di ieri. Ed è la cosa più bella che c'è.

07 ottobre, 2006

Il nastrino bianco.



Ottobre, il 7.
Sto in piedi. Rigida. Proprio, di sedermi non mi riesce. Ho la sensazione indefinibile che mi fa sentire le gambe a tratti mollissime e solo un attimo dopo di piombo. Pesanti. Ho mio fratello accanto, ogni tanto, mi sfiora il braccio con la mano, non so se per farmi coraggio, per prenderne, o per sincerarsi che io sia ancora lì. Mia madre è seduta , ferma, anche lei. Non mi guarda. Forse per non trovare altre lacrime, per non doversi occupare anche del mio, di dolore. Ne ha già abbastanza del suo. Ho una gonna blù a pieghe che non metterò mai più. E quando la vedrò nell’armadio la toccherò appena per mesi, fino a buttarla via, di nascosto, un pomeriggio di sole. Ho diciassette anni da cinque giorni, una treccia lunghissima fermata da un nastrino bianco e un dolore che mi squassa, senza lacrime, così grande che sembra che mi avvolga e un po’ mi soffochi. Da non credere, quasi. Le mie compagne di scuola sono tutte qui. Loro sì, mi guardano da lontano, senza sapere bene che cosa fare e dire, proprio a me, la più irrequieta della classe, adesso lì,immobile e assente e zitta, di un silenzio arido di cartone. Mia nonna sembra ancora più piccola e più bianca, di cera. Ogni tanto, soffoca un grido muto in un fazzoletto e muove piano le labbra in una preghiera senza fine. Bisbigli e abbracci, e gente anche mai vista, nasi soffiati, strette di mano e odore di candele, di vestiti sfregati, di fiori, di umidità, scalpiccio di scarpe in corridoio, dove qualcuno, chissà perché, ha coperto lo specchio con un telo. Aspettiamo. Che arrivi il momento. Ho qualcosa di simile alla paura, spero che gli uomini che ho visto in cortile non arrivino mai o che arrivino in fretta e che tutto questo finisca, adesso, domani, mai più. Mi sento persa, galleggio in qualcosa che non conosco, è allora questo il dolore vero, quello che sta ancora aldilà di quando piangi, perché ce n’è talmente tanto che nemmeno a piangere, ce la fai? Dormirò in questa stanza stasera, e per molte sere, per respirare le cose di te che lasci qui, adesso, che hai gli occhi chiusi e la camicia celeste e le mani bianchissime con il rosario. Svegliati, adesso, sorridimi ancora e ancora accarezzami e anche sgridami, dammi una sberla, ma non andare via. Dove andrai, che farai e che faremo, ci lasci qui, a vagare in una vita che non sarà più la stessa per nessuno di noi, ti aspettavo per il mio compleanno, mi avevi detto in ospedale che saresti tornato e che avremmo fatto una festa bellissima. Dove andrai, se nessun sentiero è tracciato in cielo per te, magari ti perdi, se nessuno ti indica la strada, dove andrai se nessuno sa da che parte cominciare a cercarti, dove andrai, se nessuno ti potrà trovare, mai. Nemmeno io. Arrivano gli uomini del cortile, e vogliono farmi andare via. Mia madre, ora, non la vedo più, c’è confusione e un pianto forte, adesso, ma non è il mio. E prima che tutto inizi, prima che chiudano i tuoi occhi chiusi, prima che tu vada via per sempre, da questa stanza, da questo mondo, da me, senza che nessuno mi veda, tolgo il mio nastro dalla treccia e te lo metto lì, accanto alle mani immobili, accanto al rosario. A cosa ti servirà, papà, il mio nastrino, per il tuo viaggio nella Luce?

06 ottobre, 2006

E' figlia mia.


Altrimenti, non poteva proprio essere. Un giro da Mediaworld, ieri pomeriggio, per vedere da vicino questo gioiellino Kenwood, che pare essere diventato tra le donne un oscuro oggetto di desiderio, al pari di un solitario Bulgari. Visto, toccato e verificato, ma forse un pò sovradimensionato per me. A me servirebbe un bel robot da cucina, per sostituire il corrente, creatura, scaraventato nel lavandino anni fa in una crisi di ira furibonda e che adesso, pur avendo svolto una vita di dignitoso lavoro, mi ha comunicato a modo suo che sta per passare a miglior vita e quindi, con mestizia, ne devo comprare un altro. I partecipanti alla spedizione erano 3, il mio sposo, l'Infanta ed io. Sparpagliati in quel caravanserraglio che è Mediaworld, c'è un rumore di fondo che non amo e poi mi và insieme la vista a guardare tutti quei documentari sull'accoppiamento dell'orca marina in 78 televisori di forma diversa. Son fatta male, lo so. L'Imperatore Maximo ai computer, io da brava massaia al reparto robot da cucina, tostiere e caffettiere, e l'Infanta in giro. Siamo usciti di lì con una stampante, giusto, le avevamo finite a casa, qualche cd e, meraviglia, un regalo chiesto dalla picci. Mi è venuta incontro con un musetto furbissimo, pensavo a un videogioco che so, ma lei, brandendo il volumetto in supersconto, coi suoi occhioni verde lago, Possiamo Comprarlo, Mamma? Certo che sì, amore mio, è una favola che molti dovrebbero ripassare ogni mattina appena lavati i denti, un libro che ricorderai per tutta la vita e che ti servirà.Così, per l'insignificante cifra di euro 4,60, ho fatto felice una bambina, La mia, nella fattispecie. Piume delle mie piume, ha cominciato a leggerlo in macchina. Perchè, come si dice, l'essenziale è invisibile agli occhi. Lo imparerà presto.

05 ottobre, 2006

La scorta.


Pronti, si và. Nel marasma di ieri li avevo scordati. Non avevo nemmeno aperto il pacco, lasciandolo lì, intonso, sul tavolo. Ieri, dopo la vicenda per la quale oggi ho ricevuto impacciate ed inusuali scuse, sono andata a fare un piccolo rifornimento alla mia Tessitura. Quel posto mi piace, ne avevo già parlato qui. Sembra che tutto sia rimasto fermo a quarant'anni fa, la scrivanie di legno coi cassetti un pò incastrati, le finestrone che danno sul cortile, nessun rumore, se non i macchinari e la forbice velocissime della signora che fa di un rotolone colorato una serie di strofinacci natalizi. Non c'era molto di natalizio, in realtà, solo quelli rossi con l'abete dorato, da scriverci Buon Natale in verde. Ho chiacchierato con la signora, quella col grembiule e le calze coprenti, dice che per quest'anno, nessun disegno nuovo per Natale, ma grandi novità per la primavera. E aspetteremo. Intanto, acquistati i soliti tulipani viola che sono piaciuti proprio a tutte e che con il grembiule coordinato saranno l'apoteosi, tovagliette quadrettate bianche e rosse per le colazioni dell'inverno. tovagliette bianche per la mensa dell'Infanta. Direi che basta. Il tempo per ricamare tutto questo non ce l'ho, ma magari, con un pò di ingegno, magari mi riesce di trovarlo. E prima di Natale, è ovvio.

Vitamine.


Fanno bene. Come il Cebion per il raffreddore, come la Citrosodina per la nausea. Illuminano, una faccia un pò disgustata, stamattina, un pò di ansia e un pò di agitazione, consolano per l'abbronzatura che và via per virare a un più triste color sogliola, tipico di questa stagione, fenomeno irreversibile per chi recalcitra a sottoporsi a lampade abbronzanti. Roba passata. Và il pallido, il lunare. Un giro di perle, meglio se tre o quattro, fa subito la sua bella figura. Rilassa. Scalda. Per non parlare del rumore, quel metallico discreto, quando si sgranano ad una ad una, come il più pagano dei rosari, sguardo perso nel vuoto, con una decisione da prendere e/o un'idea da farsi venire. Il rumore delle perle, è stato provato da recentissimi studi nell'università di casa mia, ha benefici poteri anche sull'umore, sullo stato delle cose, sui sospiri da fare per cancellare eventi sgraditi e alzare le spalle, senza girarsi, senza rimescolarsi troppo in pensieri che ci appiccicano e ci rendono fermi e pesanti. Le perle consolano. E il loro rumore celestiale tiene lontano da voi sortilegi maligni, incantesimi del lago, misteri, magie, apparizioni e sparizioni. Così, farneticando, monatti chic del nuovo millennio, con andatura elastica e tintinnio discreto, sfoggiatele con grazia. E se son fintissime, che male c'è.

04 ottobre, 2006

Così và il mondo.



Oh sì, capita eccome. Le cazzate, con licenza parlando, sono sempre lì in agguato. E tu fai di tutto per non combinarne e magari qualche volta ti riesce pure e batti il tuo personalissimo record di mesi sei senza farne nessuna, ma poi, eccola lì, irresistibile, e allora la sventatezza e l’impulsività che ti hanno distribuito a mazzi il giorno che sei nata, te la fanno combinare e mica una qualsiasi, non sia mai. Ma poi in fondo, che cosa credevi, pensi mica che tutto il mondo sia lì in attesa di darti una minuscola mano laddove necessario, sei mica così scema da pensare che le cose, dette con educazione e rispetto, vengano intese esattamente per quelle che sono? Hai mica il cervello completamente scollegato quando credi che, in effetti, magari non è così difficile e qualche volta basterebbe un’inezia per trasformare una situazione che tu non sai dipanare e gli altri, in tutta scioltezza, possono risolvere al posto tuo? Ennò, bellezza, così non è. Ci sono persone che non aspettano nient’altro forse che sferrare un bel colpo maestro, e dirti, che peccato, anzi, neanche che peccato, ti dicono che no e basta, anzi che cosa credi e che cosa pretendi in fondo, manco ti conoscono così tanto, manco sanno così bene chi sei, non si possono mica esporre, e interferire nel lavoro degli altri, e che a loro vengono i brividi a sentire queste cose (ma quali cose, ti ho mica chiesto di andare insieme a rapinare una banca o davanti alla posta a rubare la pensione alle vecchiette) e bla e bla e bla.
Così, con la stessa licenza di prima, un bel calcio nel culo. Ti insegnerà qualcosa? E chi lo sa? Per esempio, a pensare prima di fare le cose? A valutare le persone astanti? A dirti, ciccia, ma hai idea con chi stai parlando? A renderti conto che a pensar male si fa peccato ma ci si azzecca sempre? Se finora non hai imparato, cocca, nemmeno la Scuola Radio Elettra può far niente per te. Ok, domani mi iscrivo al Cepu.

L'è un grand Milan.

Ci voleva una bella foto del Duomo.
Niente, questa mattina Blogger fa le bizze e niente succede se si cerca di pubblicare una foto. Mah!
Ieri sono stata in visita pastorale a Milano. In realtà è stata una faticosa e pesante giornata di lavoro indefesso, fino alla mezzanotte, quasi, essendosi conclusa con una cena, di lavoro anch'essa. Ma diciamo che mi sono presa le mie belle, piccole (?) innocentissime soddisfazioni. Tanto per cominciare un succulento succo di pomodoro ai tavolini traballanti di Cova, che già lì ti senti meglio anche se hai passato una mattinata d'inferno e ti è venuto il sedere quadrato a forza di star seduta in quelle odiose poltroncine delle insulse sale degli hotel adibite alle riunioni, dove non c'è niente di bello da vedere, e c'è un odore finto profumato e potrebbe anche venire una tromba d'aria nel frattempo, fuori, e che tu non te ne accorgeresti neppure, perchè tanto non c'è una finestra nemmeno a pagarla e anche se sei in un hotel a mille stelle è tutto squallidino e grigiolino e ti viene voglia, a tratti, di dire, signori carissimi, tante care cose ma io me ne vado, abbiate pazienza, ma sapete com'è, c'è un sole pallidino fuori, e se tanto mi dà tanto, è uno degli ultimi, siamo agli inizi di ottobre, vedete, e ci scommetto che domani ci sarà la nebbia e allora me ne vado, ossì, e voglio sfiancarmi di vedere vetrine e comprare cosine inutile e superflue, una magliettina, un quadernino, voglio andare da Feltrinelli e sfondarmi di libri da non sapere più dove mettere, e voglio entrare da Prada e provarmi le scarpe con il buchino sulla punta, quelle che aveva mia zia che io avevo sì e no anni 2. Bene, tutto ciò non si può fare. O meglio, non proprio tutto. Certo, si deve stare qui, ad ascoltare. Certo, si deve fare il proprio intervento. Certo, si devono gestire una serie di obiezioni e di domande assurde e di ovvietà e di attacchi al proprio operato, ma che fa. Che fa se poi a un certo punto si scappa davvero, un paio d'ore prima della cena, e si entra in un negozio a caso e si viene invitate testè a scegliere quello che più ti aggrada, in virtù del fatto che il giorno prima era il tuo compleanno e sembrava solo che fosse passato inosservato e invece no, eccoti qua, una signorina in tailleur nero tutta per te che ti consiglia, guida, specifica, abbina, decanta, descrive. Fatto. Ho avuto il mio regalo. Mai fuga, seppur breve, fu più fruttifera.

02 ottobre, 2006

Succede.


Può succedere che, nel corso dell'esistenza di una donna, moglie e madre esemplare, si venga a fare i conti con l'imprevedibilità delle cose. L'effetto sorpresa, ecco. Può succedere che, in una normale giornata di inizio autunno, che è un autunno anomalo, signora mia, che non si sa più come vestirsi, a maniche corte, fa freddo, con la giacca fa caldo, si riceva un inaspettatissimo invito a presenziare ad una cena. Ma mica una cena qualsiasi, primo, secondo e contorno, bevande escluse, sa? Una cena con i pizzi e i contropizzi, in un castello, va bene, e non è che propio cucini la signora Mariuccia e sua cognata, sa? Per farla breve, ebbene, sì, c'è stato il mio primo, emozionatissimo, sorprendente incontro tra bloggers. E, manco a dirlo, con le tenutarie dei blog che, da quando sono entrata in quella che piace a molti definire la blogosfera, leggo quotidianamente. Bella serata. Chiacchiere distese, attentati ai leziosi camerieri un pò saccenti, lingue triforcute come solo 3 donne, anche se sconosciute fino a pochi istanti prima, sanno essere. Una specie di regalo di compleanno, insieme alle leccornie di Gourmet e alle parole a fiumi e senza maiuscole di Perec. Queste cose fanno bene. Come trovare un quadrifoglio, o cinquanta euro in una tasca. Certo, la cornice scelta era davvero meravigliosa. Finalmente ho potuto avvicinarmi con un misto di timidezza, ammirazione e sincera devozione alle prelibatezze di Davide Scabin. Certo, non sono accreditata a descrivere le meraviglie che ho visto e assaggiato, proprio io che in cucina vado per esperimenti e pochi, sani, semplici piatti. Però, mi prenoto con umiltà presso Gourmet, qualora voglia, nella magnanimità della Sua Grazia, farmi partecipe del suo sapere, di qualcuno dei suoi segreti, della sua abilità. Anche nel packaging dei suoi prodotti. A Perec, invece, dico che continuerò ancora di più a leggere i suoi esercizi di stile, le sue minuscole, le sue citazioni, e ad ammirare le sue foto rubate qua e là, saccheggiate, come dice lei. Ci si rincontrerà. In un altro castello, forse, comunque tempio di una cucina raffinata, osata ed elegante. Che, col lavoro che faccio, costituisce la vera scelleratezza della vicenda. Un'adorabile scelleratezza.

Per.



Per le volte che hai pianto, che hai sorriso e quelle che sei stata lì, a fare niente. Per le canzoni che canti, per le torte che fai, le volte che metti il muso e che ti arrabbi e che ci resti male e preferiresti uno schiaffo, magari. Per le mattine che sei di corsa, e quelle che, come un lusso, puoi fare con calma, quando tutto và liscio e morbido come seta e quando invece parte storto e di lato e niente proprio niente sembra funzionare e vorresti tornare a dormire, non vista, e rimettere la sveglia e coprirti fin sulla testa e fare tutto da capo, e meglio, che questa qui non valeva. Per le persone che ami e glielo dici, spesso, te l’ho mai detto che, non questa volta, ogni volta è un pacco nuovo da scartare. E già che ci sei dì anche che ci hai provato e che proprio, di amarli più di così, così forte e così tanto, proprio non è possibile. Per quando aspetti fuori dalla scuola e guardi bene per vedere le loro facce e i loro zaini e la loro vita uguale a tutte le altre eppure così speciale per te, perché quelle facce le hai svegliate stamattina nel caldo del cuscino, e le hai rincorse con la merenda e il quaderno a righe e in quella maglia c’era un buco e l’hai ricucita tu proprio ieri sera, e la treccia che hai fatto tu un po’ più lasca, adesso, e tutto ti sembra famigliare, amico, tuo. Per le volte che ti svegli la notte e ti guardi accanto e ti dici che mai, se mai, avresti voglia di svegliarti da un’altra parte, in un altro letto e in altre lenzuola e con un altro uomo vicino e ti sembra ridicolo e demodè e un tantino appiccicoso, anche, ma che importa, in fondo. Ho l’immunità, quest’oggi e posso dire quel che voglio. Per quando chiacchieri con le amiche e non importa se di cosmico o di scemo, perché ogni volta loro sanno e sì che lo sanno che ti butteresti nel fuoco laddove necessario, per aiutarle, per vederle sorridere se da molto non lo fanno, e se proprio non si può e non ci puoi fare niente loro sanno che sei lì, a portata di mano, se vorranno una parola, una risata, un discorso semi serio, magari una sgridata, un qualche cosa qualsiasi per tirarsi fuori di lì. Per me, oggi, che è la mia festa e sono felice, vorrei un compleanno normale, una fetta di torta e le candeline, un regalo costosissimo e mille senza valore, in apparenza, ma da tenere cari, vicini, da non buttarne via la carta e lo spaghino. Servirà. Per me, una tonnellata di auguri a vicenda, ma che dico, di auguri allo specchio, a farmi le boccacce e a dirmi che sì, ho quarantatrè anni e me ne sento quasi ventotto, perché sono frivola e un po’ incosciente, spendacciona e credente, sincera e incostante, falsamente sfrontata e distratta, un po’ timida, qualche volta. Il regalo più bello è che tutto quello che c’è ora, adesso qui tutt’intorno rimanga tutto esattamente com’è, un fermo immagine per tutta la vita. Scarterò in silenzio, con gli occhi lucidi facendo attenzione a non sgualcire la carta e arrotolando per bene lo spaghino. Servirà.