31 marzo, 2006

E chi lo ha inventato.


E' il delirio. Una bicicletta insignificante, leggerissima. E l'acqua. Una lezione di aquabike è quanto di più faticoso si possa inventare per trascorrere un'ora. O due, come mi succede da qualche tempo. Serve un costume e una buona dose di autolesionismo. Spinning in acqua, per intenderci. Una meraviglia. Faticoso certamente, ma si esce da lì, rigenerate, endorfiniche, felici. E ben sode, il che non guasta. Nient'affatto.

Ore 10.


Non è male prendersi quei 10 minuti 10 di pausa, in una mattina di quasi week end, quando si viene in ufficio coi jeans coi brilli, chissà perchè, un messaggio al mondo per dire, guardate che sì, sto lavorando, ma solo per oggi, e poi mi aspettano 2 giorni di scialo. La pausa può essere di varia natura, un caffè, un thè verde, una mela verde anch'essa, uno yogurt. Parlo, per i plotoni di fanciulle che in vista della prova costume fanno uno sforzo sovrumano per non addentare la vetrina di brioche appena sfornate, o le torte fragranti preparate per la colazione dei figli. Lo yogurt è un buon compromesso. a gusto esotico o al malto d'orzo, soddisfa e tacita anche le fami più ataviche, quelle nutrite, com'è noto a bresaola e foglioline di rucola. Con tanto limone, e con la bottiglia dell'olio, quello calabrese, buonissimo, profumato, passata sopra. Col tappo, ovvio. Lo yogurt asseconda e mette l'anima in pace, chiudendo gli occhi si può immaginare non già uno scodellino di plastica, tristanzuolo, in realtà, ma una lussuriosa coppa di gelato Haagen Daz o della gelateria della piazzetta, quella che fa il gusto bacio coi Baci interi.
Così, farneticando, si raschia bene col cucchiaino, bene al bordo, bene intorno. E, se poi nessuno vede, si può spazzarne con la lingua il residuo sul tappo di stagnola. Furtive, eleganti. Bellissime, lo si sa.

30 marzo, 2006

L'idea malsana.


Capita qualche volta che gli umani vogliano in ogni modo possibile e immaginabile, ma anche in quelli impossibili e mai immaginabili, complicarsi la già non proprio semplicissima vita. Niente da dire fin qui.
Ma che l'umano in questione sia proprio io e che abbia scelto la strada più complicata, beh, bisogna spenderci due parole. L'Infante fa la Cresima? Bene, a 12 anni sarebbe ora, anche se della sua convinzione mistica nessuno in famiglia ne è assolutamente certo. La tradizione vuole che si regalino ai pochi invitati un piccolo oggetto, a ricordo della giornata passata in festosa letizia. All'uopo sorgono numerosi negozi dove acquistare, con semplici accorgimenti, scatoline, sacchettini, e altre raffinatezze, dove collocare i confetti. Durata dell'operazione: una mezz'ora scarsa. Si paga e si esce. Ma la scrivente, no, Ella non si piega alla dura legge del consumismo (che non c'entra, ma è scenico), e del cattivo gusto (che c'entra, eccome, ho visto cose che voi umani...), decidendo testè di confezionare con le sue manine laboriose, gli orpelli suddetti. Saranno deliziosi cuoricini in lino grezzo,ivi ricamato il nome del cresimando, imbottiti stile puntaspilli: non serviranno proprio a un bel niente, perchè nessuno usa più gli spilli se non Mariuccia la Sarta e il Mago do Nascimento per fare le macumbe. Forse, saranno utilizzati dagli amici più cari, a sempiterna memoria, attaccati alla chiave del cassettone della nonna. Confetti? Che immane volgarità! Caramelline Leone al gusto violetta. Confezionate nel tulle da me medesima, anch'esse. Durata dell'operazione: e che ne so. Me ne mancano nà cifra, per dirla in francese. Ma almeno avrò la soddisfazione che nessun cresimando sul globo terracqueo abbia mai avuto un oggettino di simile squisita fattezza.
E per piacere, non chiamatele bomboniere!

La zeppa.



La zeppa, è risaputo, ha il suo perchè. Guardata con sospetto dai più, idolatrata dagli stilisti, coccolata da chi, come la scrivente, non ha molta confidenza col tacco a stiletto e, anzi, lo trova piuttosto volgarotto, diciamocela tutta. La zeppa è IL compromesso. Rende regale un completino da segretaria, azzardato ma d'effetto l'abbinamento al gessato da CdA, assolutamente stellari con capri pants floreali o a quadrettini Vichy, che fa tanto primavera, cara la mia signora. Da non sottovalutare il lato estetico della questione. Allunga la coscia, alza il gluteo e mi va a conferire, con l'andatura esotica, quei 10 centimetri in più che male non fanno, nemmeno ai miei 170. Must have della prossima primavera, ma anche di oggi medesimo, merita un attento esame della vicenda specifica. E, all'uopo, oggi giro di ricognizione per farsene un'idea.

Direi che va bene.

29 marzo, 2006

Assolutamente no.


Il vero mistero è: ma chi ha iniziato? Non per fare la maestrina, stamattina sono sul classico, lo si sa. Ma non mi sta completamente in testa, o meglio, non capisco che bisogno ci sia mai. Dell'intercalare, intendo. Chi fu quel tale che per primo usò l'aberrata espressione "voglio dire"? A parte la Ventura, che detesto di cuore e che fortunatamente non incrocio più di tanto, non guardando la televisione quasi mai. Certo, bravissima: tenere in piedi un discorso a base di voglio dire, ecco, no? e altre amenità, non è roba per tutti. Vuoi dire? Allora dillo. Sono le sei, voglio dire. Ecco, l'hai detto. Erede dell' ormai vetusto cioè, il voglio dire si è insinuato beffardamente nel nostro parlare comune. Non chiaro se sia un rafforzativo, una presa di tempo o cosa diavolo. Cerco, non lo sopporto. E non è da meno l'altra chicca che la grammatica italiana ha scoperto di avere e che usa a dismisura. L'Assolutamente Sì. Ora, l'affermazione sì è, fin dai tempi antichi sinonimo di sè stesso. Sì, e basta. Sì, punto. Assolutamente ce lo abbiamo aggiunto così, per vezzo, per pura inutilità. Sì non può essere assolutamente. Altrimenti sarebbe un sìissimo e, da quanto ne so, non si può fare un superlativo assoluto di un'affermazione. Assolutamente no. E se mai dovessi sposarmi una seconda volta (e speriamo di no), alla domanda di rito potrei rispondere Assolutamente Sì e poi girarmi a guardare la faccia del mio Sposo e degli astanti tutti.
Di questo riflettevo in una mattina di già primavera, di sole lucido e bellissimo e tra poco forse oscurato dall'eclissi.
E, a queste 6 sillabe sprecate, brindo con letizia.
Felice? Assolutamente sì. E che il Cielo mi ascolti.

E spariamoci Petrarca, và.



Benedetto sia 'l giorno,
e 'l mese, e l'anno,e la stagione, e 'l tempo,
e l'ora, e 'l punto,e 'l bel paese,
e 'l loco ov' io fui giunto da' duo begli occhi,
che legato m'hanno...



Stamattina va così, che ci si deve fare? E' una poesia che mi piace molto, l'ho scoperta per puro caso un giorno, in un film, L'Amore Ritrovato, con Maia Sansa e quel gran sventolone di Stefano Accorsi. Perchè, va bene la poesia, e il Trecento e le cose, e facciamo gli intellettuali e diciamoci le poesie al mattino alle nove...ma quando uno è sventola, acciderba, và detto.



Col naso all'insù.


Inizierà alle 11,36 e avrà il suo culmine dopo circa un'ora. Almeno, così dicono. L'eclissi di sole di oggi avrà un che di spettacolare vista, che so, dal deserto. Ma anche qui, direi che ha il suo bel misterioso fascino. Come tutte le cose avvolte di leggenda, di sentito dire e di strani poteri, l'eclissi resta tra i fenomeni più affascinanti, almeno per me. Ho conservato gli occhialini di carta del 1999. Era giugno, mi sembra. Forse non serviranno, forse non si vedrà nemmeno così bene, forse sarà talmente breve e circoscritta che non ne avrò il tempo, ma io mi sono portata avanti.
Sono, quel che si dice, una vera donna organizzata.
Anche per l'eclissi, lì per lì.

Meraviglie della tecnica


Prendete un liceale. Belloccio anzichenò, con la testa riccioluta fra le nuvole quanto basta. Prendete un telefonino di ultimissima anzi, futuribile generazione. Da futuro anteriore, ecco. Un aggeggio che manda mail, fa le foto. registra conversazioni e, alla bisogna, ti fa pure una dozzina di tortellini, in un attimo. Il Nostro si trova in trasferta scolastica in una affascinante capitale europea. Unico mezzo di comunicazione,per la mamma, Ansia di secondo nome, appunto, il telefonino summenzionato. Stamattina, un sms da numero sconosciuto. "Ciao mà, il tel non si carica più, è rotto.Ti chiamo io. Baci". Molto bene benissimo. Forse, una lezione da imparare, nel senso, lascialo in pace in gita scolastica 5 giorni, in terza liceo. con orde di amici e fanciulline al seguito a guardar musei e monumenti e far tardi la sera. Un pò lo invidio. E sono contenta che, forse a causa dei suoi studi classici, mi risparmia i ke e i xk', che aborro.
Avrà anche rotto il telefono quando più gli serviva, anzi MI serviva, ma è mio figlio. E lo adoro, assolutamente. Che fare in questi casi?


27 marzo, 2006

Che donnino.

Di facilità estrema. Inventata lì per lì, dando uno sguardo al frigo e considerando che il chilo e mezzo di ricotta scadeva tra pochi giorni. Dosi a occhio, carciofi qualcuno, una grattatina di parmigiano, 1 solo uovo. Ho sbattuto il solo uovo con la ricotta, in un contenitore di una ciotola di un bel fucsia acceso. Anche l'occhio, come si dice? Ci ho aggiunto i carciofi saltati. Avevo un bel rotolo di pasta sfoglia, di quella pronta. Lo ben so, i guru della cucina impallidiranno e invocheranno i sali, ma la pasta sfoglia già pronta, quella da bucherellare, quella già con la carta da forno, resta, con il motore a scoppio, Internet e la Nutella, una delle grandi invenzioni che hanno arrecato giubilo all'umanità intera. Si pone il tutto con grazia internamente alla tortiera, meglio se di un bel colore che si intoni alla presina e ai magneti del forno. 180 gradi per, vediamo, una mezz'ora? Dopodichè, lasciarla raffreddare e servire con insalatina fresca. Ottima per il prossimo pic nic. Da trasportare in un cestino di vimini, la tovaglia a quadrettoni e i tovaglioli veri. Di carta? Giammai!

I compiti della domenica mattina.

Io sono, tu sei, egli è. Modo indicativo, tempo presente. La domenica mattina inizia così, in pigiama, in cucina, con le calzine un pò scese, i capelli arruffati e la scodella del latte lì vicino. Felice perchè ha sentito gli uccellini stamattina, perchè Federico il pettirosso ha mangiato il suo cibo, perchè ha pochi compiti e stasera andremo insieme al cinema. Tutti gli altri dormono ancora e la casa è silenziosa. Il cane le si accoccola sotto la sedia, quasi a scortarla, a proteggerla, a vegliarla. La domenica mattina, in una casa qualsiasi, in qualsiasi posto del mondo, non potrebbe essere più bella, più semplice, più chiara di così. Io sono felice, tu sei felice, egli è felice. Tempo presente. E futuro, bambina mia, per tutta la vita, per sempre.

25 marzo, 2006

Ci siamo, dottore.


Prima ci sono i pensieri. Di quelli fatti sottovoce, un pò per gioco, un pò sul serio. E poi i sogni, detti piano, perchè, lo sanno tutti ormai, se si sogna ad alta voce non è detto che poi tutto vada per il verso giusto. E, in letteratura, molti sono i sogni svaniti perchè troppo urlati. I sogni van coccolati. Scaldati, anche. In qualche caso, coperti bene e accarezzati. Come gattini. Improvvisamente, il sogno prende forma, si alza e vola, e bisogna stare attenti a non farlo scappare di mano, sarebbe un attimo.
I sogni veri stanno lì, a metà strada, così importanti che tolgono il sonno, così leggeri che si toccano appena. Si deve aspettare, farsi coraggio, superare le ansie e andare avanti. E quando tutto sembra impervio e difficile e assurdo e faticosissimo, ecco che un omino semplice ci dice che sì, il nostro sogno è lì, che non è volato via e che siamo stati bravi, così bravi che sarà nostro per sempre.
Ci siamo, dottore.
Stavolta, sì.

Sa d'estate.


E' il profumo dell'estate. Sa di mare, anche. Freschissimo, misterioso il giusto, persistente e leggero. Da usare quando si ha voglia di vacanza e di niente e di sole e di sabbia. E di mare, appunto.
Lo so, lo so. Se uno guarda fuori si deprime eccome, certo, estate non è.
Ma i tre spruzzi di Pamplelune di questa mattina sono stati il mio modo di celebrare che sì, in fondo farà freddo e il cielo è color pentola, ma da stasera c'è l'ora legale, alla fine Ulisse tornerà (!!!), e il sole, prima o poi, arriverà.
Troppi futuri, ma rende l'idea.

24 marzo, 2006

A letto dopo Carosello.


Senza parole.

C'era.


Era splendido. Su una strada che faccio raramente, in realtà. Ma a maggio, ogni scusa era buona per inventarmi un piccolo viaggio che mi facesse passare di lì.
Enorme, se ne stava lì, lungo la cancellata di un vecchio edificio completamente abbandonato, come a dire, sì lo so, non ci viene nessuno da anni, ma nessuno mi vieta di continuare a fiorire e fiorire, ogni anno, ogni primavera, per nascondere l'orrendo che c'è qua dietro e per farmi guardare, un minuto scarso, dai curiosi come te. Fioriva e fioriva, con quei suoi fiori profumati di fresco, di lenzuola pulite, di tiepido. Il glicine è uno strano fiore. Si guarda e basta. Non si compra da nessun fioraio, non si può tenere in casa dentro un vaso, e neppure si può cogliere, se non sfidando plotoni di calabroni. Chissà perchè, il calabrone adora il glicine.
Mi piaceva. Lo trovavo affascinante, inquietante, anche, una simile meraviglia che incorniciava un enorme, vecchio stabilimento fatiscente.
Beh, non c'è più.
Stamattina, passando di là, ho visto i suoi tronchi tagliati, i rami, già con le gemme, ci posso scommettere, affastellati nel cortile, lungo la cancellata.
Mi ha rattristato. Ho pensato che forse, alla nuova destinazione dello zuccherificio, un glicine non sarebbe servito a nulla. E' un fiore di tempi passati, di ville decadenti, di campagna. E' troppo semplice, inusuale, antico. Ma a me resta nel cuore. Dove nessuno lo taglierà mai, dove potrò guardarlo ogni volta che voglio, sentire il ronzare dei calabroni che ci abitano, e dove potrà continuare, lucido, a fiorire e fiorire.

La pioggia agli irti colli.


Non è proprio che piovigginando salga. Piuttosto pioviggina e basta. Cionondimeno, diluvia. Quel che vedo dalla mia finestra è quel che si potrebbe definire una sorta di condanna: pozzangherine di un bel colore fanghiglia pestata, cielo color schifido, e se non esiste non importa, alberi inzuppati, più del savoiardo nel tiramisù. Ci si ostina però a non rimettere il piumino, a girare senza calze, a dare un'occhiata alle magliettine colorate, a fare incetta di canottiere e di jeans con tutto un ramage di orchidee ricamatovi sopra, testè. L'esperimento riuscirà. Se non fuori dalla finestra, avremo la primavera dentro un cassetto, e la vedremo, splendente, socchiudendo appena appena la porta dell'armadio.
Coraggio, spioverà.

23 marzo, 2006

Torta ai Baci


Ah, beh, so benissimo che non è un blog di ricette, ma stavolta và così.
Ancora non l'ho sperimentata, giammai, mi consumo di aquagym e finocchi sconditi, sarebbe veramente un sacrilegio.
Ma questa torta non mi sembra niente male.
Da consumare a piccole fettine, in una serata di stanchezza cosmica, quando niente o quasi è andato per il giusto verso, quando il mondo sembra aver organizzato una rivoluzione contro voi medesimi.
Mancando quelli veri, un Bacio Perugina, lo si sa bene, è quanto di più terapeutico ci sia.
Figuriamoci una torta.
Cheescake di Baci
ingredienti:per la base:
150 gr biscotti tipo gentilini
75 gr burro.per la crema:
180 gr cioccolata fondente
100 gr ricotta
7 baci perugina
2 uova
80 gr zucchero
caffè freddo
per la base: Unisci i biscotti sbriciolati al burro ammorbidito, compatta l'impasto sul fondo di una tortiera e metti il tutto in frigo a raffreddare. Intanto prepara la crema. Monta i tuorli con lo zucchero, aggiungi la ricotta. Una volta amalgamata aggiungi la cioccolata fusa e il caffè freddo, le chiare a neve e i baci triturati grossolanamente.Versa la crema sopra alla base di biscotto e metti in frigorifero fino al momento di servire.
La delizia, pura e assoluta, non tarderà ad arrivare.
Consigliate 3 ore e 15 minuti di AVH ( Aquagym Very Hard) per polverizzare il tutto, o almeno, avere l'impressione di.

Quelle come me.


Hanno quarant'anni, più o meno. Sono cresciute a panini al prosciutto e cubetti Zuegg. E Ovomaltina. Hanno cantato con enfasi Lugano Addio e ballato i Santa Esmeralda alla festa del liceo. Avevano il Ciao.
Quelle come me si riconoscono, da lontano, per quella camminata veloce e plastica, mai ciondolante. Di tempo non ne hanno molto, mai o quasi. Sorridono, di quei sorrisi luminosi e chiari, di chi ha sposato un grande amore e vorrebbe un altro bambino, non importa se ne hanno già una dozzina. Si assomigliano. Hanno gioielli importanti e vicino un braccialetto di perline. nessun tatuaggio, se non quello delle gomme da masticare. Leggono, molto, un fiore a seccare tra le pagine. Trucco leggero, burrocacao e un pò di colore. Per poi essere da corsa una sera, da amici, e cosa importa se arrivano con la torta ancora calda avvolta nella stagnola. O con patate e farina per fare gli gnocchi. Hanno chiacchiere da raccontare, lavatrici da stendere, cene per 10 da preparare e guai da risolvere. Cerotti da appiccicare, rate da pagare, poesie da provare. Magari mescolando il riso. Non sono ancora cresciute del tutto, se crescere significa non credere più a nulla e non sognare più e non scoppiare a ridere, o raccontarsi delle storie per stare sveglie o per dormire, a scelta. Niente o quasi le ferma. Hanno cassetti pieni di cose, conservano i nastri dei regali e i biglietti di auguri. E le carte d'imbarco. Possono guidare per ore, preparare 30 panini in 15 minuti, montare un armadio di Ikea e fare un orlo ai pantaloni. Si confidano, si aiutano e un pò si criticano, e un pò si sgridano, tra loro. Per poi scoprirsi, in fondo, più unite di prima. Capaci di grandi amori e grandi collere, grandi litigi e grandi pianti. Niente per loro è sottotono, niente è superficiale o scontato,non le amiche, non i figli, non la famiglia. Che hanno voluto, che hanno cercato, e difeso e sopportato. E che amano, sopra ogni cosa.
Perchè è la cosa più bella, più grande e più vera per quelle come me.

22 marzo, 2006

La Leggenda.


Si narra che Hermés l'avesse disegnata apposta per Grace Kelly, nei tardi anni 50.
E che la Principessa di Monaco, splendida e di classe, la usasse per nascondere ai paparazzi il suo stato di attesa, Carolina, appunto.
Da dire, nulla. E' La Borsa. La perfezione assoluta. E' elegante, sportiva, da giorno e da sera, da lavoro e da diletto. Sta bene col tailleur, i jeans delavè, la T-shirt d'annata. E' Lei, la Ur-Borsa. La Kelly. Ne possiedo qualcuna, di caucciù e di pelle, arancio, nera, biscotto, ma nessuna originale. Ha prezzi stellari e 6 mesi di attesa. Solo l'Onorevole (?) Daniela Santanchè si può permettere una collezione e mai borsa più bella è stata indossata da donna più volgare. E' l'unica sbavatura. Ma le leggende, si sa, non scelgono a chi piacere, e non si può avere sempre una platea d'eccezione, non completamente. A me piace per la sua forma geniale e per quel suo essere sempre al di sopra delle tendenze e dei must di stagione. Rende regale una gonnina già vissuta e un capri pants insignificante e un pò stropicciato.Con zeppa o sandalino piatto, fa la sua venerabile figura.
Stellare, appunto.

21 marzo, 2006

Non me lo dovevano fare.

Non so bene cosa mi sia preso. Facevo la spesa, di quelle spese che ti capitano 2 volte al mese, quelle cioè con un minimo di calma. Una parvenza, almeno. Magari hai a disposizione mezz'ora invece degli 8 minuti (gli stessi dei fusilli), e hai anche la cristiana e legittima possibilità di vedere, quantomeno, cosa butti nel carrello.
Erano lì. Appunto. In un posto insospettabilissimo del supermercato, tra il latte e l'acqua minerale. Che uno pensa di essere passato indenne tra lo scaffale delle merendine e della Nutella e ha comprato solo un pacco di Pavesini.
Non ho resistito.
Male che ho fatto.
Le ho buttate nel carrello senza guardarle tanto, in realtà LE HO guardate, la scatola è viola, invitantissima, anche se il loro nome non mi diceva granchè.
A casa, coi ragazzi, alla fine di quelle cene chiassose dove tutti sono di buonumore nonostante un quattro e mezzo di latino e una nota di classe, ma insomma, non andiamo tanto per il sottile, le ho portate a tavola.
Forse avevamo bisogno di una gratificazione, echennesò.
Loro, celesti. Sfoglie di cereali ricoperte di un velo sottilissimo di cioccolato, e cosparse di gemmine di mandorle nella versione Hazelnut.
Sistemate modello Pringles, in tubo velocissimo da svuotare.
Meraviglie del packaging.
Ottime.
Da galera.
In certi casi bisogna essere saggi o rispettosi o tutt'e due e omettere la tabellina dei valori nutrizionali.
Ciascuna di queste carezze di cioccolato consta di 20 calorie. Una bazzecola, a ben pensarci. Un'enormità, se si pensa che sono infide e bastarde e vanno giù che è una vera delizia.
Una coccola per l'anima.
Uno sfacelo per il fianco.
Una tragedia per il girovita.
Un'ambrosia per il palato.
Meno male che non ce ne sono più.
Come, di già????


Li voglio!

Da annoveraretra le mie venticinque passioni ( e se fossero ventisei o ventitrè?), ci sono anche gli occhiali. Da vista, ovvio, dato che li porto e non per vezzo. Veramente, mi piacciono da sempre. Ricordo le tragedie delle mie compagne di quarta elementare quando, alla visita collettiva, ricevevano la famigerata busta gialla indirizzata alla famiglia, dove si consigliava l'uso degli occhiali alla creatura che, nonostante il primo banco, continuava a scrivere non allineata sulla riga.
Io, felice. Come se avessi ricevuto un regalo. Ho iniziato a portare gli occhiali in quarta, appunto. E li porto tuttora, non sono miope. Insomma, un difetto leggero.
Possiedo una quantità di occhiali, da vista e da sole. Colorati, strani, serissimi, da ufficio e da serata. Di madreperla e di celluloide, di titanio e di legno. Belli da morire.
Questi della foto saranno miei prossimamente.
Ultima collezione di Chanel, rettangolari con spigoli morbidi, neri da professoressa. Solo, hanno delle mini borchie sull'astina.
Un delirio.
Da abbinare a tubino nero e perle, una cena a due con mio marito.
E senza scordare uno scialle impalpabile e un tacco importante.
Sognare, in fondo, non è pericoloso.
Non ancora, almeno.

Le Fragole ritornano.


Volevano tornare a casa.
Splinder era bello, ma troppo dispersivo.
Le Fragole sono curiose creature.
Un bel caratterino, niente da dire.
Sono scritti per l'anima, perle di saggezza, o di follia. Non hanno bisogno di chat e di community, esistono per il solo, unico fatto di esistere e di raccontare, non sono un diario, nemmeno un libro o un trattato o un manuale.
Sono Fragole e basta.
Così, hanno preso il loro bell'Ape e se ne sono tornate a casa.
La classe, inutile ribadirlo, non è l'acqua per la pasta.

Le Fragole traslocano.

O meglio, hanno già traslocato questa notte.

Non che qui non stessero bene, questo no.

Solo, volevano uno spazio un pò più grande, per stare, comodissime, nei loro bei cestini.

Le Fragole Infinite, le trovate qui:

http://fragoleinfinite.splinder.com/

Come sempre, a cucchiaiate, un pò ogni giorno, anche di più, volendo.

20 marzo, 2006

Ricama che è meglio.


Sono una donna all'antica.
Beh, non proprio, ma fra le mie passioni annovero anche questa. Ricamare a punto croce sembra, lì per lì, una roba da Nonna Papera. In realtà non lo è. E' pura terapia. Rilassante, tranquillizzante, una sorta di anti ansia senza controindicazione alcuna. Non è una tradizione di famiglia, e non l'ho ereditata da nessuno. Mia madre mi ha insegnato uncinetto e maglia, non questo. Ho imparato da sola. Ricamo da più di quindici anni, quando cioè, aspettavo il mio primo figliolo. Ho cominciato con un bavaglino, e poi un lenzuolino e poi via, tonnellate di cose, chilometri di tela aida, sacche per l'asilo e tendine per il bagno. Mi piace. Spesso ho anche organizzato dei corsi per le mie amiche. Un pomeriggio di pasticcini e chiacchiere, ed ecco svelato il segreto per ottenere un rovescio perfetto.
Al momento sono sugli strofinacci da cucina, su cui scrivo di tutto: titoli di film, frasi di poesie, nomi dei venti. Mi rilassa e mi diverte, dopo una giornata di corsa, mi serve per staccare.
Come Nonna Papera, non sono affatto male.

18 marzo, 2006

Il magone.


Ti prende strisciando.
Non si capisce bene da che parti incominci.Se ti pungono prima gli occhi e poi ti senti un ferro da stiro sul cuore, oppure il contrario, o tutto insieme.Certo, bello non è.
Il magone non richiede necessariamente che si pianga, per farlo andare via.
Anzi, sembra che sia contento di starsene lì, aggrappato fra la gola e il petto. Il magone ti arriva così, con una banalissima ragione scatenante, ma forse erano ore che voleva uscire e gli si è tenuta testa, ci si è fatti forza, ci si è irrigiditi e concentrati, per tenerlo a bada. Ma non c'è niente da fare. Il magone vince su tutto. E se proprio non si riesce, allora, meglio piangere un pochino, non importa se in bagno o al semaforo, o dove diavolo.
Meglio se nessuno ti vede, e che cos'hai, cos'è successo e tutto bene.
Meglio farlo in silenzio e da sole.
I veri magoni, son fatti così.

Put your records on...

E' una bella canzone.
Una carezza, come dire.
Leggera, si impara in fretta.
Da cantare mentre si fa shopping, scegliendo uno di quei vestitini di cui son piene le riviste di moda, leggerini, cortini, a fiorellini, primaverilissimi.
O provandosi allo specchio una bella zeppina di corda, tacco 11.
E da ballare ondeggiando, mentre si ritira in frigorifero, la spesa del supermercato.
Da provare. Effetto garantito.
Three little birds, sat on my window.
And they told me I don't need to worry.
Summer came like cinnamon So sweet,
Little girls double-dutch on the concrete.
Maybe sometimes, we got it wrong, but it's alright
The more things seem to change, the more they stay the same
Oh, don't you hesitate.
Go, put your records on, tell me your favourite song
You go ahead, let your hair down
Sapphire and faded jeans, I hope you get your dreams,
Just go ahead, let your hair down.
You're gonna find yourself somewhere, somehow.
Blue as the sky, sombre and lonely,
Sipping tea in the bar by the road side, (just relax, just relax)
Don't you let those other boys fool you,
Gotta love that afro hairdo.
Maybe sometimes, we feel afraid, but it's alright
The more you stay the same, the more they seem to change.
Don't you think it's strange?
Go, put your records on, tell me your favourite song
You go ahead, let your hair down
Sapphire and faded jeans, I hope you get your dreams,
Just go ahead, let your hair down.
You're gonna find yourself somewhere, somehow.
Just more than I could take, pity for pity's sake
Some nights kept me awake,
I thought that I was stronger
When you gonna realise, that you don't even have to try any longer.
Do what you want to.
Go, put your records on, tell me your favourite song
You go ahead, let your hair down
Sapphire and faded jeans, I hope you get your dreams,
Just go ahead, let your hair down.
Go, put your records on, tell me your favourite song
You go ahead, let your hair down
Sapphire and faded jeans, I hope you get your dreams,
Just go ahead, let your hair down.
Oh, You're gonna find yourself somewhere somehow.
Corinne Bailey Rae

Sorpresa!


Certo, ancora è freddino. Non si può dire che sia primavera, questo proprio no.
Ma vederle lì, bottoni di velluto fra le foglie secche del giardino mi ha procurato una gioia sottile.
Una specie di caldo improvviso. Allora, mi sono detta, ci siamo quasi.
Felice di questa piccola scoperta, significa che gli spruzzi di neve impiastricciata, le lenzuola di nebbia, il freddo polare da farti battere i denti, si possono archiviare e pensare seriamente, a tutto il bello che verrà.
In anticipo, in assoluto anticipo, buonissima primavera.

17 marzo, 2006

Il divano.


Il divano è un'isola felice.
Un porto sicuro. Ti accoglie con sincera benevolenza, dopo una di quelle settimane in cui hai battuto ogni record mondiale di sbattimento, di quà e di là. Dovrebbero farla disciplina olimpica. Il divano, al venerdi' sera, ha un suo senso cosmico. Ci si può anche cenare, volendo, basta dotarsi di quei bei vassoi colorati e scegliere qualcosa, in piedi davanti al frigo, due crackers, un bicchiere e la bottiglia dell'acqua. Non importa se non c'è niente in tv. Si potrà chiacchierare, leggere, ricamare o non fare un bel niente. Il divano sarà la salvezza.. Vi accoglierà, sprofondati nei suoi cuscini, quando un sonno lieve e leggero si impadronirà di voi medesimi.
Qualcuno giudica non troppo chic l'addormentarsi di schianto.
Ma non temete. Un vero divano che si rispetti custodirà il vostro segreto.

16 marzo, 2006

Passion lives here.

E' una passione insana, lo so bene. A dirla così, neanche tanto perversa.

Mi piacciono le agende è una frase che, detta così, non scuote di un millimetro gli animi di nessuno. Il fatto è che a me piacciono le agende scadute, Finite. Nel senso, nuove ma vecchie, vecchie ma nuove. E' un concetto di alto rivello e di complicata espressione.

Non scritte, immacolate, passate. Intonse. Del 2000 o del 74 poco importa. Candide, le sfoglio con devozione silente, un misto tra rispetto e magia. E fantasia, beh quella, di sicuro. Che cosa avrò fatto mai il 6 luglio del 2001? E alle ore 18 del 27 febbraio che genere di appuntamento avrei mai dovuto annotare?

Ancora non ho chiaro da cosa dipenda questo trasporto, certamente fa la sua bella parte la mia passione di scrivere, di tutto, su tutto, con tutto, sempre e comunque. E cosa c'è di più invitante di un foglio bianco, con una data in cima, di lato o al fondo? E poi, i mesi e i giorni scritti in lingue diverse, le ore scandite, i riepiloghi a fine mese...

Ne comprerei tonnellate. Non mi sta in testa buttare via tutti quei giorni, bianchi. Le salverei tutte dal macero e le terrei per me.

Forse, ho solo bisogno di uno bravo.

Caffè al volo.


Quel che è bello è che non si programma.
Capita all'improvviso, passavo di qua, oppure una chiamata dell'ultimissimo minuto, hai dieci minuti? In realtà non li "ho" quasi mai, ma me li prendo. Li rubo, ecco. Ingredienti: un'amica, un caffè, e 10 minuti 10 dove può succedere di tutto. Si puo' organizzare di getto una cena o un week end,, prevedere di spendere una cifra vergognosa in trucchi, borse e altre amenità, raccontare un pettegolezzo innocente o passare sottobanco la ricetta del cheesecake. E che sia dietetico.Una puntatina su figli e mariti, giusto così, per dovere di cronaca.
Esci da lì e sei rigenerata, pronta a tuffarti nel frullatore quotidiano, senza il minimo senso di colpa.
Il caffè al volo fa parte, d'ufficio, da oggi, delle 10 cose semplici per cui vale la pena di rubare.
I 10 minuti, s'intenda bene.

Ode alla Macina.


La Macina è puro lusso.

La togli dalla biscottiera e già senti in sottofondo le note solenni e sottili de Il Gladiatore.

La Macina non si inzuppa, si "puccia".

Essa entra, sublime e perfetta nel latte puro, macchiato in qualche caso da una nuvola di caffè, sia esso solubile o espresso, nella fattispecie.

La Macina dà il meglio di sè medesima nella scodella, quella dei collegi, giammai nei mug. So di persone che perpetrano il rito in scialbe tazzine da caffè, ma non ne voglio parlare.

Con rara maestria, si individuerà nel tempo, i secondi necessari per darLe tripudio, non troppo croccante, non troppo molliccia. Questa frazione è nota agli adepti come Il Tempo della Macina.

La Macina è bipartisan.

Gira voce che Essa accomuni gli schieramenti, siano essi no global o sì global, cravattona o maglioncino, MontBlanc o TrattoPen.

E, di questi tempi, ben lo si sa, son soddisfazioni.

15 marzo, 2006

Li ho visti.


Li ho visti.
La prima volta piangevano, disperati, lanciati dal soffice mondo in cui erano, cullati, a quello vero, quello fuori.Addosso a me.Banale dire che ho pianto anche io. Straordinariamente felice. Li ho visti poi. Ancora e ancora.
Guardarmi negli occhi e sorridere, calmarsi al solo suono della mia voce, barcollare in corridoio e camminare, con la precarietà miracolosa che solo loro sanno avere, stanno sempre per cadere, sembra, e non cadono mai quasi, ed è uno sbattere di sederini morbidi per terra.
Li ho visti aspettare Babbo Natale e il topolino dei denti. Li ho visti col magone il primo giorno di scuola, la cartella nuova e il collettino bianco. Li ho visti col quaderno a quadretti a scrivere impacciati e incerti il loro nome, recitare poco convinti la poesia di Natale e c’era una volta un re. Ho visto i saggi di danza e la prima partita di calcio, a salutare la tribuna, sorrisi dentro a calzoncini di 2 taglie più grandi. E i loro nomi ricamati sui bavaglini e sulle lenzuola. Soffiare su candeline e impiastricciarsi di torta. Li ho visti piangere per Peter Coniglio e per la mamma di Bambi, li ho visti con gli occhi rossi e stralunati di febbre alta, coi puntini del morbillo e la tosse, no, lo sciroppo no, mi fa schifo, e allora inventare storie improbabili e aerei e missili a forma di cucchiaio, e sputare l’antibiotico nel ficus benjamin del salone.
Li ho visti aver paura dei tuoni, affrontare con coraggio sei punti sul mento, parlare col cane, sorridere al lavavetri del semaforo, fare la boccacce dal finestrino nei viaggi lunghissimi, appannare vetri e disegnare cuori, dovunque, su muri e divani, a matita e a pennarello. Sono loro, sono miei. Parte di me, un pezzo del mio cuore e tutta la mia vita. La mia anima, anche. Li vedo. Ripassare storia e ei fu siccome immobile, radersi una mattina nel bagno blù, ma come, la barba, di già?
Li vedo soffrire per la bambina della terza, comprare regalini a San Valentino, il primo collant con orsetti e conigli. Scegliere mollettine leziose e cerchietti di zucchero, e baci di burrocacao, li vedo togliersi il casco come nei film, li vedo guardati da fanciulle svenevoli davanti al liceo, li vedo vivere di sogni e sms, e di nuvole e di nutella e di pomeriggi al McDonald’s a raccontare e raccontarsi.
Fermi, così. Non andate avanti, figli miei, rimanete così come siete, che ancora mi commuovo a guardarvi dormire e che a volte vi strangolerei ma che vi aspetto dietro alla finestra il sabato sera, ma mamma, sapevi dov’ero, sì, lo sapevo. Ma finchè non siete qui, tutti, nei vostri letti con le lenzuola a fumetti, nelle vostre stanze disordinate e bellissime, con orsi e pinguini e foto in tutù e coppe di sci e medaglie e mucchi di felpe, e incarti stropicciati di crackers e briciole, finchè non sento lo scooter dietro la salita, e scarpe infangate sulla scala, mi manca un pezzo. Un pezzo di me.
Voi lo sapete, e mi abbracciate e mi stringete, manine dolcissime e treccine sfatte, manone da grandi che grandi non siete, non ancora, per favore, ancora no. A questa mamma che urla e castiga e annoia e abbassate la musica e non giocate a calcio in camera, a questa mamma che balla in cucina Buonanotte Fiorellino, che è di “quel vecchio che avete visto in Tv”, a questa mamma non cresciuta e vanesia, che recita Dante a memoria e sa tutte le canzoni possibili, e le storie quasi vere, come sei bella mamma col vestito fiori.
A questa mamma, datele tempo. Il tempo di avervi ancora per lei, ancora un pochino, prima di volare verso la vostra vita, l’università, un altro letto e un’altra casa, col profumo dei biscotti la domenica mattina. Sarete felici, io lo so già. Vostro padre ed io vi abbiamo insegnato il rispetto, l’onestà, la gentilezza e le filastrocche, la matematica e il perdono. Avrete le cose più belle del mondo e il mondo avrà voi.
E assicuratevi sempre che, ovunque andiate e con chiunque siate, ci sia sempre per voi un posto dove poter, a matita o a pennarello, disegnare un cuore.
Meglio a pennarello, che non và via.

14 marzo, 2006

Non me l'aspettavo.


Stanca. Guidavo distratta, pensavo alla cena da imbastire, a quello davanti che andava troppo piano, ascoltavo mia figlia che chiacchierava, raccontava i suoi progressi a dorso, ma ti ho vista dal vetro, ero proprio lì. Ad un tratto, dopo una curva, eccola lì. Improvvisa e silenziosa, splendida. Teneva tutto il cielo, o quasi, di un colore quasi oro, un pò burro un pò vaniglia, di velluto e di seta. La luna ha su di me un fascino speciale. La guardo da sempre, da quando piccolissima, mia madre portava mio fratello e me a vedere il Grande Carro, che spuntava proprio là, dopo il ramo più lungo della pianta di ciliege. Lo vedi? Dicevo di sì, per non fare brutta figura, ma in realtà, il Grande Carro l'ho visto solo a 20 anni compiuti. E' uno dei miei segreti.
La luna è mia, in un certo senso. Me la sono regalata una sera, di quelle che capitano, grazie al Cielo, appunto, una volta o due nella vita. E speriamo che basti. Una sera in cui ero sola su un balcone, e non sapevo più da che parte cercare per trovare le persone che amavo, per trovare la strada, per trovare me. Una sera di una tristezza assoluta, disperata, anche, quando sai bene che piangere non serve ma che è l'unica cosa che ti viene, al momento. Era luna piena. E avevo talmente niente, talmente nessuno, che ho pensato che sì, in fondo non facevo niente di male a rubare la luna per me, così, un pò per finta un pò per vero. Lei era lì e mi guardava, superba, ed è diventata la Mia Luna. Da allora, ogni sera, che si veda o no, crescente o calante, la cerco. E le sorrido. E stasera, sulla strada di casa, quando è apparsa all'improvviso dietro la curva, e mi ha seguito, mi sono sentita al sicuro, felice di assistere ogni volta a una meraviglia tanto grande e perfetta. E in un mondo di grandifratelli e fattorie, veline e tronisti, sentirsi felici a guardare la luna tanto normale non è.
Ma questo, in fondo, non ha molta importanza.

13 marzo, 2006

Lo scriverò.


Devo scriverlo questo libro.

E dico, libro, non appunti sparsi qua e là, né lettere mai spedite e stropicciate , cacciate in fondo a un cassetto, scritte sulle carte da lettera che prendo negli hotel. Lettere senza busta e senza indirizzo, lettere per nessuno. Lettere per me.
E frasi e descrizioni minuziose e un po’ infiorettate di cose e situazioni e persone, giochi di parole e di misteri. Segreti che volano via, chi ha mai provato a fermare un segreto. Un segreto è come il vento, te lo dico ma non dirlo a nessuno. Il timbro per farlo andare.Il più lontano che si può.
Sì, ecco, lo scrivo.
Ancora non ha titolo, o ne ha mille, ma esteta come sono , ci penserò ore prima di dargliene uno, inventando. Mi canterò una canzone che mi piace, non importa se a volte non ricorderò le parole e farò mmmmm, na na na , per poi ricominciare dallo stesso punto, l’unico che so. La musica aiuterà.
Esercizi di stile.
Non frasi soggetto, predicato e complemento. Cose . Rumori. Il rumore di una risata o un sospiro, a dirsi, non ce la faccio. E’ già tardi e sono in coda al supermercato, questa vita di corsa non mi dà il tempo di respirare e di pensarci un po’ su e dirmi, stasera, pollo o frittata, come su una pista di Formula Uno, un pacco al volo dentro al cestino, e via si và.
Non amo i carrelli dei supermercati, sono brutti e ingombranti, e sporchi perlopiù, pieni di cartacce, avanzi di liste della spesa lasciate da chissà chi, uova, burro, prosciutto, candeggina, e di guanti monouso per comprare la verdura. E di giornali con le offerte speciali. Ho comprato una borsa colorata di tela grezza. E tanto viola.Il problema si pone quando devo comprare l’acqua. Nella sporta non ci sta.
Le risate che ti vengono più belle, più dal cuore, sono quelle con le amiche, per qualcosa detto un po’ sottovoce,e di sbieco. Campanellini, dopo una cattiveria o un gossip innocentissimo e malignissimo, come solo le donne sanno fare. Le donne vere. Quelle che si mettono il burrocacao per uscire a buttare la spazzatura. E poi, all'occorrenza, sneakers e jeans. E se ne fregano. E fanno carte false per una Kelly vintage.
Ma sì.
Un libro in più su uno scaffale.
Avrà una copertina colorata. I libri si comprano per la copertina. Ricordo di aver comprato Chocolat folgorata da quei cioccolatini di mille fogge, un po’ in rilievo. Quasi veri. E per l'odore. Odore di stampa, di primo giorno di scuola, di Nessuno Mi Ha ancora Sfogliato e Allora, Comprami Tu. Di banco di legno, che peccato non ci sono più. Avevano le storie di mille calzoncini sfregati sopra e mille gambe di bimbette, freddissime di inverno, coi calzettoni bianchi traforati o blu pesanti.Non esistevano i collant. O meglio, sì, sono usciti a metà anni 70, quarta elementare, per me.Si chiamavano Serenella e dovetti faticare non poco per farmi comprare il primo paio. I collant, a una bambina? Giammai.
In fondo un libro è sempre un bel regalo.
Ti toglie da un sacco di impicci.
Si regalano romanzi .E libri che abbiamo amato.Che un po’ ci somigliano.Che un po’ abbiamo vissuto, leggendo a dire, ecco, io sono questa qua. U.gua.le! Si regalano libri che vorresti avere scritto tu. Ma in fondo, un pò tutte le vite sono libri mai stampati.. Qualche volta scopiazzati, con un finale prevedibile. A volte, invece, talmente inverosimile da fare paura. E rabbia anche.
Il libro che ognuno scrive ogni mattina, lavandosi i denti o facendo colazione o strisciando la macchina in un parcheggio.
Il mio sarà così.
Un altro libro di colori e suoni e chiacchiere e follie.
Un libro da toccare, da farci le orecchie nelle pagine per tenerci il segno, da tenere sul comodino per sapere cosa rispondere alla domanda di Marzullo, qualora ci fosse l’occasione.
Da tenere sull’asciugamano della spiaggia, da riempire di sabbia e di olio solare, e magari tenerci dentro lo stecco del ghiacciolo, a imperitura memoria, con scritto a pennarello, vicino a Sammontana, Primo Ghiacciolo Della Stagione.


E primo libro. Il mio.


Senza riga, per carità.


Dopo i miei esperimenti di cucina, dopo la mattinata già frenetica alle 9 quasi, dopo la maestralata che ieri ha spazzato via tutto, cartelloni, foglie secche, rami e griglie di legno precipitate sulle MIE rose inglesi, beh, stamattina mi sento che so, Elena Melik, la signora esperta in cosmetica che scriveva o scrive su Grazia, mi sembra. Donna di raffinato buon gusto. Io, da parte mia, provo. Il gloss, ben lo si sa, ha la sua bella importanza. Esso rimedia una mattina in cui hai una faccia slavatissima, i segni del cuscino, un bel color sogliola che certamente non ti dona. Esso risolve la mancanza di tempo a un trucco da corsa, qualora necessitasse per accompagnare a scuola i bambini. Ma, a giudicare da qual che vedo ogni tanto, eccome se necessita. Il vero must di questa simil primavera che scoppietta e non parte è il gloss col glitter. Trasparente o appena rosato, sia esso Chanel o Dior, o Guerlain, come il mio medesimo, n.01, di un bel colore lunare. E glitterato. Ma, implorò Ella in ginocchio, esso non vuole mai, mai, mai il contorno labbra. Donerebbe un effetto viale da scongiurare, una volgarità gratuita, che per nulla si confà. Indi, solo una passata, con la divina spugnetta a bastoncino.
Il resto, verrà da sè.

12 marzo, 2006

La partita.

Eccone un'altra. Ci sono sere in cui, fuori dalla mia porta, potrebbe esserci scritto Bar Mario, o Bar Sport. No, Bar Mario è più carino, se non altro perchè trovo Ligabue di un fascino da autotrasportatore, che così, alla bisogna, potrebbe avere il suo perchè.
Bar Mario, quindi, interno notte, o sera, 20,30 circa. La partita inizia. Considerando che vivo con uno stuolo di maschiacci, bellissimi, anzichenò, ma pur sempre maschi, l'evento calcistico non è mai da sottovalutare. Non sono mai soli. Invitano amici, compagni di scuola, vicini di casa e cugini dei vicini di casa degli amici. E' il delirio. Io e l'Infanta, meglio se smammiamo, ci fanno capire con un sorriso che è tra l'impaziente e l'assatanato. Così, due donne (!) si rintanano al piano superiore, a leggere, a chiacchierare, a giocare con gli smalti, tagliate fuori dai sorteggi FIFA, dalle Champions League, dalle Coppe e così via. Loro, stanno lì, come broccoli, ad ascoltare il Vangelo secondo Fabio Caressa, quello che manda, da sempre, le squadre a bere un thè caldo, tra un tempo e l'altro. Sì, perchè, in effetti, qualcosa ho imparato anche io. Per forza. Urlano come folli una sequela di aggettivi irripetibili, volgarissimi, da bar, appunto. E si incazzano e si esaltano e si deprimono e si incoraggiano. Devo proprio amarli tanto, mi sa.
Sono una strana tifosa. Non convenzionale.
Qualche volta, sono stata trascinata, mio malgrado, a vedere una partita, quelle di grande prestigio, perlopiù. Tanto che posso dire con orgoglio di aver assistito in diretta all'esecuzione dell'inno della Champions League, quello pomposo e bellissimo, a parer mio, ma che ancora non ho capito in che razza di lingua sia. Uno dei miei figli ce l'ha per suoneria nel telefono. C'è di peggio.
Allo stadio, sia al Parc au Prince o all'Olimpia Stadium, io, la partita non la guardo. Guardo il resto. Gli striscioni, le persone, ascolto i cori, che trovo geniali, guardo i gadget, le sciarpe, le scenografie, le manone, le banane. E' l'unica cosa che trovo divertente. E, com'è ovvio, i calciatori. Carini ce ne sono un mucchio. Ma tutti, rigorosamente, ugualissimi tra loro. Capello fluido o rasato, scarpini dorati, polpaccio in evidenza e bel sedere. E' già qualcosa. Sulla loro capacità di usare il congiuntivo o sapere le tabelline, glisserei.
Molte le cose che ignoro. Perchè mai ci si deve baciare la mano dopo un gol. O saltarsi uno sull'altro. Per capire meglio, una volta, con uno dei miei figli, avevamo fatto una specie di elenco di esultanze (si chiamano così). Cosa non si fa per le creature.
Non tengo per nessuna squadra. O forse sì. Per la Fiorentina. Il vero motivo non lo so. Forse perchè adoro il viola e mi piacciono le Hogan.
Il che, non è male.

Sbriciolamento


Di esperimenti ne faccio molti. Mi piace provare cose nuove, misurarmi, in un certo senso. Coi lavori manuali, perlopiù. Oggi è stata la volta della cucina. La domenica, lo è sempre. Ho tempo, non abbiamo orari di sorta, pranziamo più tardi, di solito ho un frigorifero colmo (ce l'ho spesso, in realtà, niente è più triste, per me, di un firgorifero con l'eco o abitato, tutt'al più da mezzo limone arido e un barattolo di maionese). Il mio esperimento di oggi è stato liberamente tratto da Il Cavoletto di Bruxelles, bellissimo sito di cucina al quale mi ispiro ultimamente. L'avverbio liberamente non è stato messo a caso. Trattandosi di esperimento, ho cannato in modo miserrimo forse le dosi, forse la modalità, forse il procedimento della famigerata Pasta Brisèe. Più che di pasta, trattasi di sbriciolamento, che certo non ha conferito un aspetto invitante a qualla che avrebbe dovuto chiamarsi Tarte Tatin. Certo, mi rifarò. Il sapore era davvero superbo. E' bastato cambiare il nome, e la Tarte Tatin è diventato uno splendi do Crumble di indivia e caprino. Come si dice in questi casi, ho fatto comunque la mia bella figura.
Mi perdonerete, lo so.

10 marzo, 2006

Solstizio d'estate.



L'ho comprato da un pò.

Ho uno strano rapporto con i libri. Mi piace molto leggere, trovo che ci si possa rifugiare in un libro per dimenticare, per non sentire, quando si è troppo tristi o troppo felici per fare altro, quando si vuole andare via dalla stanza senza muoversi di un millimetro.

Compro i libri per la copertina. E per il titolo. Ovvio. E per l'odore. Un pò meno ovvio.

E poi, per quello che c'è dentro.

Questo è uno di quei libri che compreresti anche se non sapessi leggere, se fosse scritto in balinese. Bello anche da chiuso, mette subito allegria.

Sa di merende sul prato, un sacco di ricette, anche semplicissime, a volte, ma con immagini che ti parlano, una carta spessa e profumata di colla, e di nuovo e di scuola anche.

Suggerimenti per cene in terrazza, al mare o in campagna o dove diavolo. E bellissime.

E' un Luxury Books. Concediamoci almeno il lusso di pensarci, all'estate che verrà, anche se fa fatica ad arrivare primavera, e ancora le forsizie del viale non sono fiorite e di gemme in giardino, nemmeno l'ombra.

Consiglio Solstizio d'Estate a chi ha tanti amici e riceve spesso, a chi ne ha pochissimi e riceve raramente. Vi farà venire la voglia di fare, ogni week end, una piccola festa. Per chi ha un cuore semplice e ama i fiori, i bambini e le tovaglie a quadrotti.

Nel momento.





"Ho detto "E' come se il destino ti desse una sola possibilità, e concentrasse tutto dentro quel momento preciso, e lo facesse diventare così breve che la maggior parte delle persone non se ne rende conto o non è abbastanza pronta da reagire in tempo".
"E tu?" ha detto lei.
"Te ne rendi conto, di solito?"
"Non c'è un solito" ho detto.
"Succede una sola volta, se succede."

Il sofficino.


Doverosa premessa.
Sono appassionata di cucina. Moooooooolto appassionata. Annovero tra i miei virtuosi esperimenti: la nutella, un'infinità di marmellate, torte e biscottini, cene a tema e paste al forno da primato. Nutro un astio sincero verso flan e soufflè, che rimangono gonfi e pronti per la copertina non più di un pico secondo, per afflosciarsi miseramente appena posati in tavola. E a nulla serve il pietoso "ma è buono lo stesso". Li odio con tutto il cuore e ho preso la saggia decisione di lasciarli lì, e di nemmeno leggere gli ingredienti. Ben vi sta.
Ma ieri ho scoperto Lui.
La salvezza.
E nessuno inorridirà se, per una volta, non ho resistito al richiamo del banco frigo.
Ode al Sofficino

ll sofficino c'ha il suo perchè.
Non chiede nulla.
Se ne sta lì, buono buono nella sua panatura, insieme a tutti i suoi cugini Sofficini, in attesa di farsi un tuffetto nell'olio bollente.
Attende, speranzoso, la giornata in cui la cuoca lo toglierà dal cassetto del congelatore per dargli nuova vita.Il Sofficino si conserva per le giornate in cui la cuoca non ha voglia e tempo di cucinare, e sì che non è andata in ufficio questa mattina, ma il suo bel daffare, ben lo si sa, ce lo ha avuto, eccome. Si è prodotta in una spesa all'ingrosso che neanche le Regie Truppe, ha portato svariati animali dal veterinario, ha fatto pulizia nell'armadietto dei medicinali dove soggiornava beata una scatola di Tachipirina 125 adatta fino ai 3 anni d'età, quando l'ultima Infanta ha già ordinato i confetti rossi per l'imminente laurea.
Così, tra questa immensità, si staglia il Sofficino.
E il naufragar gli è dolce, nell'olio di mais.

Nooooooooo.


Teribbbbbbile. Addormentatissimi, questa mattina.
Di corsa, di corsissima, zaini, merende, computer, dove ho messo le chiavi, e chi ha rubato il mio giubbotto, e devi firmare questo, ma come, avevo messo il libro proprio qui. Argh.
Thank God it's Friday, mi viene da dire. Anche se il week end si prospetta nient'affatto tranquillo.

However, si va.

08 marzo, 2006

Quello che non farò.



Non andrò a mangiare la pizza.
Non andrò a nessun spettacolo.
Non uscirò.
Non andrò a vedere spogliarelli.
Non farò sparecchiare mio marito.
Non andrò a nessun corteo.
Non andrò in piazza a urlare Io Sono Mia e/o a bruciare reggiseni. (Ma c'è qualcuno che ancora lo fa?)

Ricordo, però, un 8 marzo di, accidenti, 30 anni fa? Gulp.
Ero con la scuola a vedere La Tempesta di Strehler. Milano, Piccolo Teatro.
Dopo lo spettacolo, bivacco in Piazza Duomo. Mi sembrava tutto così enorme, così colorato, così Milano, appunto.
Ragazze in gonnellone a fiori e zoccoli, coroncine di mimose, capelli lunghi.
A me, una ragazza, ha disegnato il simbolo su una guancia, col rossetto.
Bello.
Emozionante.
Forse perchè era la prima volta che vedevo Milano, forse perchè c'era un sole splendente, forse perchè avevo 13 anni e tutto, davvero, mi sembrava di una meraviglia unica e assoluta.

07 marzo, 2006

Il rumore della Vespa.





Mi capita a volte di girarmi di scatto per la strada. La sento arrivare, inconfondibile.
Lei.
La Vespa arriva senza un vero rumore in realtà, ma una specie di tossire ordinato, una serie di piccoli scoppi discreti ed eleganti, aristocratici, direi.
Il vero senso della Vespa è comprensibile solo da chi ha la mia età, dai figli degli anni 60, per intenderci, quelli cresciuti senza Playstation e telefonino.
Nella mia città, i veri giusti ce l'avevano bianca. O grigia metallizzata. Blu era veramente il massimo.
Il rumore della Vespa è inscindibile dalle canzoni degli America, dalle Superga bianche e dalla Lacoste.
E dai primi giri in giro. E chi si scorda quel giugno.
Che facciamo, andiamo?, ti porto io, c'è una festa in collina, sali.
Salgo.Se mi vedono, il mio destino è segnato, ma posso dirti di no? Hai i Ray Ban e mi piaci da morire, hai 3 anni più di me e bello non sei, lo dicono tutte le mie amiche, ma per me sei il massimo. Perfetto.
E io, bellina, molto bellina, quattordici anni di sogni e caramelle, di atletica e risate e capelli lunghi, di giostre e di oratorio,di mollettine con le mele e la camiciola di Fiorucci, di ritagli di giornale appiccicati sul diario con la coccoina.
Ma salgo, salgo perché è giugno, perché la scuola è finita da un pò e c'è un sole chiaro e silenzioso, e in latteria siamo rimasti solo noi due. La bicicletta la lascio qui, le biciclette non si chiudevano allora, si appoggiavano al muretto e via. La festa non è lontano, ma vai piano, per favore, non ho paura, certo che no, ma vorrei che questo giro durasse un'ora o due, ho le mani appoggiate alle cosce, non ti sfioro nemmeno e tu ridi e freni, così ti sbatto addosso e mi senti su di te.Felice come poche volte. E' un'espressione che non mi ha lasciato mai e che ho adorato, negli anni. Le volte in cui la felicità è limpida e perfetta sono poche davvero. E di solito te le ricordi così bene che a pensarci ancora ti manca il respiro.

La festa in collina non l'abbiamo vista quasi.La casa era una vecchia cascina della nonna di un'amica, panini al prosciutto e ginger, su una tovaglia cerata a quadrettoni rossi. Lì vicino un campo di grano e un sacco di papaveri.Siamo stati sempre io e te. Ci siamo seduti su un dondolo di ferro, aveva una fodera coi limoni, lisa dal tempo e dal sole. Si sentiva Peter Frampton suonare dallo stereo.
Abbiamo parlato. Tanto. Della scuola, dell'estate, i miei esami di terza media, i tuoi di riparazione, a settembre, che ti erano costati l'innaffiatura del prato ogni sera. Mi hai preso in giro per i miei denti un pò storti.Non ho mai messo l'apparecchio, e col tempo mi sono ripetuta che questa leggera imperfezione è bellissima. Ma forse, è perché me lo avevi detto tu. Mi hai baciato all'improvviso, senza toccarmi quasi, avevo il cuore che si vedeva da sotto la maglietta, ero sicura che lo vedessi anche tu, potevi prenderlo e portarlo via. In un certo senso l'hai fatto.. Sapevo che negli anni, avrei pensato a quel momento per miliardi di volte, riavvolto il nastro e rivisto, e ancora e ancora. Primo bacio vero, come dicevamo tra amiche, da raccontare sottovoce, da scrivere nel diario dei segreti, da custodire.
Da non scordare.
Perché, nessun altro nella vita sarà mai come quello.
Non ci siamo mai messi insieme veramente. Visti, miliardi di volte. Niente di serio. Non per te, almeno. Molte le tue fidanzate. Mai che fossi io.
Ti ho amato sempre,di un amore lucido e assoluto. I tempi della scuola e il tuo nome scritto nel diario, una tua fotografia scattata a Cortina da tuo fratello. Me la ero anche appiccicata al banco.
Ti ho scritto una marea di lettere. Disperate, perlopiù. Tenere, leggere, da ragazzina. Nessuna spedita.Adesso mi fa sorridere, ma non auguro a mia figlia di amare così tanto uno stronzo come te.
E' stato un amore lunghissimo, affannato, malinconico e dolcissimo, fino ai 20 anni credo, che è tantissimo,se pensi a come il cuore di una donna, di ognuno, si forma e cresca e diventi,in quegli anni, quello che sarà per la vita intera.
Poi la vita ha deciso per me, sono andata via, ho cambiato città, vita, mondo.Sono cambiata anche io.

Ho poche cose nel cuore della mia vita di allora. Quando si è proiettati in un mondo che non è tuo e lasci i compagni di scuola, la latteria e il mercato del mercoledì, non è facile per nessuno. Meno di tutti per una sognatrice, vanesia, di ferro e di burro, come me.
Ho la vita che volevo, serena, colorata, ho l'amore che cercavo. Ricordo di aver sofferto tanto e rimosso persone, cose e situazioni.
Non te.
Se avessi un banco, credo che la tua foto sarebbe ancora appiccicata lì

Troppo amore.


" Era troppo amore. Troppo grande, troppo complicato, troppo confuso, e azzardato e fecondo e doloroso. Era tutto quello che potevo dare, più di quanto mi convenisse. Per questo s'infranse. Non si esaurì, non finì, non morì, semplicemente s'infranse, crollò come una torre troppo alta, come un'aspettativa troppo ambiziosa".


Almudena Grandes - Troppo Amore

Ci voleva.


Se ne stava lì, avvolto nella sua bella carta dorata, e mi guardava.
Male non fa, mi sono detta. Bugia pietosa, visto che per polverizzarlo e far sì che non abbia effetti nefasti su di me, dovrò pestare in palestra, in piscina e non so dove diavolo. Ma l'ho spazzolato. Quattro quadretti di felicità, di puro piacere, se pesco quello che ha inventato Irresistibile Scioglievolezza, gli dò una pacca sulla spalla. Lui sì, ha il segreto del segreto del mondo. In più, alla morbidezza del cioccolato, si aggiunge la leggerissima, impalpabile violenza della nocciola. Un tripudio.
Meglio di una pillola. Meglio di una canna non posso dirlo, non ho mai provato. Meglio di una sbronza, ma anche qui, come sopra.
Il cioccolato resta tra i miei peccati più innocenti.
E vera, autentica, assoluta libidine.
Domani, 2 ore di aquabike.
Ben meglio sarà.

Chanel è meglio.


Meglio del lettino qualsiasi che hanno tutti i gatti. Non li amavo particolarmente. Mi sembravano falsi, un pò opportunisti, diciamo, inutili. Dovendo scegliere, preferivo i cani. Un giorno, ho sentito un sibilo in giardino. Non era un miagolare, ma una vera e propria richiesta di aiuto, elegante, discreta, disperata, ma non sguaiata. E lì, proprio a pochissimo da me, un esserino, una specie di topolino, bagnaticcio, sporco, gli occhi spaventati e supplichevoli. Era Luna. Che ha generato Nasdaq e Mibtel, e poi ancora Fanta, Chinotto, Ginger e Cappuccino. E Ascanio, che ahinoi, di femmina si trattava, ma lo abbiamo capito solo quando abbiamo trovato Mora e Mirtillo nel sottotetto.E Michelle, trovata morente in Sardegna e portata in continente. Certo, non li ho tutti io, ho cercato per loro famiglie adatte al loro alto lignaggio. Gatti dolcissimi, coccolosi e burloni, pelosi e un pò ladri.Ghiotti di Camille e di prosciutto. Che dormono acciambellati nei letti o che si infilano nelle borse. Meglio se di Chanel.

06 marzo, 2006

Colpa del vento.

Stamattina è stata dura.
C'è stato il vento stanotte, e alle 3 mi sono svegliata e ho guardato fuori ed era come se qualcuno avesse lucidato il cielo o l'avesse pitturato di fresco. E sparso stelle qua e là, alla rinfusa, come coriandoli. Forse, è stato il vento.
Mi piace. D'estate, mi piace di più. Il maestrale che batte sulle finestre, quello che sa di mirto, di legno, di sale, di acqua fresca, di schiuma, di sassi.Il vento di luglio, che spazza la spiaggia e solleva la sabbia, che non ti lascia stare, che insiste, vieni, vieni a correre con me, in riva la mare, vediamo chi corre più forte, e soffia e fischia e un pò ti imbambola, ma niente e nessuno è come lui.
Fatto sta, che non è luglio, non è Sardegna e qui non c'è il mare, ma oggi sono in salita, affannata, stanca prima ancora di iniziare.
Sarà il vento di stanotte, o sarà che non lo so, ma oggi avrei solo voglia di un divano, un libro, una coperta e una cioccolata all'arancia.
Non è molto, direi.

05 marzo, 2006

Notte prima degli esami

Ovvio che non si tratta della canzone di Venditti. Che peraltro, trovo bellissima. Soprattutto quando dice, tutto d'un fiato, "Ma come fanno le segretarie con gli occhiali a farsi sposare dagli avvocatiiiiii". Bella. Comunque, appunto, non si tratta di quello ma del film chi ho visto stasera. Carino, anzichenò. Leggero, è scivolato via come un bicchiere d'acqua. Molte le battute che ho previsto.Persino il finale. Però, mi è piaciuto. Mi ha ricordato la mia, di maturità. Era l'anno dei Mondiali, il 1982. E l'anno dei Rolling Stones a Torino. Sì, io c'ero. benchè avessi l'orale il giorno dopo. Certo, son soddisfazioni. Ricordo che dicevo, beh, non è che impazzisca per questi Rolling Stones, ma un giorno lo dirò ai miei figli. Che poi mi guardano e mi dicono, ah, sì, quelli dello spot Omnitel. Senza parole.

Mi sa che il momento è arrivato.


Cento volte? Mille volte? Almeno una dozzina!
Le volte che ho provato a creare un blog. E chi sono, mi dicevo, la scema del villaggio?

Così, eccolo.
Un pò di me, molto della mia vita e delle cose che sono mie, i figli, i libri, i fiori, le ricette,i biglietti del cinema, gli scontrini, i nastri dei regali.
Io, insomma.
Mi ricorda molto i diari che facevo da fanciulla.
E' divertente.

L'unica cosa che mi mancherà, sarà attaccare le foto con la coccoina.